Etiopia: attentato al Primo Ministro


Esplosione durante un discorso del nuovo primo ministro etiope Abiy Ahmed ad Addis Abeba che è rimasto illeso ed è stato portato subito in sicurezza. L’esplosione è stata causata probabilmente da una granata e ha provocato 3 morti e 164 feriti.

Il Kipple inizia a uccidere


Tragedia in una discarica alla periferia della capitale etiope Addis Abeba, dove una frana di grandi proporzioni ha provocato 46 morti. Tra i morti ci sarebbero anche dei bambini. È accaduto sabato notte a Koshe, in amarico “sporcizia”, dove da oltre 40 anni si accumula la spazzatura della capitale. Lo smottamento di una collina di pattume ha investito e seppellito le abitazioni di squatter che vivevano cercando oggetti da rivendere.
Le cause del crollo e della frana della collina di rifiuti formatasi negli anni sono al momento ancora imprecisate e si tenta di capire cosa abbia potuto causare la tragedia.
Ogni giorno, a Koshe circa 500 persone rovistano nell’immondizia alla ricerca di quel piccolo tesoro in grado di sfamarli. Da oltre 40 anni è a Koshe che si deposita la spazzatura di Addis Abeba, 300mila tonnellate all’anno secondo fonti di una municipalità che conta 4 milioni di abitanti e una crescita demografica vertiginosa. Nel 2010, le autorità locali lanciarono l’allarme: la montagna di spazzatura si stava espandendo fino a lambire case e scuole. Si è allora lanciato un progetto per trasformare l’immondizia in una fonte di energia pulita. Un investimento da 120 milioni di dollari per un impianto in costruzione dal 2013, che una volta a regime dovrebbe generare energia per 50 megawatt.

Anche l’Unione Africana non funziona e Boko Haram continua le stragi


Al summit di Addis Abeba congelata la decisione di inviare una missione di peacekeeping a Bujumbura.
La cerimonia di chiusura del 26esimo summit dell’Unione Africana (UA), svoltosi dal 21 al 31 gennaio a Addis Abeba, in Etiopia, si è tenuta in presenza del capo di Stato ciadiano Idriss Deby Itno, eletto nuovo presidente di turno dell’Organizzazione per il 2016. Tra gli obiettivi mancati del summit c’è lo stanziamento di un contingente di pace africano in Burundi per arginare le violenze scoppiate da mesi nel Paese in seguito alla ricandidatura e alla rielezione poi, del presidente Pierre Nkurunziza. Durante i colloqui dei capi di Stato la proposta di inviare una missione africana di peacekeeping in Burundi è stata messa in stand-by per via dell’opposizione del governo di Bujumbura sebbene il blocco panafricano possa decidere di intervenire senza il consenso di un Paese in caso di gravi circostanze (crimini di guerra, genocidi e crimini contro l’umanità).
Il commissario per la Pace e la Sicurezza dell’organizzazione, Smail Chergui, ha confermato che durante il summit si è preferito optare per l’invio di una delegazione a Bujumbura per negoziare l’eventuale dispiegamento di forze di pace con il governo del Burundi. Dal canto proprio, il ministro degli Esteri del Burundi, Alaine Nyamitwe, ha assicurato che il suo governo “possiede le capacità di ripristinare la sicurezza nazionale”.
Il rischio, in caso contrario, è che il Paese possa precipitare in una guerra civile come quella occorsa tra il 1993 e il 2006. Dall’aprile 2015, quando il presidente Nkurunziza ha annunciato di candidarsi per un terzo mandato presidenziale, almeno 400 persone sono morte negli scontri di piazza e oltre 230mila hanno abbandonato il Paese.
Nel corso del summit il ministro della difesa della Nigeria aveva definito Boko Haram «indebolito», ma la risposta non si è fatta attendere: l’organizzazione terroristica rade al suolo il villaggio di Dalori, a 5 km di distanza da Maiduguri, luogo di provenienza dei terroristi provocando 86 morti molti di loro bruciati vivi, tra cui molti bambini. Ormai in cinque anni di attentati il numero delle vittime ha toccato quota 20mila; 2,5 milioni invece gli sfollati.
Nel sud del Paese, nel Delta del Niger, le cose non vanno meglio. Dopo anni di tranquillità grazie all’armistizio siglato tra i guerriglieri del Mend (Movement for the Emancipation of the Niger Delta) e l’ex presidente Goodluck Jonathan per spartire i proventi petroliferi della regione, la tensione è di nuovo alle stelle. Nello stato di Bayelsa è stata fatta esplodere una delle condutture di una compagnia sussidiaria dell’Eni, la Nigeria Agip Oil Company (Naoc).
Infine in Ciad Boko Haram uccide almeno 27 persone e ne ferisce almeno 80 in un triplice attentato suicida avvenuto nel mercato di Loulou Fou, un’isola sul Lago Ciad.

