Terremoto: manca la cultura del territorio


Dopo i terremoti del 24 agosto, del 26 e 30 ottobre, si è nuovamente alzata la polemica sulla prevenzione e presto seguirà quella sulla ricostruzione.
È sempre bene guardare ciò che sta dietro le cose, ma non mediante una dietrologia asfittica, che può solo portare al complottismo (se ne sono sentite di tutti i colori in questo periodo, i terremoti come conseguenza di trivellazioni, divina, dell’immigrazione).
Senza filosofeggiare o portare alla luce le evidenze scientifiche che confermano che la deriva del continenti (questa la causa dei terremoti, sembrerebbe banale dirlo, ma non lo è) è elemento essenziale per lo sviluppo delle specie e quindi dell’intelligenza umana (niente Annunaki, solo la faglia della Rift Valley, informatevi, ho detto che non ne parlerò ora), il vero motivo per cui ci sono i morti e i crolli è che l’uomo costruisce case di pietra non antisismiche, che crollando uccidono.
Non ci vuole Stephen Hawking per capire che la prevenzione è l’unica via percorribile. Il che significa sia costruzioni antisismiche, in materiali leggeri, sia urbanistica che facilita le vie di fuga, e sia comportamenti adatti durante e dopo la scossa (girano da anni dei prontuari).
Ma quello che vorrei mettere in luce, un po’ meno banalmente, è che la prevenzione è il naturale comportamento di una buona cultura del territorio. Il che significa che la popolazione tutta deve essere consapevole del grado di pericolosità sismica del proprio territorio. Non solo, cultura del territorio significa sapere (e qui penso a Genova) che il canale sotto casa non è una fogna ma un torrente, che la propria casa è costruita sulle pendici di un monte instabile, o sul ciglio di un fiume, o su una costa cedevole, ecc.
Questa cultura semplicemente manca. Quando ho comprato casa, chiedevo la sismicità dei territori, ricevendo sguardi di sorpresa se non di ludibrio da parte degli agenti immobiliari (con cultura dell’immobile pari a zero o per lo meno infinitesimale rispetto a quella finanziaria, come se le case fossero fondi d’investimento). Il giorno prima dell’alluvione del 4 novembre 2011 ero a Genova, e i cartelli erano espliciti: Allerta rossa. Chiedendo in giro, la gente reagivo allo stesso modo: leggerezza, ovvero ignoranza. Dopo due alluvioni disastrose e con vari decessi (2011 e 2014) l’atteggiamento oggi è cambiato e la gente del posto è mediamente molto più consapevole del proprio territorio. Come lo è oggi nelle zone terremotate.
Ma davvero servono i morti per informarsi sul proprio territorio? Punto il dito sulle istituzioni, che per anni hanno minimizzato, se non nascosto, la pericolosità sismica e idrogeologica dei terrtori a rischio (c’è stata anche una sentenza per il terremoto dell’Aquila, contro la Commissione Grandi Rischi, assolta in Cassazione per questo motivo, è ovvio che non poteva prevedere il sisma, ma non doveva minimizzare la gravità dello sciame sismico).
Diciamo la verità: usciamo da un secolo (il XX) dove l’ordine era minimizzare e nascondere per evitare il panico. Spero che la tendenza del XXI secolo sia invece quella della trasparenza e dell’informazione. Come si fa a dire di prepararsi a un terremoto a una popolazione se ogni volta si minimizza uno sciame sismico o un movimento franoso?
Infine, consiglio alla popolazione di informarsi sempre sul territorio circostante la propria abitazione o quella in cui si è in procinto di andare a vivere: sismicità, sistema idrogeologico, rischi di frane, vicinanza di fiumi, torrenti, rivi, laghi e mari.

Terremoto dell’Aquila: “State tranquilli a casa, tanto non ne sappiamo un cazzo!”


