Fantascienza negli anni ’60 oltre Urania: Interplanet, Fantasia e Fantascienza, Futuria, Gamma e Proxima


Dossier Fantascienza in Italia n. 26 (vedi tutti gli articoli)

1962 Interplanet n. 1 (senza sovraccoperta)

Abbiamo visto che in questo periodo (si potrebbe dire dal 1962), l’editoria che pubblica la fantascienza sembra diventare un po’ più adulta. Infatti, oltre al già citato saggio di Lino Aldani, nel 1962 si registra l’uscita di “Interplanet“, che si affianca a “Galaxy” e “Galassia” tra le riviste pubblicate dalla Casa Editrice La Tribuna di Piacenza (facendo di questa città il “terzo polo” fantascientifico italiano dopo Roma e Milano), si tratta di una serie di antologie di racconti di autori italiane, che arriverà al numero 7 (in 3 anni). “Interplanet” è un ottimo volano per la fantascienza italiana, il primo raro raro contenitore che sarà in grado di aggregare autori nostrani.

Poco dopo, esce il primo numero di “Fantasia e Fantascienza“, mensile uscito per 10 numeri tra il dicembre 1962 e l’ottobre 1963, edito dalla Minerva Editrice e curato da G. Jori, con materiale tratto dalla statunitense “Fantasy & Science-Fiction”.

Nel 1964 Franco Enna si rivede come curatore di “Futuria“, edito dalla Zillitti, mensile uscito per soli 4 numeri, con la collaborazione di Luigi Cozzi (che poi diventerà regista di alcuni film di fantascienza nostrani), Carlo  Rivolta e le copertine dal taglio tenebroso di Ferruccio Alessandri., con titolo di classici statunitensi.

1962 Fantasia e Fantascienza n. 1

Infine, il più duraturo e forse miglior progetto, ovvero “Gamma“, una vera rivista mensile, uscita dall’ottobre del 1965 per le Edizioni Gamma, curata da Valentino de Carlo e sempre con le copertine di Ferruccio Alessandri, che presentava racconti e saggi internazionali con qualche italiano, tra cui Carlo Pagetti, che debutta come saggista. Dal numero 6 dell’aprile 1966 viene pubblicato dalle Edizioni dello Scorpione, e cambia grafica di copertina. Dal 14 (1967) modifica ancora la grafica di copertina che conserva fino all’ultima uscita (il numero 27 del marzo 1968). Si tratta di una delle riviste più interessanti del momento e raccoglie materiale interessante perqualsiasi cultore del genere. I numeri vedranno una ricopertinatura (doppia per i primi 5 numeri, che quindi si trovano in tre versioni diverse, mentre in due versioni i restanti numeri).

Luigi Cozzi riprova l’avventura nell’aprile 1966 con “Proxima“, mensile pubblicato da Granillo editore, curato insieme a Franco Filanci, uscito anch’esso per soli 4 numeri, sempre con classici del calibro di Paul Anderson e Alfred Van Vogt.

Infine, registriama il debutto delle collane e delle riviste della Libra Editrice, che rimandiamo in post apposito.

1964 Futuria n. 1

1965 Gamma n. 1

1966 Gamma n. 6

Gamma n. 14

1966 Proxima n. 1

Qual è il primo fumetto di fantascienza in Italia?


Dossier Fantascienza in Italia n. 25 (vedi tutti gli articoli)

Non è facile distinguere una “rivista di fumetti di fantascienza” da un “albo di fumetti di fantascienza”. La differenza è che la prima presenta fumetti diversi, ma all’atto pratico la differenza percepita è minima e a volte problematica, quando per esempio cambia il fumetto, ma non il personaggio o chi lo disegna o lo scrive. Inoltre, molti fumetti di fantascienza sono usciti a puntate in riviste o giornali che presentavano fumetti di ogni tipo o addirittura anche racconti scritti. Infine, si possono considerare  i superereoi come appartenenti al fantastico ma non alla fantascienza. Per mera curiosità, elenchiamo le prime pubblicazioni italiane, seguendo tutti i criteri:

marzo 1925 “L’esploratore di Marte” sul “Corrierino”: primo protofumetto di fantascienza (immagini con scritte senza balloon).

ottobre 1934: “La distruzione del mondo!!” su “L’Avventuroso” n. 1 [avventura di Flash Gordon, chiamato Gordon Flasce]: primo fumetto di fantascienza (compresi supereroi) su una rivista di fumetti vari.

agosto 1935: “Gli uomini verdi” su “Topolino” n. 139 e seguenti: primo fumetto di fantascienza italiano su una rivista di fumetti vari [di Yambo] (e primo in assoluto se si escludono i supereroi).

novembre 1935: “S.K. 1” su “Topolino” n. 151 e seguenti: primo fumetto di fantascienza italiano in prima pagina su una rivista di fumetti vari.

dicembre 1935: “Avventure di Gordon“: primo albo di fantascienza (compresi supereroi).

1939: “Saturno contro la Terra” di Cesare Zavattini: primo albo di fantascienza (escludendo i supereroi).

luglio 1953: “l’Astrale“: prima rivista di fumetti di fantascienza non di unico autore (dal n. 1 Emilio De Silva e dal n. 6 di ottobre Oscar M. Bracci).

 

 

Qual è il primo racconto di fantascienza in Italia?


Dossier Fantascienza in Italia n. 24 (vedi tutti gli articoli)

Non è facile dire quale sia la prima pubblicazioni che contiene un racconto di fantascienza perché alcuni considerano fantascienza anche alcuni racconti antichi in cui un personaggio inventa qualcosa che non esisteva. Bisogna distinguere però la letteratura fantascientifica da quella fantastica (nonostante la prima sia evidentemente un sottoinsieme della seconda), e poi dalla protofantascienza (ovvero quella che “non aveva coscienza di essere un genere a parte e non aveva nome”). Per cui, a livello mondiale, per esempio si è abbastanza concordi che il primo racconto fantastico sia “La storia vera” di Luciano di Samosata (II secolo d.C.), il primo racconto di protofantascienza sia “Frankestein” di Mary Shelley (marzo 1818) e la fantascienza nasca con il primo numero di “Amazing Stories” dell’aprile 1926 (in cui si autoproclama “scientifiction”, divenuto pochi mesi dopo “science-fiction”), mentre altri autori considerano Wells e Verne pienamente nella fantascienza.

Per quanto riguarda l’Italia, il discorso è un po’ diverso: “Frankenstein” esce prima al cinema, e non viene tradotto e pubblicato fino al 1944. Questo vale anche per i libri di Francis Bacon, di Cirano de Bergerac, pubblicati tutti nel XX secolo, mentre vengono tradotti in breve tempo i romanzi di Verne e Wells. Elenchiamo comunque tutti i “primi” a seconda di ogni criterio:

1548: “L’Utopia” di Thomas More: primo scritto fantastico stampato e pubblicato.

1552I mondi” di Anton Francesco Doni: primo scritto fantastico italiano stampato e pubblicato.

1798 “L’anno 2440” di L. S. Mercier (edizioni Domenico Porcile e C.): primo scritto di protofantascienza.

1857 “Viaggio alla Luna” di Ernesto Capocci: primo racconto di protofantascienza italiana.

1860 “Storia filosofica dei secoli futuri” di Ippolito Nievo: primo scritto di protofantascienza italiana [evidentemente preceduto da “Viaggio alla Luna” ma che qui mettiamo per completezza, dato che il testo di Capocci è stato scoperto da poco].

1873 “Dalla Terra alla Luna” di Jules Verne (edizioni “Fratelli Treves”): primo romanzo di protofantascienza (o fantascienza tout-court).

1885 “Da Firenze alle stelle” di Ulisse Grifoni: primo romanzo di protofantascienza italiana (o fantascienza tout-court).

Impossibile infine distinguere in Italia la nascita della fantascienza rispetto alla protofantascienza, a meno che si estenda la fantascienza almeno ai romanzi di Verne. Ma se usciamo il metodo dell’autoproclamazione del nome (come per il primo numero di “Amazing Stories” negli Usa):

aprile 1952 “Scienza Fantastica” n. 1: prima rivista di fantascienza in Italia, per cui: “Il Ratto delle Sabine” di Lionello Torossi (sul primo numero), primo racconto (italiano) di “fantascienza moderna” (pubblicato sotto il nome del genere “scienza fantastica”)

ottobre 1952 “I Romanzi di Urania” n. 1 con “Le sabbie di Marte” di Arthur C. Clarke: primo romanzo di “fantascienza moderna” pubblicato in Italia sotto il nome del genere “fanta-scienza”.

gennaio 1953Un amico ingombrante” di Lionello Torossi sul n. 5 di “Scienza Fantastica”: primo racconto di autore italiano di “fantascienza moderna” (pubblicato in Italia sotto il nome del genere “fanta-scienza”).

gennaio 1954 “Atlantide Svelata” di Emilio Walesko sul n. 31 di “I Romanzi di Urania”: primo romanzo di autore italiano di “fantascienza moderna” (pubblicato in Italia sotto il nome del genere “fantascienza”).

Quando “Urania” abbandonò il “cerchio”


1996 Urania n. 1285

Nel giugno 1996 il lettore abitudinario di “Urania” probabilmente subì uno choc quando vide cambiare radicalmente la copertina che abbandonò il “cerchio rosso” in cui era inscritta l’immagine per un’immagine a tutta copertina su sfondo nero. Era il n. 1285, “Luce virtuale” di William Gibson, che uscì per la prima volta anche nelle librerie con una nuova numerazione (quindi con il numero “1”), con un formato che riprendeva la collana “I Miti” che aveva avuto molto successo, quindi più spesso e più compatto. Il cerchio era stato introdotto con il numero 336 del 1964 (quindi 22 anni prima!).
Gli anni Urania “nero” hanno vicende alterne, e resistono fino al maggio 2000, quando, a causa della crisi editoriale, con il n. 1388 (“La moglie dell’astronauta” di Robert Tine) continuano le sperimentazioni per rialzare le vendite con l’Urania “codice a barre“. Si tratta dell’Urania meno riconoscibile, e infatti dura poco più di un anno e nel marzo 2001 con il n. 1410 (“Condizione Venere” di Norman Spinrad) si corre ai ripari ripristinando l’immagine a cerchio, mantenendo comunque lo stesso formato, ma semplificando e ingrandendo la testata su sfondo molto visibile (sono gli Urania “arancione“).
In questo periodo si segnalano alcune uscite epocali: l’Urania che festeggia l’anno 2000, con copertina argentata, e quello per i cinquant’anni della testata (nel 2002, con copertina dorata).
Le vendite hanno ancora vicende alterne e seguono la crisi generale dell’editoria, per cui nell’ottobre 2010 si torna al “cerchio rosso” classico con il n. 1587 (“L’ultimo teorema” di Arthur Clarke e Frederik Pohl).

2000 Urania n. 1377

2000 Urania n. 1388

2001 Urania n. 1410

2002 Urania Speciale Anniversario

Per curiosità, quando il cerchio rosso scomparve da “Urania”, fu conservato per un altro anno (fino al giugno 1997) dalla collana “Classici Urania”, relegato poi in costina (fino al 2000) e infine – come detto – ripristinato nel marzo 2001 (un cerchio senza bordo su “Urania” e uno arancione sui “Classici Urania”, poi nel 2012 un cerchio rosso su “Urania” e – cessata la collana dei “Classici” – nel 2013 un cerchio argentato sulla collana “Urania Collezione”), per cui si può dire che dal 1964 a oggi (2019) ogni anno sono usciti dei cerchi Urania, considerando anche la costina.

Albi di fantascienza del primo Dopoguerra (1946-1948)


Dossier Fantascienza in Italia n. 23 (vedi tutti gli articoli)

1946 Avventura su Marte

Abbiamo visto che i fumetti di fantascienza sono inseriti nei giornali e riviste di fumetti, ma gli albi di sola fantascienza tra gli anni ’30 e ’40 sono rari. Nel Dopoguerra, il primo albo di fantascienza è certamente “Avventura su Marte“, del marzo 1946 (supplemento al “Miliardo” n. 1-2). Poi segnaliamo “Tanks l’Uomo d’Acciaio“, un minialbo settimanale pubblicato dal 1945 (nella collana “Albi Forza e Coraggio”), disegnato da Carlo Cossio che, dopo varie avventure “classiche”, nel n. 53 (del novembre 1946) viaggia nello spazio. Le sue vicende “fantastiche” sono però poche e predomina l’avventura classica. Nel dicembre 1946 debutta “Misterix“, pubblicato da Editoriale Subalpino (Alpe), settimanale che esce per 80 numeri fino al 1948.

 

1946 Tanks l’Uomo d’Acciaio. Albi Forza e Coraggio n. 53 (ristampa anastatica degli anni ’70)

1948 Misterix anno III n. 75

Al 1947 risale “Mirko“, altro minialbo settimanale disegnato dallo stesso Cossio (che appare per 29 numeri dal n. 45 degli “Albi dell’Intrepidezza”), “Roal, il Tarzan del mare” (che diventa “Roal, l’Eroe del Mare”) pubblicato dalla Casa Editrice Dap, che esce per 20 numeri settimanali fino al 1948. Nello stesso anno segnaliamo anche alcune avventure fantastiche di “Mandrake” (uscito la prima volta nel 1935 sull'”Avventuroso” e con un proprio albo dal 1944 per la Nerbini), poi “Elio Fiamma nel Tremila” (Albo d’Oro 37, trasposizione di Buck Rogers), “I dominatori dell’Infinito” (“Albo dell’Intrepido” n. 77), “La Cima del Diavolo” (“Albo d’Oro” n. 79), la miniserie “L’Enigma delle Piramidi” (edizioni “Enigmistica Popolare”), per arrivare alla riedizione di “Saturno contro la Terra“, di cui abbiamo già parlato.
Gli “Albo d’Oro” sono i primi che cambiano l’impaginazione da formato orizzontale a verticale (tipico dei comics statunitensi).

1947 Mirko. Albi dell’Intrepidezza n. 45. (ristampa anastatica degli anni ’70)

1947 Albi Grandi Avventure n. 4

Al 1948 risale “Il Demone dello Spazio” (“Albo d’Oro” n. 109), “I Conquistatori del Tempo” (“Albo d’Oro” n. 114), ma soprattutto l’albo “Orson l’Uomo degli Spazi” (di cui abbiamo già parlato), settimanale uscito per 12 numeri per le edizioni “ESSE”, con testi di Alberto Guerri e disegni di Mario Guerri, che è la prima serie di fantascienza a fumetti ad albi in formato moderno, cioè tipo comics statunitensi. Infine, in aprile, si dedica a “L’Uomo Mascherato” un giornale tutto suo (dopo l’albo del 1937 e prima di quello del 1962).
Gli albi e i minialbi orizzontali continueranno per qualche anno, ma negli anni ’50 s’imporrà definitivamente il formato verticale comics usa e il libretto.

1947 Albi dell’intrepido n. 77

1947 Albo d’Oro 73. Elio Fiamma nel Tremila

1947 Albo d’Oro n. 79 (ristampa anastatica del 1988)

1947 L’enigma delle Piramidi n. 3

1948 Albo D’oro 109. Il Demone dello Spazio

1948 Albo d’Oro n. 114. I conquistatori del tempo

1948 L’Uomo Mascherato anno I n. 2

1962: La prima tappa editoriale della fantascienza


Dossier Fantascienza in Italia n. 22 (vedi tutti gli articoli)

1962 La fantascienza

Il boom di riviste di fantascienza in seguito al lancio dello Sputnik (1957), caratterizzato come abbiamo visto, da pubblicazioni di valore e altre meno, prosegue per qualche anno. Dopo il 1952, un’altra data importante è il 1962, quando si esaurisce la creazione di riviste, a volte autorevoli, altre effimere, e vengono pubblicati i primi saggi critici su questa nuova letteratura. Dopo quelle nate nel 1957, abbiamo parlato di “Galaxy” (1958), “Astrotau” (1959), “I Romanzi del Cosmo“, “Galassia” e “Giro Planetario” (1961). Restano da citare altre riviste minori: nel 1958 esordisce “Le Cronache del Futuro” (da non confondere con “Cronache del Futuro” dell’anno precedente), edizioni Maya, mensile uscito per 11 numeri, che presentava romanzi di autori secondari. Nel 1961 esce “Gli Esploratori dello Spazio – Fantascienza“, edita da Editrice Romana Periodici, anch’esso mensile e uscito per 11 numeri, che presentava romanzi di autori classici come Murray Lainster, Arthur Clarke, Sprague De Camp. Nello stesso anno esordisce “I Romanzi del Futuro“, editrice P.E.N., mensile uscito per 6 numeri (5 + 1 numero bis). Nell’ottobre nel 1961 esce “Super Fantascienza – Illustrato“, edizioni Astoria, mensile che presentava romanzi di autori minori, uscito con un primo numero e il mese successivo con il cambio di edizioni (I.L.E.) e la modifica della testata in “Super Fantascienza illustrata“, ripartendo dal numero 1 per 6 numeri. A novembre dello stesso anno è la volta di “Super Spazio“, anch’esso un mensile che presentava romanzi di autori minori, uscito per 10 numeri. Per gli anni successivi non si registrano altre novità di riviste di “seconda scelta”, infatti nel 1962 si registra l’uscita del primo numero di “Interplanet”, autorevole rivista di narrativa italiana, di “Fantasia e Fantascienza”, l’edizione italiana della prestigiosa “Fantasy & Science-Fiction” (parleremo di entrambe), ma sopratutto il saggio “La Fantascienza“, curato da Lino Aldani e pubblicato dalla casa editrice La Tribuna di Piacenza (che pubblicava “Galaxy” e “Galassia“). Sembra quindi che in questo anno, in Italia, ci sia resi conto delle potenzialità speculative della fantascienza e della differenza di valore tra certa narrativa di qualità e i prodotti di evasione da dimenticare.

1958 Le Cronache del Futuro n. 1

1961 Gli Esploratori dello Spazio Fantascienza n. 1

1961 Super Fantascienza Illustrato n. 1

1961 Super Spazio n. 1

I fumetti fantasexy degli anni ’60


Dossier Fantascienza in Italia n. 21 (vedi tutti gli articoli)

1965 Alika n. 1

Come anticipato, negli anni ’60 si registra un boom di pubblicazioni di fumetti. La prima rivista di fumetti di fantascienza “per adulti” risale al luglio 1965: “Alika“. Si tratta di un’aliena (somigliante ora a Brigitte Bardot, ora a Anita Ekberg). La rivista, mensile pocket, esce per 20 numeri, ma il numero 12 viene sequestrato (insieme ad altre riviste di fumetti, rei di “turbare l’ordine pubblico, della famiglia e incitare alla criminalità e al delitto“), sia perché da un paio di uscite le illustrazioni di copertina hanno uno stile più realistico e con la protagonista sempre meno vestita, ma anche perché all’interno venivano ritratti come personaggi politici dell’epoca , come Onassis, Mao Zedong, Aldo Moro, Amintore Fanfani e altri. Scritta da Furio Arrasich, Alessandro Pascolin e Anna Taruffi e disegnata da Giorgio Chiapperotti, Angelo Todaro, Ugo Sammarini, Romano F. Mangiarano.

Nel 1965 esce “Selene“, mensile dichiaratamente di fantascienza, con un formato quadrato che ricorda gli albi prebellici, che esce per quattro numeri, per poi conformarsi al formato pocket per i restanti 3.

1965 Selene n. 1

Nel 1966 esce “Gesebel“, altro mensile di un’eroina fantascientifica sexy, creato da Max Bunker e disegnato da Magnus e proseguito da Erasmo Buzzacchi e Roberto Corbella Peroni. Il fumetto è caratterizzato dalla satira sociale del periodo con riferimenti al femminismo, e alla corruzione politica (e anche questo, infatti, viene sequestrato). L’albo uscì per 23 numeri concludendo la storia (esiste anche una ristampa degli anni ’90).

1966 Gesebel n. 1

E infine, nello stesso anno, il mensile “Uranella“, forse quello più diffuso, perché non affronta satira o questioni politiche, uscito anche in Francia (con il nome “Astrella”) e in Germania. Scritto da Michele Gazzarri, Nino Cannata e Pier Carpi, e disegnato da Floriano Bozzi, per un totale di 20 uscite. Nel 1969 esce “Astrella” (da non confondersi con la versione francese di “Uranella”), di cui abbiamo parlato in un post delle riviste “introvabili”.

1966 Uranella n. 1

 

Riviste minori (e introvabili) degli anni ’60 (e dell’800)


Dossier Fantascienza in Italia n. 20 (vedi tutti gli articoli)

1961 Giro Planetario (completa) [cortesia di Bruno Baronchelli]

Come tutti i collezionisti sanno, il prezzo di un oggetto dipende dal rapporto tra rarità e richiesta, per cui a volte è la forchetta di prezzo può essere molto grande. Ma come in tutti i campi ci sono le cose “introvabili” e più o meno richieste. Nel campo dei libri di fantascienza il più richiesto è certamente il primo numero dei “Romanzi di Urania“, che però non è raro (media del prezzo attuale: 100 euro). La rivista certamente più rara è “Giro Planetario“, di cui si dice che ne esistano solo 3 raccolte complete. Si tratta di una rivistina formato comics Usa, spillata e probabilmente, a suo tempo, distribuita solo nel Centro Italia. Curata da Luigi Santucci, quindicinale, ne uscirono 8 numeri, dal giugno al settembre del 1961. Il materiale era di qualità mediocre, di autori italiani sotto pseudonimo. Negli anni ’80 fu fatta una stampa anastatica, anch’essa introvabile (ultimamente sono state vendute fotocopie in bianco e nero di tutta la serie a 25 euro!). Per fortuna dei curiosi, le Edizioni della Vigna hanno recentemente pubblicato la raccolta completa, una vera e propria ristampa (e anche quella, se non vi sbrigate, sarà presto introvabile). Al secondo posto c’è probabilmente “Nuovi Mondi” (del 1952, di cui abbiamo già parlato) seguito da “Mondi Astrali” (1955, anche questa già presentata), entrambe introvabili, ma con un po’ di fortuna (e fondi) si possono trovare le copie anastatiche degli anni ’80. Per quanto riguarda il fumetto di fantascienza probabilmente non ha eguali la rivista “Lak Timo“, 2 numeri usciti nel 1964 stampati dalla S.I.T.E. di Roma e curate da Gilda Cancellieri (credo mai distribuiti veramente, e da non confondersi con il più celebre “Lak” degli anni ’70), che si trovano a prezzi incredibili; seguito da “Astrella“, mensile uscito da aprile a settembre del 1969, scritto da Rocca e disegnato da Eros Kara (autore anche delle copertine), di cui qualche numero si trova ancora, ma a prezzi poco abbordabili.

