TRACCE SONORE: Borbetomagus – Barbed Wire Maggots


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TRACCE SONORE: Borbetomagus – Barbed Wire Maggots

Anni fa leggendo un saggio sulla musica elettronica mi imbattei in un trio americano dal nome accattivante: Borbetomagus.  Autori e fautori di una musica inclassificabile, cacofonia pura se si può usare un’espressione che li possa identificare, mi appassionarono subito e quindi acquistai un loro disco.

Poi, come capita spesso, di loro mi dimenticai fino a quando non ho trovato recentemente un’altra loro prova discografica, Barbed Wire Maggots, che ho comperato al volo.  Il disco originale è del 1982, uscito per la loro etichetta personale, la Agaric Records di New York.

Due brani senza titolo, nella versione in vinile uno per facciata, in cui i tre pazzoidi scatenati, due sax e un chitarrista (autore anche della copertina), suonano all’impazzata una sorta di musica concreta a rovescio, nel senso che i suoni scaturiti dagli strumenti rimandano a versi e rumori della vita quotidiana.

I mattacchioni iniziano molto lentamente con volumi soffusi, inducendo l’ascoltatore, dopo un paio di minuti, ad alzare il volume del proprio impianto, ed è lì che loro ti aspettano. Improvvisa parte una gragnuola di starnazzi, urla, schiamazzi, trombe da ammazzare chiunque.

Si parte da un barrito di elefante, poi sembra arrivare un camion, attenzione sul fondo c’è una nave che aziona la sirena, sta entrando in porto; un bambino piange e si dispera in maniera lancinante, adesso ci sono dei volatili che starnazzano, poi tutto sembra placarsi ma non c’è tregua a questo assalto sonoro disordinato, inquietante, davvero devastante. Un’auto tira una frenata di un paio di minuti interminabili, adesso è una donna che urla impazzita, ecco che ritornano gli elefanti, di nuovo qualche camion, poi sembra di sentire una chitarra che stride, ma è davvero la chitarra o è uno dei due sax?

Non lo sapremo mai…..

In mezzo a questo tornado ultrasonico qualche nota di sax, questo sì riconoscibile, sparsa qua e là a ricordarci che stiamo ascoltando musica…

Gli ultimi tre minuti del pezzo sono, se possibile, ancora più assurdi.  Tutti e tre i musicisti fanno a gara a chi urla di più, siamo in città in un’ora di punta, veramente impossibile resistere, eppure tutto il suono ti trascina in un vortice senza fine, che però (fortunatamente?) finisce in dissolvenza.  Il secondo brano, come in un film dell’assurdo, è completamente diverso ma contemporaneamente è la fotocopia del primo.

Ragazzi, tenetevi forte se decidete di avvicinarvi ai Borbetomagus.  L’ascolto è un giro della morte senza fine o quasi, 43 minuti e 13 secondi che sembrano due secoli e mezzo.  In confronto il noise giapponese è una roba da educande.

Buon ascolto.

Ah, dimenticavo l’aneddoto in chiusura.  Borbetomagus è il nome celtico dell’odierna città tedesca Worms, detta anche la città dei Nibelunghi.

Ri-buon ascolto.

massimo ODRZ

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