Il Risiko non è più un gioco: land grabbing e nuovo colonialismo parte III: la rivolta


Dossier Land Grabbing Parte III: la rivolta.
Riguardo al problema del Lang Grabbing sembra che, negli ultimi anni, una parte di opinione pubblica e le popolazioni locali abbiano compreso la pericolosità del fenomeno. Le notizie sul Land Grabbing si susseguono: l’acquisto di terre è talmente rapido da essere più veloce dell’informazione. Ma Ecco gli esempi più eclatanti:
MADAGASCAR
Nel 2008 l’ex presidente malgascio Marc Ravalomanana (presidente del Madagascar autoproclamatosi nel 2002 alla fine di una guerra civile etnica scaturita dalle elezioni in cui entrambi i candidati hanno accusato l’avversario di brogli, è rimasto in carica fino al golpe militare del 17 marzo 2009 [La politica del Madagascar, come quella di molti Paesi africani, sembra un film di guerra di serie B]) aveva provato a cedere in esclusiva alla sudcoreana Daewoo Logistics, per 99 anni e a titolo gratuito, l’incredibile quota di 1.300.000 ettari di terre coltivabili. L’accordo, meglio conosciuto come “l’affaire Daewoo”, era saltato grazie a una mobilitazione globale. Il “Collectif pour la Défense des Terres Malgaches”, movimento fondato a seguito di questo episodio, ha consentito alle popolazioni locali di ricevere (dall’estero) notizie su quanto stava accadendo (all’interno), fare circolare l’informazione e cercare il sostegno internazionale.
Alcune associazioni stanno iniziando in questi giorni una campagna di sensibilizzazione chiamata “My Land is Mine” per sensibilizzare i governi e le popolazioni coinvolte nel Land Grabbing sui rischi che comporta la cessione di immensi latifondi a Governi esterni e, nel contempo, sulle potenzialità di sviluppo derivanti dallo sfruttamento locale di dette terre e risorse.
ETIOPIA
Una notizia più recente arriva dal Corno d’Africa, dove il 23 marzo 2011 “Saudi Star Agricultural Development” Plc (un gruppo agro-industriale di proprietà del miliardario saudita Mohammed al-Amoudi) ha annunciato un investimento di 2,5 miliardi di dollari per coltivare riso, girasole e mais su 300.000 ettari di terra nella provincia etiope di Gambella, vicino al confine con il Sudan, ottenuta per 60 anni in esclusiva al canone annuo della risibile cifra di 9,42 dollari l’ettaro. Il gruppo alimentare indiano “Karuturi Global Ltd.” si è a sua volta aggiudicato per 50 anni, nella stessa area, 312.000 ettari di campi per produrre olio di palma, zucchero, riso e cotone: il terreno è 5 volte più fertile, non ha bisogno di fertilizzanti ed è molto più economico!
Il governo di Addis Abeba (nei nomi del Primo Ministro Meles Zenawi, in carica dal 1995] e soprattutto il ministro dell’agricoltura Addisu Legesse) ha così “piazzato” un quinto di quei 3.000.000 di ettari di terreni offerti a imprese straniere, mentre il 13% dei suoi 83 milioni di cittadini ancora combatte la fame grazie al sostegno internazionale.
Ancora più grave è il fatto che a novembre 2010 il Addisu Legesse aveva annunciato il suo programma di “villagization” volto a riallocare 45.000 famiglie, 225.000 persone (i tre quarti della popolazione della provincia di Gambella), entro un paio d’anni. In pratica, una deportazione di massa.
Gli abitanti delle aree oggetto di Land Grabbing sono dunque del tutto privi di diritti, di titoli di possesso delle case e dei campi da cui vengono cacciati, senza alcuna compensazione economica, ma con promesse non scritte di acqua, scuole e cure mediche.
«La popolazione è d’accordo, è una loro scelta quella di ricevere questi servizi di base. E perciò devono abbandonare le loro precedenti abitudini di vita», è la constatazione del Legesse. Una scelta obbligata a dire di alcuni destinatari del programma di “villagization”, i quali confidano di temere per la loro vita in caso non aderiscano all’ordine di abbandonare le proprie terre. I più fortunati saranno assunti dai nuovi padroni, con un salario minimo giornaliero che in Etiopia ammonta a 8 birr (0,64 dollari), ma che la disperazione porta ad accettare lavoro anche per 1 birr (0,08 dollari): in pratica schiavi.
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