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TRACCE SONORE: Brian Eno – Ambient 1: Music for Airports


Music for Airport - Brian Eno
Music for Airport – Brian Eno

TRACCE SONORE: Brian Eno – Ambient 1: Music for Airports

La forte venatura orientale di queste melodie, mentre ascolto “Music for Airports” di Brian Eno, mi porta in un tempio in cui si celebra il vuoto e la Divina Impermanenza, la divina inconsistenza che ci fa forti della nostra fragilità di echi in una valle buia, con la luce pallida della luna che sembra irriderci, e le stelle, quelle dannate irraggiungibili! Perché è un album duplice che si muove fra la grande inquietudine della nostra epoca e una quiete mistica e contemplativa.
Non posso negare che l’album abbia in sé qualcosa di magico. Oltre che fuoriuscire da un tempio zen questa musica sembra provenire dal futuro, invece ha una data di composizione, che comincia a perdersi nel tempo: 1978.
E’ davvero un interessante esperimento di musica per la mente, il titolo misterioso sembra alludere a melodie diffuse in un aeroporto. E’ la musica ambient, il suono che si fonde con un ambiente, l’aeroporto in questo caso, e ne detta e modifica la percezione. C’è della genialità nel mischiare suoni così antichi alla futuristiche visioni aerodinamiche suggerite dal titolo.
Questa è musica visionaria, ipnotica, in fondo psichedelica, che affonda le sue radici nella musica orientale, musica onirica che intende causare un cambiamento di coscienza nell’ascoltatore. Ed è un incontro fra passato, presente e futuro, che si trovano mescolati come in un sogno.
E’ musica che sembra ritmare l’adesione all’inconoscibile, a qualche forma di conoscenza estatica. E’ tranquillizzante, terapeutica, avvolgente, induce in uno stato sognante, vaporoso, è musica per il trascendente. Questa trascendenza riguarda la nozione stessa di tempo.
A tal proposito Brian Eno ha detto: « Una delle cose che la musica può fare è distorcere la tua percezione del tempo in modo che non ti interessi realmente se le cose scivolano via o si alterano in qualche modo.»
Ascoltare “Music for Airports” è quindi un modo per distorcere la propria percezione del tempo, uno scivolare di suoni oltre il dolore e la paura, una fusione di atmosfere meditative con la frenesia di un Check – in. Fa l’impressione che potrebbe causare la presenza di un aereo dentro una cattedrale, qualcosa di incongruo e sconcertante, quindi, ma al tempo stesso “Music for Airports” ha in sé le melodie che permettono di accettare la stessa incongruità.
E’ musica antica e moderna al tempo stesso. Cosmica e quotidiana. Intelligentemente sospesa fra sogno e incubo. E’ duplice: ci inquieta e ci tranquillizza al tempo stesso. E’ la sua funzione: musicare l’attesa che si compie in un aeroporto, divisa com’è fra l’inquietudine e l’estasi del volo.

Ettore Fobo

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TRACCE SONORE: Gavin Bryars – Jesus’ blood never failed me yet


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TRACCE SONORE: Gavin Bryars – Jesus’ blood never failed me yet

I giorni scorsi ho acquistato un doppione. E mentre lo acquistavo ne ero consapevole.
Il disco in questione è il cd di Gavin Bryars dal titolo Jesus’ blood never failed me yet, una delle opere cardine del minimalismo inglese.
Il cd stazionava da un paio di mesi sullo scaffale delle offerte finali, prima del macero per intendersi, e io tutte le volte che lo vedevo mi chiedevo, in ordine, chi possa aver avuto la malsana idea di liberarsene e come mai nessuno, invece, lo avesse ancora acquistato al volo a tre euro.

L’opera, per chi non lo sapesse, venne pubblicata originariamente su vinile nella collana Obscure di Brian Eno, e durava una ventina di minuti.
Ristampato in cd e allungato di circa altri trenta minuti, è un’opera monolitica, sorretta da un’unica frase, ripetuta all’infinito da un vagabondo che la canticchiava per strada e che Gavin Bryars sentì e registrò facendola diventare la parte predominante di tutto il disco.
Le sei tracce che lo compongono sono delle varianti orchestrali di una mini partitura che è stata cucita addosso al cantato-parlato e che rappresentano idealmente i movimenti di un’opera classica.
Si passa da un quartetto di archi agli strumenti a corda bassi, agli archi nella loro interezza e all’orchestra al completo, in un crescendo emotivo molto coinvolgente.
Chi è interessato al minimalismo e non conosce il disco, lo troverà affascinante; dopo due minuti di ascolto ti entra in testa e non ti molla più lasciandoti quasi svuotato quando termina.
Per gli altri, un buon motivo per ascoltare qualcosa di diverso dal solito.
Nota a margine: nella penultima traccia la voce del vagabondo è affiancata da quella di Tom Waits, che nella coda canta con gli archi alti.

Vi racconto un piccolo aneddoto privato che si riallaccia alla scelta di comprare un doppione.
Per una decina di anni ci ha fatto compagnia un pastore maremmano che aveva la simpatica abitudine di portare a casa nostra animali bisognosi di cure. In ordine sparso ci ha recapitato due gatti, alcuni topi, un istrice e diversi volatili.
Un crocerossino, insomma.
Ecco, quando ho visto per così tanto tempo il cd invenduto, mi è ritornato in mente il nostro cane e, per emulazione, mi sono sentito un po’ crocerossino anch’io.
Oggi sono fiero possessore di due cd assolutamente identici.
Il disco comunque merita, magari non in doppia copia, ma merita.

massimo ODRZ