1969 Astrella n. 4

Questo per stare nel dopoguerra, ma se estendiamo la ricerca ovviamente ci sono rarità maggiori. Come per esempio la prima edizione italiana di Dalla Terra alla Luna di Giulio Verne, del 1873 delle Edizioni Treves (ovviamente meno cara e ricercata di quella originale francese), o di La macchina del Tempo di Herbert G. Wells (prima edizione italiana del 1902 della Vallardi con il titolo Un’esplorazione del futuro). Ancora più rari gli italiani, come Dalla Terra alle Stelle di Enrico Novelli (Yambo), del 1890 della Salani. Bisogna tener conto, in questi casi, che le prime edizioni erano economiche, quindi stampate come opuscoli con copertina flessibile (e deperibile), per cui il prezzo varia a seconda delle condizioni e solo per la primissima edizione il prezzo lievita considerevolmente. Spesso, quando il libro aveva successo, si stampavano edizioni con copertina rigida (all’epoca “telata”, senza sovraccoperta), in questo caso il libro si conserva meglio e, se l’edizione è impreziosita da immagini, può raggiungere quotazioni notevoli. Inoltre, spesso si rilegavano le edizioni economiche con copertina telata. In questo caso, nonostante ci sia un “rimaneggiamento”, se la ricopertinatura è coeva o quasi, non ne diminuisce il valore.

1890 Dalla Terra alle Stelle (Enrico Novelli) [cortesia di Bruno Baronchelli]

Parlando di rarità, nessuno può battere Viaggio alla Luna di Ernesto Capocci, un opuscolo considerato perduto  fino a tre anni fa (e per qualcuno inesistente perché datato 1857, cioè ben 8 anni prima di De la Terre à la Lune di Verne!), quando fu scoperto in un faldone dimenticato nella Biblioteca Nazionale di Bari: stampato dalla tipografia Cottrau di Napoli, portava effettivamente la data del 1857. Viene così ristampato dalla LB edizioni di Bari nel 2016. Si tratta di una scoperta straordinaria, non solo si restituisce all’Italia il primato del primo viaggio sulla Luna su basi scientifiche, ma la protagonista è una donna, e il suo nome è abbastanza evocativo, si chiama infatti Urania!

1873 Dalla Terra alla Luna. Tragitto in 87 ore e 20 minuti (Giulio Verne) (2° edizione coeva della 1°)

2016 Viaggio alla Luna (Ernesto Capocci, 1857)

Per chi è curioso, abbiamo alcuni pezzi da collezione a prezzi abbordabilissimi.

La rivista di Isaac Asimov


Dossier Fantascienza in Italia n. 19 (vedi tutti gli articoli)

1978 La Rivista di Isaac Asimov n. 1

Nel settembre 1978 esce “La Rivista di Isaac Asimov” che presentava materiale proveniente dalla statunitense “Isaac Asimov’s Science Fiction Magazine” (inaugurata l’anno prima). L’iniziativa, grazie al forte richiamo del nome e dal periodo favorevole (a settembre del 1977 era uscito nella sale “Guerre Stellari”), ebbe discreta fortuna, soprattutto considerando che si tratta di raccolte di racconti, che in Italia non sono mai state preferite ai romanzi. Non fu l’unica trasposizione Italiana, anzi, ce ne furono ben 5: ” nel 1979 “Rivista di Isaac Asimov. Avventure Spaziali e Fantasy“, nel 1981 “Asimov. Rivista di Fantascienza“, nel 1993 “Isaac Asimov Science Fiction Magazine” (in due serie diverse) e nel 2016 “Asimov’s Science Fiction“.

“La Rivista di Isaac Asimov”, mensile, fu pubblicata da Mondadori per 11 numeri (con una breve interruzione), era curata da Andreina Negretti, e presentò copertine monocolore con il logo della rivista Usa e il ritratto di Asimov per i primi 7 numeri e disegni vari per gli altri 4.

1978-2016 I primi numeri delle 5 riviste dedicate ad Asimov uscite in Italia

1978-1980 La Rivista di Isaac Asimov (completa)

Galassia, la rivista della casa editrice La Tribuna


Dossier Fantascienza in Italia n. 18 (vedi tutti gli articoli)

1961 Galassia (La Tribuna) n. 1

Dopo “Urania“, “I romanzi del Cosmo” e “Galaxy“, nel gennaio 1961 esce la quarta rivista duratura di fantascienza: “Galassia“. Come abbiamo visto, dall’11° numero (nel 1959), “Galaxy” viene acquisita dalla casa editrice La Tribuna, che dopo due anni decide (grazie a Riccardo Valente) di affiancargli una collana di romanzi da edicola, sulla falsariga di “Urania” (e per motivi di mercato che vedono i romanzi vendere di più rispetto alle raccolte di racconti). Proprio per questa preferenza tutta italiana, la collana/rivista avrà grande fortuna, facendo uscire ben 237 numeri in 18 anni (quindi fino al 1979), risultando quindi al momento la terza rivista più longeva come numeri usciti (dopo “Urania” [quasi 1670] e “Urania Classici” [309, terminata]), e quarta per anzianità di anni (dopo “Millemondi” [seconda serie], che al momento esce da 24 anni e minacciata da “Urania Collezione”, che esce da 16). La collana viene curata prima da Roberta Rambelli (dal 1962 al 1965), poi da Ugo Malaguti (fino al 1970), quindi da Vittorio Curtoni e Gianni Montanari (fino al 1974) e infine dal solo Montanari.

Per i primi anni presenta i maggiori autori statunitensi del periodo d’oro e successivi, poi con la conduzione di Malaguti e Curtoni/Montanari si orienterà verso la New Wave inglese, facendo conoscere al pubblico italiani nuovi autori anche d’avanguardia (John Brunner, Michael Moorcock, Eric Frank Russell, Brian W. Aldiss), senza trascurare i grandi nuovi nomi Usa (Philip K. Dick, Samuel R. Delany, Thomas M. Disch, Frank Herbert) e nemmeno i grandi autori russi (Ivan Antonovic Efremov, Aleksandr Beljaev e altri). Inoltre, dopo la chiusura di “Urania” agli italiani (1962), per alcuni anni Galassia sarà l’unica collana o quasi che pubblicherà autori italiani; escono romanzi della Rambelli, di Malaguti, di Montanari, di Curtoni (Dove stiamo volando), di Pierfrancesco Prosperi (Autocrisi), Mauro Antonio Miglieruolo (Come ladro di notte), Vittorio Catani (L’eternità e i mostri), Livio Horrakh (Grattanuvole) e Gianluigi Zuddas (Amazon), nonché di due “coraggiose” (e quindi rare per quei tempi) operazioni di antologie di racconti italiani (Amore a quattro dimensioni. Fantamore all’italiana e Fanta-Italia – Sedici mappe del nostro futuro). Tutto sommato, una collana che ha fatto la storia della fantascienza in Italia.

 

 

1963 Galassia (La Tribuna) n. 25

1964 Galassia (La Tribuna) n. 39

Graficamente, per i primi due anni le copertine sono tratte da illustratori della “Galaxy Science Fiction” statunitense, dal n. 25 il logo della testata s’ingrandisce e l’immagine occupa tutto lo spazio restante, prima occupato dal titolo del romanzo in verticale. Dal n. 39 il logo si differenzia dal lettering del Galaxy Usa; dal n. 63 si semplifica la grafica di costina; dal n. 73 la copertina diventa in bianco e nero (con la testata in rosso sia davanti che sulla costina) con prevalenti immagini astratte a cerchio; dal n. 97 riacquista il colore rosso anche l’immagine (che torna quadrata). Dal n. 109 (del 1969) si rinnova completamente grafica e logo di testata, riacquistando la quadricromia, e infine dal n. 235 assume una nuova elegante veste rossa, che però è destinata a durare 3 soli numeri, fino al “profetico” E scese la morte di David G. Compton (curioso notare che l’ultimo numero dei “Romanzi del Cosmo” fu L’ultimo domani di Antonio Bellomi).

Dal 1971 uscì la raccolta “Bigalassia” che raccoglieva tutti i numeri a due a due.

1967 Galassia (La Tribuna) n. 73

1970 Galassia (La Tribuna) n. 109

1971 Galassia (La Tribuna) n. 137 (Fantamore all’italiana – Amore a quattro dimensioni)

1972 Galassia (La Tribuna) n. 165 (Fanta-Italia – Sedici mappe del futuro)

1979 Galassia (La Tribuna) n. 237

1971 Bigalassia n. 1

Il boom dei fumetti anni ’60


Dossier Fantascienza in Italia n. 17 (vedi tutti gli articoli)

1948 L’Uomo Mascherato n. 1 anno 1

Negli anni ’60 si registra un boom di pubblicazioni a livello di edicola, soprattutto riviste di fumetti in serie. A questo boom non si sottrae la fantascienza, anche se in questo caso subirà le leggi del mercato: supereroe, fanta-spionaggio o fanta-poliziasco, e soprattutto supereroine sexy e discinte. Non si puà generalizzare, ci furono pubblicazioni valide e altre meno. Dopo i primi fumetti di fantascienza (seria) degli anni ’50, sono i supereroi a fare da padrone. “L’uomo Mascherato”, in particolare, dopo la prima serie del 1937, ricompare periodicamente per diverse case editrici) con una serie nel 1946 (formato albo), una nel 1948 (formato tabloid), una nel 1952 (formato pocket), una nel 1962 e una nel 1967 (formati comics usa). Ma è nel 1964 con “Kriminal” e “Satanik“, sulla scia di “Diabolik” (uscito nel 1962), che s’inagura il filone del fumetto “fanta-proibito”.

Successivamente i supereroi si moltiplicano: nel 1965 escono “Fantax” e “Atoman contro Killer“; nel 1966 “Superwomen“.

Non mancano i fumetti per ragazzi, come per esempio “Robot” (il meno conosciuto omonimo della rivista di fantascienza anni ’70 curata da Curtoni).

1964 Satanik n. 1 (ristampa anastatica)

1964 Kriminal n. 1 (ristampa anastatica)

1965 Fantax n. 10

1965 Atoman contro Killer n. 2

1966 Superwomen n. 3

1964 Robot n. 2

 

Urania anni ’60: i rinnovamenti prima del “cerchio rosso”


Dossier Fantascienza in Italia n. 16 (vedi tutti gli articoli)

1957 Urania n. 153

Mentre le pubblicazioni (effimere) di fantascienza aumentano sulle ali dell’entusiasmo dello Sputnik e dell’esplorazione spaziale, Urania percepisce i cambiamenti dei lettori e si adegua alle loro abitudini. In particolare, il pubblico italiano, a causa anche di una cattiva gerarchia dei generi letterari data da una critica non al passo con i tempi, preferisce il romanzo (breve) al racconto e associa l’autore italiano al realismo e a una certa arretratezza tecnologica. La conseguenza è che diminuiscono drasticamente le riviste di racconti (su cui invece si basa il periodo d’oro della science-fiction statunitense) a profitto di collane di romanzi (o, come Urania, una “collana da edicola” o “rivista con romanzo e piccola rubrica”), diminuiscono gli autori italiani (che scompaiono completamente da Urania dal 1962), e infine i romanzi vengono tagliati drasticamente per farli rientrare nella misura “standard” della rivista. Tre fatti che influiranno negativamente sullo sviluppo della science-fiction italiana. Come detto, “I Romanzi di Urania” diventa semplicemente “Urania” dal n. 153 del 1957, mentre dal n. 173 del 1958 assume una caratteristica colorazione rossa che rende più riconoscibili i numeri in un’edicola che stava riempiendosi. Nel 1961 Giorgio Monicelli lascia la redazione, che viene affidata ad Andreina Negretti (in redazione già dal 1958) per qualche numero, fino all’avvento di Carlo Fruttero (affiancato dal 1964 a Franco Lucentini). Dal n. 273 del 1961 il formato si riduce al classico pocket e dal n. 281 del 1962 c’è il primo degli epocali cambiamenti di veste: viene inserito come logo della testata un rombo (o losanga) in alto a sinistra, e nel n. 336 del 1964 l’immagine, fino a quel momento a tutta copertina, viene inserita in un cerchio rosso, mutuato dai “Gialli Mondadori” che diventerà poi la caratteristica di “Urania” stessa (in realtà nei primi numeri l’immagine tende a “sbordare”). Infine, dal n. 458 del 1967, Urania abbandona anche la losanga, lasciando il cerchio rosso e assumendo la testata che ha ancora oggi (seppure non continuativamente).

1958 Urania n. 173

1961 Urania n. 272 (ultimo autore italiano su Urania fino al 1990)

1962 Urania n. 273

Sempre quattordicinale, in questi anni prevalgono gli autori dell’epoca d’oro ma anche i nuovi autori anni ’50 come Robert Silverberg, Philip K. Dick e Poul Anderson. Pochi e sempre sotto pseudonimo gli italiani, fino a Marren Bagels, ovvero Maria De Barba, uscita nel n. 272 del dicembre 1961: sarà l’ultimo italiano a uscire su Urania fino a Vittorio Catani nel 1120 nel febbraio del 1990, ben 28 anni e 2 mesi dopo! (La scelta, è evidente, è dei due curatori Fruttero e Lucentini, che rimasero fino al 1985). Alle illustrazioni di copertina si alternano Kurt Caesar, Carlo Jacono e Luigi Garonzi fino al 1960, quando vengono affidate a Karel Thole, firma che diverrà caratteristica degli Urania fino agli anni ’80.

1962 Urania n. 281

1964 Urania n. 336 (il primo “Cerchio Rosso”)

Galaxy


Dossier Fantascienza in Italia n. 15 (vedi tutti gli articoli)

1958 Galaxy n. 1

Sulla scia del boom di riviste del 1957, nel giugno 1958 debutta “Galaxy” che, come ricorda il nome, pubblicava materiale della celebre rivista “Galaxy Science Fiction” statunitense, riprendendone anche il logo e la grafica. Presentava ottimi racconti dei maggiori autori di fantascienza statunitense del periodo. Fondata da Riccardo Valente, è mensile e ha un formato pocket. Viene pubblicata dalla casa editrice Due Mondi per i primi 10 numeri, con l’11° (il numero 4 dell’anno II, cioè il 1959), viene acquisita dalla casa editrice La Tribuna e diretta, in successione, da Riccardo Valente, R. Sgroi, Luigi Vitali e Roberta Rambelli. Con la nuova casa editrice cambia la grafica di copertina (che prima riportava cover della rivista americana) e viene affidata a Guido Crepax per alcuni numeri consecutivi, per tornare successivamente agli originali statunitensi, con un breve periodo in cui si sono alternate, per un totale di 14 cover firmate Crepax.

Nel 1961 la casa editrice La Tribuna le affianca la pubblicazione di “Galassia“, dedicata invece ai romanzi, che vedremo in altro articolo.

La numerazione (da 1 a 11 o 12 per ogni anno) viene poi cumulata dal numero 58. L’ultimo numero è il 72 (del maggio 1964), perché perse i diritti. Uscì anche una raccolta dei primi due numeri.

 

1959 Galaxy anno IV n. 2 (copertina di Guido Crepax)

1963 Galaxy n. 58

1964 Galaxy n. 72

Il primi film (muti) di fantascienza italiani


Dossier Fantascienza in Italia n. 14 (vedi tutti gli articoli)

1906 Fotogramma di “Viaggio a una stella” di Gaston Velle

I primi film di fantascienza nascono con il cinema stesso, grazie a George Meliés che intuì il potenziale fantastico dell’invenzione dei fratelli Lumiére che invece lo concepivano prettamente come riproduzione del reale. Il primo cortometraggio italiano (di mia conoscenza, c’è da dire che all’epoca le pellicole non venivano conservate, per cui può sempre saltare fuori qualcosa) è “Viaggio a una stella“, del 1906, diretto da Gaston Velle, seguito da “La ceinture electrique” di Romeo Rossetti (1907, prima regia italiana), entrambi di produzione francoitaliana. Ma se consideriamo la produzione interamente italiana il primo è “Un matrimonio interplanetario“, del 1910, diretto da Enrico Novelli, che si conferma pioniere della fantascienza italiana. In quegli anni si susseguirono vari cortometraggi direi di fantacommedia. Il primo lungometraggio, sempre di produzione francoitaliana, è “Le avventure straordinarissime di Saturnino Farandola“, del 1913, diretto da Marcel Fabre (dura 57 minuti), tratto dal celebre libro di Albert Robida (mentre rientra più in generale nel fantastico, ma vale la pena di nominare “L’Inferno“, diretto da Francesco Bertolini nel 1911, primo grande kolossal dell’epoca). Al 1920 risale “Il mostro di Frankenstein di Eugenio Testa (forse il primo lungometraggio di sola produzione italiana, anche se dai tratti fantahorror), al 1921 “L’uomo meccanico” di André Deed e il perduto “Viaggio nella Luna” di Biagio Zaccaria, al 1924 “La bambola vivente” di Luigi Maggi. Poi il genere perde l’interesse dei cineasti e si presenta come parte fantastica o fantascientifica in film di spionaggio o commedie e bisognerà aspettare il boom della fantascienza della fine degli anni’50 per poter vedere altri film di fantascienza italiani, ma comunque i budget saranno ridotti rispetto a quelli d’Oltreoceano, per cui, a parte qualche eccezione, il livello è sempre più basso.

1911 Fotogramma di “Un matrimonio interplanetario” di Enrico Novelli

 

I Romanzi del Cosmo


Dossier Fantascienza in Italia n. 13 (vedi tutti gli articoli)

1957 I Romanzi del Cosmo n. 1

Nel boom delle riviste e collane di fantascienza del 1957 (vedi articolo), tra le più popolari c’è senz’altro “I Romanzi del Cosmo“, conosciuta anche semplicemente come “Cosmo”. urata da Tom Arno (ma ai primi numeri collaborava anche Giorgio Monicelli) e illustrata da Luigi Geronzi, presentava un romanzo più uno o due racconti e un romanzo a puntate in appendice. Presento tutti i più grandi nomi della sf dell’epoca (come Asimov, Aldiss, Pohl, Kornbluth, De Camp, Ellison) e numerosi autori minori, tra cui anche autori italiani (sotto pseudonimo o con nome anagrafico nei racconti) come Roberta Rambelli, Luigi Naviglio, Ugo Malaguti, Gianfranco Briatore e Antonio Bellomi (uscito proprio nell’ultimo numero). Escono ben 202 numeri fino al 1967 (in realtà 201 perché uno era un numero doppio), e rappresenta quindi una delle riviste di fantascienza più longeve in Italia (al momento quarta come numeri usciti, dopo “Urania” [quasi 1670], “Urania Classici” [309, terminata] e “Galassia” dell’editrice La Tribuna [237], minacciata da “Urania Collezione” [quasi 200], senza contare la collana “Cosmo” della Nord [340 numeri] che però usciva in libreria e non in edicola).

Dal n. 197 in copertina figura il solo nome “Cosmo” (vengono tolti “I romanzi del” e “fantascienza”). Dal 1961 uscirono anche le raccolte doppie (che raccoglievano i numeri a due a due).

 

1967 I Romanzi del Cosmo n. 202 (ultimo numero)

1961 Cosmo (raccolta) n. 1

Oltre il Cielo


Dossier Fantascienza in Italia n. 12 (vedi tutti gli articoli)

1957 Oltre il Cielo n. 1

Tra le riviste di fantascienza uscite durante il boom del 1957, rimarchevole è “Oltre il Cielo” (edizioni Esse), rivista quindicinale tabloid di astronautica, astronomia, missilistica e racconti e romanzi a puntate di fantascienza. Uscirono ben 154 numeri fino al 1970 (dal 1966 però le uscite si fecero aperiodiche) più il n. 155 uscito nel 1975. Dal n. 23 il titolo diviene “Oltre il Cielo. Missili e Razzi“.

Era diretto da Cesare Falessi. In 13 anni, tra le pagine di “Oltre il Cielo” debuttarono tutti i maggiori scrittori italiani di fantascienza (anche perché nel frattempo “Urania”, dal 1961, smise totalmente di pubblicare autori italiani), come Lino Aldani, Renato Pestriniero, Pierfrancesco Prosperi, Maurizio Viano, Ugo Malaguti, Gianfranco De Turris, G. L. Staffilano , Antonio Bellomi, Sansro Sandrelli, Mauro Antonio Miglieruolo, Adaberto Cersosimo e Vittorio Curtoni (alcuni anche sotto pseudonimo). Nella saggistica troviamo: Peter Kolosimo, Gianfranco De Turris, Sebastiano Fusco, Carlo Pagetti e Gianni Pilo. La copertina del primo numero e di numerosi altri numeri è di Kurt Caesar, già illustratore di copertina della prima versione di “Urania” e dei “Romanzi di Urania” . Per cui non è errato dire che questa rivista fu la più importante a contribuire alla costituzione di un gruppo di scrittori di fantascienza prettamente italiano che non imitasse eccessivamente i modelli anglosassoni, almeno fino a “Robot” (1976).

1958 Oltre il Cielo. Missili e Razzi n. 23

1970 Oltre il Cielo. Missili e Razzi n. 154

Le prime riviste di fumetti di fantascienza del Dopoguerra


Dossier Fantascienza in Italia n. 11 (vedi tutti gli articoli)

1953 l’astrale n. 1

Abbiamo già visto che le prime serie di fumetti fantascientifici (1934) precedono l’uscita di vere riviste e collane di questa letteratura (1952), mentre per parlare di una vera e propria rivista di fantascienza dobbiamo aspettare almeno il 1953 con “l’Astrale“, quindicinale pubblicato dalla “Casa Editrice Internazionale”, uscito dal 15 luglio 1953 fino a dicembre per 11 numeri (l’ultimo era il numero doppio 11/12), con sceneggiatura e disegni di Emilio De Silva. Certo, non è facile distinguere un albo monografico (alla “Nathan Never” per intenderci) da una rivista, possiamo considerare che l’albo presenta episodi di un personaggio o un gruppo di personaggi fissi, spesso disegnati o sceneggiati dallo stesso autore, mentre una rivista presenta fumetti diversi, di altri personaggi e anche altri autori).
“L’astrale” presenta la storia dell’esploratore spaziale Don Barney, a cui affianca dal n. 5 una seconda storia a fumetti e dal n. 6 una storia a firma di Oscar M. Bracci, configurandosi così come la prima rivista di fumetto fantascientifico. Da segnalare che il n. 1 uscì in due versioni di colori diversi e che il n. 3 è probabilmente il primo fumetto con effetto 3D che si poteva vedere con gli occhialini allegati!