Non è la prima volta che parliamo di terremoto e geologi: ci teniamo a premettere che noi siamo per la scienza e siamo con gli scienziati, ma se insistiamo su questo argomento è perché notiamo un certo comportamento nei confronti dell’informazione scientifica che non ci piace affatto.
Il 31 marzo del 2009, 5 giorni prima della scossa che distrusse L’Aquila e provocò 309 morti, vi fu una riunione della Commissione Grandi Rischi, convocata appositamente dall’allora capo della Protezione Civile Guido Bertolaso per fare il punto della situazione e valutare le misure da mettere in atto in conseguenza dello sciame sismico che da giorni interessava la città.
Cosa esce dalla riunione? Nulla, visto che i geologi specialisti del caso hanno rassicurato tutti, alcuni dei quali tacciando di “allarmismo” certe voci insistenti di pericolo di forte terremoto imminente che in verità da mesi giravano in tutto l’Abruzzo.
Così, dopo 3 anni e mezzo, il giudice del tribunale dell’Aquila Marco Billi ha condannato a 6 anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose l’allora presidente della Grandi Rischi Franco Barberi, l’allora vicecapo della Protezione Civile Bernardo De Bernardinis, l’allora presidente dell’Ingv Enzo Boschi, il direttore del servizio sismico del Dipartimento della Protezione Civile Mauro Dolce, il direttore del centro nazionale terremoti Giulio Selvaggi, il direttore di Eucentre Gian Michele Calvi, il professore di fisica dell’Università di Genova Claudio Eva, colpevoli di aver sottovalutato il pericolo, di aver fornito informazioni imprecise e incomplete, di esser venuti meno ai loro doveri. La difesa fa notare che la responsabilità degli scienziati era quella e soltanto quella di fornire un quadro chiaro a chi poi doveva decidere e comunicare le decisioni alla popolazione. Ma la valutazione, come scritto nel capo d’imputazione, è stata giudicata “approssimativa, generica e inefficace”, sia in relazione all’attività della commissione sia ai doveri di
“prevenzione e previsione”, che ha portato gli scienziati a fornire, dopo la famosa riunione, “informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell’attività sismica, vanificando le attività di tutela della popolazione”.
I cittadini applaudono, altri, evidentemente non aquilani, gridano alo scandalo, sostenendo che gli scienziati “non avevano la sfera di cristallo” o che “una cosa così succede solo in Italia, e non in Giappone o in Usa”.
C’è un po’ di confusione: se una cosa così succede solo in Italia non stupisce, solo in Italia la parola “allarmismo” viene affiancata a un reato, differentemente dagli Stati Uniti, dove per uno tsunami di 30 cm si fanno squillare le sirene tutta la notte, mente in Italia non bastano alluvioni catastrofiche per evitare l’accusa di allarmismo per ogni allerta che non ha come conseguenza dei decessi!
Diciamolo: l’Italia ha un che di omertoso quando si parla di rischio: allertare (e informare sui pericoli) significa impanicare l’opinione pubblica. Ecco perché succede in italia.
Quanto alla sfera di cristallo, mi chiedo come mai, ora, durante lo sciame sismico del pollino, la stessa Commissione usi altri termini, informando e sostenendo che “possono esserci scosse più forti”, che “non siamo in grado di dire se ci potrà essere un’altra scossa più forte”, che “come nel terremoto dell’Umbria o dell’Emilia, ci sono state due grandi scosse e non una singola” e addirittura allestendo campi di tende quando ancora non ci sono morti o quasi. Frasi diverse dal “non possiamo prevedere la scossa, quindi state tranquilli a casa”, magari in strutture fatiscenti come il pensionato studentesco dell’Aquila.
Se l’atteggiamento sembra cambiare, significa che quello di prima era sbagliato. Ed era punibile.
Oltre al comportamento durante l’emergenza, fondamentale è l’educazione idrogeologica.
Soprattutto in Paesi come il Giappone, non si lascia nell’ignoranza totale la popolazione, ma s’informa per filo e per segno al comportamento da prendere in caso di sisma, o di alluvione. Da come costruire gli edifici, fino a come comportarsi durante l’emergenza. Perché l’Italia è una zona sismica e idrogeologicamente instabile, ovunque, e tutti dovrebbero sapere cosa fare. E invece non è così: si costruisce sopra i greti dei fiumi, si tirano su capannoni “appoggiando” i pilastri, e poi si vedono persone che scappano a caso in preda al panico, o che attraversano ponti con fiumi in piena. alcuni dei quali, come a Genova, non vengono nemmeno considerati torrenti, ma semplici fogne.