Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj


Dossier Micronazioni Parte II.
Dopo Sealand, passiamo a qualcosa di analogo nel mar Adriatico, l’Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj.

Bandiera dell'Isola delle Rose

Bandiera dell’Isola delle Rose

Francobolli da 3o mills, da 30, 60 e 12o miloj dell'Isola delle Rose (1968)

Francobolli da 30 mills, da 30, 60 e 120 miloj dell’Isola delle Rose


La Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose (che scelse la lingua ufficiale dell’esperanto) fu il nome dato a una piattaforma artificiale di 400 m² che sorgeva nel mare Adriatico a 11,612 km in prossimità di Torre Pedrera, al largo delle coste dell’allora provincia di Forlì e 500 m al di fuori delle acque territoriali italiane.
Costruita dall’ingegnere bolognese Giorgio Rosa (da cui il nome dello Stato), il 1º maggio 1968 autoproclamò lo status di Stato indipendente, scegliendo l’esperanto come lingua ufficiale, proclamando un governo indipendente, emettendo una moneta e dei francobolli, non fu mai formalmente riconosciuta da alcun Paese del mondo. Il governo era formato da una Presidenza del Consiglio dei Dipartimenti e da cinque Dipartimenti, suddivisi in Divisioni e Uffici. Vi era il Dipartimento Presidenza, con a capo Antonio Malossi; il Dipartimento Finanze, presieduto da Maria Alvergna; il Dipartimento Affari Interni, con a capo Carlo Chierici; il Dipartimento dell’Industria e del Commercio, capeggiato da Luciano Marchetti; il Dipartimento delle Relazioni, con a capo l’avvocato Luciano Molè; infine il Dipartimento degli Affari Esteri aveva al vertice Cesarina Mezzini.
Fu occupata dalle forze di polizia italiane il 26 giugno 1968 e sottoposta a blocco navale dalla Guardia Costiera.
In quel momento l’Isola delle Rose aveva soltanto un abitante stabile, Pietro Bernardini, che, dopo aver naufragato nel mare Adriatico durante una tempesta, raggiunse la sicurezza della piattaforma dopo 8 ore in mare; successivamente prese in affitto la piattaforma per un anno.
Nel corso dell’estate 1968 si dotò (ma forse fu solo un tentativo) di una propria piccola stazione radiofonica in onde medie.
55 giorni dopo la dichiarazione d’indipendenza, martedì 25 giugno 1968 alle 7:00 del mattino, una decina di pilotine della polizia con agenti della DIGOS, dei carabinieri e della Guardia di Finanza circondarono la piattaforma e ne presero possesso, senza alcun atto di violenza. All’isola fu vietato qualunque attracco, e non fu consentito al guardiano Pietro Ciavatta e a sua moglie, uniche persone al momento sull’isola, di sbarcare a terra.
Il 5 luglio 1968 ci fu un’interrogazione parlamentare da parte del Movimento Sociale Italiano, inoltrata al Ministro dell’Interno italiano.
L’11 luglio 1968 le autorità italiane permisero al guardiano dell’isola Piero Ciavatta e a sua moglie di sbarcare a Rimini.
Il 7 agosto 1968 Rosa fu interrogato dal dottor Mariani della questura di Bologna e il giorno dopo fu emesso un dispaccio del Ministero della Marina Mercantile, con cui si notificava alla S.P.I.C., nelle persone del suo presidente Gabriella Chierici e del suo direttore tecnico Giorgio Rosa, di provvedere a demolire il manufatto costruito al largo di Rimini, con avvertenza che altrimenti si sarebbe proceduto alla demolizione d’ufficio. Rosa notificò il ricorso.
Il 27 settembre 1968 venne trattato in prima udienza il ricorso; una seconda seduta si tenne l’8 ottobre, e in questa sede il ricorso venne respinto
Il 29 novembre 1968 cominciarono le operazione di sbarco del materiale dall’isola da parte della Marina Militare Italiana per la demolizione.
Telegrammi d’appoggio all’isola vennero spediti da esponenti Partito Socialista Italiano e del Partito Socialdemocratico.
Il 23 dicembre 1968 si svolse il sopralluogo. In mattinata sull’isola per constatarne lo stato si recarono il consulente tecnico d’ufficio Giuseppe Lombi, due geometri e un ingegnere, mentre nel pomeriggio nel porto di Rimini si constatò l’inventario dei materiali sequestrati dalla Marina Militare Italiana il 29 novembre. Mancavano all’appello parecchie apparecchiature, tra cui il nautofono.
Il 22 gennaio 1969 il Pontone della Marina Militare Italiana salpò per l’Isola delle Rose, per la posa dell’esplosivo per la distruzione.
Rosa rilasciò una durissima intervista ad Amedeo Montemaggi di Rimini de Il Resto del Carlino, che però tagliò la frase: «mi vergogno di essere italiano!»
L’11 febbraio 1969 sommozzatori della Marina Militare Italiana, demoliti i manufatti in muratura, e segati i raccordi tra i pali della struttura in acciaio dell’Isola delle Rose, la minarono per farla implodere e recuperare i detriti.
Mercoledì 26 febbraio 1969 una burrasca fece inabissare del tutto l’Isola delle Rose.
L'Isola delle Rose

L’Isola delle Rose


Rileggi dalla Parte I.
Vai alla Parte III.

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3 commenti

  1. Maciknight

     /  19 maggio 2012

    La storia spesso è beffarda quando non oltraggiosa verso gli stolti ed i protervi al potere. Ci sono stati grandi monarchi e condottieri morti miseramente per una caduta da cavallo, affogando in pochi cm di acqua o addirittura per dissenteria. Adesso temo che le circostanze che il Fato sta elaborando e destinando al nostro paese siano assai simili alla dinamica finale dell’Isola delle Rose, ovvero come la microstoria a volte si intrecci e si prenda delle rivincite rispetto alla macrostoria, soprattutto quando si disprezzano i diritti, le libertà e la dignità delle persone.

    Rispondi
  1. Principality of Sealand « NeoRepubblica Kaotica di Torriglia

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