1957 Avventure di Domani!… n. 1

Altra rivista è “Avventure di domani!…“, quindicinale uscito dal gennaio 1957 per le “Edizioni Mondiai”, spillato con un formato minipocket, che uscirà per ben 50 numeri, in cui presenta diverse serie tra le quali Random, Ace O’Hara e Capitano Vega, per cui forse la prima vera rivista di fantascienza.

Del 1958 esiste “Anno 3000“, un “settimanale di fantascienza per ragazzi” della “Editrice Atlantica” che alterna fumetti con qualche breve racconto. Quindi la seconda vera rivista di fantascienza di fumetti.

Nel 1959 il lancio dello Sputnik intensifica il boom fantascientifico e in Italia escono “Lunik“, sempre della Edizioni Mondiali (con serie di fumetti ripresi da “Avventure di domani!…”), settimanale, con formato più grande, da fumetto Usa, che però uscirà solo per 6 numeri, e “Sputnik“, mensile, serie fantascientifica di provenienza francese disegnata da R. R. Giordan, autore anche delle copertine, che arriverà a 8 numeri.

1958 Anno 3000 n. 1

1959 Lunik. Avventure di domani n. 1

1959 Sputnik n. 3

Una rivista sui generis, che presenta materiale misto, è “Astrotau. Arditi dello spazio“, allegato al “Corriere dei Piccoli”, in un formato un po’ più piccolo del tabloid, sponsorizzato dalla Perugina e dalla Buitoni, con articoli, racconti, romanzo a puntate e fumetti (in ultima pagina le avventure di Toni & Gina, da BuiToni e PeruGina!). Ne uscirono ben 24 numeri, alcuni dei quali oggi veramente introvabili.

1959 Astrotau. Arditi dello spazio anno I n. 4

 

Il boom delle riviste di fantascienza del 1957


Dossier Fantascienza in Italia n. 10 (vedi tutti gli articoli)

1957 Galassia (Udine) n. 1

Dopo aver recepito il grande successo dei pulp magazine anglosassoni e creato le prime pubblicazioni di fantascienza in Italia (dal 1952) si registra un boom di uscite, anche grazie alle crescenti performance dell’astronautica (prima fra tutte l’impresa dello Sputnik del 1957) e di alcuni fatti legati all’ufologia. A volte sono pubblicazioni eccellenti, ma spesso hanno una bassa qualità.

Si comincia a gennaio con l’uscita di “Galassia“, pubblicata a Udine dalla casa editrice Galassia (quindi da non confondersi con l’omonima “Galassia” uscita nel 1953 a Milano), debutta con un romanzo di L. R. Johannis (già pubblicato su “I Romanzi di Urania”, pseudonimo di Luigi Rapuzzi), che è anche illustratore interno sotto altro pseudonimo. Oltre a lui, nella redazione figura anche Giorgio Monicelli (che lavorava anche per “Urania”). La rivista esce per 5 numeri fino al 1958.

Sempre a gennaio esce “I Narratori dell’Alpha-Tau. Archivi del Futuro” della Irsa Muraro Editrice, una rivista atipica perché oltre ad avere il formato più lungo che alto (con pagine lunghe tipo fumetti anni ’30), in copertina figuravano (nelle prime 4 uscite) dei numeri casuali (il primo numero apparve con un 13 in copertina) e tutti i romanzi presentati erano pseudonimi di autori italiani con il cognome composto da una lettera greca. Vera Cagnoli uscì nel primo numero come Sigma Jhon con “Allarme a Silva Zero”, primo romanzo pubblicato di fantascienza moderna di autrice italiana (certo, c’erano state – molto rare – autrici precedenti, per esempio Rosa Rosà nel 1918, ma si può parlare di protofantascienza). Nel terzo numero, Omega Jim è Peter Kolosimo, in una delle sue prime opere. Oltre ai romanzi c’erano racconti e rubriche. Dal numero 5 il formato (scomodo per le edicole) diventa un classico pocket, fino al nono e ultimo numero.

1957 I Narratori dell’Alfa-Tau. Archivi del Futuro n. 1

1957 Cronache del Futuro n. 1

Nell’agosto 1957 esce “Cronache del futuro” (di Edizioni Kappa), che alterna romanzi stranieri con qualche italiano (ritroviamo ben due romanzi di Franco Enna) che, grazie al fatto che non presenta racconti e alle copertine che mostrano quasi sempre illustrazioni di donne discinte e provocanti, riesce a uscire mensilmente per ben 24 numeri. Sempre nel 1957 debutta la collana “Fantascienza” dell’edizioni S.A.I.E., un serie di romanzi per ragazzi di Pierre Devaux, H. G. Viot e altri autori francesi, che uscì in 8 numeri fino al 1958 e un nono e ultimo numero nel 1961. E nello stesso periodo anche la collana “La Sorgente“, che presenta romanzi per ragazzi di autori celebri (come Heinlein, Vance, Del Rey, Eliott e Wollheim). Escono 18 numeri fino al 1961, poi riprende con un nuova serie con 5 uscite nel 1978.

1957 Cosmic n. 1

Sul finire del 1957 esce “Cosmic. Selezione di Fantascienza“, ancora della Irsa Muraro Editrice, che presenta racconti italiani e qualche straniero, alternati a saggi e articoli (Peter Kolosimo sul primo numero). La rivista uscì solo con 2 numeri nel 1957 e 1 nel 1958. Nel dicembre 1957 esce “Astroman” (RAID edizioni) che in 2 numeri presenta due romanzi e un racconto di Ennio Missaglia.

1957 Astroman n. 1

Nel 1957 arrivano in edicola anche “Oltre il Cielo“, rivista dal formato tabloid (giornale) che presenta articoli di astronautica e missilistica e racconti di fantascienza, “I Romanzi del Cosmo“, romanzi mensili, e “Avventure di domani!…“, rivista di fumetti, di cui parleremo in separata sede, che portano ben a dieci il numero di nuove collane e riviste in un solo anno!

A parte “I Romanzi del Cosmo”, sono tutte riviste o collane ormai rare e quasi introvabili (soprattutto “Astroman”).

1957 Fantascienza (S.A.I.E.) n. 1

1957 La Sorgente n. 1 “Kemlo”

Guido Morselli


Dossier Fantascienza in Italia n. 9 (vedi tutti gli articoli)

Guido Morselli

Un autore rimasto sconosciuto fino alla propria (violenta) morte, ma riscoperto e considerato uno dei grandi maestri della distopia (o ucronia, o allostoria) italiana della seconda metà del XX secolo è certamente Guido Morselli. Nato a Bologna nel 1912, visse a Varese fino al 1973, anno in cui si suicidò con la sua rivoltella (che lui stesso chiamava “La ragazza dall’occhio nero”). Fino a quel momento non aveva praticamente pubblicato nulla a causa dell’accoglienza sfavorevole delle case editrici. Dopo quell’evento sconvolgente Adelphi comincia a pubblicare i suoi romanzi. Escono nel 1974 Roma senza Papa, in cui s’immagina il futuro della Chiesa in crisi con un trasferimento della sua sede, nel 1975 Contro-passato prossimo, nel quale immagina che la Prima Guerra mondiale sia stata vinta dagli Imperi centrali, e nel 1977 Dissipatio H. G., dove immagina un mondo improvvisamente senza uomini. Tre romanzi che hanno un’importanza basilare nel ridefinire il ruolo della letteratura fantastica, fantascientifica e utopica in Italia e il loro cattivo rapporto con la letteratura “alta” (in Italia più che in altri Paesi), a causa della presunta superiorità del “realismo”, prima con una lettura “realista” di Manzoni, e successivamente con l’esaltazione del verismo di Verga e Capuana (esaltazione avvenuta durante il neorealismo cinematografico), quando in realtà tutti gli autori citati trattarono la letteratura realista e quella fantastica alla stessa stregua e considerandole di pari valore.

La rivista Fantascienza della Garzanti


Dossier Fantascienza in Italia n. 8 (vedi tutti gli articoli)

1954 Fantascienza n. 1 (Garzanti)

 

Nel novembre 1954 la Garzanti prova a sfidare “Urania” con la rivista “Fantascienza“, che prendeva materiale della celebre “The Magazine of Fantasy and Science-Fiction“, di cui riportava anche le copertine originali di Chesley Bonestell e Ed Emsh. Gli autori presentati erano noti: Kriss Neville, Ron Goulart, Robert Sheckley, Mack Reynolds, Marion Zimmer Bradley, Clifford Simak, Poul Anderson, C. M. Kornbluth senza rinunciare a dei classici del fantastico, come Bertram Chandler, Robert Louis Stevenson. Nonostante l’ottima qualità, “Fantascienza” uscì mensilmente solo per sette numeri, fino al maggio 1955, per lo stesso motivo per cui anche la rivista “Urania” cessò dopo 14 numeri: ovvero a causa della diffidenza dei lettori italiani nei confronti dei racconti, al contrario dei romanzi.

1954-1955 La rivista “Fantascienza” di Garzanti completa

Le prime riviste di fumetti di fantascienza in Italia


Dossier Fantascienza in Italia n. 7 (vedi tutti gli articoli)

1934 L’avventuroso anno I n.1 (ristampa anastatica anni ’70)

Da non trascurare, il fumetto di fantascienza nasce tra ‘800 e ‘900, e trova il suo primo boom negli anni ’30. In Italia, la prima serie di fumetti di fantascienza la troviamo nel primo numero di “L’Avventuroso” del 14 ottobre del 1934 con “Gordon Flasce” (italianizzazione di Flash Gordon), disegnata da Alex Raymond e uscita dal 7 gennaio dello stesso anno negli Usa. Come si può notare, il suo enorme successo internazionale fu sufficiente a colmare un gap culturale (almeno nell’ambito dei fumetti) tra l’Italia e la Francia e il mondo anglosassone.

Nel dicembre 1935 esce il primo albo dedicato a questo eroe “Avventure di Gordon“, pubblicato dalla Nerbini. Andrà avanti per 30 albi, vedrà una ristampa nel 1957 e una copia anastatica nel 1973.

Sulla scia dell’entusiasmo di Flash Gordon, anche in Italia vengono creati i primi fumetti di fantascienza. La prima serie di fumetti di un autore italiano è Gli uomini verdi di Yambo (Enrico Novelli), uscita dal n. 139 del giornale “Topolino” del 25 agosto 1935, seguita da Robottino, il ragazzo d’acciaio (sempre di Yambo, uscita dal 17 ottobre 1935 su “I tre Porcellini”) e da “S.K.1” di Guido Moroni Celsi, uscita dal 17 novembre 1935 a puntate sul giornale “Topolino” (in questo caso sottraendo clamorosamente la prima pagina al più celebre topo disneyano), e da I pionieri dello spazio (ancora di Yambo, uscita nel 1936 su “Topolino”).

Se escludiamo Gordon, la prima rivista di fumetti esclusivamente di fantascienza esce il 31 dicembre 1936: stiamo parlando di “Saturno contro la Terra” su soggetto di Cesare Zavattini, testi di Federico Pedrocchi e disegni di Giovanni Scolari, seguita, nel maggio del 1937, da “L’uomo Mascherato” (“The Phantom” di Lee Falk e Ray Moore), che esce come allegato a “L’Avventuroso” (che già dal 1936 pubblicava le sue strisce).

Successivamente anche “L’Audace” pubblica fumetti del genere: dal 1939 Virus, il mago della foresta morta di Federico Pedrocchi e Walter Molino e, nel 1941, I conquistatori dello spazio di Gian Luigi Bonelli (creatore, nel 1940, della celebre Sergio Bonelli Editore) su disegni di Raffaele Paparella e poi Nico Lubatti. I fumetti di fantascienza riprenderanno poi vigore del dopoguerra, sulla scia dell’arrivo della fantascienza letteraria statunitense.

1935 Gli Uomini Verdi (di Yambo) su Topolino anno IV n. 139

1935 S.K.1 n. 1 (riedizione del 1976)

1935 Avventure di Gordon n. 1 (ristampa anastatica del 1973)

1936 Saturno contro la Terra n. 1

1937 L’Uomo Mascherato 1

Le primissime riviste di fantascienza in Italia


Dossier Fantascienza in Italia n. 6 (vedi tutti gli articoli)

1952 Mondi Nuovi n. 1 (copia anastatica del 1981)

 

Abbiamo già parlato della prima rivista di fantascienza in Italia (“Scienza Fantastica“), dalla rivista “Urania” e della prima collana di fantascienza (“I Romanzi di Urania“). Ma, come spesso succede nell’editoria, dal 1952 c’è una piccola esplosione di riviste e collane del genere. Nello stesso 1952 è da segnalare “Mondi Nuovi“, uscita quindicinalmente per sei numeri da agosto a ottobre (quindi prima di Urania). Diretta da Eggardo Beltrametti e illustrata da Enzo Cassoni, conteneva brevi storie e fumetti a puntate di autori italiani sotto pseudonimo (Guido Buzzelli, Enrico de Boccard sono alcuni nomi veri). L’esperienza fu breve, ma riprese nel 1955 con “Mondi Astrali“, sempre diretta da Beltrametti e più o meno con gli stessi collaboratori. Uscì mensilmente per 4 numeri, aveva molte più pagine, non aveva fumetti ma era molto illustrato all’interno. Queste due riviste sono attualmente le più rare e totalmente introvabili sul mercato; nel 1981 c’è stata una ristampa anastatica in tiratura limitata (e quindi difficile da trovare). Curiosità: di Mondi Astrali probabilmente esiste anche una copia anastatica senza essere segnalata con la data del 1981, quindi per distinguerla dall’originale serve un’analisi professionale.

Nel 1953 è da segnalare la prima rivista con il nome di “Galassia” (ne seguiranno altre, da non confondere), pubblicata dalla casa editrice Galassia di Milano, uscì per tre numeri mensili presentando tre romanzi minori.

Per il 1954 c’è da segnalare l’antologia “Superfantascienza“, che contiene tre romanzi, di cui uno dell’italiano Luigi Rapuzzi (con lo pseudonimo di L. R. Johannis, già uscito su Urania l’anno precedente), e nel novembre dello stesso anno l’uscita di un’altra importante rivista oltre a “Urania”, ovvero “Fantascienza” della Garzanti, di cui parleremo prossimamente.

1953 Galassia n. 1 (edizioni Galassia di Milano)

1955 Mondi Astrali n. 1 (copia anastatica del 1981)

1954 Superfantascienza

Scienza Fantastica


Dossier Fantascienza in Italia n. 5 (vedi tutti gli articoli)

Scienza Fantastica n. 1, aprile 1952

La prima rivista in Italia che si occupi esclusivamente di fantascienza è “Scienza Fantastica” uscita 6 mesi prima di “Urania”, nell’aprile 1952. Fino a quel momento c’erano state storie o fumetti di fantascienza inseriti in riviste che raccoglievano anche altri generi oppure collane di romanzi fantastici e d’avventura. Il primo esempio di rivista di fantascienza che ricalcava i Pulp Magazine statunitensi è appunto “Scienza Fantastica”, curata da Vittorio Kramer e Lionello Torossi (dalle cui iniziali il nome Edizioni Krator, di Roma). Alla sua uscita non esisteva ancora il termine fantascienza (che appare la prima volta sul n. 1 di “I Romanzi di Urania“).  Uscirono 4 numeri mensili nel 1952 (con il sottotitolo di “Avventure nello spazio, tempo e dimensione”) , poi, dopo una breve interruzione, le uscite ripresero nel gennaio 1953 con un formato più economico (addirittura “spillato” e senza sottotitolo), per tornare con il settimo numero al formato pocket e al sottotitolo originario, ma purtroppo terminare con questo le pubblicazioni.

Presentava racconti tratti da Astounding Science-Fiction (Kornbluth, Sprague De Camp, Leinster, Sturgeon, Asimov, ecc.), per cui il materiale era ottimo. E dal primo numero compare un racconto di Massimo Zeno (pseudonimo di Lionello Torossi), il primo racconto di autore italiano uscito su una rivista di fantascienza. Uscirono anche due raccolte dei primi quattro numeri con copertine diverse (oggi abbastanza rare).

1953 Scienza Fantastica n. 5

1953 Scienza Fantastica n. 7

Tutte le 7 uscite di Scienza Fantastica al completo

Yambo – Enrico de’ Conti Novelli da Bertinoro


Dossier Fantascienza in Italia n. 4 (vedi tutti gli articoli)

Enrico Novelli aka Yambo

L’autore più rappresentativo del genere nella prima metà del XX secolo è certamente Yambo, pseudonimo di Enrico de’ Conti Novelli da Bertinoro. Nato a Pisa nel 1876, si trasferì presto a Milano e infine a Firenze. A 24 anni fondò a Roma il mensile illustrato “Il Pupazzetto”. Scrisse prevalentemente narrativa per ragazzi, tra cui resta celebre Le avventure di Ciuffettino (1902), narrativa d’avventura e viaggi straordinari, tra cui ricordiamo: Dalla Terra alle stelle (1890), non il primo scritto di fantascienza italiana, ma se si escludono pamphlet politici, utopie, satire e trattati pseudoscientifici, uno tra i primi romanzi propriamente detti (il primo dovrebbe essere “Viaggio alla luna” di Ernesto Capocci, del 1857, di cui riparleremo, seguito da “Da Firenze alle stelle” di Ulisse Grifoni, del 1885), poi Atlantide – I figli dell’abisso (1901), Gli esploratori dell’infinito (1906), La colonia lunare (1908), Il re dei mondi (1910), L’atomo (1912), L’uovo di pterodattilo o l’allevatore di dinosauri (1926). Scrisse, diresse e interpretò il cortometraggio muto Un matrimonio interplanetario (1910, il primo cortometraggio di fantascienza diretto da un italiano e il primo interamente italiano) e scrisse e disegnò i fumetti di fantascienza Gli uomini verdi (uscito il 25 agosto del 1935 sul giornale “Topolino”), seguito da Robottino, omino d’acciaio (dal 17 ottobre 1935 su “I tre Porcellini”) e I pionieri dello spazio (nel 1936 ancora sul giornale “Topolino”). Anche in questo caso, è probabilmente il primo autore di fumetti di fantascienza a essere stato pubblicato. Morì nel 1943.

1901 Atlantide di Yambo (prima edizione)

1947 Viaggi e avventure attraverso il tempo e lo spazio di Yambo

1935 Gli uomini verdi, Robottino, I pionieri dello spazio (riedizione del 1975)

La rivista Urania


Dossier Fantascienza in Italia n. 3 (vedi tutti gli articoli)

1952 Urania (rivista) n. 1

Il 1° novembre, esce “Urania“, terza rivista di solo fantascienza in Italia, che affianca la collana “I Romanzi di Urania”, uscita 20 giorni prima.

Come la collana, è curata da Giorgio Monicelli e illustrata da Kurt Caesar. A differenza della collana (che esce dapprima tre volte al mese) è mensile e presenta racconti prevalentemente provenienti dalla celebre rivista statunitense “Galaxy Science Fiction“.

La volta scorsa abbiamo parlato del primo romanzo italiano pubblicato su “I Romanzi di Urania” (di Emilio Walesko): il primo racconto però risale al n. 12 della rivista “Urania” (ottobre 1953): I figli delle stelle di Elizabeth Stern (pseudonimo di Lina Gerelli, prima donna di Urania in assoluto), i cui romanzi usciranno per la collana “I Romanzi del Cosmo” della Ponzoni.

Dopo il primo numero (con grafica a sinistra e sommario sulla destra), viene valorizzata l’immagina di copertina e messa a tutta pagina (nel n. 2 la dicitura “Avventure nell’universo e nel tempo” è spostata in basso, ma torna sotto il titolo con il n. 3 come “Rivista mensile di avventure nell’universo e nel tempo).

La rivista cessa con il n. 14 del dicembre 1953: fin da subito fatale fu la preferenza del mercato italiano verso i romanzi rispetto ai racconti, probabilmente derivante da una cultura ancora legata all’800.

Questo fu un grosso impedimento per la diffusione di un genere che aveva sviluppato al massimo le proprie potenzialità proprio con i racconti (ricordiamo che i principali cicli dell’epoca d’oro, per esempio la Fondazione di Asimov, sono nati come racconti).

1952 Urania (rivista) n. 2

1953 Urania (rivista) n. 14

I Romanzi di Urania


Dossier Fantascienza in Italia n. 2 (vedi tutti gli articoli)

1953 il numero 11 che presenta “Cristallo sognanti” di Theodore Sturgeon

Dopo aver presentato il primo numero della collana di fantascienza del 1952, parliamo un po’ dei primi anni, quelli caratterizzati dal titolo “I Romanzi di Urania” della Mondandori. Sono in tutto 152 fascicoletti, usciti tra il 1952 al 1957 (dal n. 153 la testata modifica definitivamente il nome in “Urania”).

Curata da Giorgio Monicelli, Le prime copertine sono di Kurt Caesar, a cui succederà, proprio sul finire di questo periodo della collana (vedi ultimo numero di “I Romanzi di Urania”), Carlo Jacono.

Uscirono i maggiori autori di fantascienza dell’epoca d’oro (anni 30-40), già all’epoca considerati “classici della fantascienza”, in particolare Van Vogt, Sturgeon, Williamson, Heinlein, Simak, Asimov, Wyndham, Brown, Leinster, Vance, insieme a qualche autore francese. Il numero 31 (1953) è il primo Urania a presentare un autore italiano (L’atlantide svelata, di Emilio Walesko, di origini polacche), seguito dal 41 (C’era una volta un pianeta, di Louis R. Johannis, pseudonimo di Luigi Rapuzzi) e dal 73 (L’astro lebbroso, di Franco Enna (primo e unico cognome italiano per moltissimi anni, anche se quello vero era Cannarozzo).

 

 

 

 

 

 

1953 Il primo autore italiano di “Urania” (numero 31)

1955 Il primo cognome italiano di “Urania” (n. 73)

1955 I Romanzi di Urania 100

1957 I Romanzi di Urania 152

 

I Romanzi di Urania 1


Dossier Fantascienza in Italia n. 1 (vedi tutti gli articoli)

1952 Il numero 1 di “I Romanzi di Urania”

Questo dossier prevalentemente fotografico sulle pubblicazioni della fantascienza italiana non poteva che partire dal n. 1 della collana “I Romanzi di Urania“, della Mondadori, uscito il 10 ottobre 1952 (questa copia in particolare comprata in edicola l’11 ottobre, come da scritta interna), che presenta la I edizione del romanzo “Le sabbie di Marte” di Arthur C. Clarke.

