Cile, Hong Kong, Ecuador, Catalogna, Libano, Egitto e Russia: cos’hanno in comune tutte queste rivolte


In molti Paesi negli ultimi mesi abbiamo assistito a cortei di protesta imponenti. Ognuno con le sue priorità ma c’è un filo conduttore: Hong Kong reclama la propria autonomia e chiede che le sue prerogative siano preservate, anzi ampliate, nonostante la pressione della leadership comunista. Le proteste sono iniziate quando la governatrice Carrie Lam ha cercato di far passare una legge sull’estradizione di ricercati e sospetti in Cina, ma poi sono continuate nonostante la proposta sia stata ritirata.
Anche in Cile (l’aumento del costo dei mezzi pubblici) e in Libano (una tassa su Watsapp e le chiamate  via internet) i cortei sono continuati nonostante venissero meno i motivi che avevano scatenato la protesta.
Ancora più drammatica la situazione in Ecuador, dove Lénin Moreno lascia la capitale Quito e trasferisce l’esecutivo nella città costiera di Guayaquil. Le proteste erano cominciate per l’aumento dei prezzi dei carburanti e il taglio dei sussidi.
In Catalogna la gente è scesa in strada dopo la dura condanna di 12 leader indipendentisti. In Egitto si sta protestando contro il governo del presidente Abdelfettah Al Sisi, e in Russia ci sono proteste per la libertà di espressione politica.
Un filo conduttore che unisce i contestatori nel mondo è la lotta contro la disuguaglianza sociale e le accuse di corruzione nei riguardi del governo.
E non dobbiamo dimenticare i Fridays for the Future di Greta Thunberg per il cambiamento climatico.

 

 

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