Chi è Khalifa Haftar e chi è il vero responsabile del delirio libico?


Khalifa Haftar ha intrapreso la carriera militare e si è diplomato all’Accademia di Bengasi. Poi, ha proseguito i sui studi in tattica militare in Egitto e Unione Sovietica. Da giovane ufficiale si è schierato con Muammar Gheddafi nel golpe che l’ha portato al potere nel 1969. Nel 1986, ormai colonnello, Haftar guida le truppe libiche nell’offensiva contro il Ciad, in una guerra che durava già da un decennio. Il Ciad, sostenuto delle forze armate francesi, lasciò le truppe libiche prive di artiglieria in seguito a un raid aereo, e Haftar venne fatto prigioniero dalle forze ciadiane assieme a centinaia dei suoi uomini. Così venne abbandonato da Gheddafi che lo destituì dal comando e ne chiese il processo. Aiutato dai servizi segreti americani, il colonnello fuggì in Zaire, poi in Kenya dove militò in diversi gruppi anti-Gheddafi, e infine si trasferì negli Satti Uniti, vicino a Washington.

Il caos determinato dalla caduta di Gheddafi (2011) frantumò la Libia in decine di gruppi diversi su base religiosa, tribale e geografica. Così Haftar comprese che era giunto il momento di tornare in Libia. Nel maggio 2014 Haftar lancia l’“Operazione Dignità”, con l’appoggio dell’Egitto, di alcuni dei municipi della Cirenaica e sostenuto dal parlamento di Tobruk, primo governo a ottenere il riconoscimento internazionale nell’era post Gheddafi, che lo ha nominato capo dell’Esercito nazionale libico e oggi controlla parte dell’est della Libia. Grazie all’appoggio dell’Egitto e, sembra, anche della Francia, ha messo in piedi un esercito di 30mila uomini, dotato di artiglieria pesante e aviazione.

Fino alla fine del 2015 sembrava che l’Europa potesse scegliere lui per inaugurare il futuro della Libia, l’uomo al comando della forza militare al momento più consistente del paese. Invece a mettersi di traverso alle sue ambizioni è stata proprio l’Italia che, ideato un piano diverso, ha convinto le Nazioni Unite ad appoggiare la propria soluzione. L’Italia, infatti, ha in Tripolitania i maggiori interessi petroliferi, portandola a puntare sull’insediamento a Tripoli di un governo più tecnico, quello di Fayez al-Sarraj.

Ma il generale Haftar è riuscito a convincere i propri sostenitori all’interno del parlamento di Tobruk a non votare la fiducia all’amministrazione di Sarraj, non riconoscendo le modalità con cui questo nuovo governo è stato stabilito: a suo parere è stato imposto dalle Nazioni Unite.

Al momento Haftar è riuscito a ricacciare nell’interno le forze integraliste musulmane (impropriamente chiamate dell’Isis), e ad affacciarsi nei dintorni di Tripoli, minacciando da vicino i Governo di Unità Nazionale appoggiato dalle Nazioni Unite.

Il commento è abbastanza ovvio e non aiuta a risolvere la questione: ma è importante concludere che questa guerra è più uno scontro tra gli interessi delle nazioni che acquistano il petrolio (Europa, Stati Uniti per primi) più che uno scontro tribale (che riguarderebbe solo la parte meridionale pro-Isis, e non quello Cirenaica-Tripolitania).