A pagina 5, il direttore Giorgio Monicelli, fratello maggiore del celebre regista Mario, conia il termine fantascienza (fanta-scienza). Giorgio, traduttore ed editore, arrivava dall’esperienza della collana “Medusa“, di cui parleremo in un altro articolo.

Il 1° novembre 1952 usciva la rivista mensile a cui si riferisce il titolo, ovvero “Urania“, di cui parliamo nel prossimo articolo, che però cesserà le pubblicazioni alla fine del 1953.

Questa collana, che modificherà il nome in “Urania” e cambierà più volte grafica e formato, arriva fino ai giorni nostri ed è quindi la più longeva collana di fantascienza italiana, e anche la collana di fantascienza con il maggior numero di uscite d’Europa (alla fine del 2019 uscirà il n. 1673, senza contare le collane “laterali”, cioè che mutuano dalla principale, in tal caso parliamo di quasi 2700 uscite!).

Un paio di curiosità: questo numero fu ristampato in copia anastatica nel 1982 (che io sappia si parla di ben 3 ristampe anastatiche di cui una in tiratura limitatissima). Le copie anastatiche sono identificabili con qualche accorgimento. Quando uscì era la 3° collana/rivista di fantascienza uscita in Italia (dopo “Scienza Fantastica” e “Mondi Nuovi”, di cui parleremo).

Nel prossimo articolo analizzeremo la storia della primo tipo di questa collana, ovvero “I Romanzi di Urania”.

La prima apparizione editoriale della parola fantascienza (“fanta-scienza”)

 

 

 

 

Repubblica di Cospaia


Dossier Micronazioni Parte XX.

Cospaia

Cospaia


La Repubblica di Cospaia è stata per diversi secoli un minuscolo stato indipendente, posta fra lo Stato della Chiesa e la Repubblica di Firenze (poi Granducato di Toscana).
Ha ottuneto l’indipendenza nel 1441, quando papa Eugenio IV, impegnato nella lotta con il Concilio di Basilea, cedette il territorio di Sansepolcro alla Repubblica di Firenze.
Furono quindi fissati i nuovi confini e aggiornate le relative carte topografiche. Secondo l’accordo, il limite tra i due stati doveva passare all’altezza del torrente Rio, un tributario del vicino Tevere. Erano due i fiumi paralleli che scendevano dal monte Gurzole, quello a nord si chiamava Gorgaggia e quello a sud Riascone, ma entrambi erano chiamati dagli abitanti del luogo anche Rio.
I fiorentini tracciarono il nuovo limite all’altezza del primo torrente, vicino Sansepolcro e gli emissari del papa presero come punto di riferimento il secondo fiumiciattolo, nei pressi di San Giustino. Così, per errore, di calcolo e di geografia, Cospaia e il suo contado non furono rivendicati né da Roma né da Firenze.
Quel villaggio sulla collinetta si trasformò presto un “porto franco”. E i suoi abitanti realizzarono una repubblica anarchica. Nessun governo. Né tasse né soldati. Leggi, carceri, eserciti, polizia, codici, statuti e tribunali non servivano. Per dirimere le questioni bastavano il consiglio degli anziani e l’insieme dei capifamiglia. Per i servizi di molitura del grano e per le cure mediche i cospaiesi continuavano ad affidarsi agli abitanti di San Giustino. Il curato era, di fatto, l’”ambasciatore” presso il vicino vescovo di Città di Castello e quindi del Papa stesso.
Nel 1574, il vescovo di Sansepolcro Alfonso Tornabuoni ricevette in regalo da nipote Niccolò Tornabuoni dei semi di tabacco provenienti dal Nuovo Mondo, dall’isola di Tobago (da cui il nome tabacco), e in segno di benevolenza verso il figlio di suo fratello, piantò con amore quei semi nel giardino del vescovado. Dall’orto del prelato a Cospaia c’erano meno di quattro chilometri. Quella pianta misteriosa, chiamata “erba tornabuona” in onore di Niccolò, li percorse in fretta e cominciò a essere coltivata nella piccola repubblica e per la prima volta nella storia, nel territorio italiano. Tabacco da fiutare e da fumare.
Quando quasi un secolo dopo, nel 1642, papa Urbano VIII arrivò a scomunicare tutti i fumatori, a Cospaia, dove anche il proibito era lecito, la coltivazione del tabacco diventò la più redditizia delle attività. Per irrigare i campi anche durante la siccità, ai piedi del villaggio fu creato un laghetto, usato ancora oggi per la pesca di carpe e storioni.
La piccola repubblica si trasformò nella capitale italiana del tabacco. E lo rimase anche quando un altro papa, Benedetto XIII, voglioso di alimentare le magre entrate del Vaticano, nel 1724 sottopose a dazio la coltura.
Tuttora, alcune varietà di tabacco vengono definite con il nome di “cospaia”.
Dopo diversi secoli di esistenza, il 26 giugno 1826, ottenuto un atto di sottomissione da parte di quattordici rappresentanti del territorio, tornò a far parte dello Stato della Chiesa.

Rileggi dalla Parte I.

José Mujica


Dossier Personaggi Parte V.

Prosegue questo dossier che prende in cinsiderazione solo personaggi davvero particolari. Questa volta parliamo del presidente della repubblica dell’Uruguay dal 1º marzo 2010 al 1º marzo 2015, recentemente in visita in Italia (accolto dal M5S).

L'ex Presidente della repubblica dell'Uruguay, José Mujica

L’ex Presidente della repubblica dell’Uruguay, José Mujica


José Musija ha scelto di donare ad associzioni benefiche il 90% del proprio stipendio statale (circa 8.300 euro mensili) e di far dormire nella dimora presidenziale i senzatetto. Per contro, con uno stipendio di circa 775 dollari al mese, vive in una piccola fattoria di periferia,  insiema a sua moglie, la senatrice Lucía Topolans, a Rincón del Cerro, a mezz’ora di strada da Montevideo, senza personale di servizio, ama coltivare l’orto e i crisantemi da vendere ai mercati locali, unica concessione alla sicurezza i due agenti in borghese che sostano sulla strada sconnessa davanti alla casa. Nessuna auto blu, né fiumi di denaro il cui bene più “prezioso” è un maggiolone azzurro del 1987. La sua automobile è una Maggiolino Volkswagen del 1987, donatagli da alcuni amici e che si è rifiutato di vendere nonostante offerte cospicue. Il Presidente dell’Uruguay lavora la terra, raccoglie l’acqua da un pozzo e stende personalmente i suoi panni sui fili nel giardino.

José Mujica nacque il 20 maggio 1935 da Demetrio Mujica, discendente da antenati baschi, e Lucia Cordano, originaria della Liguria. La famiglia di sua madre era molto modesta ed aveva origini nel paesino di Favale di Malvaro in Val Fontanabuona, in provincia di Genova.
Suo zio materno, Ángel Cordano, era nazionalista e peronista e influenzò molto la formazione politica di Mujica. Alle elezioni del 1958 trionfò per la prima volta il cosiddetto Herrerismo e Erro fu designato ministro del Lavoro, accompagnato da Mujica che però non aveva nessun incarico ufficiale.
Nei primi anni Sessanta aderì al neonato movimento dei MLN – Tupamaros (Movimiento de Libaraciòn Nacional), un gruppo armato di sinistra ispirato dalla rivoluzione cubana e alla difesa dei diritti dei lavoratori della canna da zucchero (cañeros) del nord del paese sindacalizzati da Raúl Sendic, che rapinava le banche e distribuiva soldi e danaro ai poveri ai poveri, il suo nome di battaglia era “Pepe”.
Nel corso di varie azioni ricevette ben 6 ferite da arma da fuoco, e nel 1969 partecipò alla breve occupazione di Pando, una città vicina a Montevideo. A causa di questa attività politica, vissuta all’insegna del motto “Il mondo ci divide; l’azione ci unisce”, Mujica fu arrestato in quattro diverse occasioni e fu tra i prigionieri politici che riuscirono a evadere dalla prigione di Punta Carretas nel 1971. Fu ricatturato un anno dopo e condannato da un tribunale militare sotto il governo di Jorge Pacheco Areco, che aveva sospeso diverse garanzie costituzionali. Dopo il colpo di Stato militare del 1973, organizzato dal presidente Juan María Bordaberry, fu trasferito in un carcere militare dove rimase rinchiuso per quasi 12 anni, la maggior parte dei quali passati in completo isolamento in un braccio ricavato da pozzo sotterraneo. Fu uno dei 9 dirigenti tupamaros prigionieri che la dittatura civile-militare chiamava rehenes (ostaggi), ossia persone che, in caso di ulteriori azioni militari dei Tupamaros in libertà, sarebbero state immediatamente fucilate.
Nel 1985, quando la democrazia costituzionale fu ristabilita, Mujica fu liberato grazie ad un’amnistia della quale beneficiarono sia guerriglieri sia golpisti, coprente crimini di guerra e fatti di guerriglia commessi dal 1962 in poi. Tale amnistia sarà revocata per crimini contro l’umanità, ottenendo il processo e la condanna dell’ex dittatore Bordaberry.
Il 1° marzo 2005 è stato nominato ministro dell’Allevamento dal neoeletto Presidente della Repubblica Tabaré Vázquez; il suo sottosegretario era Ernesto Agazzi, ingegnere agronomo specializzato.
Tuttavia Mujica è stato il ministro più popolare, proprio per la sua vicinanza alla gente e per il suo carisma, che lo hanno reso molto popolare tra l’elettorato uruguaiano. Mujica è inoltre apprezzato per il suo dialogo con la gente. Il 3 marzo 2008 lascia la sua carica a favore di Agazzi per candidarsi alla Presidenza per le elezioni del 2009 ed ottiene il seggio di senatore.
Il 25 ottobre del 2009 Mujica ha ottenuto al primo turno il 48% dei voti.
Mujica, che in passato ha sostenuto e ottenuto la depenalizzazione dell’aborto, ha sostenuto poi il riconoscimento dei matrimoni gay e la legalizzazione della marijuana: “la tossicodipendenza è una malattia, guai a confonderla col narcotraffico”.

Mujica ha dichiarato: “Ho vissuto in questo modo la maggior parte della mia vita. Posso vivere con quello che ho. Dicono che sono il presidente più povero, ma io non mi sento povero. Le persone povere – aggiunge il presidente – sono quelle che lavorano solo per mantenere uno stile di vita agiato e costoso, e vogliono sempre di più. E’ una questione di libertà. Se non possedete molto, non avete bisogno di lavorare come uno schiavo tutta la vostra vita per mantenere tutto quel che avete. E quindi avete più tempo per dedicarvi a voi stessi”.

Paesi fantasma e villaggi abbandonati parte XIX: dintorni di Montoggio


Dossier Villaggi fantasma Parte XIX
I dintorni di Montoggio e Casella (provincia di Genova) sono particolarmente ricchi di villaggi abbandonati o semiabbandonati, a causa della presenza, fin dagli anni 60, di piccole indutrie, per non parlare della raffineria della poco lontana Busalla.
Tra i diversi villaggi del comune di Montoggio abbiamo Campoveneroso (vedi Parte VIII), Feto, Chiappa, Castiglione, Buse’, Salice, Case di Brugnosecco, Case Axia, Veixe, Fregae, Fasciou, Fregaiasse, Assereto, eccetera, alcuni di essi sono ancora abitati e in lieve rinascita. Tra questi presentiamo i tre più esemplificativi, tra le categorie dei borghi rinati (o mai veramente morti) e in ricostruzione, quelli in cui vi sono case quasi perfettamente conservate con tanto di suppellettili, e il caso opposto di borghi non solo completamente abbandonati, ma anche vandalizzati.
Questi sono Castiglione, paese in ricostruzione ormai da diversi anni, Buse’, protetto da un roveto e Assereto, con tracce di riti satanici.

Cartello prima di Castiglione

Cartello prima di Castiglione


Castiglione si trova in Alta Valle Scrivia tra Montoggio e Laccio, già all’ingresso della strada per conduce alle due frazioni (Inferiore e Superiore) c’è un cartello che indica il “promotore della rinascita di Castiglione”, già 13 anni or sono. Le case sono ricostruite in stile rustico, rispettoso dell’ambiente e della storia locale.
Castiglione Inferiore

Castiglione Inferiore

Chiappa

Chiappa


Buse’ si trova poco dopo Chiappa, nel versante opposto dell’Alta Valle Scrivia, ma per raggiungerlo bisogna superare un impenetrabile roveto, naturalmente aggirando l’ostacolo lungo i boschi, senza alcun sentiero. Questo ostacolo normalmente insormontabile è la salvezza del borgo. Questo perché siamo ormai abituati a vedere, anche in montagna (ho visto personalmente bivacchi vandalizzati sia sulle Apli che sugli Appennini), non solo incuria e mancanza di rispetto, ma anche veri e propri danni.
Buse'

Buse’

A Buse’ è possibile vedere ancora una antica stufa e altre suppellettili, ma soprattutto è uno dei pochi villaggi che ha una data di “morte”. In una casa (costruita, come dice un cartello sgrammaticato perché scritto dai contadini stessi, il 26 giugno 1810) infatti, c’è ancora una cucina lasciata così come era quando era abitata, con bottiglie, contenitori di caffé, sale, olio. Un giornale nemmeno sfogliato (insieme ad altre pubblicazioni) ci dice che l’ultimo abitante ha lasciato il paese nel dicembre 1978. Quindi uno dei casi più tardi di “morte” di un paese, in quanto gli abbandoni maggiori si verificano tra la fine dell’Ottocento e gli anni Cinquanta.
Buse'

Buse’


Per un certo verso mi sento in colpa a pubblicare in rete queste notizie, ma sono convinto che chi cerca queste notizie sia normalmente una persona che ama l’ambiente e la storia e non ha nessuna intenzione di fare danni o rovinare la perfetta istantanea di uno squarcio di vita contadina degli anni Settanta. E quindi invito i cacciatori del posto a non tagliare i rovi per questo motivo.
Gazzetta Sportiva del 24 dicembre 1978 a Buse'

Gazzetta Sportiva del 24 dicembre 1978 a Buse’

Scarpa ad Assereto

Scarpa ad Assereto

Scritte sataniche ad Assereto

Scritte sataniche ad Assereto


Perché arrivando ad Assereto, per esempio, tra Montoggio e Casella, dopo un lungo sentiero che dal paese ancora abitato Fregaiasse fa il giro della valle, si possono vedere tracce di riti satanici (probabilmente solo goliardici, ma poco cambia), che sono segno del pericolo del vandalismo.

Paesi fantasma e villaggi abbandonati parte VIII: Noci e Campoveneroso


Dossier Villaggi fantasma Parte VIII
La Val Noci è una valle angusta che si trova tra Genova e il torrente Scrivia. Oggi il suo torrente, prima di gettarsi nello Scrivia, forma un lago grazie a una diga. Un po’ per il riassetto idrogeografico, un po’ per la scomodità èer raggiungere alcuni suoi centri abitati, la valle è oggi quasi disabitata.
Alcune mappe dei sentieri indicano Noci, l’abitato principale, come “paese fantasma”, è raro che un paese abbandonato sia segnalato, e infatti Noci non è abbandonato, non del tutto almeno!
Le carte lo segnalano perché visitarlo può avere interessi turistici. A Noci infatti c’era il quartier generale del Comando della Brigata Volante Severino della Divisione Cichero che occupava buona parte dell’Appennino Settentrionale, almeno fino all’autunno 1944, prima dei sanguinosi rastrellamenti tedeschi. E questa segnalazione è un piacere viste le premesse del blog (ispirato alla Repubblica partigiana di Torriglia).

Noci, ceppo partigiano

Noci, ceppo partigiano


Quarter generale Brigata Volante Severino, Noci

Quarter generale Brigata Volante Severino, Noci


Cartello di Noci

Cartello di Noci


Un cartello all’ingresso del paese ricorda gli eventi, e un altro ne indica l’edificio esatto (ormai in rovina).
Per raggiungere Noci c’è una lunga strada sterrata percorribile con un fuoristrada, un Suv o con un’utilitaria solo molto lentamente e solo se non piove o ha nevicato. Curiosamente il cartello che indica il nome del paese è posto qualche chilometro prima, isolato nel nulla, come a incoraggiare il proseguimento…
Chiesa di Noci

Chiesa di Noci


Il paese, come detto, non è affatto “fantasma”, né abbandonato. D’inverno, e con la neve, potevo contare almeno tre camini che fumavano e due automobili. Soltanto le case della parte più vecchia sono diroccate e inagibili. C’è anche una chiesetta perfettamente conservata.
Noci panorama

Noci panorama


Da Noci sono salito sulla cresta verso la valle Scrivia, seguendo un sentiero che mi ha portato a Campoveneroso, questo sì paese completamente abbandonato. Nonostante il numero delle case non esiguo (come grandezza è paragonabile a Reneuzzi, ma è decisamente molto meno agibile, con solo un paio di tetti precariamente al loro posto). Molte case hanno pareti interne in legno e questo fa sì che siano conservate molto male. Sullo stesso versante, pochi chilometri più a est c’è un altro piccolo abitato con il curioso nome di Feto.
Incuriosito dal nome, mi sono creato un’ipotesi che potrebbe essere presa in considerazione da qualcuno che ne sa più di me (mi riferisco ai geologi, ma anche ai frequentatori della zona!).
Campoveneroso panorama

Campoveneroso panorama


Sappiamo che l’Appennino Ligure è il risultato di un innalzamento causato dall’incontro di due zolle tettoniche, quindi queste montagne, molti milioni di anni fa, erano sottomarine, e alcune di loro sono di lontana origine vulcanica. Vale a dire che milioni di anni fa c’erano alcuni vulcani, spentisi già prima di emergere dal mare. Questo non toglie che alcuni fenomeni postvulcanici siano ancora presenti, come le terme o l’acqua solfurea.
Campoveneroso

Campoveneroso

Campoveneroso

Campoveneroso


La mia analisi è toponomastica: a ovest del passo della Scoffera c’è il monte Dragonat, non lontano da dove si dice vi fosse una terma (tra Scoffera e Moranego) che non ho ancora trovato, poi c’è il Passo del Fuoco, mentre sul versante nord ci sono Poggio Caldaia, Feto e Campoveneroso. Quindi abbiamo le terme, la “caldaia”, il fuoco, il “fetore” e il “campo velenoso” (dal latino). Potrebbero esssere indizi di una qualche traccia di sorgenti termali e/o solfuree.

Rileggi dalla Parte I.

The Province of Bumbunga


Dossier Micronazioni Parte XIX.
Bumbunga Snowtown e Lochiel (chiamate Province di Bumbunga, a nord est di Adelaide, Australia Meridionale) sono una micronazione creata nel 1976 da un immigrato inglese di nome Alex Brackstone, ex addestratore di scimmie e cercatore di uranio.

Bandiera di Bumbunga

Bandiera di Bumbunga


Nel novembre del 1975 in Australia si verifica il primo e unico caso di un effettivo esercizio da parte del governatore del potere discrezionale che la Costituzione formalmente gli assegna ma che la prassi gli ha sempre negato. Il premier laburista Gough Whitlam, non chiede al Governatore Generale Sir John Kerr, il rappresentante della regina Elisabetta II in Australia, di sciogliere il parlamento e di indire nuove elezioni.
Brackstone, che era un ardente monarchico inglese, si allarmò vedendo la deriva verso il repubblicanesimo e decise di fare tutto il possibile per assicurare che almeno una parte del territorio australiano rimanesse fedele alla la Corona britannica.
Francobolli di Bumbunga

Francobolli di Bumbunga


Così, il 29 marzo 1976, dichiarò i suoi quattro ettari di proprietà indipendenti dall’Australia come Provincia di Bumbunga assumendo la carica di Governatore.
Brackstone decise in seguito di attirare il turismo con la costruzione di un modello in scala della Gran Bretagna nel proprio cortile, con migliaia di piante di fragola.
L’autorità doganale australiana gli impediì l’attuazione di questo piano rimuovendo il terreno e facendo morire le piante.
Nel 1980 Bumbunga ha iniziato ad emettere francobolli con i temi monarchici inglesii. Successivi problemi economici fecero scivolare Bumbunga nell’oblio dal 1987, fino al 1999, quando Brackstone ha rivendicato l’immunità da procedimenti giudiziari a causa del suo status di Governatore.
Vista aerea di Bumbunga, dove si scorge la sagoma della Gran Bretagna

Vista aerea di Bumbunga, dove si scorge la sagoma della Gran Bretagna

Confine di Bumbunga

Confine di Bumbunga


Vai alla Parte XX.
Rileggi dalla Parte I.

Nikola Tesla


Dossier Personaggi Parte V.
Nikola Tesla è un personaggio, come tutti quelli che abbiamo affrontato in questo dossier, davvero particolare. Inventore e ingegnere serbo naturalizzato statunitense, nato nel 1856, è rimasto celebre per i suoi studi nel campo dell’elettromagnetismo.
Molti dei suoi primi studi si rivelarono anticipatori della moderna ingegneria elettrica e diverse sue invenzioni rappresentarono importanti innovazioni.

