Dacca, Bangladesh: attacco dell’ISIS in un ristorante: decine di morti e ostaggi


Attacco nel quartiere dei diplomatici a Dacca. Almeno 20 civili in ostaggio e 40 morti. I terroristi sono entrati in azione attorno alle 21 locali (le 17 ora italiana) e si sono barricati all’interno dell’Holey Artisan Bakery, nel quartiere di Gulshan, prendendo in ostaggio almeno una ventina di persone, per lo più stranieri. Rivendicato da un gruppo vicino all’ISIS.

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Tutte le vergogne del mondo


Il governo ungherese ha appena annunciato che costruirà una barriera al confine con la Serbia per impedire ai migranti di entrare nel Paese. La recinzione  sarà lunga 175 chilometri e alta più di 4 metri. Ecco tutte le barriere esistenti nel mondo (fonte Internazionale.it):

Arabia Saudita–Yemen
Anno di costruzione: 2013
Lunghezza: 1.800 chilometri
Motivo: impedire presunte infiltrazioni terroristiche

Ceuta e Melilla–Marocco
Anno di costruzione: 1990
Lunghezza: 8,2 chilometri e 12 chilometri
Motivo: bloccare l’immigrazione irregolare dal Marocco nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla

Cipro zona greca–zona turca, linea verde
Anno di costruzione: 1974
Lunghezza: 300 chilometri
Motivo: il muro corrisponde alla linea del cessate il fuoco voluto dall’Onu in seguito al conflitto che divise l’isola

Bulgaria-Turchia
Anno di costruzione: 2014
Lunghezza: 30 chilometri
Motivo: arginare i flussi migratori provenienti da est

Iran–Pakistan
Anno di costruzione: 2007
Lunghezza: 700 chilometri
Motivo: proteggere il confine dalle infiltrazioni dei trafficanti di droga e dei gruppi armati sunniti

Israele–Egitto
Anno di costruzione: 2010
Lunghezza: 230 chilometri
Motivo: contrastare terrorismo e immigrazione irregolare

Zimbabwe–Botswana
Anno di costruzione: 2003
Lunghezza: 482 chilometri
Motivo: la motivazione ufficiale è contenere i contagi tra il bestiame ed evitare lo sconfinamento delle mandrie, ma in realtà la motivazione sembrerebbe essere quella di impedire l’arrivo di migranti irregolari

Corea del Nord–Corea del Sud
Anno di costruzione: 1953
Lunghezza: 4 chilometri
Motivo: la divisione delle due Coree in seguito alla guerra del 1953

Marocco–Sahara occidentale, Berm
Anno di costruzione: 1989
Lunghezza: 2720 chilometri
Motivo: difendere il territorio marocchino dal movimento indipendentista Fronte Polisario

Irlanda, Belfast cattolica–Belfast protestante, peace lines
Anno di costruzione: 1969
Lunghezza: 13 chilometri
Motivo: separare i cattolici e i protestanti dell’Irlanda del Nord

Stati Uniti–Messico, muro di Tijuana
Anno di costruzione: 1994
Lunghezza: 1.000 chilometri
Motivo: impedire l’arrivo negli Stati Uniti dei migranti irregolari messicani e bloccare il traffico di droga

Israele–Palestina
Anno di costruzione: 2002
Lunghezza: 730 chilometri
Motivo: impedire l’entrata in Israele dei palestinesi, prevenire attacchi terroristici

India–Pakistan, line of control
Lunghezza: 550 chilometri
Motivo: dividere la regione del Kashmir in due zone, quella sotto il controllo indiano e quella sotto il controllo pachistano

India–Bangladesh
Anno di costruzione: 1989
Lunghezza: 4.053 chilometri
Motivo: fermare il flusso di immigrati provenienti dal Bangladesh, bloccare traffici illegali e bloccare infiltrazioni terroristiche

Pakistan–Afghanistan, Durand Line
Lunghezza: 2.460
Motivo: chiudere i contenziosi territoriali tra i due stati che risalgono all’epoca coloniale

Kuwait–Iraq
Anno di costruzione: 1991
Lunghezza: 190 chilometri
Motivo: arginare un’eventuale nuova invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, dopo la guerra del golfo

