Alla Turchia vanno bene bombe, attentati e stragi di massa


Trionfa il partito islamico del presidente (Akp): con il 49% dei consensi.
Recep Tayyip Erdogan si prende la Turchia. Il risultato delle elezioni rappresenta un trionfo per il presidente della Repubblica. Per l’opposizione invece è la più cocente delle delusioni e la più inaspettata delle brutte sorprese. Il risultato della minoranza è la vera sorpresa di questa elezioni. In appena tre mesi l’Hdp, il Partito dei popoli democratici ha perso ben tre punti percentuali nei territori dove solitamente è molto forte.
Subito dopo la pubblicazione dei risultati, la Turchia si è spaccata in due. Chi protestava e chi festeggiava.

Turchia: la resa dei conti dello scheletro curdo nell’armadio


I fatti: il 31 marzo in Turchia alcuni uomini armati del gruppo marxista-leninista DHKP/C sono entrati in un tribunale di Istanbul prendendo in ostaggio il procuratore Mehmet Selim Kiraz. L’attacco è terminato diverse ore dopo, con un blitz delle forze speciali turche. Kiraz, che stava indagando sulla morte di Berkin Elvan, un giovane turco ucciso durante le proteste anti-governative al parco Gezi di Istanbul nel 2013, è morto in serata in ospedale. Oggi invece un uomo armato è entrato nell’ufficio di Istanbul dell’AKP, il partito conservatore al governo, e ha appeso una bandiera rossa a una finestra (la bandiera non è ancora stata identificata). L’uomo è stato arrestato poco dopo dalla polizia. Nel pomeriggio sono stati sentiti dei colpi di arma da fuoco di fronte a una stazione di polizia di Istanbul: BBC scrive che la polizia ha sparato a due uomini armati. Ayla Albayrak del Wall Street Journal ha scritto che il governatore di Istanbul ha detto che uno dei due assalitori era una donna: ha tentato di farsi esplodere ma è stata uccisa dalla polizia. Il secondo assalitore è scappato.
Vediamo come il “il Post” (che ringraziamo e invitiamo a seguire) commenta la sequenza di avvenimenti:
“Il New York Times ha scritto che la crisi “ha evocato in Turchia fantasmi e traumi recenti”. DHKP/C, il gruppo marxista che ha compiuto l’attacco al tribunale di Istanbul, è nato e cresciuto nel corso degli anni Settanta, un periodo di grande violenza politica nel Paese. Nel giro di pochi anni, specialmente dal 1976 al 1980, gli scontri tra gruppi ultranazionalisti di estrema destra e gruppi di estrema sinistra provocarono circa 5mila morti. Le violenze si intesificarono anche per le interferenze di Unione Sovietica e Stati Uniti, che negli anni della Guerra Fredda cercarono di aumentare la loro influenza in Turchia, uno dei paesi europei più importanti dal punto di vista strategico.”

Isis: gay giù dai tetti, roghi di libri e sigarette, vietato ridere in strada


Un articolo preso da “Lettera 43” che qundi ringraziamo e invitiamo a visitarlo.
Montagne di sigarette bruciate, roghi di libri blasfemi, persino il divieto di ridere in strada.
Ma c’è di peggio nei territori controllati dall’Isis, o Daesh, come in arabo si chiamano i jihadisti dello Stato islamico.
Omosessuali gettati dal tetto, oppositori religiosi (anche musulmani) sgozzati o crocefissi, ragazzi fucilati in pubblico per aver guardato una partita di calcio in tivù: gesti continuamente riportati – spesso per immagini – dalle cronache dei media, per loro convintamente normali.
Non solo nel Nord dell’Iraq e della Siria. L’applicazione più estrema della sharia (legge islamica), in atto tra i talebani iconoclasti dell’Afghanistan e del Pakistan – il leader del gruppo della distruzione dei Buddha è lo stesso della strage di bambini alla scuola di Peshawar – è prassi in ogni fortino o lembo di territorio controllato da gruppi dell’Isis.
DECAPITAZIONI A CATENA. Nel Califfato di Derna, in Libia, come a Raqqa, capitale siriana dello Stato islamico, le teste degli infedeli, takfir, vengono tagliate.
In Egitto, nel Sinai infestato dagli affiliati di al Qaeda, casa madre ripudiata dall’Isis, si rapisce e decapita come nella Cabilia algerina, di rimpetto al Mediterraeno.
O a Sud, nel Mali dove le teste dei tuareg finiscono sui banchi del mercato. In Nigeria, i jihadisti pro Isis di Boko Haram massacrano migliaia di civili.
Da Mosul, capitale irachena dell’Isis, è rimbalzato il tweet con la foto di un omosessuale gettato dal tetto per sodomia, davanti a una folla di voyeur partecipi. O se non altro testimoni della sua morte.
Coperto da un passamontagna l’uomo è precipitato nel vuoto dopo che, a terra, un jihadista incappucciato aveva letto la sentenza delle corti islamiche.

