Che due maro’!


Questo articolo non vuole offendere nessuno e non vuole entrare nel merito delle responsabilità del fatto, ma è una critica a come i media italiani trattano l’avvenimento.
Stiamo parlando della detenzione in India dei due marinai militari italiani (detti marò) Massimiliano Latorre e Salvatore Girone a seguito dell’uccisione di due pescatori creduti pirati.
Siamo convinti, insieme con le autorità italiane, che il fatto, in quanto avvenuto in acque internazionali, sia di competenza della nazionalità dei responsabili, quindi l’Italia. L’India risponde che per i terroristi non vale questa norma, ma è appurato che i due marò non sono terroristi.
Detto questo, bisogna tener presente che sono morti due pescatori innocenti, padri di due famiglie, già povere, che oggi non hanno più un introito e che per loro sarà difficile andare avanti. Sembra che i media italiani accusino l’India di detenzione indebita dei due militari, cito testualmente il TG5 (ma potrei citare altri telegiornali) “i due marò non sono ancora liberi”. Questo la dice lunga sulla serietà delle intenzioni della giustizia militare italiana, se il caso fosse portato in Italia: ho paura che, come spesso succede con i militari, siano assolti, o siano riconosciuti colpevoli ma lasciati liberi su cauzione o con la pena di un’ammenda.
E qui sta il punto: non è che essendo in acque internazionali, allora sono innocenti: hanno ammazzato due pescatori, credendoli pirati? Omicidio. Sarebbe “colposo” se non volevano uccidere. Ma loro volevano uccidere, ma hanno sbagliato le persone. Qui sta l’attenuante, ma l’errore l’hanno fatto, e va pagato. Per il momento sono in India, in un carcere sopra la media quanto a condizioni e, a parte la questione della territorialità, non vedo che cosa debbano recriminare, se non avere il diritto di un processo equo.

Siria: sempre peggio


Continuano i bombardamenti in Siria con decine di morti ogni giorno, la guerra si è estesa praticamente a tutto il Paese, dopo Homs, Damasco e Aleppo.

Alcuni attivisti siriani hanno tentato un blitz all’interno dell’ambasciata siriana in Italia. Sono stati tutti arrestati e sottoposti al giudizio per direttissima. In totale si tratta di 12 persone. Gli agenti delle Volanti e la Digos della Questura di Roma hanno bloccato i ragazzi grazie alla segnalazione dei militari addetti alla sicurezza dell’ambasciata. Gli attivisti apparterrebbero al Coordinamento dei siriani liberi di Milano, che da giorni manifestano contro il regime di Assad. L’assalto sarebbe stato pianificato per chiedere la destituzione dell’ambasciatore Hassan Khaddour.

L’11 febbraio, durante un incontro con i media, il portavoce del Ministero degli Esteri Siriano, Jihad Makdissi, ha affermato che la Siria ha chiesto agli ambasciatori di Libia e Tunisia di lasciare il Paese entro 72 ore. Jihad Makdissi ha inoltre annunciato che la Siria ha già chiuso la sua ambasciata in Qatar e richiamato gli ambasciatori in Kuwait ed Arabia Saudita.
Il 9 febbraio il Ministero degli Esteri libico aveva espulso il corpo diplomatico siriano, mentre il 4 il governo tunisino aveva cacciato dal paese l’ambasciatore siriano e dichiarato di non riconoscere più l’attuale governo.
Ad oggi hanno ritirato i propri ambasciatori in Siria: Usa, Spagna, Francia, Belgio, Olanda, India e Italia.

Il Bhutan incorona la sua reginetta


Jetsun PemaNel piccolo regno del Bhutan, che conosciamo per la particolare caratteristica di avere due capitali, quella invernale (Punakha), e quella estiva (Thimphu, ve li vedete i ministri che fanno la transumanza due volte l’anno?), oggi viene celebrata la spettacolare cerimonia nuziale del re Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, 31 anni, il più giovane monarca al mondo, e della studentessa di origini borghese Jetsun Pema di 21 anni. Tra gli invitati ci sono anche i figli di Sonia Gandhi, Rahul e Priyanka, giunti da New Delhi.