Anche Benetton lavorava con le imprese con sede al Rana Plaza


Affrontiamo soltanto adesso l’immane tragedia del Rana Plaza a Dhaka, in Bangladesh, perché solo ora abbiamo un bilancio quasi definitivo. Ricordiamo l’evento: il 24 aprile 2013 crolla l’edificio del Rana Plaza, che ospitava cinque fabbriche di abbigliamento per l’export (New Weave Bottoms, New Weave Style, Phantom Apparels, Phantom Tac Bangladesh Ltd ed Ethertex Textiles), e ben 1127 persone rimangono uccise e circa 2500 sono ferite, molte delle quali gravemente. Stiamo parlando di più di un terzo dei morti dell’11 settembre.
La tragedia in realtà segue un’interminabile catena di incendi, crolli, infortuni mortali che quasi quotidianamente hanno come conseguenza la morte di decine di lavoratrici e lavoratori del settore manifatturiero dell’abbigliamento (che occupa dai 3 ai 5 milioni di lavoratori, soprattutto giovani donne) e costituisce l’80% dell’esportazione del Bangladesh). Si tratta di aziende piccole e medie (relativamente alle dimensioni della popolazione di un paese di 160 milioni di abitanti) che costituiscono l’anello intermedio o finale di una lunga catena di subforniture, alla testa della quale stanno i principali marchi europei e mondiali dell’industria dell’abbigliamento, dove le condizioni di lavoro sono semischiavistiche e prive di qualsiasi attenzione alle più minime norme di salute e sicurezza, per salari che non superano i 50 $ mensili.
Il crollo ha innescato le proteste degli operai (che guadagnano 38 dollar al mese) del tessile e la pressione internazionale sul governo del Bangladesh e sulle aziende multinazionali. Questi infatti sono accusate di violazione delle Convenzioni OIL, delle Linee Guida OCSE e dei Principi Guida dell’ONU su Imprese e Diritti Umani, in quanto non si preoccupano di verificare le condizioni di lavoro e di sicurezza delle aziende della loro catena di subfornitura.
Ciò ha fatto sì che, dopo questa immane strage, il governo del Bangladesh intervenisse con la chiusura di 18 aziende “a rischio”.
Pavel Sulyandziga, presidente del Gruppo di Lavoro ha ricordato come, diverse delle aziende direttamente coinvolte in queste gravissime violazioni siano state “cerficate” da iniziative di “audit sociale”, ma non sono state in grado, evidentemente, di individuare i gravissimi rischi e di favorire la prevenzione degli incidenti.
Dopo che diverse testate di stampa hanno riportato che marchi italiani come Benetton, Itd Srl, o la Pellegrini Aec Srl e la De Blasio Spa erano tra i clienti delle fabbriche crollate, un’altra ditta, la Essenza Spa, che produce il marchio Yes-Zee, ha confermato di essersi rifornita al Rana Plaza.
Il 9 maggio Benetton ha ammesso di essersi in passato rifornito dalla New Wave, che si trovava proprio nel Rana Plaza, e che ultimamente si era affidato ad un altro fornitore che a sua volta acquistava al Rana Plaza.
Del resto, documenti ottenuti dall’inglese IBTimes mostrano, senza possibilità di equivoco, che il 23 marzo 2013, a solo un mese dalla tragedia, nel Rana Plaza si producevano vestiti per Benetton.
La sezione italiana della campagna internazionale Abiti Puliti ha chiesto all’amministratore delegato di Benetton una chiara assunzione di responsabilità e gli ha indirizzato una lettera di richieste, sollecitandolo anche a confrontarsi con i sindacati locali.
Una nota, quella di Benetton Group, che non spiega quest’ordine del 29 settembre scorso, in possesso a Clean Clothes Campain e ritrovato anch’esso tra le macerie del Rana Plaza: un secondo indizio, 30.000 articoli commissionati, una seconda “presunzione semplice”, che potete consultare anche di seguito, rimpinguante la tragica tesi di schiavi intenti a cucire maglieria italiana, prima dell’abisso, dell’orrore.

Giornata della memoria: altro che Shoah!


Oggi mi ricordo di:

* Olocausto: annientamento di 6 milioni di ebrei (oltre la metà degli ebrei in Europa), colpendo anche gruppi etnici Rom e Sinti (i cosiddetti zingari), comunisti, omosessuali, prigionieri di guerra, malati di mente, Testimoni di Geova, Russi, Polacchi e altri Slavi, per un totale di vittime stimabile tra 13 e 20 milioni.