Nikola Tesla, ritratto di Stefano Giorgi

Nikola Tesla, ritratto di Stefano Giorgi


Al contrario di quanto si afferma, almeno negli Stati Uniti Tesla era ed è tra gli scienziati e inventori più famosi, anche e soprattutto nella cultura popolare, come dimostrano i numerosi tributi nella musica, nel cinema e nell’arte.
La sua importanza fu riconosciuta nella Conférence Générale des Poids et Mesures, in cui fu intitolata a suo nome l’unità del Sistema Internazionale di misura della densità di flusso magnetico o induzione magnetica.
La Guerra delle correnti (alternata vs Continua)
In particolare i suoi brevetti sono la base del sistema elettrico a corrente alternata e della distribuzione elettrica polifasica, che si contrapponeva al sistema elettrico a corrente continua, utilizzato da Edison.
Questo contrasto diede vita alla cosiddetta “Guerra delle correnti”. Il sistema di Thomas Alva Edison era poco adeguato per le esigenze che delineavano, poiché il trasporto era più difficile e molto costoso per le enormi perdite per dissipazione del calore. L’idea della corrente alternata di Tesla, al contrario, si basava sul fatto che le perdite dipendono dalla tensione: diminuiscono con l’aumentare della tensione. In questo modo, Tesla scoprì che era possibile trasportare corrente alternata per lunghe distanze con basse dispersioni, alzandone la tensione tramite un trasformatore e riabbassandola nello stesso modo poco prima della distribuzione ai clienti, per farla tornare a livelli sicuri.
Nel 1886 Tesla fondò la Tesla Electric Light & Manufacturing, ma presto i finanziatori, in disaccordo con lui, gli tolsero il controllo della società. Nel 1887 costruì il primo motore a induzione a corrente alternata senza attrito, di cui fece dimostrazione presso l’American Institute of Electrical Engineers.
Nel 1888 sviluppò i principi della sua bobina e iniziò a lavorare con l’imprenditore George Westinghouse nei laboratori della Westinghouse Electric & Manufacturing Company, fondata due anni prima per competere con la General Electric di Edison. Westinghouse ascoltò le sue idee per i sistemi polifase che avrebbero permesso la trasmissione di elettricità a corrente alternata lungo grandi distanze.
Tesla e Westinghouse si rivelarono vincitori della “Guerra delle correnti” e Tesla fu riconosciuto come uno dei più grandi ingegneri elettrici statunitensi.
Controllo a distanza e UFO
Nel 1891 Tesla riuscì ad accendere, a distanza e senza fili, dei tubi a vuoto in entrambi i suoi laboratori, fornendo la prova delle potenzialità della trasmissione senza fili di potenza.
Nel 1899 Tesla decise di trasferirsi per portare avanti le sue ricerche a Colorado Springs, nel Colorado, dove avrebbe avuto molto spazio per i suoi esperimenti sulle alte tensioni e le alte frequenze. Il suo diario contiene numerose spiegazioni delle sue congetture sulla ionosfera e sugli esperimenti sulle correnti telluriche del suolo, fatte di onde trasversali e onde longitudinali. Tesla ricercò vari metodi di trasmissione di potenza ed energia senza fili su lunghe distanze, utilizzando la banda delle frequenze molto basse (ELF) attraverso il terreno tra la superficie della Terra e lo strato di Kennelly-Heaviside (fenomeno confermato negli anni Sessanta e chiamato Risonanza di Schumann). Tesla provò che la Terra era un buon conduttore, e produsse dei fulmini artificiali (con scariche di milioni di volt, lunghe fino a 40 metri), osservando i quali, indagò sull’elettricità atmosferica.
In questo periodo Tesla rilevò alcune tracce che interpretò come segnali radio extraterrestri. A questo scopo costruì il teslascopio, una ricetrasmittente con la finalità di comunicare con forme di vita extraterrestre. Nonostante i suoi pubblici annunci, i dati che aveva rilevato furono duramente respinti dalla comunità scientifica. Ma su questo punto oggi molti ufologi e complottisti sono disposti a credere alle sue ricerche.
Nel 1921 Tesla scrisse riguardo alla sua esperienza, in merito alla quale credeva che i segnali provenissero da Marte, escludendo la previsione del 1901 secondo la quale i segnali che ricevette si sarebbero potuti originare da Venere.
Soltanto nel 1996 Corum and Corum pubblicò un’analisi dei segnali provenienti dalla magnetosfera di Giove, che indicavano una chiara corrispondenza tra la posizione di Marte a Colorado Springs e la cessazione dei segnali da Giove, nell’estate del 1899, quando lo scienziato era laggiù, confermando che le osservazioni di Tesla erano esatte, anche se erroneamente attribuite al pianeta rosso.
Il 7 gennaio del 1900 il suo laboratorio di Colorado Springs fu demolito e le apparecchiature vendute per pagare i debiti e costruire un’infrastruttura per la trasmissione di potenza senza fili, la Wardenclyffe Tower. La struttura venne smantellata durante la Prima Guerra Mondiale. I giornali del tempo etichettarono Wardenclyffe come la “follia di Tesla da un milione di dollari”.
Intorno al 1916 Tesla andò in bancarotta, a causa dei suoi debiti arretrati con il fisco; viveva ormai in povertà. Dopo Wardenclyffe, costruì la Telefunken Wireless Station a Sayville, Long Island, ottenendo in parte i successi a cui voleva arrivare a Wardenclyffe. Nel 1917 la struttura fu sequestrata e abbattuta dai Marines, che sospettavano potesse essere utilizzata da spie tedesche.
La macchina volante
Un’altra invenzione teorizzata da Tesla è comunemente chiamata “macchina volante di Tesla”. Lo scienziato pensò a un velivolo comandato da un motore elettrico alimentato da un generatore a terra. La forma ipotizzata per il velivolo è quella tipica di un sigaro. Ciò in seguito sarà sfruttato dai teorici della cospirazione degli UFO.
Il Raggio della Morte
Tesla fece alcune affermazioni di rilievo circa un’arma chiamata “teleforce”. La stampa la soprannominò “raggio della pace” o “raggio della morte, un meccanismo per generare una tremenda forza elettrica, con un dispositivo per intensificare ed amplificare la forza sviluppata dal primo meccanismo. Alla base del funzionamento dell’ipotetica arma vi sarebbe l’importante trasferimento di più flussi di energia, magnetica. Secondo le intenzioni si sarebbe dovuto trattare di una potente arma di distruzione, in grado di colpire a grande distanza le truppe nemiche, far esplodere i carri armati e gli aerei nemici in volo. Ma le ricerche documentate su progetti di armi di questo tipo si fermarono alla dimostrazione matematica che già dopo pochi metri di distanza la maggior parte dell’energia veniva dispersa e l’efficacia a lunghe distanze ne sarebbe risultata inevitabilmente compromessa.
Macchina per fotografare il pensiero
Probabilmente la più singolare invenzione di Tesla. Egli teorizzava che un pensiero formatosi nel cervello creasse una corrispondente immagine nella retina, e che l’impulso elettrico di questa trasmissione neurale potesse essere letto e registrato in un dispositivo. L’informazione immagazzinata, sarebbe stata elaborata da un nervo ottico artificiale e su uno schermo.
L’effetto Hutchinson
L’effetto Hutchison è un insieme di fenomeni scoperti nel 1979 da John Hutchison durante i tentativi di studiare le onde longitudinali di Tesla. L’Effetto Hutchison si verifica come il risultato di interferenze di onde radio in una zona di spazio volumetrico avvolto da sorgenti di alto voltaggio, solitamente un generatore Van de Graff, e due o più bobine di Tesla. Gli effetti prodotti includono levitazione di oggetti pesanti, fusione di materiali dissimili come metallo e il legno, il riscaldamento anomalo di metalli senza bruciare i materiali adiacenti, rotture spontanee di metalli e cambiamenti sia provvisori che permanenti nella struttura cristallina e delle proprietà fisiche dei metalli.
La contesa con Marconi del brevetto della radio
Nel 1893 a St. Louis Nikola Tesla diede una dimostrazione pubblica di comunicazione radio “senza fili.” L’apparato che lui ha usato conteneva tutti gli elementi che sono stati incorporati in sistemi radio, prima dell’invenzione delle valvole a vuoto. Tesla fu il primo ad applicare il meccanismo di conduzione elettrica per pratiche di radiotelegrafia.
Nel 1896 Marconi registrò un brevetto per radio britannico. Nel 1897 Tesla registrò due brevetti di base della radio. Ma nel 1904, l’ufficio brevetti statunitense cambiò la propria decisione, assegnando a Guglielmo Marconi il brevetto per l’invenzione della radio, probabilmente influenzato dalle ottime finanze di Marconi (che includevano Thomas Edison ed Andrew Carnegie). Questo permise al governo Americano di evitare di dover pagare i diritti che erano stati chiesti da Tesla per l’uso dei suoi brevetti nel Regno Unito.
Nel 1915 Tesla intentò una causa contro Marconi per ottenere un processo contro i diritti dell’inventore italiano, ma non ebbe successo.
Soltanto dopo la morte, nel 1943, la Corte Suprema degli Stati Uniti impugnò il suo brevetto numero, riconoscendo lo scienziato come l’inventore della radio.
Il Premio Nobel
Dal momento che il Premio Nobel per la fisica fu consegnato a Marconi per la radio nel 1909, Thomas Edison e Tesla furono menzionati da un dispaccio di agenzia come potenziali candidati per condividere il Premio Nobel del 1915, giungendo a uno dei tanti incidenti “diplomatici” del Nobel. I due scienziati rifiutarono in ogni caso di ricevere il riconoscimento se il collega l’avesse ricevuto per primo e nessuno dei due prese in considerazione l’opportunità di condividerlo. Dopo le polemiche, né a Tesla né a Edison fu assegnato il Nobel.
Altre invenzioni
Nel 1887 Tesla iniziò a investigare su quelli che Wilhelm Röntgen successivamente identificò come raggi X, utilizzando i suoi tubi a vuoto a singolo nodo (bremsstrahlung), ma non rese note le sue scoperte e la maggior parte della sua ricerca è andata perduta nell’incendio del suo laboratorio avvenuto nel marzo del 1895.
Nel 1898, Tesla inventò una “candela elettrica”, detta anche spark plug, per i motori a combustione interna a benzina.
La psicologia di Nikola Tesla
Esistono alcuni contrasti sulla paternità dei suoi brevetti. La scoperta del campo magnetico rotante, per esempio, fu descritta in una nota presentata alla Reale Accademia delle Scienze dallo scienziato italiano Galileo Ferraris, ma Tesla contestò la priorità della scoperta, che finì nelle aule giudiziarie, che stabilirono che la paternità dell’invenzione spettava a Ferraris. Nel 1943 un’altra sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti gli attribuì la paternità di alcuni brevetti usati per la trasmissione via radio.
Ma soprattutto, a causa della sua personalità eccentrica, della sua fisicità (era alto 2 metri esatti), e delle sue apparentemente incredibili e talvolta bizzarre affermazioni, negli ultimi anni della sua vita Tesla fu ostracizzato e considerato una sorta di “scienziato pazzo”. Lo scienziato iniziò a mostrare evidenti sintomi di disturbo ossessivo-compulsivo; aveva numerose quanto inusuali abitudini ed idiosincrasie divenne ossessionato dal numero 3: sovente si sentiva costretto a girare attorno ad un palazzo tre volte prima di entrarvi, esigeva che la camera d’albergo dove alloggiava avesse un numero divisibile per tre, e visse gli ultimi anni in una suite al 33º piano del New Yorker Hotel, spesso esigeva una pila di dodici tovaglioli ben piegati intorno al suo piatto a ogni pasto. Inoltre era ossessionato dai piccioni: ordinava speciali semi per i volatili che nutriva nel Central Park, portandone alcuni nella sua stanza in hotel. Era un amante degli animali; spesso gioiva alla vista di una cucciolata di gatti.
La natura dei suoi disturbi era poco conosciuta a quel tempo e non erano disponibili terapie efficaci, perciò i sintomi vennero considerati come prova di una parziale infermità mentale, danneggiando senza dubbio ciò che era rimasto della sua reputazione.
Tesla morì per un attacco cardiaco, solo, nel New Yorker Hotel, tra il 5 e l’8 gennaio del 1943, all’età di 86 anni. Nonostante avesse venduto i suoi brevetti sulla corrente alternata, egli era praticamente nullatenente e lasciò consistenti debiti.
Nikola Tesla nel suo laboratorio di Colorado Springs

Nikola Tesla nel suo laboratorio di Colorado Springs


Rileggi dalla Parte I.

Kingdom of Ladonia


Dossier Micronazioni XVIII.
Presentiamo ora una nazione che ha, come la Neorepubblica di Torriglia, un’origine artistica, il Regno di Ladonia.

Bandiera di Ladonia

Bandiera di Ladonia


Nel 1980, l’artista Lars Vilks iniziò la costruzione di due sculture, Nimis (una struttura composta di 75 tonnellate di legni) e Arx (una struttura in pietra), nella riserva naturale del Kullaberg nel nord-ovest dello Skåne, Svezia. Le opere d’arte, che appaiono come castelli stravaganti, sono diventate un’attrazione turistica.
L’afflusso di turisti ha attirato le ire del consiglio comunale locale, che ha dichiarato che Vilks aveva illegalmente costruito una “casa” in una riserva naturale e ne ha richiesto la rimozione.
Così, nel 1996, Lars Vilks ha dichiarato il tratto di spiaggia nazione sovrana, indipendente dalle leggi del Governo svedese. Vilks chiamato il suo nuovo paese del Regno di Ladonia, issò la bandiera e un manifesto in cui reclama la libertà dei cittadini di esprimere la propria creatività.
Nel 2001, il Regno di Ladonia ha una popolazione di 15.567 (anche se nessuno ha in realtà vissuto nella spiaggia), costituita soprattutto da artisti e sostenitori della sua causa, provenienti da oltre 50 Paesi.
Vilks ha costituito una moneta (Ortug) e una lingua nazionale (formulata in latino), ma la Svezia non l’ha mai riconosciuto come nazione legittima.
Francobollo da 1 Ortug di Ladonia (1999)

Francobollo da 1 Ortug di Ladonia (1999)


Nel 1999 venne costruita un’altra scultura, Omphalos. Venne realizzata in pietra e cemento, alta 1,61 metri e pesante una tonnellata. La Gyllenstiernska Krapperup Foundazion accusò Vilks di aver costruito questa nuova scultura e lo denunciò alla polizia, e nel mese di agosto 1999 la corte distrettuale ne ordinò la rimozione. La Fondazione aveva anche chiesto la rimozione di Nimis e Arx, ma il tribunale non ne scelse la rimozione. La Fondazione, dunque, presentò ricorso contro la decisione alla Corte Suprema. Dopo un accordo, Omphalos venne rimossa il 10 dicembre 2001, 100° anniversario del Premio Nobel. Successivamente, Vilks chiese al consiglio il permesso di erigere un monumento dov’era locato Omphalos. Venne concesso Il permesso di erigere un monumento non superiore a 8 centimetri di altezza, che venne debitamente realizzato e successivamente inaugurato il 27 febbraio 2002.
Nel luglio 2006, il sito web delle “the Armed Coalition Forces of the Internets” (ACFI) ha dichiarato guerra alla micronazione, motivando l’azione con la mancanza della riconoscenza dei diritti dei cittadini di internet e della pirateria.
La spiaggia di Ladonia

La spiaggia di Ladonia


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Dominion of Melchizedek


Dossier Micronazioni XVII.
Il Dominio di Melchizedek è una micronazione nota per aver facilitato frodi bancaria in larga scala in molte parti del mondo. Il presidente era Pearlasia Gamboa, moglie del vicepresidente David Korem. Le loro attività sono state descritte dal quotidiano La Repubblica come “una delle truffe internazionali più diaboliche mai concepite in questi ultimi anni”.

Bandiera di Melchizedek

Bandiera di Melchizedek

Stemma di Melchizedek

Stemma di Melchizedek


The Dominion of Melchizedek (anche DoM) è stato creato nel 1986 da Evan David Pedley e suo figlio Mark Logan Pedley. Quest’ultimo ha utilizzato anche una serie di pseudonimi, tra cui “Tzemach Ben David Netzer Korem”. I Pedleys hanno pubblicato una traduzione della Bibbia nota come la Bibbia di Melchizedek. Durante il 1980 i Pedleys erano già stati condannati e incarcerati per varie frodi.
David Evan Pedley, uno dei fondatori del Dominio di Melchizedek, ha scritto la prefazione della Bibbia di Melchizedek, ha tradotto la Genesi, l’Esodo, il Vangelo di Matteo e parti dell’Apocalisse.
Pedley è stato ripetutamente indagato, finché nel 1982, lui e Ben David fuggirono in Messico per evitare l’arresto. Ben David è stato arrestato nel gennaio 1983 in Messico per non rinnovare il suo visto e David Pedley si consegnò alle autorità messicane.
Nel 1987, durante la detenzione messican,a Padley muore, anche se le circostanze non sono chiare. Un funerale bara chiusa si è tenuto ad Altadena, in California. Al funerale, gli agenti dell’FBI chiedono le impronte digitali del corpo di David Pedley, ma la richiesta è stata negata dalla famiglia, e alcuni sostengono che Padley sia ancora vivo sotto altro nome.
Suo figlio Mark Logan Pedley, è stato il capo della Casa degli Anziani, vicepresidente del potere esecutivo e capo della Corte Suprema di DoM fino alle elezioni del 2006, quando Korem è stato sostituito da Charles Balas. A seguito delle elezioni, nessun membro della famiglia Pedley detiene titoli di autorità in DoM.
Banconota di Melchizedek da 100 Dominion Dollar

Banconota di Melchizedek da 100 Dominion Dollar


I sostenitori di DoM affermano che si tratta di una “sovranità ecclesiastica”, in modo analogo alla Città del Vaticano, che sostiene Gerusalemme come “propria Patria” (in base al racconto biblico di Melchisedek, che si dice essere stato re-sacerdote di Salem). Infatti la sua bandiera incorpora simboli cristiani, ebrei e islamici, ma il dominio non ha alcuna chiesa o religione formalmente costituita, e gli osservatori respingono l’affermazione della sovranità ecclesiastica.
Nel corso del 1990 DoM ha cominciato a rivendicare la sovranità su un certo numero di isole del Pacifico, (già tutti possedimenti riconosciuti da altri Paesi), tra questi l’atollo Taongi (un possesso disabitato delle Isole Marshall), Malpelo Island (un possesso della Colombia, abitato da una guarnigione militare), Karitane Shoal (una scogliera sommersa sotto 9 metri d’acqua), Solkope Island (parte di Figi) e Clipperton Island (un possesso francese), e gran parte dell’Antartide.
Il Dominio del sito Melchizedek afferma di essere stata riconosciuta come sovrana, tuttavia, molti giornalisti sostengono sia un inganno, e per gli United States Securities and Exchange Commission è inesistente.
Un articolo del Washington Post ha riferito che DoM è stato “diplomaticamente riconosciuto” dalla Repubblica Centrafricana nel 1993. Un articolo del sito antifrode Quatloos ha osservato che “Melchisedek ha apparentemente ottenuto una sorta di riconoscimento da parte di alcuni Stati più piccoli … che sono tutti importanti per la loro corruzione.
Per quanto è noto, DoM non mantiene una diplomazia o di qualsiasi altra forma di rappresentanza nella Repubblica Centrafricana, né esiste una prova che confermi l’esistenza di un rapporto formale bilaterale di qualsiasi sostanza.
DoM sostiene inoltre di essere stato riconosciuto dal Burkina Faso. Nessuna fonte affidabile secondaria ha pubblicato una conferma o una smentita.
In risposta a una delle rivendicazioni territoriali di DoM, il governo della Repubblica delle Isole Marshall ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Il governo della Repubblica delle Isole Marshall condanna le rivendicazioni e le attività fatte valere da (presunti) rappresentanti del Regno di EnenKio e del Dominio di Melchisedek”.
Le Isole Marshall hanno emesso una nota diplomatica alle altre nazioni, esortando nazioni amiche per non riconoscere le pretese di DoM nelle Isole Marshall.
Oltre 300 investitori in varie parti del mondo hanno perso denaro per presunti investimenti, per l’acquisto del passaporto o per truffe gestite da diverse “banche” di Melchizedek. John Shockey, un ex assistente speciale presso l’ufficio del Comptroller of the Currency, ha dichiarato: “Il Dominion di Melchizedek è una truffa, una frode grave, e non un’entità sovrana legittima. Le persone legate al Dominio di Melchizedek sono stati incriminate e condannate per una serie di reati”.
Nei primi anni 2000, DoM ha mantenuto una casella postale a Canberra, in Australia. Uno dei soggetti individuati dalle autorità filippine nel novembre 1998 come il capo di una serie di truffe perpetrate in nome di DoM era John Gillespie, un criminale ex australiano. Secondo una notizia riportata da The Nation di Bangkok “centinaia di filippini, cinesi e bengalesi pagato fino a US$ 3.500 a Gillespie e la sua banda, per inutili documenti di viaggio per Melchizedek”. Mentre gli altri membri della banda sono stati arrestati, Gillespie è fuggito.
Pearlasia Gamboa è stata il primo presidente del Dominio di Melchizedek, di origini filippino-americane, donna d’affari, è stata coinvolta nella truffa bancaria internazionale. La United States Securities and Exchange Commission ha presentato istanza contro Gamboa nel 2009 per impedirle la vendita di titoli di qualsiasi tipo, e per farle rimborsare le vittime delle sue attività fraudolente.
Una delle colonie rivendicate da Melchizedek

Una delle colonie rivendicate da Melchizedek


Carta di Taongi, una delle colonie di Melchizedek

Carta di Taongi, una delle colonie di Melchizedek


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Frestonia


Dossier Micronazioni Parte XVII.
Frestonia era il nome adottato dai residenti di Freston Road, una strada al confine nord-occidentale di Notting Hill, Londra, noto anche come Notting Dale, quando hanno tentato di secessione dal Regno Unito nel 1977. L’attore David Rappaport è stato il ministro degli Esteri, mentre il drammaturgo Heathcote Williams ha servito come ambasciatore in Gran Bretagna. Un altro ministro era Nicola Albery di BIT.

Francobolli di Frestonia da 9 pence

Francobolli di Frestonia da 9 pence


Frestonia consisteva in 7.300 mq triangolari di terreno (compresi i giardini comunali) formati da Freston Road, Bramley Road, Shalfleet Drive e parte del distretto W10, che appartenevano al momento al London Borough of Hammersmith.
La maggior parte dei residenti di via Freston erano abusivi, fin dai primi anni 1970. Quando il Greater London Council previde di riqualificare l’area, i 120 residenti adottarono tutti lo stesso cognome di Bramley, con l’obiettivo che il Consiglio li dovesse accogliere collettivamente.
Il Consiglio minacciò lo sfratto formale, così in un incontro pubblico a cui parteciparono 200 persone, ispirandosi a Freetown Christiania di Copenaghen, suggerì di indipendenti dal resto del Regno Unito. Un referendum diede il 94% dei residenti a favore del piano, e il 73% a favore dell’adesione della Comunità economica europea. L’indipendenza fu dichiarata il 31 ottobre 1977.
Frestonia aveva il suo giornale, il Tribal Messanger, una galleria d’arte chiamata ‘La Galleria Breaker Car’ e anche un “teatro nazionale”, che ha eseguito Heathcote Williams The Immortalist. È stato anche costituito il Frestonian National Film Institute.
Il trasporto locale è stato servito dal bus numero 295 e dalla metropolitana di Londra. Sono stati emessi francobolli, e sono stata progettata l’introduzione di una moneta.
Quando lo Stato ha festeggiato il suo quinto anniversario, nel 1982, la popolazione era di 97 persone che occupavano 23 case. Nello stesso anno, i Clash hanno registrato il loro album in Combat Rock Studios Ear (noto anche come Sala del Popolo) a Frestonia.
A seguito della copertura della stampa internazionale, i residenti hanno costituito la Bramleys Housing Co-operative Ltd, che ha negoziato con Notting Hill Housing Trust per la residenza e la riqualificazione della zona. Alcuni Frestoniani, in disaccordo per la conseguente perdita di indipendenza, si allontanarono. I residenti rimanenti si sono dimostrati incapaci di mantenere gli ideali della nazione di Frestonia”, che di conseguenza è andata in declino. Al suo posto, si è sviluppata una comunità più convenzionale, senza alcuna pretesa di secessione dal Regno Unito.

