Attentati in Egitto, in Turchia e in Nigeria


In Egitto ccisione di 25 copti egiziani ed il ferimento di altri 49, in maggioranza donne e bambini riuniti per una messa nella cappella di San Pietro e Paolo, adiacente alla Cattedrale ortodossa di San Marco, al Cairo.
In Turchia, un doppio attacco bomba a Istanbul con 38 morti e 155 feriti. Nella tarda serata del 10 dicembre un’autobomba ha colpito un’auto della polizia e un attentatore suicida si è fatto saltare in aria nei pressi dello stadio della squadra Besiktas ad Ankara. Il gruppo dei Falconi del Kurdistan (Tak) ha rivendicato l’attacco.
In Nigeria un attentato kamikaze è stato messo a segno a Maiduguri città martoriata dalla violenza dei militanti islamisti di Boko Haram, probabilmente da due bambine 7 o 8 anni. L’attentato suicida non ha provocato la morte di altri uomini o donne, ma il ferimento di almeno 17 persone.

Regeni, arrestato in Egitto consulente della famiglia


Egitto: terra dove la libertà è una parola sempre più lontana.
Ahmed Abdallah è presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, ong che offre consulenza ai legali del ricercatore torturato e ucciso al Cairo. L’accusa è promozione del terrorismo.

Giulio Regeni come Sacco e Vanzetti


Giulio Regeni

Giulio Regeni


Qualcuno ricorda la vicenda di Sacco e Vanzetti? Due italiani innocenti (accertato dopo la loro morte) uccisi sallo Stato (nella fattispecie, i moderati gli Stati Uniti) per le loro idee?
Visto l’estremo interesse dei media sul caso Regeni (suona male vero?, infatti è ironico, non dico che non se ne siano occupati, ma mi pare che si sia detto molto più su due fucilieri accusati di omicidio in India che un innocente torturato e ammazzato presumibilmente dai Servizi di Sicurezza egiziana, che dite voi?), riporto parte dell’editoriale del New York Times:
L’Italia è in subbuglio per la tortura e l’assassinio in Egitto di Giulio Regeni, un dottorando ventottenne che studiava a Cambridge, scomparso al Cairo il 25 gennaio e il cui cadavere è stato rinvenuto privo di abiti e con evidenti segni di percosse in un canale il 3 febbraio, poche ore dopo che le autorità italiane si erano rivolte direttamente al presidente Abdel Fattah el-Sisi perché le aiutasse a individuare lo studente scomparso.
Il ministro degli Interni italiano, Angelino Alfano, ha detto che il corpo del giovane riporta i segni di “violenze disumane, bestiali, inaccettabili” – proprio quel genere di tortura che le forze di sicurezza egiziane infliggono regolarmente ai loro concittadini. […]
Sotto il regime di el-Sisi, gli egiziani sono stati rinchiusi in carcere a migliaia. Torture e sparizioni sono comuni. Professori universitari, attivisti per i diritti umani e giornalisti sono presi di mira in modo particolare. Di sicuro, l’omicidio di Regeni frenerà non poco la liberà espressione negli atenei egiziani.
Oltre che per questa ossessione, il governo di el-Sisi si caratterizza in questo periodo per il panico per le misere condizioni dell’economia locale – duramente colpita dal calo del turismo – e per i timori delle agitazioni che essa potrebbe scatenare. Anche se la tesi di dottorato di Regeni verteva sui sindacati, argomento assai delicato in Egitto, gli amici e i colleghi assicurano che lo studente italiano era molto cauto nelle sue ricerche.
Giulio Regeni è scomparso nel quinto anniversario del sollevamento popolare del 2011 che ha rovesciato il governo del presidente Hosni Mubarak. Per garantire che non si verificassero incidenti, quel giorno la polizia era stata schierata in forze. Quella sera Regeni è uscito di casa per recarsi a un compleanno e da allora di lui non si è saputo più niente.[…]

Stop ai voli per l’Egitto: stimate ingenti perdite di turismo


Le perdite economiche previste dall’Egitto nel turismo dopo lo stop dei voli da parte di alcuni Paesi a seguito della tragedia dell’aereo russo in Sinai, potrebbe arrivare a 800 milioni di dollari, se questa decisione di fermare i voli si prolungasse per tre mesi». Lo ha affermato il ministro del Turismo egiziano, Hisham Zaazou.

