Dossier Personaggi III.
Passiamo a un personaggio molto più vicino ai nostri tempi: Grigorij Efimovič Rasputin.
Rasputin è nato come contadino il 22 gennaio 1869 a Pokrovskoe, una piccola città della provincia di Tobol’sk in Siberia. Fin da ragazzo dimostrò un’indole fortemente tesa alla spiritualità e al misticismo ossessivo, fenomeno diffuso e frequente tra i popolani della Russia centrale, che non avevano conosciuto l’oppressione della servitù della gleba tanto quanto era accaduto nelle campagne della Russia europea e che quindi si presume avessero l’opportunità di costumi più liberi e legati a tradizioni secolari precristiane.
Dopo essersi sposato ed aver avuto tre figli, intraprese lunghi pellegrinaggi, che lo condussero fino al Monte Athos, in Grecia. Aderì probabilmente alla setta dei Khlysti, una congregazione clandestina di orgiastici che criticava gli eccessi di secolarità della Chiesa ortodossa, frequentò il Movimento nazionalista dei Veri Russi. Malgrado la mancanza di istruzione creò una rete di relazioni di altissimo livello che nel 1905 lo condusse alla corte dello zar Nicola II, a cui fu invitato per la fama dei suoi poteri sciamanici. Qui conobbe la zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, la quale rimase del tutto sedotta dal potere con cui Rasputin riuscì a salvare la vita all’erede al trono Aleksej Nikolaevič Romanov, affetto da emofilia.
Secondo una teoria, Rasputin sarebbe riuscito ad interrompere le crisi emolitiche di Aleksej utilizzando un tipo di ipnosi che rallentava il battito cardiaco del bambino, riducendo in questo modo la pressione del sangue. Secondo un’altra ipotesi, sembra che i medici di corte tentassero di guarire l’emofilia dello zarevic con l’aspirina che, se da un lato leniva i dolori articolari, dall’altro acuiva le emorragie causate dall’emofilia. Secondo questa versione, senza aspirina la salute di Aleksej migliorava e il merito veniva attribuito a Rasputin.
In ogni caso almeno in un’occasione le sue preghiere (anche a distanza) ebbero effetto dopo pochissime ore, dopo giorni di inutili cure mediche.
Da quel momento in poi la zarina nutrì totale fiducia in Rasputin la cui fama di conseguenza crebbe tra i membrei dell’alta società di San Pietroburgo.
Il suo carisma mistico esercitò sulla famiglia Romanov, in particolar modo sulla zarina Alessandra, un’influenza così intensa da dare adito a molte congetture: si giunse al punto che le numerose segnalazioni sul suo intenso libertinaggio con le dame dell’aristocrazia venivano regolarmente smentite dalla coppia reale, talvolta anche con la punizione degli zelanti segnalatori. Rasputin, oltre che dare speranze alla famiglia imperiale circa una possibile guarigione del giovane Aleksej, sembrava andare incontro alle ispirazioni più intime dei sovrani. Infatti egli, essendo un semplice figlio delle campagne, rappresentava ciò che Nicola II e Aleksandra Fëdorovna avevano sempre desiderato: un contatto diretto con l’autentico popolo russo, senza intermediazioni di etichetta e convenzioni sociali. Attorno a Rasputin si creò una vastissima rete di noti personaggi e politici, che in cambio di intercessioni rispetto alla sovrana erano disposti a soddisfare le richieste che Rasputin faceva loro da parte di migliaia di postulanti.
Dalle campagne contadini e artigiani accorrevano chiedendo aiuto e intercessione allo starec, a tal punto che l’appartamento durante la giornata era sempre affollato e il telefono squillava in continuazione. Nelle mani di Rasputin passavano centinaia di rubli, che egli indiscriminatamente distribuiva ai postulanti; richieste di denaro, di occupazione, e anche lamentele dalle campagne verso i grandi proprietari giungevano a Rasputin che, in quanto creditore presso personaggi dell’alta società, le faceva andare nella maggioranza a buon fine.
Il resto dell’enorme quantità di denaro era spesa, come attestano i numerosi verbali di polizia, in locali notturni e in incontri ai bagni pubblici con donne di ogni classe ed età: la stampa pubblicava in continuazione scabrosi racconti di fantasia sulle sue leggendarie notti; ciò accrebbe le dicerie non solo su una sua presunta super dotazione, quanto su una improbabile e sempre smentita relazione con la sovrana.
Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, Rasputin si oppose fermamente all’entrata in guerra della Russia, e pronosticò che avrebbe portato immani catastrofi ai contadini, che sarebbero morti a migliaia. Tuttavia, non poté esercitare la sua influenza sul sovrano, perché subì un attentato nel suo villaggio siberiano il 28 giugno, lo stesso giorno dell’omicidio di Sarajevo.
Nel 1915, con la partenza dello zar per il fronte, le denunce di Rasputin contro le collusioni di ministri e alti funzionari con il traffico illegale d’armi e le speculazioni sui latifondi ai danni dei contadini si intensificarono. La zarina, che assente lo zar deteneva il potere a San Pietroburgo, effettuò su suo consiglio continui, disastrosi e repentini cambi al vertice di governo, proprio nel momento in cui, in assenza del sovrano dalla politica interna, si necessitava di un governo forte.
Molti si accorsero che Rasputin aveva effetti sulle decisioni dei reali in tema di politica e il monaco venne accusato anche di corruzione e per questo allontanato dalla residenza imperiale dallo stesso zar.