I “mattoni” salveranno i “maiali”?


Tempo di acronimi spiritosi, ma anche rivelatori.
I maggiori Paesi in via di sviluppo (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) sono indicati come BRICS (Brick in inglese significa mattoni).
Mentre Portogallo, Italia, Grecia e Spagna (che sono i Paesi europei che sentono maggiormente la crisi e sono quasi considerati una zavorra dall’Europa) sono i PIGS: i paesi maiali!

I “mattoni” che salveranno il mondo


15 anni fa, il capo di Stato Lukha Kremo Baroncinij parlando davanti a un pinta di birra, sosteneva che il Brasile e la Cina (e in generale in Paesi in via di sviluppo) sarebbero stati i protagonisti del futuro e avrebbero anche rappresentato l’avanguardia culturale e artistica.
Insisteva molto sul Brasile, e per questo, i suoi interlocutori lo prendevano quantomeno per brillo, deridendolo nascostamente.
Dire nel 1995 che il Brasile era il Paese del futuro per loro era da ridere: probabilmente pensavano alle ballerine di samba e al calcio-spettacolo.
Oggi il cosiddetto BRICS (Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica) è l’unico gruppo di Paesi al mondo che potrebbero salvare l’Europa e hanno già cominciato a salvare gli Stati Uniti – entrambi colpiti da una crisi che si protrae dal 2007 e che non sembra avere mai fine – grazie all’acquisto di titoli di Stato.
Ecco che quindi i BRICS (Bricks in inglese significa “Mattoni”), i capigruppo dei Paesi emergenti, diventano i pilastri dell’economia mondiale proponendosi di acquistare titoli dei Paesi in difficoltà (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda, Francia e Usa).
Di conseguenza nei prossimi anni, sentiremo la loro influenza culturale e artistica.
Rivolgiamo il pensiero a tutte le persone che negli anni 90 (ma anche oggi) sono state troppo sicure del sistema capitalistico, persone che prima andavano in Brasile a ballare la samba, e che nei prossimi anni ci andranno per lavorare!
Noi l’avevamo previsto con largo anticipo.

In India il parlamento ascolta il Nuovo Ghandi


Anna Hazare, 74 anni, l’attivista gandhiano che dal 16 agosto è in sciopero della fame contro la corruzione, ha messo fine oggi alla sua protesta, dopo 13 giorni. Hazare ha bevuto un bicchiere di latte di cocco e miele, come conseguenza dell’approvazione ieri all’ unanimità da parte dei due rami del Parlamento indiano di una mozione che si impegna a prendere in considerazione le richieste contro la corruzione.
In Italia Gaetano Ferrieri, consulente immobiliare veneziano, protesta contro i politici e i loro privilegi. Il suo presidio davanti a Montecitorio con sciopero della fame è cominciato il 4 giugno. Lo conoscono anche all’estero, ma sui media nazionali ha poca visibilità: “In due mesi – spiega – sono stato intervistato da tantissimi telegiornali. Tutti stranieri. Mai nessun tg italiano mi ha concesso due minuti. Nessuno”. Solo l’interessamento blog e gruppi su internet e qualche artista.
Probabilmente, Gaetano Ferrieri non avrà lo stesso ascolto di Anna Hazare, (a cui sono bastati 13 giorni): dopo più di 80 giorni ancora è considerato un “folle”: per un parlamento degno del peggior Terzo Mondo come quello italiano può anche morire di fame…
[Ferrieri ha in mente il modello di protesta islandese, di cui abbiamo già parlato: http://nazioneoscura.wordpress.com/2011/07/21/nessuna-notizia-dallisanda-parte-ii/]