* Unione Sovietica: durante il regime bolscevico e lo stalinismo, furono compiuti gravi massacri.
Holodomor: nel 1932, il popolo ucraino fu sterminato per carestia indotta; il numero di vittime è molto incerto e varia da 1,5 a 10 milioni.
I Kulaki furono deportati a milioni in Siberia e nei gulag e si stima che circa 600.000 (un terzo) morì o fu ucciso.

* Secondo genocidio armeno: negli anni 1915-1916, il governo turco, guidato dai Giovani Turchi, condusse deportazioni ed eliminazioni sistematiche della minoranza armena. Il numero di morti è molto incerto e valutato da 200.000 a oltre 2 milioni; la cifra più accettata è di 1.500.000.

* Jugoslavia: durante la seconda guerra mondiale il regime fascista croato organizzò il massacro sistematico delle minoranze etniche (soprattutto serbi, ebrei e zingari) provocando circa mezzo milione di vittime.

* Bosnia: la guerra in Jugoslavia, successiva alla proclamazione di indipendenza della Slovenia e della Croazia, provoca 250.000 vittime, due terzi delle quali civili. Nonostante le atrocità caratterizzino tutte le parti belligeanti, solo i dirigenti comunisti serbi si rendono aggressori e colpevoli di pulizia etnica ed alcuni di loro: Ratko Mladic, Radovan Karadzic, Radislav Krstic, Slobodan Milosevic e Momcilo Krajisnik) vengono incriminati di genocidio nei confronti dei musulmani bosniaci.
Massacro di Srebrenica: nel corso della guerra in Bosnia (1992-1995), la città di Srebrenica venne occupata l’11 luglio 1995 e le truppe serbo-bosniache deportarono e massacrarono la popolazione. Morirono circa 8.000 uomini e ragazzi bosniaci.

* Burundi: nel 1972, nel teatro dei conflitti etnici della regione intorno al Ruanda, 150.000 Hutu furono massacrati dal governo Tutsi.

* Ruanda: il peggiore genocidio africano avvenne nel 1994 in Ruanda da parte di milizie e bande Hutu contro la minoranza Tutsi e tutti coloro che erano sospettati di favorirli. Le vittime, circa un milione, furono spesso uccise barbaramente con armi rudimentali. Nel 1962, 100.000 Tutsi erano già stati massacrati per gli stessi motivi che avrebbero portato al genocidio del 1994, inoltre, massacri occasionali si verificarono per tutta la seconda metà del Novecento, anche dopo il 1994.

* Indonesia: nel 1965 e nel 1966, il regime di Sukarno attuò una repressione anti-comunista per annientare il partito comunista, in cui furono sterminate da 500.000 a un milione di persone.

* Bangladesh: nel 1971, il regime di Yahya Khan condusse una sanguinosa operazione militare contro il Pakistan dell’est, in cui furono uccisi da alcune centinaia di migliaia a 3 milioni di civili.

* Cambogia: tra il 1975 ed il 1979 i Khmer rossi, sostenuti ed armati dalla Cina, massacrarono o fecero morire nei cosiddetti campi di rieducazione o Killing Fields (campi della morte) da 1 a 2,2 milioni di persone (su una popolazione totale di 7,5). Fra le vittime, furono colpiti soprattutto cattolici, musulmani Cham, cinesi e vietnamiti.

* Timor Est: nel 1975 l’occupazione indonesiana provocò la morte da 60.000 a 200.000 persone.

* Guatemala: a partire dal 1960, il regime militare di Carlos Castillo Armas causò trenta anni di guerra civile e la morte di 200.000 civili. La Commissione per la verità, sponsorizzata dall’ONU, ha concluso che in certe aree (come Baja Verapaz) il governo avviò intenzionalmente una politica di genocidio contro determinati gruppi etnici, soprattutto Maya.

Come vedete, sono solo esempi recenti, ma la Storia umana è costellata di genocidi (le Crociate, per esempio) tale da concludere che IL GENOCIDIO SIA UNA PRATICA COMUNE DELL’ESSERE UMANO.