Oggi, la Bramleys Housing Co-operative gestisce gli immobili e i suoi membri continuano a vivere come una comunità molto unita. Alcuni sono figli o nipoti dei Frestoniani originali, anche se vi è stato anche un notevole afflusso di nuovi residenti.

Peoples Hall di Frestonia

Peoples Hall di Frestonia


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Freetown Christiania


Dossier Micronazioni XVI.
Freetown Christiania, nota anche come Città Libera di Christiania (in danese: Fristaden Christiania) è un auto-proclamato quartiere autonomo di circa 850 abitanti, che copre 34 ettari nel distretto di Christianshavn nella capitale danese Copenaghen. L’area ha un ruolo unico in quanto è regolata da una legge speciale, la legge Christiania del 1989 che trasferisce parte della sorveglianza del territorio da parte del comune di Copenaghen allo stato.

Bandiera di Christiania

Bandiera di Christiania


La zona di Christiania è costituita dalla ex caserma militare di Bådsmandsstræde e parti delle mura della città. Le mura e il borgo di Christianshavn sono stati istituiti nel 1617 dal re Christian IV, bonificando le spiagge basse e gli isolotti tra Copenaghen e Amager. Le baracche sono state abbandonate dai militari dal 1967 al 1971.
Successivamente, la zona è stata pattugliata solo da un paio di guardie e cominciò l’occupazione sporadica da parte di persone senza fissa dimora che utilizzarono gli edifici vuoti. Il 4 settembre 1971, gli abitanti del quartiere hanno sfondato la recinzione per utilizzare la zona come parco giochi per i loro figli.
Anche se l’acquisizioneall’inizio non fu organizzata, alcuni sostengono che sia stato fatto in segno di protesta contro il governo danese, per la carenza di alloggi a prezzi accessibili a Copenhagen.
Il 26 settembre 1971, Christiania è stata dichiarata aperta da Jacob Ludvigsen, un noto Provo e giornalista che ha pubblicato una rivista chiamata Hovedbladet (‘La carta principale’), che ha avuto molto successo tra i giovani. Nel documento, Ludvigsen ha annunciato la proclamazione del libero comune. Ludvigsen, tra gli altri, ha creato la missione di Christiania con l’obiettivo di creare una società autonoma in cui ogni singolo individuo sia responsabile del benessere di tutta la comunità. Lo spirito di Christiania si sviluppa rapidamente insieme con quello del movimento hippie, squatter, del collettivismo e dell’anarchismo.
Del 1976 canzone di protesta I kan ikke SLA os ihjel (tradotto: “Non ci può uccidere”), scritto da Tom Lunden del flower power gruppo rock Bifrost, divenne l’inno di Christiania.
Christiania diventa una delle attrazioni turistiche di Copenaghen, e all’estero è considerato un “marchio” per lo stile di vita libertario danese.
Tra gli abitanti di Copenaghen molti sono i beneficiari delle prestazioni sociali, tra cui pensionati, immigrati e clienti di istituzioni sociali.
La gente di Christiania ha sviluppato le proprie regole, indipendentemente dal governo danese. Le norme vietano furto, violenza, pistole, coltelli, giubbotti antiproiettile e droghe pesanti.
Il commercio di hashish è controverso perché non tutti sono d’accordo. La legalizzazione della cannabis è una delle idee di molti cittadini in Christiania. La regione ha negoziato un accordo con il ministero della difesa danese (ancora proprietario del territorio). Inoltre, dal 1994, i residenti hanno cominciato a pagare tasse e contributi per l’acqua, l’energia elettrica e lo smaltimento rifiuti.
Dal 1970 il Gay House (Bøssehuset), una delle istituzioni autonome di Christiania, è stato un centro di attivismo gay.
Fin dal 1971, il traffico di droga aperta di Christiania erano una spina nel fianco delle autorità danesi, una fonte costante di discussione pubblica, e ha portato a proteste dai Paesi vicini.
Intorno al 1984 una gang di motociclisti chiamato Bullshit s’instaura a Christiania e prende il controllo di una parte del mercato della cannabis. La violenza nel quartiere aumenta e i residenti sono molti risentiti, portando ad atti di sabotaggio nei confronti dei bikers. Questa tensione è culminata quando la polizia ha rinvenuto un cadavere, che era stato tagliato a pezzi e sepolto sotto il pavimento di un edificio. Christiania ha reagito con due epocali raduni, nei quali è stato deciso che i bikers dovevano lasciare l’area.

Nel 2002, il governo ha pensato di rendere meno visibile il commercio di cannabis. In risposta, i venditori di cannabis hanno ironicamente coperto i loro stand con reti mimetiche militari. Il 4 gennaio 2004, sapendo che il giorno dopo ci sarebbe stata un’operazione di massa della polizia, le tribune sono state demolite dai rivenditori di cannabis.
Il 16 marzo 2004, la polizia fa nuovamente irruzione nella zona, ma molti commercianti hanno iniziato a muovere enormi quantità di cannabis fuori da Copenaghen e il resto del Paese. La polizia ha fatto più di venti arresti nelle settimane successive, e gran parte della rete di vendita organizzata di spacciatori è stata successivamente eliminata. Prima della distruzione, il museo nazionale di Danimarca è riuscito a ottenere uno degli stand più colorati, che ora fa parte di una mostra.
Comunque, oggi il commercio di cannabis è successivamente tornato a come era prima delle incursioni.

Il 24 aprile 2005, di 26 anni, un residente di Christiania è stato ucciso e altri tre feriti in un agguato di una banda di spacciatori. Questo perché Christiania è stato un feudo sul mercato della cannabis di Copenhagen. Christiania faceva gola agli ambienti criminali. I responsabili erano una banda di Nørrebro, un quartiere nord-occidentale della città e un membro della banda si era infiltrato.
Alcuni hanno considerato questo incidente come un segno che la futura sopravvivenza della comunità era a rischio, altri hanno accusto la frammentazione del mercato della cannabis di Copenaghen e la sua espansione verso il resto della città, causate dalle misure del governo Anders Fogh Rasmussen.

Il 14 maggio 2007, la polizia forestale è entrato a Christiania per demolire i resti del piccolo edificio abbandonato di Cigarkassen (‘la scatola di sigari’). Gli abitanti di Christiania, temendo che la polizia avesse l’intenzione di demolire altri edifici, hanno costruito barricate in strada, facendo resistenza alla polizia, lanciando pietre e fuochi d’artificio. La polizia ha usato gas lacrimogeni e sono stati fatti una serie di arresti. Un attivista ha versato un secchio di urina e feci sul comandante della polizia. Dopo diversi tentativi falliti di prendere d’assalto le barricate, la polizia si è ritirata e, infine, ha rinunciato. In tutto, oltre 50 attivisti provenienti sia Christiania che all’esterno sono stati arrestati.

All’interno di Christiania stessa auto private non sono ammesse. Tuttavia, un totale di 132 vetture sono di proprietà di residenti e devono essere parcheggiate sulle strade che circondano Christiania. Dopo aver negoziato con le autorità cittadine, a partire dal 2005, è stato istituito un parcheggio per sole 14 vetture.
A partire dal 2008 Christiania ha istituito un posto di blocco-robot all’ingresso per impedire ai clienti di cannabis e ad altri visitatori di entrare a Christiania in auto.

Città Libera di Christiania

Città Libera di Christiania


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Republic of Molossia


Dossier Micronazioni Parte XV.
La Repubblica di Molossia trae le sue origini dal progetto della Repubblica Gran Vuldstein, creata da Kevin Baugh e James Spielman il 26 maggio 1977. L’intera popolazione era composta dal re James I (Spielman), e dal Primo Ministro Baugh, anche se James lasciò ben presto, lasciando “Vuldstein” in gran parte defunta.
Il 3 settembre 1999, Kevin Baugh ha creato la Repubblica di Molossia come continuazione di Vuldstein, e si è dichiarato il suo presidente.

Bandiera della Repubblica di Molossia

Bandiera della Repubblica di Molossia


Il 13 novembre 2012, Kevin Baugh ha creato una petizione sul sito governativo Usa Whitehouse.gov chiedendo il riconoscimento formale della micronazione.
Molossia comprende due proprietà (in precedenza erano tre), con una superficie totale di 6,3 ettari di proprietà di Kevin Baugh, che si trovano negli Stati Uniti, nella Harmony Province e nei pressi di Dayton, Nevada, luogo dove risiede la famiglia Baugh, denominata la Espera.
Moneta da 1 Valora della Repubblica di Molossia

Moneta da 1 Valora della Repubblica di Molossia

Moneta da 1 Valora della Repubblica di Molossia

Moneta da 10 Valora della Repubblica di Molossia


Il Protettorato di New Antrim si trova in un luogo segreto in Pennsylvania ed è stato il più grande dei territori Molossia è a poco più di 0,5 ettari di estensione, ma attualmente non è più sostenuto da Molossia.
Nell’agosto del 2003, Baugh ha acquistato un piccolo appezzamento di terra nel nord della California, che ha preso il nome di colonia di Farfalla. Il terreno è stato venduto alla fine del 2005, dopo che Baugh ha ereditato un altro territorio che ha chiamato Desert Homestead Provincia, nel sud della California.
Moneta commemorativa da 50 Valora della Repubblica di Molossia (2006)

Moneta commemorativa da 50 Valora della Repubblica di Molossia (2006)


Vesperia è il nome della rivendicazione Molossia di 49.881 miglia quadrate (130.000 kmq), sul pianeta Venere.
Inoltre, Molossia rivendica un posto chiamato Neptune, nelle profondità nel Pacifico settentrionale, a circa 750 chilometri a sud-ovest del Messico.
Molossia riconosce diverse altre micronazioni, e ha emanato numerosi trattati. Nel maggio 2008, un vertice si è svolto con il Granduca Paolo, leader del Granducato di Greifenberg. I piani sono stati fatti per il rilancio della Società delle Nazioni piccole.
Molossia afferma è stato uno dei primi Paesi a riconoscere la Repubblica del Kosovo.
Le poste di Molossia funzionano solo all’interno della Repubblica di Molossia in quanto la micronazione non è riconosciuto e quindi non ha agenzie equivalenti all’estero.
Negli ultimi anni sono state costruite installazioni d’arte con il tema delle micronazioni, e sono cominciati ad arrivare turisti.
Le visite sono possibili solo su prenotazione. I visitatori sono tenuti a mostrare il passaporto. Baugh ha dichiarato che tali requisiti sono derogati per i cittadini di Andorra, Liechtenstein, San Marino, Monaco, Seborga e “qualsiasi altro paese riconosciuto da Molossia”.
A Molossia, sono vietati il tabacco e lampadine a incandescenza.
Il 2 novembre 1983 la Repubblica di Molossia ha dichiarato di poter combattere una guerra contro la Germania Orientale ed ha emesso obbligazioni di guerra per fermare la guerra, che sostiene di essere stato combattuta da quel giorno fino all’unificazione della Germania.
Repubblica di Molossia

Repubblica di Molossia


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The Kingdom and the Republic of Talossa


Dossier Micronazioni Parte XIV.
Il Regno di Talossa è il nome di una micronazione fondata nel 1979 da Robert Ben Madison di Milwaukee. Si tratta di una delle più antiche micronazioni ancora in vita.

Bandiera del Regno di Talossa

Bandiera del Regno di Talossa


Talossa è organizzata con le leggi e istituzioni governative. I membri sono considerati cittadini e storicamente ammessi attraverso un processo formale di “immigrazione”. Secondo il suo sito web, l’adesione ha recentemente raggiunto i 200. La micronazione sostiene diversi luoghi della Terra come proprio territorio, in particolare una porzione di Milwaukee, ma né Talossa né i suoi crediti sono ufficialmente riconosciuti dagli Stati Uniti o di qualsiasi altra nazione ordinaria.
Talossa è stata fondata come regno nel 1979. All’epoca il regno occupava solo la camera da letto di Madison, che adottò il nome di “Talossa” dopo aver scoperto che la parola significa “dentro la casa” in finlandese.
Talossa ha pubblicato un giornale scritto a mano, ha progettato la bandiera e l’emblema della nazione (che mostra il motto finlandese “Miehen Huone su Hanen Valtakuntansa”, “camera di un uomo è il suo Regno”).
La situazione si è evoluta dopo la metà degli anni 1990, quando la pagina web di Talossa ha registrato centinaia di migliaia di lettori attraverso una serie di storie pubblicate su quotidiani come il New York Times e Wired, che sono state successivamente ripubblicate da giornali in molti altri Paesi.
Madison ha registrato il marchio “Talossa” e ha creato Talossa, Inc., un’organizzazione senza fini di lucro registrata nello Stato del Wisconsin.
Negli anni successivi il Regno di Talossa ha continuato a funzionare come un gioco di ruolo, con feste, elezioni, leggi e istituzioni governative, con diverse pubblicazioni on-line.
Ben Madison e altri membri di Talossa hanno inventato una propria mitologia che trae le origine dai Berberi del Nord Africa, hanno creato un linguaggio Talossan e composto un inno musicale.
Nel 2004, un gruppo di membri dissidenti del Regno di Talossa, hanno creato la Repubblica di Talossa.
Ben Madison rimase sul trono del Regno di Talossa fino all’agosto del 2005, quando, dopo una disputa sulle procedure in materia di immigrazione, ha abdicato in favore della moglie e nipote di otto anni, che ha assunto il trono come re Louis I. Il re Louis ha abdicato nel novembre 2006, in favore di John W. Woolley, eletto re John il 14 marzo 2007.
Nel dicembre 2011, i rappresentanti della Repubblica e del Regno si sono riuniti sotto la bandiera del Regno nel 2012, ponendo fine alla secessione. Un referendum è stato indetto nella Repubblica il 29 marzo 2012 in merito alla riunificazione.
Secondo la storia ufficiale, Talossa è passata dal rivendicare la camera di Madison fino a comprendere la maggior parte di East Side di Milwaukee, così come l’isola francese di Cézembre e un grosso pezzo di Antartide (chiamato Pengöpäts, Talossan per “Penguin-terra” ).
Downtown Milwakee, rivendicata dal Regno di Talossa

Downtown Milwakee, rivendicata dal Regno di Talossa


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Sovereign State of Forvik


Dossier Micronazioni Parte XIII.
Lo Stato sovranazionale di Forvik, precedentemente denominato Dipendenza della Corona di Forvik, è gestito da Stuart Hill, meglio conosciuto come Captain Calamity perché, dopo essere naufragato nelle Shetland nel 2001 durante un fallito tentativo di circumnavigare le isole britanniche, si stabilì in queste isole.

Bandiera di Forvik

Bandiera di Forvik


Forvik è stata creata nel giugno 2008 dal proprietario e unico occupante dell’isola Stuart Hill, quando ha dichiarato Forvik essere una dipendenza diretta della Corona britannica (e quindi non parte del Regno Unito o dell’Unione Europea). La dichiarazione di Hill si fonda su un trattato del 1469 tra il re Cristiano I di Danimarca-Norvegia e il re di Scozia Giacomo III, in cui Cristiano ipotecò le isole al fine di raccogliere fondi per la dote della figlia. Hill sostiene che il prestito non sia mai stato rimborsato e nessun altro accordo legale successivo sia mai stato messo in atto. In base a ciò le Shetland rimarrebbero in un limbo costituzionale, e dovrebbero godere dello status di dipendenza diretta della Corona, come lo sono già l’Isola di Man e le Isole del Canale.
Il 23 giugno 2008 Hill ha scritto una lettera alla Regina Elisabetta II, riconoscendosi come capo dello Stato di Forvik, con gli stessi poteri assegnati al re Giacomo III di Scozia, al momento del pignoramento di Shetland nel 1469. Fino a oggi Hill non ha ottenuto una risposta da parte della Regina.
Il 20 giugno 2008 un portavoce del Ministero di Giustizia del Regno Unito ha dichiarato che Forvik fa parte delle Isole Shetland, che sono soggette alla legislazione del Regno Unito. La gente di Shetland paga le tasse al Regno Unito ed elegge deputati al parlamento britannico, quindi Forvik è parte integrante del Regno Unito.
Lo Shetland Islands Council, che è attivo nel promuovere una maggiore autonomia per le Shetland, per voce di Sandy Cluness, non ha però respinto le azioni di Stuart Hill. Cluness ha inoltre dichiarato che la dichiarazione di Forvik suscita interesse per la questione di quale status dovrebbero possedere le Shetland. Gli abitanti dell’arcipelago seguono con molto interesse la questione per vedere se ciò potrebbe avere un impatto sulla maggiore autonomia delle isole.
Hill ha istituito varie forme di cittadinanza con diritto di voto: la cittadinanza territoriale (con l’acquisto degli 8000 lotti di terreno disponibili), mentre altri possono richiedere la cittadinanza onoraria con la promessa di reddito futuro. A nessuna famiglia è consentito possedere più di venti appezzamenti. Un cittadino onorario non ha diritto di voto, ma ha diritto a una quota del reddito futuro dell’isola. Entrambe le classi di cittadinanza sono soggette al pagamento di una tassa annuale.
Sebbene Hill ammetta che la quantità di fondi sia minima, ha intenzione di invitare delle Società per negoziare per i diritti di esplorazione petrolifera.
Non ci sono residenti a tempo pieno dell’isola o strutture permanenti. Start Hill rimane in una casa in Cunningsburgh, a sud delle Shetland e viaggia per l’isola su una piccola barca a fondo piatto fatta in casa, che è stata descritta come “sgangherato” e “armadio galleggiante” senza giubbotto di salvataggio o la radio a bordo.
Stato di Forvik

Stato di Forvik


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Conch Republic


Dossier Micronazioni Parte XII.
La Repubblica dei Conch è una micronazione dichiarata come secessione della città di Key West, in Florida, Stati Uniti, il ​​23 aprile 1982 (celebrato come il giorno dell’Indipendenza). Da allora è mantenuta come richiamo turistico per la città. Comprende tutte le isole Keys, i territori della Monroe County a nord del Saloon Skeeter Last Chance di Florida City, i territori della Dade County, con Key West come capitale.

Bandiera della Repubblica dei Conch

Bandiera della Repubblica dei Conch


Storia.
Nel 1982 la US Border Patrol creò un posto di blocco che infastidisce molto i residenti e rallentò le attività turistiche della zona. Il Consiglio della città di Key West tentò di ottenere un’ingiunzione contro il posto di blocco, ma questa venne respinta in tribunale. Così il Consiglio e il sindaco Dennis Wardlow dichiararono l’indipendenza di Key West. Secondo il Consiglio, dato che il governo federale aveva istituito l’equivalente di una stazione di confine, era come se fosse stato considerato un territorio straniero. La nazione prese il nome di Repubblica dei Conch, in quanto i cittadini erano spesso chiamati Conch.
Nell’ambito della protesta, il sindaco Wardlow fu proclamato primo ministro della Repubblica, che immediatamente dichiarò guerra agli Stati Uniti.
La guerra avvenne in modo simbolico rompendo un pezzo di pane cubano raffermo in testa a un uomo vestito in uniforme navale, che si arrese dopo un minuto, ponendo fine alla guerra.
I funzionari della Conch Republic sono stati invitati al Vertice delle Americhe di Miami nel 1994.
La secessione hanno provocato una grande pubblicità e i posti di blocco e la stazione di controllo sono stati rimossi.
Il 20 settembre 1995, è stato riferito che il Battaglione 478 dell’Army Reserve degli Stati Uniti condusse un’esercitazione simulando l’invasione di un’isola straniera.
Wardlow e le forze che appoggiavano la secessione del 1982 mobilitò l’isola per una guerra su vasta scala (con cannoni d’acqua di cottura e pane raffermo cubano), e protestò contro il Dipartimento della Difesa Usa per aver organizzazione questa esercitazione senza consultare la città di Key West. I capi del Battaglione 478 hanno emesso un comunicato di scuse il giorno dopo, sostenendo che “in nessun modo l’azione era diretta a contestare o mettere in dubbio la sovranità della Repubblica dei Conch”.
Durante la chiusura del parco nazionale di Dry Tortugas decisa dal governo federale del 1995 e del 1996, per protesta la Repubblica dei Conch ha inviato una flottiglia civile con imbarcazioni dei vigili del fuoco a Fort Jefferson, per ottenere la riapertura del parco alle visite turistiche. Quando i funzionari hanno tentato di entrare nel forte, sono stati denunciati.
Il 13 gennaio 2006, Peter Anderson (denunciato nelle vicende di Dry Tortugas del 1995-1996) si propose di annettere l’arco abbandonato di Seven Mile Bridge, che era stato sostituito da un altro arco nel 1982. Questa annessione era mossa dalla protesta nei confronti del governo federale, che il precedente 4 gennaio aveva ricacciato 15 rifugiati cubani che avevano raggiunto l’arco.
La Conch Republic emette passaporti. Poco dopo l’11 settembre 2001 gli investigatori dell’FBI hanno ipotizzato che il capo dei dirottatori Mohammed Atta avesse acquistato un passaporto della Conch Republic dal sito web.
La Repubblica Conch mantiene attivamente un esercito, una marina, e una forza aeronautica il cui principale compito è quello di contribuire a rimettere in scena la Grande Battaglia del 1982 e la riconquista di Fort Jefferson.
Repubblica dei Conch

Repubblica dei Conch


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Republic of Minerva


Dossier Micronazioni Parte XI.
La Repubblica di Minerva è una micronazione esistita nel 1972 nell’Oceano Pacifico.

