Siria, Mali e Libia: i tre aspetti delle “trasformazioni arabe”


In Siria continuano le stragi di civili, nelle campagne nei dintoni di Homs 106 morti tra uomini, donne e bambini dopo un raid del rigime di Bashar al Assad. Ormai pare che l’80% sia in mano dei ribelli e il regime abbia i mesi contati (si parla di 6 mesi). Ma i ribelli chi sono? L’organizzazione Jahbat al-Nusra, per gli Usa vicino ad Al Qaeda, per la Turchia no, ma comunque è sicuramente d’ispirazione jihadista, quindi sempre di guerra in nome di Allah si tratta.
In Mali, infatti, l’organizzazione islamica Shabaab, contro cui la Francia è entrata in guerra, è d’ispirazione Qaedista. Lo confermano i recenti ostaggi in Somalia e Algeria. Allora ci si chiede quali siano le motivazioni dei Paesi occidentali, che fanno guerra e contemporaneamente aiutano le organizzazioni islamiche jihadiste a seconda del contesto.
La risposta è abbastanza semplice e viene dalla Libia: l’Occidente vuole la pace, meglio se democratica.
Intento nobile? Naaaa. Con la guerra non si possono fare affari, con la pace sì. Oltretutto la democrazia non è strettamente necessara (infatti la Cina va benissimo, la si critica un po’, ma poi si fanno affari insieme: se fossimo veramente democratici avremmo posto l’embargo alla Cina). La Libia serve per il petrolio, come l’Iraq e il Kuwait, punto.
Qualcuno potrebbe comunque non vedere nulla di malvagio nel “fare affari” con Paesi del Terzo mondo, e a querto scopo viene in aiuto l’esempio di un altro Paese africano: la Nigeria. Gli affari petroliferi hanno sicuramente migliorato le condizioni dei Paesi Occidentali che lavorano in Nigeria (primi fra tutti Italia e Regno Unito), ma non hanno assolutamente migliorato le condizioni dei cittadini nigeriani, anzi, spesso è successo il contrario.
Allora a cosa serve “esportare democrazia”? A migliorare le condizioni economiche e sociali dei cittadini dei Paesi Occidentali, che altro non sono che gli elettori di chi è al potere.
Capito il giochino? Questi sono coloro che io chiamo “abbuiati”, in contrasto e polemica con il complottista di turno.

Ah, ma in Siria c’è la guerra?


Le forze di sicurezza di Bashar al-Assad bombardano (dal cielo) la capitale Damasco, mentre si scontrano con le milizie ribelli ad Aleppo. Solo da un paio di settimane il mondo e i media meno accorti si sono resi conto che in Siria c’è una guerra civile, cosa che noi abbiamo fatto notare sin dal 25 aprile 2011, ben 15 mesi fa, chiamandola prima rivoluzione, e poi, il 1° agosto 2011, con il suo vero nome: guerra civile.
Con questo vogliamo soltanto dire che basta una maggiore attenzione a questi avvenimenti per capire di che cosa si tratta. Il valore strategico della Siria potrebbe riaccendere adirittura una nuova Guerra Fredda (ricordate? tra Usa e Russia). La possibilità c’è: noi ve lo abbiamo detto, voi continuate a pensare al calciomercato.

Siria: l’Onu ci riprova


L’Onu ha presentato una nuova bozza di risoluzione che fissa un ultimatum di dieci giorni al presidente Bashar al Assad affinché ordini il ritiro delle sue truppe e delle armi pesanti dalle città ribelli: in caso contrario la Siria sarà colpita da nuove sanzioni economiche e diplomatiche.
Il Governo Oscuro aveva già dato la fiducia all’Onu di strettissima misura (per 1 solo voto) lo scorso 30 piovoso (19 febbraio), dimostrandosi quindi già poco convinta. La nuova bozza non differisce nell’essenza da quella di 5 mesi fa e quindi Lukha B. Kremo ha deciso di tenere buona la votazione precedente.
La neorepubblica di Torriglia conferma la fiducia “al pelo” alla risoluzione dell’Onu, anche se è convinta che la Russia porrà il veto, impedendo l’azione.

