Chi sono gli Anonymous?


Anonymous

Anonymous

Partiamo da Wikipedia: “Anonymous è un termine dal duplice significato. Come fenomeno di Internet afferisce al concetto di singoli utenti o intere comunità online che agiscono anonimamente in modo coordinato, solitamente con un obiettivo concordato approssimativamente. Può anche essere inteso come firma adottata da unioni di hacktivists, i quali intraprendono proteste e altre azioni sotto l’appellativo fittizio di “Anonymous”.
Le azioni attribuite ad Anonymous sono intraprese da individui non identificati che si auto-definiscono Anonymous,
che non si manifestano solo via web, alcuni di loro si presentano con addosso la maschera di Guy Fawkes (resa famosa dal film V per Vendetta) e scendono in piazza a protestare. Dopo una serie di controversie, proteste largamente pubblicizzate e attacchi DoS (Denial of Service) attuati da Anonymous nel 2008, gli episodi legati ai membri del gruppo sono diventati sempre più popolari.”
Si dice che sono nati nel 2003, ma le vere attività cominciano nel 2006. Si comincia con l’attacco al social network Habbo e ad attacchi a siti razzisti e sessisti o ad gruppi considerati contro l’etica come Scientology (con il Progetto “dedicato” Chanology).
Nel 2010 Anonymous appoggia le ragioni di Wikileaks (vedi nostro articolo su Julian Assange).
Tra i siti colpiti negli ultimi anni si annoverano: Fine Gael, un partito politico irlandese di centro-destra, la società di sicurezza HBGary Federal; Enel, che al fine di costruire impianti idroelettrici in Guatemala, nel municipio di Cotzal, assolda (con i denari di tutti gli italiani) 500 mercenari in assetto di guerra con passamontagna e forze antisommossa per occupare la comunità indigena maya Ixil (di cui abbiamo accennato anche in relazione all’ex dittatore Rios Montt); Agcom; New York Stock Exchange; il Tenente John Pike per aver spruzzato dello spray al peperoncino contro un gruppo di manifestanti; Dipartimento di Giustizia Usa; Motion Picture Association of America; Universal Music; Belgian Anti-Piracy Federation; Recording Industry Association of America; Federal Bureau of Investigation; HADOPI law site; US Copyright Office; Universal Music France; Senatore Christopher Dodd; Vivendi France; Casa Bianca; BMI; Warner Music Group; WallStreetJournal; AIPAC; Corte costituzionale ungherese; Vaticano; Massachusetts Institute of Technology; United States Sentencing Commission; Nasa; Sony; Hollywood; vari siti ministerili del Brasile; Facebook down; Equitalia, Trenitalia; Endesa; Emgesa; Ministero dell’Interno d’Italia, Ministero della Difesa d’Italia; Carabinieri; molti siti Israeliani per protestare contro l’esercito di Tel Aviv che ha sferrato una nuova offensiva contro il popolo palestinese nel novembre 2012, oltre che attacchi di vario tipo in Egitto e Tunisia a seguito della Primavera araba.
Questo elenco serve per farvi comprendere meglio chi sono gli hacktivist di anonymous, conoscendoli attraverso i loro nemici: i protettori della linea dura del copyright e in generale dei diritti fondamentali dell’uomo e dei cittadini.
Sono naturalmente seguiti arresti in tutto il mondo.
Considerando tutte le generalizzazioni e le peculiarità di ogni caso e il modus operandi di Anonymous è difficile se non impossibile dare un giudizio o un’opinione definitiva.
Sul fronte più puramente politico gli attacchi vanno sempre in direzione della difesa dei cittadini nei confronti di poteri forti o di attacchi militari o di repressione, ed è difficile non essere d’accordo almeno sulle loro motivazioni di base. Non a caso gli Anonymous si presentano con la maschera di V per Vendetta spesso a fianco di manifestazioni organizzate da Occupy Wall Street o dagli Indignados, rivelando un legame tra le diverse espressioni di protesta.
Ma Anonymous si concentra maggiormente sulle questioni del copyright, nelle quali sarebbe bene discernere questione per questione. Ma possiamo dire che se l’obiettivo del copyright (e delle sue diverse forme, come quella molto nobile del Creative Commons), dovrebbe essere quello di tutelare gli artisti, in pratica non è così, perché si tutela esclusivamente il prodotto dell’industria della creatività e dei più celebri artisti (che ve ne fanno parte), ignorando la gran parte degli altri artisti. Infatti, grazie a quella che chiamano pirateria (ma che si può tranquillamente chiamare prestito o donazione tra utenti), gli artisti poco conosciuti possono godere di un passaparola (una pubblicità gratuita!) che ha un duplice pregio: quello di far conoscere l’artista e quello di diffondere cultura artistica in generale.
Quindi anche grazie alla cosiddetta pirateria, vi è un ritorno per gli artisti e i loro produttori per via di altre forme di introiti (per esempio i concerti musicali o le mostre).
Ma per le grandi etichette e gli artisti famosi e ormai milionari è un apporto insignificante e minore delle royalties ricavate grazie al copyright, al contrario della stragrande maggioranza degli altri artisti. Quindi, come potete comprendere, di qualsiasi idea voi siate, è soltanto una questione di quantità di denaro che entra e non di tutela degli artisti.
Solo il Creative Commons va in questa seconda direzione, ed è uno strumento che ha trovate il consenso di moltissimi artisti.
In definitiva, la scelta è tra pochi artisti ricchi e tutelati e una minor cultura artistica da un lato, e una gran quantità di artisti non milionari e una diffusa cultura artistica dall’altro. Io scelgo la seconda opzione.

