Anche Benetton lavorava con le imprese con sede al Rana Plaza


Affrontiamo soltanto adesso l’immane tragedia del Rana Plaza a Dhaka, in Bangladesh, perché solo ora abbiamo un bilancio quasi definitivo. Ricordiamo l’evento: il 24 aprile 2013 crolla l’edificio del Rana Plaza, che ospitava cinque fabbriche di abbigliamento per l’export (New Weave Bottoms, New Weave Style, Phantom Apparels, Phantom Tac Bangladesh Ltd ed Ethertex Textiles), e ben 1127 persone rimangono uccise e circa 2500 sono ferite, molte delle quali gravemente. Stiamo parlando di più di un terzo dei morti dell’11 settembre.
La tragedia in realtà segue un’interminabile catena di incendi, crolli, infortuni mortali che quasi quotidianamente hanno come conseguenza la morte di decine di lavoratrici e lavoratori del settore manifatturiero dell’abbigliamento (che occupa dai 3 ai 5 milioni di lavoratori, soprattutto giovani donne) e costituisce l’80% dell’esportazione del Bangladesh). Si tratta di aziende piccole e medie (relativamente alle dimensioni della popolazione di un paese di 160 milioni di abitanti) che costituiscono l’anello intermedio o finale di una lunga catena di subforniture, alla testa della quale stanno i principali marchi europei e mondiali dell’industria dell’abbigliamento, dove le condizioni di lavoro sono semischiavistiche e prive di qualsiasi attenzione alle più minime norme di salute e sicurezza, per salari che non superano i 50 $ mensili.
Il crollo ha innescato le proteste degli operai (che guadagnano 38 dollar al mese) del tessile e la pressione internazionale sul governo del Bangladesh e sulle aziende multinazionali. Questi infatti sono accusate di violazione delle Convenzioni OIL, delle Linee Guida OCSE e dei Principi Guida dell’ONU su Imprese e Diritti Umani, in quanto non si preoccupano di verificare le condizioni di lavoro e di sicurezza delle aziende della loro catena di subfornitura.
Ciò ha fatto sì che, dopo questa immane strage, il governo del Bangladesh intervenisse con la chiusura di 18 aziende “a rischio”.
Pavel Sulyandziga, presidente del Gruppo di Lavoro ha ricordato come, diverse delle aziende direttamente coinvolte in queste gravissime violazioni siano state “cerficate” da iniziative di “audit sociale”, ma non sono state in grado, evidentemente, di individuare i gravissimi rischi e di favorire la prevenzione degli incidenti.
Dopo che diverse testate di stampa hanno riportato che marchi italiani come Benetton, Itd Srl, o la Pellegrini Aec Srl e la De Blasio Spa erano tra i clienti delle fabbriche crollate, un’altra ditta, la Essenza Spa, che produce il marchio Yes-Zee, ha confermato di essersi rifornita al Rana Plaza.
Il 9 maggio Benetton ha ammesso di essersi in passato rifornito dalla New Wave, che si trovava proprio nel Rana Plaza, e che ultimamente si era affidato ad un altro fornitore che a sua volta acquistava al Rana Plaza.
Del resto, documenti ottenuti dall’inglese IBTimes mostrano, senza possibilità di equivoco, che il 23 marzo 2013, a solo un mese dalla tragedia, nel Rana Plaza si producevano vestiti per Benetton.
La sezione italiana della campagna internazionale Abiti Puliti ha chiesto all’amministratore delegato di Benetton una chiara assunzione di responsabilità e gli ha indirizzato una lettera di richieste, sollecitandolo anche a confrontarsi con i sindacati locali.
Una nota, quella di Benetton Group, che non spiega quest’ordine del 29 settembre scorso, in possesso a Clean Clothes Campain e ritrovato anch’esso tra le macerie del Rana Plaza: un secondo indizio, 30.000 articoli commissionati, una seconda “presunzione semplice”, che potete consultare anche di seguito, rimpinguante la tragica tesi di schiavi intenti a cucire maglieria italiana, prima dell’abisso, dell’orrore.

Il Risiko non è più un gioco: land grabbing e nuovo colonialismo parte IV: l’Italia


Dossier Land Grabbing parte IV: l’Italia.
Il nostro Paese confinante non è estraneo al fenomeno del land grabbing. Da ricerche effettuate da ActionAid, Fao e Grain (farmlandgrab.org) risulta che le aziende italiane coinvolte in grandi progetti di affitto di terreno agricolo in Africa siano una decina. Se si considerano solo i progetti maggiori, 1,5 milioni di ettari, una superficie equivalente a quella della Calabria, sono di proprietà di società italiane. Circa la metà di questi terreni è utilizzata per coltivazioni destinate alla produzione di biocarburante. Tra le più importanti il gruppo Eni, con 180.000 ettari della Repubblica Democratica del Congo destinati alla coltivazione di palme da olio, Agroils, 250.000 ettari in Marocco, Senegal, Camerun, Ghana e Indonesia, dove le coltivazioni sono destinata alla produzione di biocarburanti, e Fri El-Green Power, con 80.000 ettari tra Etiopia, Nigeria e Congo, anche qui destinati a palme da olio per agrocarburanti. Ma la capofila del Land grabbing in Italia è l’azienda Benetton, che in Argentina ha acquistato il 10% della Patagonia per l’allevamento e il pascolo di pecore da lana. Notiamo una dissonanza tra le celebri campagne pubblicitaria di Oliviero Toscani che avevano, come scopo secondario, quello di sensibilizzare l’opinione pubblica verso alcune problematiche globali e il comportamento dell’azienda.
Rileggi dalla Parte I.