Bandiera della Repubblica di Minerva

Bandiera della Repubblica di Minerva


Moneta della Repubblica di Minerva (1973)

Moneta della Repubblica di Minerva (1973)


Nel 1971 il milionario e attivista politico di Las Vegas Michael Oliver acquistò in Australia delle chiatte cariche di sabbia portandole su Minerva, a sud delle isole Figi, atollo non ancora rivendicato da alcuna nazione. La sabbia consentì la costruzione di una piccola torre. Il 19 gennaio 1972 Michael Oliver issò la sua bandiera sul proprio atollo e proclamò la repubblica di Minerva, chiedendo il riconoscimento ufficiale ai Paesi vicini e varando una propria valuta. Nel febbraio del 1972 Morris C. Davis venne eletto presidente provvisorio della repubblica. Ma la dichiarazione di indipendenza venne accolta con estrema diffidenza dagli altri paesi del Pacifico, i quali temevano che ogni isolotto e ogni banco di sabbia diventasse sede di un microstato proclamato da utopisti e da contestatori sociali, quando non da bucanieri. Il 24 febbraio 1972 si riunì una conferenza degli Stati confinanti (Australia, Nuova Zelanda, Tonga, Figi, Nauru, Samoa Occidentali, Isole Cook) durante la quale il governo di Tonga decise di reclamare Minerva per sé. Il governo di Tonga inviò una piccola forza per recuperare e abbassare la bandiera di Minerva, che da allora è stata abbandonata, infrangendo il sogn della repubblica più piccola repubblica del mondo (5 ettari).
Repubblica di Minerva

Repubblica di Minerva


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Paesi fantasma e villaggi abbandonati parte VII: Reneuzzi


Dossier Villaggi fantasma Parte VII.
Questa volta parliamo di un paese nella parte più remota della Val Borbera, in provincia di Alessandria, ma non lontano dal confine ligure e da luoghi di cui abbiamo già parlato per altri motivi (come la Val Boreca). Si tratta di uno dei molti paesi abbandonati dell’Appennino, ma le sue particolarità lo differenziano dalla maggioranza degli altri paesi, sia perché si tratta di un paese con tanto di chiesa e cimitero (e quindi non una semplice frazione), ma soprattutto perché il suo nome è legato a un tragico fatto di cronaca sanguinario e alle apparizioni di un fantasma.
Stiamo parlando di Reneuzzi.

Ponte per Vegni (ultimo paese abitato prima di Reneuzzi)

Ponte per Vegni (ultimo paese abitato prima di Reneuzzi)

Reneuzzi

Reneuzzi


Renèuzi, Renèusi o Renéixi in dialetto, si tratta di uno dei tanti paesi svuotati a causa dell’immigrazione del Secondo dopoguerra degli abitanti verso le città (o l’America) a causa del boom economico italiano e la nuova spinta industriale.
Il paese conta quattro famiglie dopo il 1945, nel 1954 sono rimasti 18 abitanti, nel 1960 se ne contano solo 4. Tra questi c’è Davide Bellomo, un trentenne, probabilmente fidanzato con la cugina ventenne Maria Franco (detta Mariuccia) del paese vicino (oggi anch’esso disabitato) di Ferrazza.
Nel 1961 Devide Bellomo rimane l’unico abitante di Reneuzzi e scopre con orrore che la famiglia di Maria vuole trasferirsi via dalla Valle.
Chiesetta di Reneuzzi

Chiesetta di Reneuzzi


Da un articolo dell’epoca si legge che “la ragazza, che in un primo tempo sembrò corrisponderlo, aveva poi respinto l’innamorato. Gli stessi genitori di lei erano contrari alla relazione, considerando gli stretti legami di parentela fra i due giovani. Il contadino non aveva saputo mai darsi pace e quando apprese che la famiglia della ragazza si sarebbe trasferita era passato alle minacce: ‘se parti, piuttosto ti sparo’ le disse un giorno. Così la mattina del 22 settembre scorso [1961] mentre la famiglia di Maria transitava, attese la ragazza che procedeva distanziata dai genitori. Nascosto dietro un cespuglio, quando Maria gli passò a pochi metri sparò due colpi con una vecchia rivoltella, un ricordo che il padre aveva portato dall’America. I colpi raggiunsero di striscio alla nuca la ragazza che trovò ancora la forza di fuggire per circa duecento metri, rifugiandosi in una baita in località. Il delitto venne scoperto due ore dopo e più nessuno vide l’assassino.”
“Ieri [16 ottobre] un contadino di Reneuzzi ha scoperto il cadavere di Davide Bellomo. Il contadino quasi quotidianamente si reca col suo cavallo da Reneuzzi a Vegni e da due giorni notava che transitando in un tratto di sentiero incassato fra la roccia l’animale scalpitava e nitriva. Ieri pomeriggio, attratto anche da uno sgradevole odore, volle vederci chiaro e compì una battuta nella zona. Ad una cinquantina di metri dalla mulattiera, dietro un cespuglio, scoprì il cadavere che giaceva supino; la rivoltella era a poca distanza dalla mano destra. Oggi il cadavere è stato trasportato al cimitero di Vegni, dove domattina si recherà accompagnato da un medico, il Pretore di Serravalle Scrivia per le constatazioni di legge. È fuor di dubbio che il giovane si sia sparato con la stessa arma usata per uccidere Maria, e con ogni probabilità ha posto fine ai suoi giorni poco dopo il delitto, sconvolto forse dal suo folle gesto.”
Sei è il numero di colpi confermati dalla perizia necroscopica, avvenuti in località Arvecchia.
Altre fonti parlano di colpi di roncola, anche se la fonte più attendibile mi sembra l’articolo citato, tratto da La Stampa del 17 ottobre 1961, nella parte della cronaca del Basso Piemonte.

Nei giorni successivi il delitto, sembra che l’ombra dell’omicida abbia continuato a terrorizzare gli ultimi abitanti di Ferrazza (perché a Reneuzzi non era rimasto più nessuno), invitandoli a lasciare quel luogo maledetto.

Arredamento di un locale adiacente alla chiesa di Reneuzzi

Arredamento di un locale adiacente alla chiesa di Reneuzzi

Altare della chiesetta di Reneuzzi

Altare della chiesetta di Reneuzzi


Abbiamo raggiunto Reneuzzi sia da Croso che da Vegni, la prima via è più breve ma presenta una salita abbastanza impegnativa, la seconda è più lunga, ma abbastanza pianeggiante. In entrambi i casi i sentieri sono segnati discretamente bene e non c’è rischio di perdersi. Si nota subito che sono sentieri battuti regolarmente, a differenza di tragitti di altre nostre precedenti indagini.
Il paese è discretamente grande se messo a confronto con altre frazioni dell’epoca dei primi del Novecento. Ci sono alcune case che presentano ancora parti del tetto integre, alcuni balconi, di cui uno in legno miracolosamente ancora in sede.
La chiesetta è mantenuta a livello decente e non ci sono crolli (come è successo invece a Riola), l’altare e alcune pareti presentano ancora tracce di raffigurazioni, a cui vanno aggiunti graffiti fatti dopo l’abbandono del paese, anch’essi in condizioni pessime. In ogni caso, qualcuno si prodiga a tenere almeno pulito il posto e ci sono panche e tavoli di pietra per consumare un veloce pic-nic.
Cimitero di Reneuzzi

Cimitero di Reneuzzi


Infine abbiamo raggiunto il piccolo cimitero: uno dei più piccoli che abbia mai visitato, di circa 5×3 metri, con vecchie sepolture con iscrizioni corrose o illeggibili, datate al massimo fino al 1954.
Tra tutte, svetta la tomba seminuova, visitata regolarmente, di Davide Bellomo, l’omicida-suicida della storia (la tomba di Mariuccia, invece, si trova nel cimitero di Casella [corretto dopo commento]).
Non abbiamo notato “presenze” o “rumori” riconducibili a fantasmi, ma abbiamo visitato il luogo in pieno giorno, anche perché di notte sarebbe un’impresa.
A conferma di ciò, lo staff del C.I.O. (gruppo che indaga sul paranormale) ha espresso simili conclusioni (vedi articolo).
In ogni caso un luogo non difficile da raggiungere, che consiglio un po’ a tutti i curiosi a cui raccomando di rispettare il luogo.
Tomba di Davide Bellomo, l'omicida-suicida di Reneuzzi

Tomba di Davide Bellomo, l’omicida-suicida di Reneuzzi


Di Reneuzzi parla il libro Sono partiti tutti di Giovanna Meriana e il documentario Case abbandonate di Alessandro Scillitani e Mirella Gazzotti.
Rileggi dalla Parte I.
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Principality of Hutt River


Dossier Micronazioni Parte X.
Il Principato di Hutt River, precedentemente conosciuto come “Provincia di Hutt River” è la prima micronazione in Australia. Il suo territorio è di 75 kmq e si trova a 517 km a nord di Perth, vicino alla città di Northampton. Attualmente è abitato da 30 residenti a tempo pieno.

Bandiera del Principato di Hutt River

Bandiera del Principato di Hutt River


Fu fondato il 21 aprile 1970 da George Leonard Casley quando, insieme ai suoi compagni, proclamò la loro secessione dal Western Australia, in seguito alla disputa con il suo Governo sulle quote di produzione di grano con la famiglia Casley.
L’azienda agricola Casley aveva circa 4000 ettari di grano pronto per la mietitura, quando delle nuove quote sono state fissate dallo Stato, riducento fortemente la possibilità di vendita.
Le cinque famiglie che possedevano le fattorie di Hutt River si sono riunite per rifiutare la quota, presentando un ricorso al Governatore sir Douglas Kendrew, che rifiuò l’istanza che considerava l’applicazione della quota imposizione illegittima, in quanto non ancora convertita in legge, appelalndosi alla Legge di Tort.
Due settimane più tardi, il governo introdusse una proposta di legge in Parlamento per “riprendere il controllo” delle loro terre con l’acquisizione obbligatoria.
Infine, il governo del Western Australia stabilì che Casley non poteva far nulla senza l’intervento del Commonwealth. Così gli abitanti ricorsero al tribunale internazionale per ottenere la secessione, dichiarando Casley l’amministratore di uno Stato sovrano. L’ufficio del governatore generale affrontò Casley ufficialmentecome l’”Amministratore della Provincia di Hutt River”, e Casley rivendicò il suo diritto a essere considerato tale.
Moneta da 50 cents del Principato di Hutt River (1977)

Moneta da 50 cents del Principato di Hutt River (1977)

Moneta da 1 dollaro del Principato di Hutt River (1991)

Moneta da 1 dollaro del Principato di Hutt River (1991)


Il primo ministro australiano William McMahon lo minacciò di azioni giudiziarie, ma Casley e la sua comunità approfittarono dei Treason Act inglesi del 1495, e proclamarono monarca di Hutt sua maestà il Principe Leonard I. Il governo australiano non ha intrapreso alcuna azione contro Hutt River dopo la dichiarazione. Secondo la legge australiana, il governo federale aveva due anni di tempo per rispondere alla dichiarazione Casley, e la mancata risposta ha reso la provincia de facto autonoma il 21 aprile 1972.
Il governo dello stato Western Australia può ancora contestare la secessione, ma ha scelto di non farlo.
Nel 1976, le poste australiane si rifiutarono di gestire la posta di Hutt River. A seguito delle ripetute richieste da parte della Australian Taxation Office (ATO) per il pagamento delle imposte, il 2 dicembre 1977, il Principato di Hutt River ha ufficialmente dichiarato guerra all’Australia.
L'ufficio postale del Principato di Hutt River

L’ufficio postale del Principato di Hutt River (si noti l’indicazione di “Seborga”)


Il Principe Leonard ha notificato alle autorità la cessazione delle ostilità alcuni giorni dopo.
A seguito di un caso giudiziario che ritenne che i francobolli e le monete di Hutt River erano legali all’interno del Principato, le richieste fiscali cessarono e il servizio di posta fu ripristinato.
I residenti di Hutt River sono ancora tenuti a presentare le forme imposte sul reddito, ma sono classificati dalla ATO come non-residenti in Australia ai fini delle imposte sul reddito.
Quindi il reddito all’interno del principato è esente dalla tassazione australiana, poiché, per il governo, la provincia di hutt River si tratta di un esercizio d’impresa privata con una denominazione commerciale.
Nei primi anni 1980, Hutt River fu dichiarata regno, ma poco dopo tornò al suo stato originale di principato, e nel 2006 fu abbandonato il nome ufficiale storico di Provincia per quello di Principality (Principato).
Leonard Casley è quindi considerato uno dei padri precursori delle microsecessioni che costellano oggi il mondo.
Principato di Hutt River

Principato di Hutt River


Rileggi dalla Parte I.
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La Valle dei Cartaginesi sull’Appennino


La valle dei Cartaginesi è la Val Boreca, e le montagne che la circondano. Si tratta di una breve e angusta valle incastonata tra quattro regioni italiane, Emilia, Lombardia, Piemonte e Liguria. Il torrente Boreca si getta nel Trebbia a est, e per questo è la propaggine occidentale dell’Emilia-Romagna, ma è circondata da confini regionali su tre lati. A nord, attraverso il passo del Giovà (dopo il monte Penice, Tartago e Lesima) si giunge nell’Oltrepò pavese, a ovest si supera il passo verso la Val Borbera piemontese passando da Capannette di Rej e Capanne di Cosola, mentre a Sud si sconfina in Liguria, verso Casa del Romano. Una valle che ancora oggi è un punto di confine, dove si parla in piacentino, genovese e piemontese.
Come spesso accade nella storia, il ruolo di alcuni territori rimane invariato, e per questi luoghi probabilmente fu così fin da prima dell’epoca romana.
Il 18 dicembre del 218 a.C., nell’ambito della Seconda Guerra Punica, avvenne la battaglia del Trebbia, combattuta tra l’esercito di Annibale Barchi e i soldati romani della nuova colonia di Placentia di Publio Cornelio Scipione (ne avevamo già parlato). La battaglia avvenne con i famosi elefanti rimasti dopo la moria per l’attraversamento delle Alpi e avvenne nei pressi di Gossolengo, non lontano da Piacenza (un’interpretazione sostiene che il nome derivi da un “osso lungo” ritrovato nei pressi, osso presumibilmente di elefante).

Veduta di Tartago

Veduta di Tartago


La battaglia del Trebbia vide un chiaro successo di Annibale, che gli permise di conquistare quasi tutta la Val Padana.
Dopodiché non è chiaro il tragitto intrapreso dal generale punico. Ma lui stesso, o un distaccamento, deve aver risalito la Val Trebbia per cercare alleati tra i Celti liguri. Genova era rimasta sotto controllo romano e non deve aver ceduto alla tentazione. La legione cartaginese deve aver quindi deciso d’insediarsi in una valle abbastanza sicura e strategicamente importante per piantare i propri accampamenti. E deve aver scelto la Val Boreca.
Come lo sapiamo? Purtroppo sono quasi nulli i ritrovamenti di reperti cartaginesi (ma questo vale anche per la battaglia del Trebbia, nonostante sia stata una strage) ma, oltre a una moneta cartaginese abbastanza rara rinvenuta ad Alpe (nella valle immediatamente a sud), c’è una serie di indizi toponomastici sempre più inequivocabili. Vediamoli.
In una mappa sarda del Settecento troviamo l’indicazione, tra il passo del Giovà e la Val Boreca, della “Via di Annibale”. I Cartaginesi non erano nuovi a chiamare i nuovi insediamenti con il nome delle città di provenienza, come attesta la città di Cartagena nel sud della Spagna.
Tartago

Tartago


Abbiamo percorso la valle partendo dal Trebbia e abbiamo incontrato il paesino di Tartago. Veramente un nome evocativo.
Zerba

Zerba


Di fronte a esso, dall’altra parte della valle, c’è Zerba, che ricorda la città tunisina di Djerba.
Bogli

Bogli


Ma risalendo il torrente, troviamo Bogli (che potrebbe essere Bougie, sulla costa mediterranea tra Algeria e Tunisia), dove una leggenda narra di alcuni saraceni che vi posero dimora, ma non vi sostarono a lungo, non sopportando i rigori invernali, ed esattamente di fronte il delizioso abitato di Suzzi (dalla cittadina tunisina di Sousse).
Suzzi

Suzzi


Risalendo la costa verso il monte Carmo, e sconfinando in Piemonte, ecco il paesino di Cartasegna (ancora Cartagine!), mentre poco a sud abbiamo Barchi (il cognome di Annibale). Non voglio aggiungere Artana (che ha la stessa radice “arta” di Cartagine) perché sarebbe forzato e un po’ inutile.
Cartasegna

Cartasegna

Barchi

Barchi


Abbiamo già accennato al monte Tartago, al monte Penice (da “fenici”) e al monte Lesima (dove una leggenda vuole che Annibale si sia ferito una mano durante un sopralluogo, e per questo venne chiamato “lesa manus”).
In pratica la quasi totalità dei paesi può essere riconducibile ai Cartaginesi e in alcuni casi in modo inequivocabile.
Nel punto più alto, sulla costa tra emilia e Piemonte, dove si possono controllare entrambi i versanti, ci sono dei resti di un castello, etimologicamente conosciuto semplicemente come Castello. Si potrebbero fare delle ricerche per riuscire a datarne le fondamenta. Il castello si trova sull’antica via del Mare e la via del Sale (che poi prenderanno direzioni diverse), sentieri molti frequentati fin dalla preistoria, che attraversava gli Appennini dal Mar Tirreno-Ligure alla Val Padana lungo le cime delle montagne, poiché ai tempi le valli erano più instabili e pericolose (per gli animali e i boschi). Via che fu percorsa in epoca romana, medievale, ripresa dai Partigiani, seguiti poi dai tedeschi per i loro rastrellamenti.
A nord del passo del Giovà c’è anche Pian dell’Armà: è vero che esistono numerosi luoghi dove gli eserciti si “allenavano alla guerra” (da cui tutte le etimologie di “Campo di Marte” e derivati), ma quale esercito poteva allenarsi in questa valle così fuori mano?
Ci sarebbe poi un Casone di Zerbe nei pressi di Casa del Romano e, più a sud, Carpeneto (che starebbe per ca’ dei Fenici, ma di “Carpeneti” e simili l’Italia è piena e nonostante i cartaginesi si siano accampati un po’ dovunque nella penisola, starei cauto), forse segno che in una fase successiva i cartaginesi si sono fusi con la popolazione locale, come è successo altrove.
Infine, sempre lungo questa Via, dopo Capanne di Carrega, c’è il villaggio dal curioso nome di Casa del Romano. Una leggenda priva di fondamento racconta di un’assurda storia d’amore, ma a noi, osservando la posizione, sembra più plausibile che si trattasse del confine del territorio dei Cartaginesi, presidiato da alleati dei romani, e quindi chiamato Casa del Romano.
Insomma, una valle apparentemente periferica e sperduta, è stata invece il centro di un grosso traffico nell’Italia nordoccidentale e la sede di una serie di accampamenti punici.

Principality of Outer Baldonia


Dossier Micronazioni Parte IX.

Bandiera del Principato di Outer Baldonia

Bandiera del Principato di Outer Baldonia


Prendiamo in esame un precursore dei più tipici esempi di micronazione: il Principato di Baldonia Esterna, una parte di circa 4 ettari (16.000 mq) dell’isola di Bald dell’arcipelago Tusket, al largo della punta meridionale della provincia canadese della Nuova Scotia. Si tratta di un’isola relativamente piana e priva di alberi.
Il principato fu fondato nel 1948 da Russell Arundel, un uomo d’affari americano e lobbista della Pepsi Cola, che si proclamò “Principe dei Principi” di Outer Baldonia.
Dotata di charter, passaporto, moneta, bandiera, organizzata e militare, è stata una delle micronazioni più sviluppate e altamente popolate.
Moneta da 10 tuna del Principato di Outer Baldonia, dritto (1948)

Moneta da 10 tuna del Principato di Outer Baldonia, dritto (1948)

Moneta da 10 tuna del Principato di Outer Baldonia, verso (1948)

Moneta da 10 tuna del Principato di Outer Baldonia, verso (1948)


Russell Arundel acquistò il territorio per 750 dollari, e costruì un edificio in pietra per sé e i suoi amici, da utilizzare come base per la una pesca sportiva. Durante una bevuta, Arundel e i suoi amici hanno concepito, approvato e pubblicato la dichiarazione di indipendenza di Outer Baldonia.
Pare che abbia avuto fino al 1960 una popolazione locale di 70 pescatori, e almeno un pastore, attestato dall’atto di vendita nel 1973. Le abitazioni dei pescatori degli anni Sessanta erano provvisorie e sono marcite, l’unica struttura di origine umana sull’isola nel 2006 è l’edificio in pietra costruito da Russell Arundel, che servì come capitale di Outer Baldonia. Anche questo edificio in parte è in rovina, ma è ancora visibile l’iniziale “A”.
Tutti i cittadini del Principato che ha catturato un tonno rosso e pagato una tassa di 50 dollari sono eletti al rango di principe, anche se i posti della sono limitati a 100. Non è chiaro se vi siano cittadini dello stato che non appartengono a questa classe.
Le figure note di governo sono:
Capo dello Stato: Prince of Princes Russell Arundel
Cancelliere: Elson Boudreau
Ambasciatore Straordinario e Ministro Plenipotenziario: Ron Wallace
Anche se non legalmente riconosciuta da alcun governo diverso da quello della Nova Scotia, Outer Baldonia è riuscita ad acquistare una certo prestigio sulla scena internazionale, semplicemente pubblicando il numero di telefono del proprio ufficio come Consolato di Outer Baldonia nell’elenco telefonico di Washington, DC. Il principe Russell ha ricevuto molti inviti a riunioni in cui ha partecipato nella sua veste diplomatica.
La pubblicazione della Carta di Outer Baldonia, conservata oggi nel Museo della contea di Yarmouth, ricevette alcune denunce da parte della Literaturnaya Gazeta, giornale dell’Unione Sovietica, notoriamente priva di senso dell’umorismo.
Il governo sovietico declinò l’invito a visitare e osservare la conduzione sana di vita della micronazione per ritirare le proprie opinioni negative, così, il 9 marzo 1953, Outer Baldonia rilasciò una dichiarazione di guerra. La marina di Outer Baldonia prese il mare sul piede di guerra, provocando, come si può intuire, una pesca molto fruttuosa. Ron Wallace, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario Ministro di Outer Baldonia, si assicurò l’alleanza del vicino Yacht Club Armdale, che impegnò la propria flotta per la difesa del Principato dell’isola.
L’Unione Sovietà non osò sfidare la marina di Outer Baldonia in alto mare, ma emise una serie di condanne attraverso i propri organi di stampa. Le accuse di frode si sono moltiplicate sui giornali di tutto il mondo, provocando l’interruzione degli inviti alle serate diplomatiche, e la dissoluzione della micronazione stessa e alla rinuncia definitiva delle pretese politiche di Outer Baldonia, avvenuta nel 1973.
Principato di Outer Baldonia

Principato di Outer Baldonia


Rileggi dalla Parte I.
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Paesi fantasma e villaggi abbandonati parte VI: il paese sommerso


Dossier Villaggi fantasma Parte VI.
Passiamo a uno dei più particolari e celebri borghi abbandonati d’Italia: Fabbriche di Careggine, il paese sommerso.