La guerra civile in Yemen e l’Arabia Saudita


[tratto da “J’accuse (e Je Suggére). Considerazioni di un Presidente Qualunque”, settembre 2015]

Situazione etnico/religiosa:
L’Arabia è detta saudita perché è una monarchia assoluta in mano alla famiglia Saud. I sunniti hanno la stragrande maggioranza. Il regime appoggia l’islamismo salafita, nella fattispecie il wahabismo, che meritano un piccolo approfondimento.
Le teorie salafite nascono e si affermano nel corso di secoli: Ibn Taymiya era un giurista e teologo siriano vissuto nel XIV secolo, la cui teoria era che i testi sacri del Corano e della Sunna potevano essere interpretati individualmente. nel XVIII secolo anche Mohammed Ibn Abdel Wahab (1703-1792; fondatore del Wahabismo) vuole ritrovare un Islam puro. L’ultimo movimento salafita di rilievo, in ordine di tempo, a’ stato poi quello di Hassan al Banna che ha fondato nel 1928 l’Associazione dei Fratelli Musulmani. In questo caso, rispetto ai predecessori, il teologo egiziano introduceva una variante: l’utilizzo dell’Islam come strumento politico per la guida delle masse. Negli anni ’50 un altro egiziano, Sayyed Qutb (1906-1966), anch’egli membro dei Fratelli Musulmani, teorizzerà sul fronte del salafismo politico la lotta armata per prendere il potere sui capi arabi “empi” ed il ripristino di uno Stato islamico. Qutb è stato il referente ideologico di molti movimenti terroristici, non ultimo Al Qaeda.
Il salafismo quindi è diventato irredentismo, nazionalismo di matrice araba, lotta al consumismo e al lassismo dei costumi dell’Occidente, fino ad arrivare al Jihad ed al terrorismo islamico. I suoi principali rappresentanti sono oggi i Fratelli Musulmani (il partito che aveva vinto le elezioni in Egitto prima di essere destituito l’anno scorso) ed il wahabismo (oltre a quella pletora di sigle e organizzazione che compaiono periodicamente nel panorama mediorientale).
L’aspetto più pericoloso del wahabismo è l’alimentare una cultura religiosa di intolleranza e una lotta endogena senza quartiere verso quelli che non accettano le teorie salafite (l’adorazione dei santi e degli uomini pii è considerata alla stregua del politeismo) e tutti i sunniti moderati, come le confraternite sufi.
In Yemen (riunificatosi nel 1990 dopo la caduta dell’Unione Sovietica), i territori del nord-ovest vedono la maggioranza di sciiti zayditi Houthi, mentre il resto del Paese è a maggioranza sunnita.
La parte orientale del Paese è comunque sotto il controllo delle milizia di Al Qaeda (vedi mappa politico-religiosa dello Yemen, a fine articolo). Il presidente eletto nel 2012 Abd Rabbih Mansur Hadi (unico candidato).
Situazione sul campo:
Nel gennaio 2015 il presidente Abd Rabbih Mansur Hadi viene obbligato alle dimissioni dalla rivolta degli Houthi, che s’impadroniscono della capitale San’a.
La guerra si estende alla vicina Arabia Saudita, e assume sempre più i connotati di una resa dei conti tra Arabia Saudita e Iran, tra sunniti e sciiti. Non è propriamente un’azione di guerriglia, e nemmeno un’operazione senza ritorno, ma una vera e propria operazione di guerra, da esercito, pianificata nei minimi dettagli, non da milizia jihadista: i ribelli Houthi si sono infiltrati in Arabia Saudita e hanno attaccato Najran, città di confine.
Gli sciiti provano ciò cui Osama bin Laden ambiva ma che con la sua al Qaeda non era riuscito a realizzare: destabilizzare il regno saudita.
L’Iran, infatti, ha proprio negli Houthi il suo principale strumento di influenza nello Yemen. Sfruttando la comune appartenenza allo sciismo, l’obiettivo del regime iraniano sarebbe quello di favorire la creazione di un movimento per certi versi simile al libanese Hezbollah.
Ulteriori preoccupazioni geopolitiche arrivano dallo stretto di Bab-el-Mandeb. Da qui passano le rotte che collegano il mar Mediterraneo all’Oceano Indiano, attraverso il canale di Suez e il mar Rosso e da qui passa il 63% della produzione di greggio mondiale.
Gli Stati Uniti e la Francia, per tranquillizzare l’alleato Usa e NATO, sia per questa guerra e soprattutto dopo l’accordo tra Usa e Iran sul nucleare, vedi scheda dell’Iran) stanno armando i Sauditi.
La guerra rischia di deflagrare dallo Yemen alla confinante Arabia Saudita.
