Turchia: la resa dei conti dello scheletro curdo nell’armadio


I fatti: il 31 marzo in Turchia alcuni uomini armati del gruppo marxista-leninista DHKP/C sono entrati in un tribunale di Istanbul prendendo in ostaggio il procuratore Mehmet Selim Kiraz. L’attacco è terminato diverse ore dopo, con un blitz delle forze speciali turche. Kiraz, che stava indagando sulla morte di Berkin Elvan, un giovane turco ucciso durante le proteste anti-governative al parco Gezi di Istanbul nel 2013, è morto in serata in ospedale. Oggi invece un uomo armato è entrato nell’ufficio di Istanbul dell’AKP, il partito conservatore al governo, e ha appeso una bandiera rossa a una finestra (la bandiera non è ancora stata identificata). L’uomo è stato arrestato poco dopo dalla polizia. Nel pomeriggio sono stati sentiti dei colpi di arma da fuoco di fronte a una stazione di polizia di Istanbul: BBC scrive che la polizia ha sparato a due uomini armati. Ayla Albayrak del Wall Street Journal ha scritto che il governatore di Istanbul ha detto che uno dei due assalitori era una donna: ha tentato di farsi esplodere ma è stata uccisa dalla polizia. Il secondo assalitore è scappato.
Vediamo come il “il Post” (che ringraziamo e invitiamo a seguire) commenta la sequenza di avvenimenti:
“Il New York Times ha scritto che la crisi “ha evocato in Turchia fantasmi e traumi recenti”. DHKP/C, il gruppo marxista che ha compiuto l’attacco al tribunale di Istanbul, è nato e cresciuto nel corso degli anni Settanta, un periodo di grande violenza politica nel Paese. Nel giro di pochi anni, specialmente dal 1976 al 1980, gli scontri tra gruppi ultranazionalisti di estrema destra e gruppi di estrema sinistra provocarono circa 5mila morti. Le violenze si intesificarono anche per le interferenze di Unione Sovietica e Stati Uniti, che negli anni della Guerra Fredda cercarono di aumentare la loro influenza in Turchia, uno dei paesi europei più importanti dal punto di vista strategico.”

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