In Egitto Morsi ha deciso che la democrazia è finita


Dopo 5000 anni di un’interminabile sequenza di faraoni, re, imperatori, califfi e dittatori, l’Egitto ha conquistato la democrazia soltanto nel 2011. Dopo poco più di 1 anno, il presidente eletto Mohammed Morsi ha deciso che è sufficiente e si può tornare alla dittatura che c’è sempre stata, assumento tutti i poteri nella propria persona.
Mi chiedo cosa penserebbero degli essere extratrrestri. Probabilmente che l’uomo ama essere comandato e controllato.

Elezioni in Libia: vince Gheddafi


Strano vero?
Eppure, se ci pensate bene, la differenza tra un Egitto martoriato dalle rivolte, dove trionfano non meglio identificabili Fratellanza Musulmane, in Libia hanno prevalso i moderati. La libia, come la Tunisia, guarda all’Europa. L’ultima eredità di Gheddafi è un popolo che farà riferimento ai valori della democrazia. Pace all’animaccia sua.

Egitto: 5000 anni per le elezioni, 2 giorni per annullarle?


L’11 gennaio 2012 si sono svolte in Egitto le prime elezioni libere da quando Re Menes (o Narmer, Aha, Horo Skorpio) riunificò i due Regni d’Egitto nel 3100 a.C. circa (cioè: non sono mai avvenute!).
Ma il caos politico non è cessato: la sentenza choc della Corte Costituzionale ha dichiarato “incostituzionali tutti gli articoli della legge elettorale” con la quale era stata eletta l’Assemblea del popolo (la Camera bassa del Parlamento egiziano) solo qualche mese fa, tra il 28 novembre e l’11 gennaio scorso.
Urne comunque aperte il 16 giugno per il ballottaggio delle presidenziali. Sono oltre 50 milioni gli elettori chiamati a scegliere tra due candidati alla successione di Hosni Mubarak, deposto dalla rivolta popolare l’anno scorso: Mohammed Morsi dei Fratelli Musulmani e Ahmed Shafiq, ex generale del’aeronautica ed ex premier, riammesso in corsa grazie a una sentenza della Corte Costituzionale.

Egitto: no a finte rivoluzioni


Il popolo di piazza Tahrir, cittadini/rivoluzionari sembra non si siano fatti incantare da tutti i buoni propositi del Consiglio Supremo militare al potere in Egitto.
Vorrei citare il giornalista Maurizio Musu che esemplifica perfettamente la nostra lettura della primavera araba, soprattutto alla luce dei duri scontri (e delle morti) di questi giorni al Cairo.
“Se è vero che noi tutti occidentali siamo figli ed eredi legittimi della rivoluzione vissuta alla fine del Settecento, è altrettanto vero che noi oggi siamo i pre-destinati di quella Europa che oggi pare abbia scordato quegli stessi principi messi in luce nel decantato ed osannato 1789 come primigenio palcoscenico della Libertà come garanzia del futuro, ed essendo questo principio il padre fondatore della nostra attuale esistenza di cittadini pensanti piuttosto che di cittadini viziati e corrotti dal senso di illibertà quale era l’epoca pre-illuministica, viene naturale pensare che qualcosa si debba pur spiegare a coloro che oggi scendono nella piazza Tahrir ai fini di quella stessa giustificazione che noi avemmo a suo tempo, non solo per le loro lotte quanto per la stessa egemonia di un pensiero ancora discusso in Occidente quale garante unico del futuro.”