Il Risiko non è più un gioco: land grabbing e nuovo colonialismo parte II


Dossier Land Grabbing Parte II.
ll problema principale del Land Grabbing non è tanto il fatto che milioni di ettari di terra vengano sfruttati per l’agricoltura o per l’estrazione delle risorse, quanto piuttosto che questo sistema non incide minimamente nello sviluppo dei paesi dove viene praticato. Nemmeno sotto l’aspetto occupazionale ha un’incidenza rilevante in quanto sia cinesi che indiani tendono a usare loro connazionali per il lavoro sulla terra (la Cina usa direttamente i carcerati, più economici). I prodotti coltivati o estratti non vanno ad arricchire il mercato locale o ad alzare il prodotto interno lordo di quei paesi perché vengono immediatamente “assimilati” dai mercati interni cinese e indiano. Non esiste cioè un mercato cosiddetto di “esportazione”, è come se fossero prodotti in Cina o in India. Insomma, è una vera e propria forma di sfruttamento delle risorse locali, sia alimentari che minerarie.
Sotto questo aspetto, il Land Grabbing è una forma di colonialismo strisciante perché lascia l’impressione a chi osserva da fuori che gli Stati abbiano la completa gestione del territorio e delle proprie risorse reali o potenziali, quando invece non è così.
I protagonisti di questo Risiko globale, dove al posto dei carri armati compaiono gli aratri e le mietitrici, sono i fondi di investimento privati che dopo la crisi immobiliare decidono di dirottare le risorse sulla produzione di cibo o biocarburanti in Asia e in Africa, ma anche i Paesi del Golfo dotati di grandi liquidità come l’Arabia Saudita e gli Emirati oltre che le succitate nuove potenze emergenti (Cina e India) che, comprando a prezzi stracciati migliaia di ettari di terra dei Paesi poveri in Asia o in Africa, cercano di garantirsi un granaio di riserva per le esigenze alimentari delle proprie popolazioni.
Il report “Secure Land Rights for All” realizzato dal programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani (United Nations Human Settlements Programme Un-Habitat) e dal Network Global Land Tool, stima che 5 milioni di persone ogni anni subisce espropri di terra; connesso a questo c’è ovviamente il diritto di proprietà, di avere una propria casa, una propria terra coltivabile, e indirettamente i diritti di residenza, di accesso alle risorse naturali, alla sussistenza, al lavoro, alla libertà di movimento.
Alcuni studi svolti tra il 2004 e il 2009 in Etiopia, Ghana, Madagascar e Mali rivelano che circa 2.000.000 di ettari di terra sono stati trasferiti a proprietari stranieri, compreso un progetto di irrigazione di 100.000 ettari nel Mali, una piantagione di 452.500 ettari per la produzione di agrocarburanti in Madagascar, un progetto zootecnico di 150.000 ettari in Etiopia.
Il Relatore sul Diritto al cibo delle Nazioni Unite Olivier de Schutter in un recente inventario ufficiale ha trovato ben 389 acquisizioni di larga scala di terra agricola a lungo termine in 80 Paesi. Solo il 37% dei cosiddetti progetti di investimento mirano a produrre cibo, mentre il 35% è destinato ad agro-carburanti.
In Africa il prezzo di acquisto o di affitto a lungo termine (il contratto, rinnovabile, va da 50 a 99 anni) per un ettaro di terreno varia da 2 a 10 dollari. Il sistema di gestione della terra è basato su regole informali e tradizionali, riconosciute localmente ma non dagli accordi internazionali, e senza alcuna certezza dei diritti fondiari; nessun contadino africano può imporsi e provare a possedere un terreno. Più del 90% della terra non è legalmente regolamentata, il diritto di proprietà riguarda dal 2 al 10% delle terre. Quasi il 50% dei contadini coltiva meno di un ettaro di terra e quasi il 25% ha accesso a un appezzamento più piccolo di un decimo di ettaro.
Nel biennio 2008-2009 45.000.000 di ettari sono stati oggetto di scambio, circa il 70% nell’Africa Subsahariana. Terre che ora non appartengono più agli africani.
Leggi la Parte III.
Rileggi dalla Parte I.