Visto il regime assolutistico dell’Arabia è quindi importante analizzare chi davvero comanda in questo Paese: Abd Allah, il re dell’Arabia Saudita, ha appena compiuto 90 anni. Ecco allora il settantanovenne Salman Bin Abdulaziz Al Saud, dar vita a una rivoluzione di palazzo, che porta l’ex ambasciatore a Washington. Rottamazione che non risparmia anche i parenti più stretti di re Salman, come il principe-fratello Muqrin, dimessosi di “sua spontanea volontà” per fra posto al principe-nipote Nayef, 55 anni, ministro dell’Interno, gran mastino dell’antiterrorismo e il trentenne figli di Salman, Mohammad Bin Salman.
Ma non si sa chi comandi davvero a Riyad. La classe dirigente incredibilmente ricca e potente che custodisce il luogo più sacro dell’islam, la Mecca, rappresenta un enigma inquietante. L’occidente da decenni la considera un baluardo da sostenere e da armare. Un intreccio di investimenti finanziari la lega indissolubilmente alle nostre economie. Perfino Israele gioca di sponda, pur senza dichiararlo, con la dinastia che fronteggia l’Iran e che da un lato dichiara di voler debellare il movimento dei Fratelli Musulmani, tanto da isolare la stessa Hamas nella morsa di Gaza, dall’altro alimenta un islam salafita, estremista, fondamentalista e anche jihadista. Le milizie dell’autoproclamatosi califfo al-Baghdadi godono di un indiretto ma decisivo supporto di Riad. Mai rivendicato, ma neppure smentito.
Posizioni ufficiali:
L’Onu ha aperto una discussione sulla guerra Yemenita. Gli Stati Uniti e l’Europa sono per l’integrità nazionale di Arabia e Yemen, quindi contro lo sconfinamento Houthi.
L’Iran appoggia gli Houthi yemeniti ufficialmente solo in Yemen.
Al Qaeda si è momentaneamente alleata con gli sciiti Houthi.
Accuse:
I Sauditi fanno il doppiogioco, nemmeno tanto segretamente, appoggiando la politica Usa e schierandosi contro gli estremisti sunniti deboli (Hamas), ma favorendo gli estremisti sunniti vincenti (prima Al Qaeda, ora L’IS), la rivoluzione di palazzo potrebbe essere solo presunta e il doppiogioco farsi soltanto più sottile.
L’Iran appoggia con armi e milizie gli sciiti Houthi dello Yemen contro l’Arabia.
Gli Stati Uniti e la Francia armano l’Arabia per tranquillizzarla sui nuovi accordi con l’Iran.
Israele fa affari con i Sauditi, mentre riceve armi, rassicurazioni e garanzie dagli Usa.
Al Qaeda, nonostante sia sunniti, si allea ambiguamente con gli sciiti Hothi per combattere l’Arabia Saudita.
Commento:
Nonostante le apparenze, nessuno combatte per i propri ideali, ma per un ritorno economico. I governi coinvolti (da Stati Uniti ad Arabia, dagli Houthi yemeniti ad Al Qaeda, da Israele all’Iran) sono disposti ad allearsi, fare affari e persino prendere o dare armi al nemico, mentre segretamente prendono altrettanti accordi con la fazione opposta.
Per superare questa situazione bisognerebbe innanzitutto eliminare il wahabismo, cioè il fondamentalismo religioso dallo Stato. Meglio ancora, dove possibile, creare stati laici, come in Egitto. A questo punto riequilibrare sciiti e sunniti in base a ciò che succede nel nord dell’Iraq (vedi scheda dello Stato Islamico e Iraq).
Previsioni:
La guerra verrà fermata dall’Arabia grazie all’apporto Usa. Ciò non avverrà in tempi brevi, viti i problemi più urgenti in Siria.
Molto più difficile prevedere la linea culturale religiosa seguita dai giovani Saud, visto che si tratta di pochi personaggi. Se prevale la linea moderata, tutti i punti caldi si raffredderanno, viceversa le guerre si accenderanno e saranno più numerose.
Suggerimenti:
Il migliore: 1) Eliminare la dinastia Saud e instaurare uno Stato moderato in Arabia (non necessariamente subito una democrazia, è ormai provato che molti dei paesi arabi, a causa della società di tipo tribale, necessitano di forme democratiche che non si basano sul suffragio universale). Creare un governo di unità nazionale in Yemen, equilibrato politicamente per costituzione (equilibrio zayditi e sunniti nelle istituzioni).
In alternativa: 2) Far prevalere l’ala moderata dei Saud tramite accordi e sanzioni internazionali.
Secessione dello Yemen in due parti, nel nord-ovest governo zaydita, nel sud e nell’est governo sunnita.

