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TRACCE SONORE: Pholas Dactylus – Concerto delle Menti


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TRACCE SONORE: Pholas Dactylus – Concerto delle Menti

Si sente spesso dire che il tempo annacqua le cose. Anche nel caso degli ascolti musicali in parte è così. Due esempi a caso; ascoltare oggi Raffaella Carrà che canta Rumore genera un senso di simpatia e tenerezza, mentre quando uscì molti bollarono il brano come musica-spazzatura. Discorso analogo anche se contrario per Music with changing parts di Philip Glass, che all’epoca venne considerato ostico e di difficile ascolto, mentre oggi ci si approccia quasi come fosse musica d’ambiente.
Ecco, nel caso del disco di cui parlo oggi, il tempo non lo ha scalfito minimamente.
Si tratta dell’unico lavoro dei Pholas Dactylus dal titolo Concerto delle Menti.
Uscito all’inizio degli anni ’70 in piena era prog, e da me scovato i giorni scorsi in una libreria che vende anche musica usata, nello scaffale delle super offerte, è un valido esempio di come anche gli italiani riuscirono a esprimere realtà di assoluto rispetto pur con il limite della lingua.
Il disco in questione rappresenta una visione parallela di quelli che una volta venivano chiamati concept album.
È infatti caratterizzato da due lunghe suite che originariamente occupavano le due facciate del vinile, con la piacevole particolarità che il cantato è sostituito da un recitato melodrammatico molto coinvolgente anche se rende l’ascolto piuttosto impegnativo.
La musica segue la narrazione in maniera imperiosa, con passaggi azzardati fra un jazz-rock di facile lettura e di pregevole scrittura e alcuni ostinati orchestrali di matrice minimalista.
Poi improvvisamente tutto si placa e si passa in maniera inaspettata a intermezzi acustici più rilassanti che però aprono a momenti più aspri con suoni decisamente più duri.
Il tutto sorretto dalla voce recitante che imprime a tutta l’opera un senso di inquietudine e desolazione.
Ho cercato di immaginarmi che impatto avesse potuto avere al momento dell’uscita, anche se pare che le vendite siano state scarsine, pensando che anche oggi risulta un disco affascinante ma non certo rilassante e da non utilizzare per facili ascolti serali.

Opera unica merita sicuramente un posto sullo scaffale di chi è interessato a riscoprire sonorità prog all’epoca passate inosservate e che oggi prepotentemente tornano alla ribalta fra reunion, a volte imbarazzanti, e nuove proposte davvero intriganti.
Cercatelo, non ve ne pentirete.

massimo ODRZ

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