Caso Sergei Skripal, espulsi dall’Occidente almeno 100 diplomatici russi


Il caso Skripal assume proporzioni sempre maggiori: a venti giorni dall’avvelenamento con il gas nervino dell’ex ufficiale del KGB traditore al soldo dello MI16 (i Servizi Segreti di Londra) Sergei Skripal e della figlia Yulia (al momento ancora in coma), nonché di altre 126 persone del quartiere in modo lieve, probabilmente clienti o personale del ristorante italiano “Zizzi” e del Pub “The Mill” dove avevano bevuto una pinta di birra, a Salisbury in Gran Bretagna, arriva la durissima reazione delle cancellerie di mezzo mondo.

L’Italia, senza governo e internazionalmente “assente”, obbedisce al diktat degli Usa e dell’Ue con l’espulsione di 2 diplomatici russi, nonostante al momento non ci siano le prove di un coinvolgimento governativo russo.

La reazione del Cremlino non si è fatta attendere: il ministero degli Esteri ha annunciato una “risposta speculare” a breve, di fronte a quello che non ha esitato a chiamare “passo ostile” che avrà “conseguenze”.

Ultimatum di Theresa May al Cremlino


Ieri la premier Theresa May ha dato un ultimatum alla Russia, chiamata in causa come imputata “altamente probabile” del tentato avvelenamento con un micidiale agente nervino, domenica 4 marzo a Salisbury, dell’ex spia russa Serghei Skripal e di sua figlia Yulia. Sullo sfondo della presunta identificazione della sostanza letale come di un composto affine a quelli della classe “novichok”.

Una vicenda che si colora di nuovi misteri, fra accuse incrociate, sospetti sempre più tenebrosi, minacce ormai incombenti di sanzioni e contro-sanzioni, ombre di rappresaglie diplomatiche e forse non solo.

Il Cremlino definisce “immondizia” – parola del ministro degli Esteri, come “immondizia” – parola del ministro degli Esteri, Serghei Lavrov – le accuse a suo carico.

L’omicidio Nemtsov: facciamo un minimo di chiarezza


Clamoroso colpo di scena nell’inchiesta sull’omicidio dell’oppositore russo Boris Nemtsov. Ambienti vicini al Cremlino, e quindi al presidente Vladimir Putin, hanno manifestato gravi dubbi sulla confessione di Zaur Dadayev, l’ex ufficiale di polizia ceceno, considerato dagli inquirenti l’esecutore dell’omicidio dell’ex vicepremier russo.
Andrei Babushkin, membro del Consiglio per i diritti umani presso il Cremlino, che ha visitato in prigione Zaur Dadayev, ha addirittura avanzato il sospetto che la dichiarazione di colpevolezza sia stata ottenuta sotto tortura.
Ma allora chi è stato a uccidere Nemtosv?
Il governo di Putin? No, nessuno a Mosca, anche fra gli oppositori del regime di Putin, pensa che sia arrivato dal Cremlino l’ordine di uccidere venerdì notte Boris Nemtsov. Troppo esiguo il seguito di quest’ultimo, troppo lontani gli anni della sua grande popolarità, perché fosse necessaria un’esecuzione così clamorosa.
La tesi più accreditata invece dall’opposizione è che sia stato il clima di acceso nazionalismo e autoritarismo, di intolleranza delle voci critiche creato dalla propaganda pro-Putin, soprattutto dopo lo scoppio della guerra nel sud est dell’Ucraina, che avrebbe indotto qualche fanatico a “giustiziare” una voce dissidente, colpevole di intaccare l’unità sacra del paese attorno al suo leader.
Alcuni indicano addirittura in Igor Strelkov il mandante. Strelkov è il capo militare dei ribelli filorussi che Putin ha obbligato a tornare in patria, perché il suo oltranzismo, contrario a ogni accordo, rischiava di ostacolare il gioco complesso di fatti compiuti, ricatti e disponibilità alla diplomazia, del Cremlino.
Inevitabile comunque sottolineare ancora una volta “il fallimento della Russia sulla via delle democrazia e il suo avvitamento lungo il sentiero di un cupo autoritarismo.