Anche l’Unione Africana non funziona e Boko Haram continua le stragi


Al summit di Addis Abeba congelata la decisione di inviare una missione di peacekeeping a Bujumbura.
La cerimonia di chiusura del 26esimo summit dell’Unione Africana (UA), svoltosi dal 21 al 31 gennaio a Addis Abeba, in Etiopia, si è tenuta in presenza del capo di Stato ciadiano Idriss Deby Itno, eletto nuovo presidente di turno dell’Organizzazione per il 2016. Tra gli obiettivi mancati del summit c’è lo stanziamento di un contingente di pace africano in Burundi per arginare le violenze scoppiate da mesi nel Paese in seguito alla ricandidatura e alla rielezione poi, del presidente Pierre Nkurunziza. Durante i colloqui dei capi di Stato la proposta di inviare una missione africana di peacekeeping in Burundi è stata messa in stand-by per via dell’opposizione del governo di Bujumbura sebbene il blocco panafricano possa decidere di intervenire senza il consenso di un Paese in caso di gravi circostanze (crimini di guerra, genocidi e crimini contro l’umanità).
Il commissario per la Pace e la Sicurezza dell’organizzazione, Smail Chergui, ha confermato che durante il summit si è preferito optare per l’invio di una delegazione a Bujumbura per negoziare l’eventuale dispiegamento di forze di pace con il governo del Burundi. Dal canto proprio, il ministro degli Esteri del Burundi, Alaine Nyamitwe, ha assicurato che il suo governo “possiede le capacità di ripristinare la sicurezza nazionale”.
Il rischio, in caso contrario, è che il Paese possa precipitare in una guerra civile come quella occorsa tra il 1993 e il 2006. Dall’aprile 2015, quando il presidente Nkurunziza ha annunciato di candidarsi per un terzo mandato presidenziale, almeno 400 persone sono morte negli scontri di piazza e oltre 230mila hanno abbandonato il Paese.
Nel corso del summit il ministro della difesa della Nigeria aveva definito Boko Haram «indebolito», ma la risposta non si è fatta attendere: l’organizzazione terroristica rade al suolo il villaggio di Dalori, a 5 km di distanza da Maiduguri, luogo di provenienza dei terroristi provocando 86 morti molti di loro bruciati vivi, tra cui molti bambini. Ormai in cinque anni di attentati il numero delle vittime ha toccato quota 20mila; 2,5 milioni invece gli sfollati.
Nel sud del Paese, nel Delta del Niger, le cose non vanno meglio. Dopo anni di tranquillità grazie all’armistizio siglato tra i guerriglieri del Mend (Movement for the Emancipation of the Niger Delta) e l’ex presidente Goodluck Jonathan per spartire i proventi petroliferi della regione, la tensione è di nuovo alle stelle. Nello stato di Bayelsa è stata fatta esplodere una delle condutture di una compagnia sussidiaria dell’Eni, la Nigeria Agip Oil Company (Naoc).
Infine in Ciad Boko Haram uccide almeno 27 persone e ne ferisce almeno 80 in un triplice attentato suicida avvenuto nel mercato di Loulou Fou, un’isola sul Lago Ciad.

In Nigeria studiare per le donne è reato


Quante volte abbiamo parlato di Boko Haram in questo blog? Devo dire, tra le cose meno ascoltate dalla malleabile opinione pubbica occidentale.
Vedi solo alcuni esempi:
1. Boko Aram sconfina in Cameroun.
2. In Nigeria altra vagonata di morti innocenti, in Egitto guerra civile, in Siria i soliti morti.
3. L’unità di misura dei morti ammazzati è 100.
4. Evvai, in Nigeria oggi 185 morti!
5. Week-end soleggiato e 100 morti in Nigeria
“Che ci frega che si ammazzano in un lontano stato africano?” è il pensiero di molti.
Non si sentano fuori causa italiani e inglesi che grazie all’Eni e alla Shell hanno e stanno sfruttando le risorse della Nigeria, impoverendone le popolazioni e arricchendone le lobbies, e quindi contribuendo a creare una substrato culturale ottimo per integralisti come Boko Haram.
Ora Boko Haram ha deciso che in Nigeria studiare per le donne è reato. Con un video, infatti, il gruppo fondamentalista islamico ha rivendicato il sequestro delle 276 studentesse, avvenuto il 14 aprile scorso in una scuola a Chibok, villaggio nello stato del Borno. “Ho rapito le vostre figlie, le venderò al mercato in nome di Allah”, ha affermato il leader del gruppo terroristico, Abubakar Shekau. Vendute in cambio di 12 dollari l’una. Circolano indiscrezioni secondo le quali le ragazze sarebbero state già state trasferite in Camerun o in Ciad, anche se le autorità dei due Paesi smentiscono.
Barack Obama che ha parlato di abominio “oltraggioso e straziante”, mentre l’Alto Commissariato per i diritti umani dell’Onu punta il dito contro gli autori dei sequestri delle ragazzine parlando di “ferma condanna”.
Insomma, come sempre, le chiacchiere non mancano, ma il governo della Nigeria, con cui Eni e Shell collaborano serenamente, che fa?