Parte l’imperialismo cinese, prima base militare in Africa


La Cina avrà la sua prima base militare permanente all’estero, precisamente a Gibuti, nel Corno d’Africa.

La tv cinese ha trasmesso le immagini dei marines a bordo di navi militari in partenza dalla città orientale di Zhenjiang, e anche la stampa nazionale – controllata dal Partito comunista – ha dato ampio spazio alla notizia. L’apertura della prima base militare cinese all’estero è uno sviluppo molto importante per capire la politica estera della Cina promossa dal suo presidente, Xi Jinping, e ha implicazioni rilevanti anche per quei paesi che sono preoccupati di un’eccessiva espansione degli interessi cinesi in Asia e in Africa, per esempio l’India.

Quella cinese è una strategia che è stata definita del “filo di perle”, cioè una serie di investimenti in infrastrutture – soprattutto commerciali ma anche militari – estese dal territorio cinese fino al Sudan, nell’Africa orientale. L’apertura della base militare a Gibuti è stata vista da alcuni degli stati rivali della Cina, soprattutto l’India, come un’altra delle “perle” di questa strategia, che sta aumentando i timori che il governo cinese sia intenzionato ad avviare una politica estera molto più aggressiva di quella adottata finora.

Il Risiko non è più un gioco: land grabbing e nuovo colonialismo parte III: la rivolta


Dossier Land Grabbing Parte III: la rivolta.
Riguardo al problema del Lang Grabbing sembra che, negli ultimi anni, una parte di opinione pubblica e le popolazioni locali abbiano compreso la pericolosità del fenomeno. Le notizie sul Land Grabbing si susseguono: l’acquisto di terre è talmente rapido da essere più veloce dell’informazione. Ma Ecco gli esempi più eclatanti:
MADAGASCAR
Nel 2008 l’ex presidente malgascio Marc Ravalomanana (presidente del Madagascar autoproclamatosi nel 2002 alla fine di una guerra civile etnica scaturita dalle elezioni in cui entrambi i candidati hanno accusato l’avversario di brogli, è rimasto in carica fino al golpe militare del 17 marzo 2009 [La politica del Madagascar, come quella di molti Paesi africani, sembra un film di guerra di serie B]) aveva provato a cedere in esclusiva alla sudcoreana Daewoo Logistics, per 99 anni e a titolo gratuito, l’incredibile quota di 1.300.000 ettari di terre coltivabili. L’accordo, meglio conosciuto come “l’affaire Daewoo”, era saltato grazie a una mobilitazione globale. Il “Collectif pour la Défense des Terres Malgaches”, movimento fondato a seguito di questo episodio, ha consentito alle popolazioni locali di ricevere (dall’estero) notizie su quanto stava accadendo (all’interno), fare circolare l’informazione e cercare il sostegno internazionale.
Alcune associazioni stanno iniziando in questi giorni una campagna di sensibilizzazione chiamata “My Land is Mine” per sensibilizzare i governi e le popolazioni coinvolte nel Land Grabbing sui rischi che comporta la cessione di immensi latifondi a Governi esterni e, nel contempo, sulle potenzialità di sviluppo derivanti dallo sfruttamento locale di dette terre e risorse.
ETIOPIA
Una notizia più recente arriva dal Corno d’Africa, dove il 23 marzo 2011 “Saudi Star Agricultural Development” Plc (un gruppo agro-industriale di proprietà del miliardario saudita Mohammed al-Amoudi) ha annunciato un investimento di 2,5 miliardi di dollari per coltivare riso, girasole e mais su 300.000 ettari di terra nella provincia etiope di Gambella, vicino al confine con il Sudan, ottenuta per 60 anni in esclusiva al canone annuo della risibile cifra di 9,42 dollari l’ettaro. Il gruppo alimentare indiano “Karuturi Global Ltd.” si è a sua volta aggiudicato per 50 anni, nella stessa area, 312.000 ettari di campi per produrre olio di palma, zucchero, riso e cotone: il terreno è 5 volte più fertile, non ha bisogno di fertilizzanti ed è molto più economico!
Il governo di Addis Abeba (nei nomi del Primo Ministro Meles Zenawi, in carica dal 1995] e soprattutto il ministro dell’agricoltura Addisu Legesse) ha così “piazzato” un quinto di quei 3.000.000 di ettari di terreni offerti a imprese straniere, mentre il 13% dei suoi 83 milioni di cittadini ancora combatte la fame grazie al sostegno internazionale.
Ancora più grave è il fatto che a novembre 2010 il Addisu Legesse aveva annunciato il suo programma di “villagization” volto a riallocare 45.000 famiglie, 225.000 persone (i tre quarti della popolazione della provincia di Gambella), entro un paio d’anni. In pratica, una deportazione di massa.
Gli abitanti delle aree oggetto di Land Grabbing sono dunque del tutto privi di diritti, di titoli di possesso delle case e dei campi da cui vengono cacciati, senza alcuna compensazione economica, ma con promesse non scritte di acqua, scuole e cure mediche.
«La popolazione è d’accordo, è una loro scelta quella di ricevere questi servizi di base. E perciò devono abbandonare le loro precedenti abitudini di vita», è la constatazione del Legesse. Una scelta obbligata a dire di alcuni destinatari del programma di “villagization”, i quali confidano di temere per la loro vita in caso non aderiscano all’ordine di abbandonare le proprie terre. I più fortunati saranno assunti dai nuovi padroni, con un salario minimo giornaliero che in Etiopia ammonta a 8 birr (0,64 dollari), ma che la disperazione porta ad accettare lavoro anche per 1 birr (0,08 dollari): in pratica schiavi.
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