ISIS gay

ISIS gay


Non è la prima volta. Dopo la proclamazione del Califfato, nel giugno 2014, lo Stato islamico ha regolarmente giustiziato gay, lanciandoli dagli edifici o lapidandoli.
L’Osservatorio siriano per i diritti umani, organo di propaganda dei ribelli con base a Londra, ha denunciato la morte a pietrate di due ragazzi, a Deir Ezzor, per «atti indecenti con i maschi».
Diverse lapidazioni sono state compiute dall’Isis, in Siria e in Iraq, su donne accusate di adulterio, giustiziate anche dai qaedisti rivali di al Nusra.
Altre decine, almeno 150 secondo il ministero per i Diritti umani di Baghdad e in maggioranza curde-yazide, sono state vittime di esecuzioni, nella provincia irachena di Anbar, per il loro rifiuto di sposare i jihadisti dopo la deportazione e riduzione in schiavitù.
Un rapporto delle Nazioni unite ha confermato che nello Stato islamico le donne vengono rapite e rivendute come schiave: l’Isis ha anche pubblicato un tariffario.
E in Rete è circolato un video di una donna accusata di adulterio a Hama, nella Siria centrale, lapidata dal padre con i jihadisti. «Ciò che succede adesso è il risultato di quello che hai fatto», rivendicano i boia.
La lapidazione è una sentenza autorizzata ed eseguita in Stati islamici di stretta interpretazione wahabita del Corano, come l’Afghanistan, l’Arabia Saudita, gli Emirati arabi, lo Yemen, il Sudan, la Somalia e la Nigeria.
Le vittime sono, in genere, donne punite per l’adulterio o la gravidanza fuori dal matrimonio, anche nei casi di stupro.
Oltre alle lapidazioni, il medesimo gruppo ha diffuso in Rete le notizie di oppositori, anche musulmani, giustiziati e talvolta crocifissi, per essersi rifiutati alla conversione o per altri reati.
Diversi cittadini dello Stato islamico sono stati esposti crocifissi, alla mercé della folla.
È il caso di alcuni «ladri di Mosul» o di una presunta «spia anti-Isis» di Aleppo, legata sulla croce, sgozzata dal boia e da lì trasportata in strada, come in processione, come ha documentato il sito di intelligence Site, che monitora i network islamisti.
Online, l’Isis ha diffuso un suo «codice penale» che prescrive la pena di morte per blasfemia, sodomia e spionaggio, anche se pentiti. Lapidazione per l’adulterio. Morte e crocifissione per omicidi e rapinatori.
Per reati come il tradimento prematrimoniale «100 frustate e l’esilio». Per piccoli furti e frodi varie vale la legge del taglione (amputazione di una mano e/o una gamba). Decine di frustate per chi invece beve alcolici, si droga, diffama o si diverte.
Ad Aleppo, in Siria, i jihadisti hanno spaccato gli strumenti musicali e bastonato i loro possessori.
In Libia, chi è in fuga da Derna racconta di «montagne di sigarette bruciate e del divieto di ridere in strada dei folli dell’Isis».
Un soldato è stato decapitato e i drogati o chi beve sono incatenati e frustati nei centri di disintossicazione.
Non aiuta a frenare il flusso dei sunniti nell’Isis l’invito alle donne del vice premier turco, moderato islamico Bülent Arinç (Akp), di «non ridere in pubblico».
E su quest’ultimo divieto ci sarebbe da riflettere: un regime che vieta di ridere in pubblico sa, profondamente, che c’è solo da piangere.

E in Turchia è arrivata la primavera…


Nuova notte di scontri e molotov contro gli uffici dell’Akp del premier Recep Tayyip Erdogan, che accusa: “Rivolta organizzata da gruppi estremisti con collegamenti esteri”. Il bilancio parla di 1.700 persone arrestate e di 480 feriti nella sola Istanbul. A fuoco le sedi del partito islamico. “Morte cerebrale” di un giovane colpito da un colpo d’arma da fuoco durante le proteste anti-governative ad Ankara