Fabbriche di Careggine riemerge dal lago

Fabbriche di Careggine riemerge dal lago

Fabbriche di Careggine completamente riemerso dal lago

Fabbriche di Careggine completamente riemerso dal lago


Quando ero adolescente andavo spesso in vacanza in Garfagnana e ridevo della strana toponomastica di Vagli Sopra e Vagli Sotto. Ricordo anche del lago, che purtroppo non permetteva la balneazione perché artificiale, causato dalla diga di Vagli.
All’epoca non sapevo che, proprio al centro del lago, sorgeva un borgo che, quando il livello del lago si abbassava, sorgeva dal pelo dell’acqua, mostrando il campanile, la chiesa e alcune case.
Il paese, di 31 case e una chiesa, è stato abitato da 146 persone (28 famiglie) fino al 1953, quando le acque del torrente Edron confluirono nella diga e sommersero il paese.
In occasione dei lavori di manutenzione della diga, il lago veniva svuotato facendo riemergere l’antico borgo medievale, con le sue case in pietra, il cimitero, il ponte a tre arcate, la chiesa romanica di San Teodoro e il campanile in rovina. Tale evento si è verificato soltanto quattro volte: nel 1958, nel 1974, nel 1983 e nel 1994.
Fabbriche di Careggine e diga di Vagli (agosto 1994)

Fabbriche di Careggine e diga di Vagli (agosto 1994)

Sbarre di una finestra della chiesa di Fabbriche di Careggine (agosto 1994)

Sbarre di una finestra della chiesa di Fabbriche di Careggine (agosto 1994)


Da quel momento la tecnologia ha trovato il modo di effettuare la manutenzione della diga senza prosciugare il lago.
Proprio nell’estate del 1994 sono tornato in quei luoghi e ho visitato di persona il borgo riemerso per l’occasione.
Per non rischiare di non poter essere mai più visibile, è stato proposto (quattro anni fa, ma ancora non è stato realizzato) di costruire uno dei ponti tibetani più lunghi del mondo: 200 metri di architettura realizzati con corda, acciaio e legno, un metro di larghezza, a quattro metri di altezza del pelo del lago, in modo da sfiorare Fabbriche di Careggine.
Il progetto inoltre prevederebbe la costruzione di una cupola gigante che dovrebbe proteggere il paese sommerso.
Ancora oggi sull’affasciante luogo aleggiano storie fantastiche che raccontano di fantasmi aggirarsi nelle notti di luna piena sulla superficie dell’acqua e di grida, strane musiche, invocazioni.
Fondo del lago di Vagli (agosto 1994)

Fondo del lago di Vagli (agosto 1994)


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Rennu de Taulara


Dossier Micronazioni Parte VIII.
Torniamo in Sardegna, dove abbiamo un illustre precedente della Repubblica de Malu Entu, nientemeno che il presunto regno più piccolo del mondo, il Regno di Tavolara.

Stemma del Regno di Tavolara

Stemma del Regno di Tavolara


Tavolara è un’isola di 5,9 km² della Sardegna nord-orientale, parte del Comune di Olbia (OT) nella regione della Gallura.
L’isola si presenta come un maestoso massiccio calcareo a picco sul mare, di forma grossomodo rettangolare, lungo circa 6 km e largo 1 km.
L’Isola è di proprietà della famiglia veneto-romana dei Marzano, che comprende un faro di segnalazione marittima, tranne una piccola parte, espropriata dalla NATO, e la punta occidentale dove sorgono due ristoranti e piccole case che appartengono alla famiglia Bertoleoni.
Sul finire del Settecento, la famiglia Bertoleoni giunse in prossimità dell’arcipelago della Maddalena costeggiando la Corsica a bordo di una piccola nave da diporto proveniente da Genova in cerca di una terra in cui abitare; si stabilì dapprima sull’isola di Spargi, poi si spostò più a sud, sulla piccola isola di Mortorio ma, spinta dalla ricerca di un’isola più generosa e ospitale, navigando ancora verso sud, stabilendosi definitivamente sulla splendida e disabitata isola di Tavolara, dedicandosi all’allevamento delle capre selvatiche, assai numerose sul suo territorio.
I Bertoleoni sono gli unici abitanti dell’isola. In base a ciò Paolo, figlio di Giuseppe, avanza dei ricorsi presso la casa reale di Savoia perché gli venga riconosciuta la proprietà e la sovranità sul suolo di Tavolara.
Nel 1836 il re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia, di passaggio per quei luoghi, notò l’isoletta sconosciuta e decise di approdarvi anche per conoscere l’autore dei tanti ricorsi. Presentatosi ai residenti come re di Sardegna, sembra che Giuseppe Bertoleoni abbia risposto: “E io sono il re di Tavolara!”.
Carlo Alberto soggiornò presso di lui per una settimana e, secondo i Bertoleoni, avrebbe promesso di riconoscere indipendente Tavolara.
Qualche anno più tardi il demanio tenta di espropriare i Bertoleoni della loro isola, sostenendo che su di essa non esiste alcun titolo di proprietà. Paolo Bertoleoni decide allora di recarsi personalmente a Torino da Carlo Alberto, passando da Porto San Paolo e quindi da Civitavecchia. Dal re in persona ottiene rassicurazioni e dopo alcuni giorni gli viene recapitata, dalla citta di Tempio, una pergamena che lo riconosce come padrone assoluto e re di Tavolara.
Tonino Bertoleoni difende la storia della sua famiglia da chi sostiene che sia solo una leggenda, purtroppo non può portare come prova la pergamena che documenta la sovranità dei Bertoleoni perché questa è andata perduta, ma mostra con orgoglio nel suo ristorante, che si affaccia sulla spiaggia dello “Spalmatore di terra”, una copia della fotografia dei regnanti di Tavolara.
Famiglia reale di Tavolara

Famiglia reale di Tavolara


Nel frattempo, a Giuseppe Bertoleoni succede il figlio Paolo, che si proclama re col nome di Paolo I, sposa una donna sarda, Italia Murru, e da lei ha il figlio Carlo. A detta di Carlo I di Tavolara, l’isola sarebbe stata ufficialmente visitata da inviati della regina Vittoria del Regno Unito che, alla fine dell’Ottocento, avrebbe riconosciuto il piccolo Regno.
I Bertoleoni narrano che ancora oggi, nel museo di Buckingham Palace, a Londra, sia conservata la foto della famiglia reale di Tavolara, all’interno della collezione di ritratti delle famiglie reali di tutto il mondo, con la dicitura: “La famiglia reale di Tavolara, nel golfo di Terranova Pausania, il più piccolo regno del mondo”, anche se l’affermazione non è verificata.
Carlo I di Tavolara perì il 6 novembre 1927. Gli sono succeduti Mariangela, Paolo II, Carlo II e, ultimo, Tonino Bertoleoni, che vive tutt’oggi a Porto San Paolo.
Regno di Tavolara

Regno di Tavolara

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Chi è Julian Assange


Dossier Personaggi Parte IV.
Veniamo all’attualità più scottante. Perché la gente convinta che esista un Ordine Mondiale (o qualcosa di simile) trovi il suo vero “eroe”, evitando di perdere tempo dietro a certi cialtroni complottisti. Sto parlando di Julian Paul Assange.

Julian Assange

Julian Assange


Assange Nasce a Townsville, nel Queensland, nel 1971. Fin da adolescente mostra le sue doti informatiche ed entra nel mondo dell’hacking. Dai 17 anni, dopo aver frequentato 30 scuole diverse, Julian assume lo pseudonimo di Mendax e mette in piedi gil gruppo di hacker International Subversives. Grazie ai software da lui sviluppati, il gruppo s’infiltra nei siti informatici di Nasa, Pentagono, Dipartimento della Difesa Usa e molti altri.
Nell’ottobre del 1989, alla vigilia del decollo della navicella Atlantis, i tecnici della Nasa vedono comparire sui computer la scritta WANK, acronimo inglese di Worms Against Nuclear Killers.
Nel 1991 subisce un’irruzione nella sua casa di Melbourne da parte della polizia federale australiana, secondo l’accusa di essersi infiltrato in vari computer appartenenti a un’università australiana e nel sistema informatico del Dipartimento della difesa americano. Nel 1992 gli vengono rivolti 24 capi di accusa di hacking. Assange è condannato, ma in seguito è rilasciato per buona condotta, dopo aver pagato una multa di 2100 dollari australiani.
Nel 1995 rilascia il programma Strobe, software open-source dedicato al port scanning. Nel 1997 collabora alla stesura del libro Underground: Tales of Hacking, Madness and Obsession on the Electronic Frontier. Si mette a studiare fisica e gira il mondo.
Ma è a partire dalla seconda metà degli anni Duemila che il suo nome compare sesmpre più spesso nelle cronache mondiali. Dal 2007, infatti, è tra i promotori del sito web WikiLeaks.
Il termine “to leak”, (letteralmente, trapelare) significa rendere pubblica un’informazione senza autorizzazione ufficiale, nonostante gli sforzi per tenerla segreta. Assange dichiara: “I nostri bersagli principali sono i regimi oppressivi come la Cina, la Russia, e dell’Asia Centrale. Ma ci aspettiamo di essere d’aiuto anche per chi in Occidente vorrebbe che fossero denunciati comportamenti illegali e immorali dei governi e delle grandi società”. L’interfaccia è simile a quella di Wikipedia, ed è usabile da qualunque tipo di persona. In breve riceve più di un milione di documenti, tutti provenenti da fonte anonime.
Uno dei primi documenti che mettono in vetrina è il regolamento di Guantanamo. Segue la denuncia per l’approssimazione degli studi sul riscaldamento globale. Poi è la volta della Julius Baer Bank, l’istituto privato di Zurigo che li querela ottenendo la chiusura del sito. La sentenza scatena un effetto boomerang: vecchi e nuovi media fanno fronte comune, sostenendo il ricorso in tribunale. Così la sentenza viene ribaltata, WikiLeaks torna on line, e la banca rinuncia all’azione legale.
In seguito WikiLeaks tocca la multinazionale di trading petrolifero Trafigura, accusata di aver scaricato in Costa d’Avorio rifiuti tossici, Scientology e la massoneria. Arrivano le prove dei massacri in Kenya (grazie alle quali vincono il Media Award 2009 di Amnesty International). E infine, Collateral Murder, lo sconvolgente video in cui si vedono i piloti dell’elicottero Apache che dopo aver scambiato per dei lanciarazzi i lunghi teleobiettivi delle macchine fotografiche di Namir Noor Eldeen, reporter dell’agenzia Reuters a Bagdad, hanno aperto il fuoco uccidendolo insieme ad altre 10 persone. Dopo il clamore suscitato dal filmato, viene arrestato il soldato americano Bradley Manning con l’accusa di avervi fornito centinaia di files top secret a WikiLeaks.
Il 28 novembre 2010, dopo l’annuncio nelle settimane precedenti, WikiLeaks rende di pubblico dominio oltre 251.000 documenti diplomatici statunitensi, molti dei quali etichettati come “confidenziali” o “segreti”. Il giorno seguente, il general attorney dell’Australia, Robert McClelland, dichiara alla stampa che l’Australia è intenzionata a investigare sulle attività di Assange e di Wikileaks.
I file riservati danno un’immagine devastante della guerra e del suo stato di fallimento in Afghanistan: viene nascosto il vero numero delle vittime civili, mentre l’intelligence pakistana lavora al fianco di Al Qaeda per progettare attacchi, i talebani usano i missili Stinger che la Cia fornì ai mujaheddin di Osama Bin Laden, le truppe Usa utilizzano droni automatici scadenti e rischiosi, la Cia ha finanziato l’intelligence afghana.
La Casa Bianca ha replicato che Wikileaks non è un fornitore oggettivo di notizie, ma piuttosto un’organizzazione che si oppone alla politica americana in Afghanistan.
“Casualmente”, proprio dieci giorni prima, il 18 novembre 2010 (ma dopo gli annunci), il tribunale di Stoccolma spicca un mandato d’arresto nei suoi confronti con l’accusa di stupro, molestie e coercizione illegale. Il reato contestatogli sarebbe quello di aver avuto rapporti sessuali non protetti, seppur consenzienti, con due donne, Anna Ardin (militante femminista, segretaria dell’associazione Brotherhood Movement e autrice di una Guida alla vendetta contro il partner, pubblicata sul web) e Sofia Wilén, e di aver successivamente rifiutato di sottoporsi a un controllo medico sulle malattie sessualmente trasmissibili, condotta considerata criminosa dalla legge svedese. La denuncia era stata fatta dalle due ex amanti dopo che aver appreso l’una dall’altra di aver avuto rapporti sessuali con lui.
La vicenda ha del ridicolo se confrontata con la “portata” delle dichiarazioni di WikiLeaks, e si commenta da sola, ma l’Interpol si mette in moto.
Il 7 dicembre Assange si presenta spontaneamente negli uffici di Scotland Yard e viene arrestato, il tribunale respinge la richiesta di libertà provvisoria su cauzione e lo tiene in carcere fino al 14 dicembre. Nel frattempo la Svezia presenta una richiesta di estradizione alle autorità britanniche: secondo alcune fonti, tale richiesta sarebbe finalizzata ad estradarlo in realtà negli Stati Uniti dove lo attende un processo per spionaggio. E noi non ne dubitiamo. L’accusa per spionaggio, negli Stati Uniti, può costare l’ergastolo e anche la pena di morte.
Assange viene rilasciato su cauzione, e la decisione sulla richiesta di estradizione rimandata.
Il 2 novembre 2011 l’Alta corte di Londra dà il via libera all’estradizione richiesta dalla Svezia, e a metà giugno 2012 la Corte Suprema britannica rigetta definitivamente il ricorso contro l’estradizione. Assange si rifugia subito dopo presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, chiedendo asilo politico come perseguitato. Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, conferma la concessione dell’asilo, per evitare la sua consegna alla Svezia. Già nel 2010 Quito aveva offerto ad Assange residenza in Ecuador “senza precondizioni”, per poter “esprimersi liberamente”. Alla base vi è il fatto che il governo di quel paese era preoccupato per alcune attività illegali degli americani in Ecuador; attività che voleva che venissero trattate da Assange senza restrizioni e che WikiLeaks si era detta pronta a documentare.
Rileggi dalla Parte I.
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Grigorij Efimovič Rasputin


Dossier Personaggi III.
Passiamo a un personaggio molto più vicino ai nostri tempi: Grigorij Efimovič Rasputin.

Grigorij Efimovič Rasputin

Grigorij Efimovič Rasputin


Rasputin è nato come contadino il 22 gennaio 1869 a Pokrovskoe, una piccola città della provincia di Tobol’sk in Siberia. Fin da ragazzo dimostrò un’indole fortemente tesa alla spiritualità e al misticismo ossessivo, fenomeno diffuso e frequente tra i popolani della Russia centrale, che non avevano conosciuto l’oppressione della servitù della gleba tanto quanto era accaduto nelle campagne della Russia europea e che quindi si presume avessero l’opportunità di costumi più liberi e legati a tradizioni secolari precristiane.
Dopo essersi sposato ed aver avuto tre figli, intraprese lunghi pellegrinaggi, che lo condussero fino al Monte Athos, in Grecia. Aderì probabilmente alla setta dei Khlysti, una congregazione clandestina di orgiastici che criticava gli eccessi di secolarità della Chiesa ortodossa, frequentò il Movimento nazionalista dei Veri Russi. Malgrado la mancanza di istruzione creò una rete di relazioni di altissimo livello che nel 1905 lo condusse alla corte dello zar Nicola II, a cui fu invitato per la fama dei suoi poteri sciamanici. Qui conobbe la zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, la quale rimase del tutto sedotta dal potere con cui Rasputin riuscì a salvare la vita all’erede al trono Aleksej Nikolaevič Romanov, affetto da emofilia.
Secondo una teoria, Rasputin sarebbe riuscito ad interrompere le crisi emolitiche di Aleksej utilizzando un tipo di ipnosi che rallentava il battito cardiaco del bambino, riducendo in questo modo la pressione del sangue. Secondo un’altra ipotesi, sembra che i medici di corte tentassero di guarire l’emofilia dello zarevic con l’aspirina che, se da un lato leniva i dolori articolari, dall’altro acuiva le emorragie causate dall’emofilia. Secondo questa versione, senza aspirina la salute di Aleksej migliorava e il merito veniva attribuito a Rasputin.
In ogni caso almeno in un’occasione le sue preghiere (anche a distanza) ebbero effetto dopo pochissime ore, dopo giorni di inutili cure mediche.
Da quel momento in poi la zarina nutrì totale fiducia in Rasputin la cui fama di conseguenza crebbe tra i membrei dell’alta società di San Pietroburgo.
Il suo carisma mistico esercitò sulla famiglia Romanov, in particolar modo sulla zarina Alessandra, un’influenza così intensa da dare adito a molte congetture: si giunse al punto che le numerose segnalazioni sul suo intenso libertinaggio con le dame dell’aristocrazia venivano regolarmente smentite dalla coppia reale, talvolta anche con la punizione degli zelanti segnalatori. Rasputin, oltre che dare speranze alla famiglia imperiale circa una possibile guarigione del giovane Aleksej, sembrava andare incontro alle ispirazioni più intime dei sovrani. Infatti egli, essendo un semplice figlio delle campagne, rappresentava ciò che Nicola II e Aleksandra Fëdorovna avevano sempre desiderato: un contatto diretto con l’autentico popolo russo, senza intermediazioni di etichetta e convenzioni sociali. Attorno a Rasputin si creò una vastissima rete di noti personaggi e politici, che in cambio di intercessioni rispetto alla sovrana erano disposti a soddisfare le richieste che Rasputin faceva loro da parte di migliaia di postulanti.
Dalle campagne contadini e artigiani accorrevano chiedendo aiuto e intercessione allo starec, a tal punto che l’appartamento durante la giornata era sempre affollato e il telefono squillava in continuazione. Nelle mani di Rasputin passavano centinaia di rubli, che egli indiscriminatamente distribuiva ai postulanti; richieste di denaro, di occupazione, e anche lamentele dalle campagne verso i grandi proprietari giungevano a Rasputin che, in quanto creditore presso personaggi dell’alta società, le faceva andare nella maggioranza a buon fine.
Il resto dell’enorme quantità di denaro era spesa, come attestano i numerosi verbali di polizia, in locali notturni e in incontri ai bagni pubblici con donne di ogni classe ed età: la stampa pubblicava in continuazione scabrosi racconti di fantasia sulle sue leggendarie notti; ciò accrebbe le dicerie non solo su una sua presunta super dotazione, quanto su una improbabile e sempre smentita relazione con la sovrana.
Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, Rasputin si oppose fermamente all’entrata in guerra della Russia, e pronosticò che avrebbe portato immani catastrofi ai contadini, che sarebbero morti a migliaia. Tuttavia, non poté esercitare la sua influenza sul sovrano, perché subì un attentato nel suo villaggio siberiano il 28 giugno, lo stesso giorno dell’omicidio di Sarajevo.
Nel 1915, con la partenza dello zar per il fronte, le denunce di Rasputin contro le collusioni di ministri e alti funzionari con il traffico illegale d’armi e le speculazioni sui latifondi ai danni dei contadini si intensificarono. La zarina, che assente lo zar deteneva il potere a San Pietroburgo, effettuò su suo consiglio continui, disastrosi e repentini cambi al vertice di governo, proprio nel momento in cui, in assenza del sovrano dalla politica interna, si necessitava di un governo forte.
Molti si accorsero che Rasputin aveva effetti sulle decisioni dei reali in tema di politica e il monaco venne accusato anche di corruzione e per questo allontanato dalla residenza imperiale dallo stesso zar.
Nel 1916, in piena crisi di governo, che Rasputin stesso con la sua rete clientelare aveva contribuito a creare, e tra le alterne fortune degli eserciti russi sul fronte orientale, una congiura ordita dal granduca Dmitrij Pavlovič, dal principe Feliks Feliksovič Jusupov e dal deputato conservatore Vladimir Mitrofanovič Puriškevič, decise di assassinarlo.
La sua morte fu romanzesca come la sua vita. Fu avvelenato con il cianuro durante una cena a casa di Feliks Jusupov, ma dato che resistette al potentissimo veleno, i congiurati decisero di sparargli. Nonostante fosse stato abbondantemente avvelenato e colpito da un colpo di pistola al fianco, Rasputin si riebbe; venne così colpito da un nuovo colpo alla schiena e, mentre veniva trascinato verso il cancello del cortile, fu finito con un colpo in fronte.
Il suo cadavere fu gettato nel fiume Moika, da cui riemerse il giorno dopo. Secondo l’esito dell’autopsia il corpo non presentava tracce del veleno, dando luogo a dispute tra gli storici circa l’effettiva modalità di eliminazione. È molto probabile che il cianuro addizionato agli zuccheri del dolce e dell’alcool abbia sviluppato cianidrine che sono commestibili e non danno avvelenamento. Ma soprattutto fu riscontrata acqua nei polmoni: quindi nonostante il veleno e i colpi di pistola Rasputin fu gettato nell’acqua ancora vivo!
Rasputin fu quindi sepolto, ma il suo corpo venne poi dissotterrato e bruciato ai bordi di una strada. Non ci volle molto perché venissero presi provvedimenti contro i partecipanti del complotto, anche se per alcuni giochi di palazzo non venne svolto alcun processo. Jusupov fu mandato in esilio. Dmitrij Pavlovič fu inviato in Persia a combattere in prima linea (ma questa “pena” lo salvò: perché riuscì a fuggire dopo la congiura contro i Romanov).
Il pene di Rasputin in soluzione di formaldeide

Il pene di Rasputin in soluzione di formaldeide


Dal 2004 in un museo di San Pietroburgo, dedicato all’erotismo, viene mostrato e conservato un pene di considerevoli dimensioni (33 centimetri): alcuni studiosi sostengono che sia l’autentico pene di Rasputin.
Rileggi dalla Parte I.
Vai alla Parte IV: Julian Assange.