Il Risiko non è più un gioco: Land Grabbing e nuovo colonialismo


Dossier Land Grabbing I parte.
Il cosiddetto Land Grabbing è il fenomeno di grandi transazioni di terreni, tramite acquisto o leasing pluriennali da parte di Paesi, grandi compagnie, multinazionali o privati incoraggiati dai governi stessi. Detto così sembra quasi un particolare aspetto del commercio internazionale.
In pratica Paesi facoltosi economicamente, ma carenti di terra, si accaparrano milioni di ettari acquisendoli dai Peasi più poveri per creare una riserva alimentare strategica.
A dare il via al Land Grabbing è stata l’Araba Saudita, all’inizio del XXI secolo. Il re Abdullah, monarca assoluto d’Arabia, si è reso conto che i miliardi di dollari che affluivano in proprorzione al miliardi di barili di petrolio venduto, non garantivano una stabilità alimentare. Dopo aver fatto costruire costosissime fattorie nel deserto con acqua desalinizzata e ampi pascoli irrigati, ha deciso di acquistare migliaia di ettari di terreno in Etiopia per coltivare riso e cereali a buon prezzo per le esigenze del suo regno. Visto che la cosa funzionava ha cercato di comprare altri terreni in altri Paesi. Cominciando a incontrare una certa resistenza ha aggirato il problema prendendo in affitto immensi appezzamenti di terreno in Zambia e in Tanzania (con formula leasing di 99 anni, in pratica: li ha comprati per un secolo).
La Cina non è rimasta certo a guardare, perché (a causa degli elevati indici di crescita demografica è sempre alla ricerca di risorse alimentari e minerarie.
Il governo di Pechino ha quindi dato il via a un vero e proprio rastrellamento di terreni su scala mondiale. 80.400 ettari di terra acquistati in Russia, 43.000 in Australia, 70.000 in Laos, 7.000 in Kazakhstan, 5.000 a Cuba, 1.050 in Messico. Quindi gli interessi cinesi sono passati in Africa: 2.800.000 ettari in Congo, 2.000.000 di ettari in Zambia, 10.000 in Camerun, 4.046 in Uganda e per il momento 300 ettari in Tanzania. Inoltre ha preso in affitto migliaia di ettari in Algeria, in Mauritania, in Angola e in Botswana.
Dopo la Cina è arrivata un’altro Paese con le stesse esigenze (sovrappopolazione, carenza alimentare e mineraria): l’India.
Il governo di nuova Delhi al momento ha acquisito 50.000 ettari in Laos, 69.000 in Indonesia, 10.000 in Paraguay, 10.000 anche in Uruguay. Poi ha scoperto gli sterminati territori argentini e si è accaparrato 614.000 ettari di terreno argentino, e in Africa 370.000 ettari in Etiopia, 232.000 in Madagascar, 289.000 in Malesia.
Dietro a questi colossi si muovono i Paesi più piccoli, che utilizzano i propri colossi multinazionali. Daewoo e Hyundai stanno comprando, appoggiati dal governo della Corea del Sud terreni in tutta l’Africa. Inoltre, Qatar, Bahrain, Emirati Arabi Uniti hanno acquistato centinaia di migliaia di ettari di terreno fertile in Africa e in Sud America. La Libia ha barattato un contratto di fornitura di gas all’Ucraina in cambio di 247.000 ettari di terreno.
Dietro a questi Paesi “affamati di terre”, i Paesi occidentali (del “primo mondo”) non potevano restare a guardare e, grazie alle multinazionali alimentari e minerarie, hanno cominciato a comprare terre a buon prezzo in tutto il mondo. Questi Paesi hanno esigenze lievemente diverse, in quanto cercano anche terreni per produrre agro-carburanti.
Una vera e propria febbre dell’oro verde che, dopo l’impennata dei prezzi dei generi alimentari del 2006, ha trasformato la terra nel business più redditizio del prossimo futuro. Nel 2007 e 2008, 20.000.000 di ettari di terreni dei Paesi poveri (quasi quanto mezza Italia) sono stati venduti, affittati o fatti oggetto di negoziati con società o governi stranieri.
Leggi la Parte II.