Mappa politico-religiosa Yemen

Mappa politico-religiosa Yemen

La guerra civile in Libia


(tratto da “J’accuse (e Je suggére). Considerazioni di un Presidente Qualunque”, settembre 2015)

Situazione etnico/religiosa:
l’attuale situazione libica non è altro che la naturale conseguenza dei mutamenti socio-politici e dell’incremento di instabilità politica che hanno caratterizzato il Maghreb ed alcune zone del Medio Oriente dopo la Primavera Araba del 2011, oltre ai legami dei jihadisti presenti in quei territori con la criminalità organizzata. Pertanto, proprio queste “nuove divisioni” hanno favorito l’avanzata islamista fino a raggiungere ruoli istituzionali seppur non riconosciuti dalla comunità internazionale, come dimostra il Parlamento di Tripoli opposto a quello ufficiale di Tobruq, e l’affiliazione all’ISIS di gruppi jihadisti già presenti in alcune aree del Paese. L’IS si presenta dunque come una nuova versione dell’“internazionale jihadista”, accompagnata da una forte propaganda e da un sensazionalismo mediatico.
Situazione sul campo:
Il Congresso nazionale generale, costituito con le elezioni del luglio 2012, e i governi che ne sono stati espressione fino al giugno 2014, hanno fallito nella transizione del Paese verso un regime democratico. La ragione principale è stata l’incapacità di disarmare le milizie tribali alla caduta di Gheddafi. Senza un esercito regolare per contrastarle, i governi post rivoluzione hanno affidato alle milizie armate compiti di polizia e sicurezza nel tentativo di integrarle a servizio del nuovo regime, stipendiandole attraverso i vari ministeri, in particolare quello degli interni. La strategia è naufragata di fronte alla forza dei conflitti tra città e città, tra tribù e tribù, di fronte agli attriti tra regioni indipendentiste e potere centrale.
Il quadro si è complicato a metà del 2014 quando il generale Khalifa Haftar ha lanciato l’operazione “Dignità” contro le milizie salafite di Ansar al-Sharia di Bengasi, giustificandola con la lotta al terrorismo. L’offensiva militare si è poi allargata contro i salafiti a Derna e contro gli islamisti a Tripoli.
Inoltre, i persistenti conflitti interni hanno reso la Libia facilmente penetrabile da parte di attori esterni, siano essi Stati o gruppi terroristici.
Per schematizzare, si può quindi passare a mappare la situazione libica raggruppando le tribù in tre categorie generali: nazionalisti (governo di Tobruq), islamisti (governo di Tripoli), salafiti-jihadisti. (vedi mappa politica Libia a fine articolo).
Con il termine nazionalisti ci si riferisce allo schieramento che si riconosce nel parlamento di Tobruq, nelle forze armate impegnate nell’operazione “Dignità” controllate dal generale Haftar e nelle milizie sue alleate (la principale delle quali è la milizia di Zintan). Lo schieramento è molto variegato dal punto di vista ideologico. Il governo è presieduto da Abdullah al-Thani, primo ministro dal settembre 2014. Il parlamento e il governo di Tobruq sono le uniche istituzioni libiche riconosciute dalla comunità internazionale. Il nucleo delle forze militari nazionaliste è costituito dall’Esercito nazionale libico.
Per islamisti si intende lo schieramento che appoggia politicamente il parlamento di Tripoli e che ha dato vita all’operazione “Alba”. In questa coalizione il peso della Fratellanza Musulmana è preponderante. I fattori ideologici che accomunano gli islamisti sono: l’islamismo come modello politico, l’aspirazione democratica, (che li distingue dai gruppi salafiti-jihadisti) e il richiamo agli ideali della rivoluzione. Le Brigate di Misurata sono il più forte gruppo armato degli islamisti e dell’intera Libia.