Lezione numero 1 dall’Egitto


L’Egitto torna a infiammarsi, oggi battaglia per ore con lanci di pietre, lacrimogeni e di proiettili di gomma in piazza Tahrir, la
piazza che era stata il palcoscenico della rivolta del 25 gennaio scorso. Sono circa 500, secondo fonti mediche, le persone finora ferite negli scontri e 18 gli arresti.
I laici protestano contro il nuovo governo militare (provvisorio?), dopo 10 mesi il popolo non ha ancora visto le riforme promesse.
Una grande lezione dal popolo egiziano, che ha compreso i nuovi trucchi della politica: pulire i panni sporchi senza prevenire la sporcizia, cambiare tutto perché nulla cambi.
Ma il popolo deve essere il controllore dei governanti giorno per giorno (il popolo elegge i propri rappresentanti, non i propri comandanti, questa è la regola numero 1 della democrazia)
Lezione che dovrebbe essere tenuta a mente dovunque, persino nelle democrazie occidentali.

Gaza e Israele: giornalisti sparano sulla folla!


Liberato il soldato israeliano Gilad Shalit dopo più di 5 anni di prigionia nella Striscia di Gaza, in cambio di 1027 prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane.
Le tv ha seguito il fatto da vicino: a Mitzpei Hila, dove Noam Shalit ha piazzato un’enorme bandiera con la stella di David sul tetto; a Kerem Shalom, punto d’incontro fra Israele, Gaza e Egitto, dove Gilad è stato prima passato agli egiziani e poi a Israele; infine a Tel Nof, base aeronautica dove Gilad ha incontrato Bibi Netanyahu e i suoi genitori, per poi tornare a casa.
Lettura di questo fatto?
Molti in Europa parlano di vittoria morale per Israele: il movimento Hamas e gli altri estremisti palestinesi mandano i loro adepti in missioni suicide per uccidere il maggior numero di donne, uomini e bambini israeliani, Israele ha accettato di mettere in libertà terroristi pericolosi e colpevoli di atti sanguinari per salvare uno solo dei suoi soldati.
Poi c’è chi sottolinea che a Gaza la gente esultava inneggiando ai terroristi.
Mentre da parti politiche opposte si parla di coloni (facciamo il nome, il rabbino Avichai Rontskiche) che vorrebbero cercare e uccidere questi terroristi liberati.
Facciamo i complimenti vivissimi a tutti coloro che fomentano un conflitto che presenta oggi un momento di tregua.
Facciamo i nomi, quel concentrato di faziosità e incompetenza che è “il Giornale” e tale “ticinolive.ch” (svizzeri ex neutralisti?), ma anche altri.
La guerra tra palestinesi e israeliani è anche mediatica, VOI che scrivete queste cose siete dei soldati che sparano sulla folla chiamando degli ex prigionieri terroristi (in realtà fino a prova contraria sono attivisti ed ex prigionieri poi, se su parte di loro ci sono le prove della loro colpevolezza, hanno scontato una pena, quindi, come in tutti i Paesi del mondo, sono ex rei) e pubblicando parole di rabbini qualunquisti che, a parte il loro ruolo, rimangono esseri umani che esprimono futili opinioni dettate dal solito integralismo religioso tale quale gli integralisti islamici palestinesi. Insomma, palestinesi ed israeliani sono molto più simili di quanto possa sembrare, sia ai livelli alti e istituzionali (con la loro volontà di pace), sia a quelli popolareschi, rabbini compresi (e la loro stupida voglia di vendetta).
La tregua, signori giornalisti, è un primo effetto della primavera araba e della volotà di Israele di mostrarsi connivente al passaggio dei regimi arabi alla democrazia. E come dare loro torto?
Finalmente, forse, una volta che tutte i Paesi arabi si saranno trasformati in democrazia (ma ancora non è vicino il momento), Israele potrà essere più tranquilla dal punto di vista della sicurezza (loro obiettivo principale), e vedere prendere in considerazione veramente le sacrosante ragioni di autodeterminazione della Palestina, in parte da loro ancora oggi colonizzata.

Egitto: l’Esodo si ripete?