Nel 1916, in piena crisi di governo, che Rasputin stesso con la sua rete clientelare aveva contribuito a creare, e tra le alterne fortune degli eserciti russi sul fronte orientale, una congiura ordita dal granduca Dmitrij Pavlovič, dal principe Feliks Feliksovič Jusupov e dal deputato conservatore Vladimir Mitrofanovič Puriškevič, decise di assassinarlo.
La sua morte fu romanzesca come la sua vita. Fu avvelenato con il cianuro durante una cena a casa di Feliks Jusupov, ma dato che resistette al potentissimo veleno, i congiurati decisero di sparargli. Nonostante fosse stato abbondantemente avvelenato e colpito da un colpo di pistola al fianco, Rasputin si riebbe; venne così colpito da un nuovo colpo alla schiena e, mentre veniva trascinato verso il cancello del cortile, fu finito con un colpo in fronte.
Il suo cadavere fu gettato nel fiume Moika, da cui riemerse il giorno dopo. Secondo l’esito dell’autopsia il corpo non presentava tracce del veleno, dando luogo a dispute tra gli storici circa l’effettiva modalità di eliminazione. È molto probabile che il cianuro addizionato agli zuccheri del dolce e dell’alcool abbia sviluppato cianidrine che sono commestibili e non danno avvelenamento. Ma soprattutto fu riscontrata acqua nei polmoni: quindi nonostante il veleno e i colpi di pistola Rasputin fu gettato nell’acqua ancora vivo!
Rasputin fu quindi sepolto, ma il suo corpo venne poi dissotterrato e bruciato ai bordi di una strada. Non ci volle molto perché venissero presi provvedimenti contro i partecipanti del complotto, anche se per alcuni giochi di palazzo non venne svolto alcun processo. Jusupov fu mandato in esilio. Dmitrij Pavlovič fu inviato in Persia a combattere in prima linea (ma questa “pena” lo salvò: perché riuscì a fuggire dopo la congiura contro i Romanov).
Dal 2004 in un museo di San Pietroburgo, dedicato all’erotismo, viene mostrato e conservato un pene di considerevoli dimensioni (33 centimetri): alcuni studiosi sostengono che sia l’autentico pene di Rasputin.
Rileggi dalla Parte I.
Vai alla Parte IV: Julian Assange.



Israele, Italia e Spagna: la violenza è l’unica soluzione
Lo sciopero europeo contro le misure di austerity è degenerato in scontri in Spagna, a Madrid, e in diverse città italiane (Roma, Milano, Torino, Padova, Brescia). Scioperi ci sono stati anche in Portogallo, Grecia, Polonia e Germania, dove pare la polizia si sia comportata in modo molto diverso, agevolando il corteo anziché impedirne l’avanzata.
Nel frattempo Israele lancia un missile sull’auto di Ahmed Jaabari, capo militare di Hamas, uccidendolo. Hamas giura sanguinosa vendetta. Gli Usa sostengono che Israele abbia diritto di difendersi, approvando inconsapevolmente (?) anche la dichiarata rappresaglia palestinese: è evidente che anche loro vogliono la guerra.
I ministri italiani fanno spallucce e lanciano condanne generiche contro le violenze (ma mi chiedo cosa ci sia di più violento che far pagare la crisi alle classi meno abbienti), senza chiedersi le motivazioni degli studenti (forse se li aspettavano un po’ più choosy).
Sia il governo, sia i media, sia la sinistra, dividono i “facinorosi infiltrati” dai “manifestanti pacifici”, senza chiedersi se sia una divisione artificiosa, di comodo o no (certo che è di comodo, ognuno per un motivo diverso), senza chiedersi le motivazioni che spingono alla rabbia, senza chiedersi se la questura sia stata in grado di controllare l’ordine pubblico o abbia commesso degli errori.
Io invece mi chiedo se sia giusto assegnare a un corteo un percorso che non comprenda il luogo dell’istituzione contro cui vuole protestare (se io protesto contro il parlamento, dove lo vorrei fare, secondo voi?).
L’assegnazione di un percorso secondo la questura più sicuro, diventa insicuro perché evidentemente “fuori strada” e non concorde al volere di chi organizza la protesta. E lo scontro (o l’errore) nasce in questo momento, poi sapere chi sia stato il primo a lanciare la molotov/bomba carta/lacrimogeno lo lasciamo ai discorsi da bar.
Come tutti sanno, la guerra si dichiara prima di combattere.
Noi la pensiamo come Pier Paolo Pasolini: siamo dalla parte degli offesi, quindi in primis le forze dell’ordine di prima fila e i manifestanti. I responsabili, anche questo lo sanno tutti, vanno cercati più in alto.
Le questure hanno voluto la guerra, i “facinorosi” hanno voluto la guerra, Israele e gli Usa vogliono la guerra, Palestina vuole la guerra. Ma attenzione, guerrafondai: ci sono i ministri tecnici/finanzieri/economisti che vi condannano, che paura, eh?!
Chissà come andrà a finire…?
Intanto a Gaza stanno bombardando (e non sono le uova sulle vetrine di Roma).
Pubblicato da Kremo in 14 novembre 2012
http://nazioneoscura.wordpress.com/2012/11/14/israele-italia-e-spagna-la-violenza-e-lunica-soluzione/