Infine, con il termine salafiti-jihadisti si indicano i gruppi salafiti (fondamentalisti) presenti nelle città di Bengasi e di Derna che hanno legami accertati o presunti con Al Qaeda o con lo Stato Islamico. Il salafismo è una forma di fondamentalismo islamico sunnita, che rigetta la democrazia, è anti-occidentale e aspira all’applicazione letterale della legge islamica la Sharia (vedi scheda Arabia Saudita). Il gruppo Libya Shield One è una componente islamista (non salafita) del più ampio gruppo “Scudo libico” ed è guidato da Wisam Bin Hamid. Poi ci sono la Brigata Rafallah al-Sahati, da Ismail al-Sallabi e Salahadeen Bin Omran, la Brigata Martiri 17 febbraio, capeggiata da Fawzi Bukatef, Ansar al-Sharia Bengasi e al-Sharia Derna, affiliata ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), la Brigata Martiri di Abu Salim, comandata da Shâykh Salim Derby. Il Consiglio della Gioventù Islamica è invece un gruppo affiliato all’IS dall’ottobre 2014 ed uno degli attori più forti che opera a Derna.
Posizioni ufficiali:
Vi è l’appoggio aperto di Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita al parlamento nazionalista di Tobruq e alla truppe di Haftar; l’appoggio di Qatar e Turchia offrono al parlamento islamista di Tripoli; i collegamenti diretti tra Al Qaeda e lo Stato islamico con i gruppi jihadisti-salafiti.
L’Egitto ha bombardato alcune posizioni jihadiste dell’est del Paese.
La comunità internazionale riconosce e appoggia solo il parlamento e il governo di Tobruq.
Nel Marzo 2015 si è svolto un summit a Skhirat, in Marocco, tra le delegazioni di Tripoli e di Tobruq, allo scopo di “formare un governo di unità nazionale” (per ora senza successo).
Si delinea infine la contrarietà dell’Onu verso gli attacchi compiuti da Tripoli verso Tobruq e i jihadisti perché rappresenterebbero una serie minaccia al successo politico dell’iniziativa di riconciliazione.
Accuse:
la comunità internazionale ha prima creato un vuoto di potere eliminando Gheddafi, poi non è stata in grado di garantire al Paese una ricostruzione, lasciando i gruppi tribali armati a dettare legge nel Paese.
L’Onu privilegia la scelta della riconciliazione tra i due governi per conservare l’integrità del Paese (principio a cui s’ispira, spesso mettendolo davanti all’autodeterminazione dei popoli) e quindi garantire il prosieguo e lo sviluppo di investimenti e sfruttamenti economici.
C’è l’accusa, verso alcuni Paesi, di voler impedire la creazione di una Moneta Unica dei Paesi Arabi, e quindi di creare l’instabilità nel Nord Africa (e in generale nel mondo arabo).
Commento:
La Libia è sostanzialmente un territorio semidisabitato con importanti giacimenti di petrolio. L’Occidente ha deciso di mantenere buoni i rapporti con Gheddafi finché riusciva a intessere rapporti commerciali con la Libia. Con la Primavera Araba l’Occidente ha colto l’occasione di togliere di mezzo un personaggio poco affidabile. Ma è successo come in Iraq, il vuoto di potere conseguente alla caduta del dittatore (Saddam Hussein come Gheddafi), ha fatto emergere la feroce contrapposizione politica tra le varie tribù che i dittatori riuscivano a tenere uniti. Non si è voluto pensare al “dopo” e in entrambi i casi, ogni politica diplomatica è fallita di fronte alle armi che le tribù compravano massicciamente dallo stesso Occidente.
Una situazione che poteva essere sicuramente prevista e probabilmente anche evitata.
Previsioni:
Lo stallo. La comunità internazionale è concentrata su altri scenari (Siria, IS, Iaq, Iran e Ucraina) e la Libia passa in secondo piano, anche perché, con l’abbassamento del prezzo del petrolio fatta a tavolino dall’Arabia Saudita per evitare la propria incipiente crisi, fa sì che la riapertura dei pozzi petroliferi libici attualmente chiusi per la guerra sia non solo inutile, ma anche dannosa per il rischio di un eccessivo abbassamento del prezzo del petrolio (non dovete guardare il prezzo della benzina, composto in grandissima parte delle tasse, il prezzo del greggio è attualmente di circa 25 centesimi di euro al litro!).
Probabilmente si aprirà un dialogo tra Tripoli e Tobruq, ma la variante jihadista non aiuta.
Suggerimenti:
Vorrei far notare che il primo suggerimento lo abbiamo dato già nel luglio 2011 (prevedendo anche come sarebbe andata a finire la gerra).
Il migliore: 1) Creare un governo di unità nazionale, equilibrato politicamente per costituzione (equilibrio nazionalisti e islamisti nelle istituzioni).
In alternativa: 2) Secessione della Libia in due parti, nell’ovest governo della Tripolitania, nell’est governo della Cirenaica.