Dopo le violenze e gli scontri dei giorni scorsi il bilancio delle vittime copte sarebbero almeno 36.
Si parla già di esodo di 100 mila cristiani copti dall’Egitto.
Un nuovo esodo dall’Egitto, questa volta cristiano in fuga dall’intolleranza religiosa?
La paura dei cristiani copti è giustificata, quanto quella di molte minoranze religiose in tutto il mondo (Europa compresa).
Questo è il motivo perché milioni di persone non credono alla religione come istituzione spirituale. Spesso la religione porta odio, xenofobia e razzismo.
Le istituzioni religiose parlano di “integralismo” non conforme al loro volere, ma sono le istituzioni stesse la base teorica di questi integralismi: il Cattolicesimo, l’Ebraismo e l’Islam (non solo, ma più di altre religioni) sono castelli di dogmi, precetti e tradizionalismi che non vogliono (quasi mai) sentir parlare di “evoluzione religiosa” o “innovazione religiosa”.
I summit interreligiosi sono cosa recente e troppo teorica, mai avallata sul campo da nessun passo concreto verso l’altro.
Il fedele della religione altra è, e resta, un infedele.
Su queste basi, è normale che al gente gridi: basta religione, più spiritualismo.

Yemen: è guerra civile!


A Sana’a, nello Yemen, sono morte almeno 56 persone (cinquantasei!) tra domenica e ieri, secondo medici e testimoni, dopo le dimostrazioni per chiedere la fine dei 33 anni di regime del presidente Ali Abdallah Saleh.
Oggi alcuni razzi e molti colpi di artiglieria hanno colpito un campo di manifestanti.
In pratica, come Tunisia, Egitto, Libia e Siria.
I media europei e italiani sostanzialmente ignorano la notizia, in Italia nelle prime “pagine” dei Tg ci sono nuovamente Sarah Scazzi e Melania Rea e il circo pietoso della collusione sessuale tra spettacolo e politica. Del 56 arabi morti per la propria libertà interessa poco o niente. Questo è il giornalismo televisivo occidentale?

Come va il mondo?


Notizie di oggi 8 maggio 2011:
* Afghanistan: Attacco talebano scuote Qandahar
* Siria: Carri armati a Baniyas, uccise 4 donne
* Egitto: scontri fra cristiani e musulmani: almeno 9 morti

L’ottimismo degli Usa e in parte europeo che si respira è ingiustificato. Ci sono collegamenti tra la primavera araba e l’annuncio della morte di bin Laden?

Mubarak te salutant


Il governo della NeoRepubblica Kaotica di Torriglia saluta Hosni Mubarak e accoglie con ottimismo misto a preoccupazione la caduta del suo regime e augura alla nazione dell’Egitto un futuro di libertà e prosperità.

Desert Storm (venti di rivolta dal deserto)


La recenta rivolta in Tunisia con la fuga dell’ormai ex presidente Ben Alì ha portato a un effetto domino di rivolte nel Nordafrica.
In questi giorni la rivolta si è estesa a tutto l’Egitto contro il regime pluriennale di Hosmi Mubarak. Ma focolai di proteste (e vere e proprie rivolte) ci sono state in Algeria (contro il regime di Abdelaziz Bouteflika), in Yemen, e si teme che l’effetto si estenda ad altri Stati islamici.
La particolarità è che le rivolte sono cominciate nei Paesi più “moderati” tra quelli islamici, e questo anche a causa degli effetti della globalizzazione (internet e social networks).
Mentre Barack Obama telefona a Mubarak suggerendogli di non usare violenza e di ascoltare in generale il volere del popolo, il re del Bahrein Hamed Bin Isa Al Khalifa propone un summit dei capi di stato coinvolti o a rischio (una cupola di “Islam Nostro”?)
Molti, tra cui noi della NeoRepubblica, si augurano uno scenario futuro di democrazia in questi Paesi, ma la questione potrebbe prendere altre pieghe.
Pensiamo innanzitutto a una reazione dei regimi più rigidi tra i Paesi islamici, oppure a un’estensione della rivolta in Europa: non bisogna del tutto separare l’aumento dei prezzi nel Nordafrica con il rincaro dei prezzi in Europa (con conseguenze che non possiamo ancora valutare).
Noi della NeoRepubblica siamo pronti a riconoscere gli eventuali nuovi governi solo se saranno governi democratici eletti senza illegalità.