Siria? una scaramuccia. Solo 8000 morti


8000 persone uccise in un anno. Questo è il bilancio secondo l’Onu delle vittime della repressione in Siria. Fra le vittime ci sono molti donne e bambini. Lo ha dichiarato il presidente dell’Assemblea generale, Nassir Abdulaziz al-Nasser, secondo cui le “violazioni dei diritti umani sono diffuse e sistematiche» e in questo «la comunità internazionale ha una sua responsabilità”. Per l’opposizione siriana, il numero delle vittime è invece superiore a 9000, tre volte le vittime dell’11 settembre.
Cosa non si fa per difendere il proprio potere…
Non ci riferiamo saltanto ad Al Assad e al governo siriano, ma anche alla “neoguerra fredda” tra PAesi della Nato da un lato e Russia e Cina dall’altro, timoroso che un intervento Onu possa spostare gli equilibri e le egemonie politica da una parte o dall’altra.
Come sempre, l’Onu non assolve al suo scopo di tutela degli interessi dei cittadini (che vengono per ultimi) ed è utilizzato per scopi egemonici.

Siria: sempre peggio


Continuano i bombardamenti in Siria con decine di morti ogni giorno, la guerra si è estesa praticamente a tutto il Paese, dopo Homs, Damasco e Aleppo.

Alcuni attivisti siriani hanno tentato un blitz all’interno dell’ambasciata siriana in Italia. Sono stati tutti arrestati e sottoposti al giudizio per direttissima. In totale si tratta di 12 persone. Gli agenti delle Volanti e la Digos della Questura di Roma hanno bloccato i ragazzi grazie alla segnalazione dei militari addetti alla sicurezza dell’ambasciata. Gli attivisti apparterrebbero al Coordinamento dei siriani liberi di Milano, che da giorni manifestano contro il regime di Assad. L’assalto sarebbe stato pianificato per chiedere la destituzione dell’ambasciatore Hassan Khaddour.

L’11 febbraio, durante un incontro con i media, il portavoce del Ministero degli Esteri Siriano, Jihad Makdissi, ha affermato che la Siria ha chiesto agli ambasciatori di Libia e Tunisia di lasciare il Paese entro 72 ore. Jihad Makdissi ha inoltre annunciato che la Siria ha già chiuso la sua ambasciata in Qatar e richiamato gli ambasciatori in Kuwait ed Arabia Saudita.
Il 9 febbraio il Ministero degli Esteri libico aveva espulso il corpo diplomatico siriano, mentre il 4 il governo tunisino aveva cacciato dal paese l’ambasciatore siriano e dichiarato di non riconoscere più l’attuale governo.
Ad oggi hanno ritirato i propri ambasciatori in Siria: Usa, Spagna, Francia, Belgio, Olanda, India e Italia.

Tg fuori dal mondo: il gelo c’è, ma tra Usa e Russia!


Una tempesta di allarmismi e polemiche dell’italietta sta dipingendo gli schermi televisivi di bianco. Mentre l’Italia si danna per qualche centimetro di neve e ghiaccio (esteso in mezzo emisfero terrestre, in modo molto più grave), nessuno, dico nessuno, tra i Tg nazionali, ha parlato di un gelo molto più grave:
è praticamente riesplosa la Guerra Fredda.
Mentre le deficienze del giornalismo delle tv italiane ci fa del terrorismo meteorologico, in Siria muoiono centinaia di persone ogni giorno e l’Onu sta cercando di trovare una soluzione al problema.
Stati Uniti e Russia sono finiti in piena rotta di collisione sulla Siria. Dopo il veto opposto ieri all’Onu da Mosca e Pechino sulla risoluzione contro il regime di Bashar el Assad, Hillary Clinton ha annunciato che Washington intende bloccare il flusso di fondi e i rifornimenti di armi russi che raggiungono Damasco.
A me fa venire più i brividi questo che una bella rinfrescata invernale dell’aria, e voi?

Per i ministri: visto che la risoluzione Onu NON è stata approvata, non ci sarà una nostra ratifica. Aspetteremo che l’eventuale risoluzione sia approvata.

Siria nel caos: preparatevi a giudicare la risoluzione Onu


Il monito è a tutti, ma in modo particolare ai Ministri della NeoRepubblica Kaotica, che saranno chiamati a votare l’appoggio o meno dell’eventuale risoluzione Onu che potrebbe esserci nei prossimi giorni, nonostante il parere contrario della Russia, che appoggia il regime siriano (e questo la dice lunga sull’idea di democrazia di Mosca, senza prendere in considerazione i fatti della Cecenia e di tutte le contese e le pretese territoriali ai confini, che non sono poche).
Al momento si combatte in molte zone della Siria, anche a Damasco. La guerra civile siriana (iniziata a maggio 2011, come da noi esplicitamente segnalato), per la verità un po’ trascurata dai media, è arrivata nella capitale e a un momento topico, anche se l’ipotesi di una fuga all’estero (e segnatamente in Russia) di Asma el-Assad, moglie del premier Bashar el-Assad, sembra in realtà esser stata fatta circolare dagli oppositori del regime per avvalorare i resoconti sulla presenza di forze del Libero Esercito Siriano.

Gli uomini preferiscono le bombe


40 morti negli attentati multipli in Nigeria davanti alle chiese cristiane di Boko Aram, che già in passato si è resa protagonista di stragi (vedi nostri articoli di giugno e di novembre), una formazione estremista, filomusulmana, ma in generale contro lo stile occidentale e quindi assimilabile ad Al Qaeda e formazioni simili. In totale, 100 morti in una settimana in Nigeria.
In Siria 44 morti in un attentato al tritolo a Damasco, di cui non sono ancora del tutto chiare le responsabilità, e 15 morti in un bombardamento a Homs. Alla base c’è la ribellione contro il regime di Bashar al Assad e, naturalmente, le tensioni Israelo-palestinesi.
Infine, “solo” 7 morti negli attentati a Baghdad, “saluto” di certi iracheni al contingente statunitense che ha appena concluso, dopo 8 anni, la sua “missione di pace”.
Forse peggio dei secoli passati, mai come oggi, l’uomo dialoga sempre di più con le bombe, ci si fa conoscere con il tritolo, si proclama con i bombardamenti e ci si saluta con le armi. A volte, anzi molto spesso, in nome della religione, che dovrebbe significare “spiritualità e amore”.
Chiediamoci però COME si è creata tale situazione e CHI ha cominciato a usare le armi come strumento di dialogo. Una risposta possibile potrebbe essere: il Colonialismo Occidentale.
Altra concausa: i media che non danno rilevanza alle stragi in Nigeria (come più volte abbiamo denunciato in questo blog, leggetevi cosa dicevamo a novembre di quest’anno).

La calda estate del 2011?


In attesa della gigantesca eruzione dell’Etna (decine di volte superiore alle consuete eruzioni degli ultimi anni) prevista da Salvatore Giammarco secondo cui “Le eruzioni vulcaniche si possono prevedere. Voglio sfatare una volta per tutte questa opinione e confermare che l’uomo è in grado di prevedere le eruzioni dei vulcani, magari con poche ore di anticipo, ma può farlo!”, e in attesa di sviluppi negli situazione siriana (meglio: in attesa di sapere per quante ore sarà valida l’affermazione del presidente Bashar al Assad “le operazioni militari e di polizia si sono fermate”), una riflessione sulle rivolte di Londra.
Una rivolta spontanea, nata dal basso, a causa di un’eccessiva repressione di polizia ai danni di Mark Duggan di 29 anni, padre di quattro figli. Duggan viaggia su un’ auto quando la polizia ha avviato un’operazione di monitoraggio della criminalità giovanile. Tottenham è il territorio degli “Hoxton biker boys”, dei “Mandem”, dei “BWF”, i gruppi dello spaccio, delle incursioni notturne, dei coltelli facili. I reparti della sicurezza gli chiedono i documenti. Poi le versioni divergono: qualcuno sostiene che l’uomo, per niente implicato nei giri più loschi, si sia prestato a collaborare. Scotland Yard dice che il giovane ha sparato per primo. Ma la perizia balistica (secondo il quotidiano “The Guardian”) avrebbe accertato che la pallottola trovata incastrata nella radio di un agente è partita da un’arma della polizia. Quel che è certo è che Duggan viene ucciso.
Bilancio: 4 giorni (e notti) di rivolte, 1335 arresti, 5 morti e decine di feriti.
Già nell’ ottobre 1985 fu il teatro della “Broadwater Farm Riot”, l’ insurrezione dei ragazzi neri contro la polizia: allora gli agenti si presentarono a casa di un ragazzo nero, Floyd Jarrett, e nella baraonda ammazzarono la madre Cynthia.
Ma è una coincidenza che salta maggioramente all’occhio: quest’anno infatti corre il trentennale delle rivolte di Brixton, quartiere popolare a sud di Londra. Fu a Brixton, nel 1981, che la polizia ebbe per la prima volta veramente paura della rabbia degli immigrati: il malcontento di africani e caraibici per le condizioni di povertà ed emarginazione si aggravò gli effetti della “Sus Law”, la legge che permetteva agli agenti di fermare e perquisire chiunque anche senza ipotesi di reato, ma soltanto in base al sospetto di due testimoni (che potevano essere anche due agenti). La notte del 10 aprile 1981 ben 5000 persone diedero il via alla guerriglia, che si concluse tre giorni dopo con quasi 300 poliziotti feriti, 70 edifici dati alle fiamme e 224 arresti. L’evento si legò anche alla musica, e band come gli UB40, i Pink Floyd, i The Clash (ma anche Bob Marley che morì circa un mese dopo) furono l’ideale colonna sonora della rivolta. I Clash, in particolare, un paio di anni prima avevano pubblicato il profetico brano “The Guns of Brixton”!
Le rvolte dell’agosto 2011 sono dello stesso tipo, fatte le debite differenze: la composizione sociale è leggermente diversa, il fenomeno delle band giovanili è più importante oggi, allora non esistevano i social network, amplificatori della rivolta, eccetera. Il punto in comune è che siamo davanti a una popolazione multienica, povera e segregata.
Le rivolte hano dato il via a violenze, danneggiamenti e fenomeni di sciacallaggio. Dobbiamo prima di tutto tenere presente che in casi di rivolte, ribellioni, insurrezioni, tumulti e guerriglie, questi fenomeni sono sempre presenti, perché fanno aprte della rivolta stessa, e che ora più che mai sono smarcherabili dai media, ormai onnipresenti (telecamere dei cellulari, ecc.). Ciò non toglie che i disordini di questi giorni siano caratterizzati maggiormente da questi episodi, ascrivibili all’attitudine delle band giovanili di derivazione americana (anche negli Stati Uniti composte prevalentemetne da popolazione multietnica). Questa analisi, che non è mai banale ribadire, porta alla considerazione che il confine tra rivolta politica o sociale e puro “banditismo” sia sempre più labile. Ma, restando la nostra ferma condanna a qualsiasi fenomeno di banditismo, sciacallaggio, vandalismo fine a se stesso, e qualsiasi disordine che punti a dimostrare la forza individuale e del gruppo a cui si appartiene (che rientra nelle sfere sociologica e psicologica rimandendo avulsa da motivazioni sociopolitiche), questa è un’analisi necessaria a comprendere l’evoluzione delle ribellioni e di come, da un lato, puntino a essere “sorprendenti” e “innovative” per lo stato sociale (proprio come sono innovative certe proteste pacifiche come quella dei sit-in nudi, degli scioperi della fame e della sete, e di tante originali manifestazioni degli ultimi anni), dall’altro di come l’individualismo violento dell’uomo e la volontà di dimostrazione violenta delle band utilizzi le rivolta per i propri scopi, a volte aiutandola, altre snaturandola fino a far scomparire le reali ragioni sociali o politiche che vi sono alla base.
Un’analisi di questi fenomeni porterebbe a non confondere la semplice delinquenza giovanile dalle reali e profonde motivazioni della rivolta.

Guerra civile in Siria: nuove opportunità di vendita di armi e bombe


Parliamo della guerra civile in Siria, dopo il massacro di Hama, dove sono state uccise più di cento persone. Noi avevamo già segnalato la leggerezza con cui i governi occidentali e i media sembravano affrontare la questione, usando i termini di “rivolta siriana”. Ma bisognava arrivare ai massacri pubblici per convincerli di ciò che avevamo già capito da subito.
Ora, la guerra civile siriana somiglia tanto a quella libica prima dei raid della Nato.
Facciamo una previsione. Entro un mese la Nato comunicherà le nuove coordinate alle proprie flotte, che dalla Libia si sposteranno nei cieli di Siria, scaricando nuove bombe con le stesse modalità.
I segnali ci sono tutti: i governi occidentali hanno cominciato a richiamare gli ambasciatori e qualcuno ha già paventato un ultimatum.
In fondo sarebbe una nuova opportunità per vendere un sacco di materiale bellico invenduto che potrebbe risollevare un po’ la disastrosa congiuntura economico-finanziaria…
Bashar al Assad come Gheddafi, insomma: prima un normale referente diplomatico, adesso un criminale da eliminare dallo scacchiere mondiale.
Ora: immagino che chi appoggia la guerra in Irak, in Afghanistan e in Libia appoggerà anche quella in Siria e perché no in Yemen… e poi?

P.S. Ci teniamo a precisare che la nostra posizione nei confronti di Assad come per tutti i governi non eletti democraticamente, o eletti democraticamente ma che governano in modo autoritario è di totale disapprovazione.

Siria: è rivoluzione!


Dopo Tunisia, Egitto e Libia, anche in Siria le rivolte (scoppiate in moltissimi paesi arabi e chiamate nel complesso la “primavera araba”) sono state represse con il fuoco e si contano alcune centinaia di morti, soprattutto a Deraa, nel sud del Paese. Il regime del presidente Bashar al Assad parla di secessione salafita (integralista), ma pare un’evidente giustificazione senza fondamento.
La nostra neorepubblica è solidale con le proteste anti-regime.