Mappa posizioni Libia

Mappa posizioni Libia

Il secolo del terrorismo?


Thailandia: una bomba è esplosa di fronte a un tempio indù nel centro di Bangkok, provocando 20 vittime, è il più grave attentato di Bangkok. Sono almeno 10 le persone, di cui oltre la metà straniere sospettate di essere coinvolte nella strage.
Siria: a Palmyra l’Isis (ora IS) decapita Khaled Asaad, ‘ex responsabile delle antichità della città oggi nelle mani dei jihadisti. Sgozzato con un coltello davanti alla folla, la sua testa è stata appesa a una colonna.
Egitto: almeno 29 persone sono rimaste ferite in un attentato a Shubra, alla periferia de Il Cairo: 3 bombe sono esplose nella notte vicino al palazzo della Sicurezza nazionale e a un tribunale. L’attacco è stato rivendicato dall’Isis in un comunicato ufficiale. In precedenza la rivendicazione era arrivata anche da parte un gruppo di black bloc egiziano.
Purtroppo i luoghi nel mondo dove il terrorismo agisce sono in aumento, il XXI secolo rischia di essere ricordato prorpio per il terrorismo internazionale.

Tutte le vergogne del mondo


Il governo ungherese ha appena annunciato che costruirà una barriera al confine con la Serbia per impedire ai migranti di entrare nel Paese. La recinzione  sarà lunga 175 chilometri e alta più di 4 metri. Ecco tutte le barriere esistenti nel mondo (fonte Internazionale.it):

Arabia Saudita–Yemen
Anno di costruzione: 2013
Lunghezza: 1.800 chilometri
Motivo: impedire presunte infiltrazioni terroristiche

Ceuta e Melilla–Marocco
Anno di costruzione: 1990
Lunghezza: 8,2 chilometri e 12 chilometri
Motivo: bloccare l’immigrazione irregolare dal Marocco nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla

Cipro zona greca–zona turca, linea verde
Anno di costruzione: 1974
Lunghezza: 300 chilometri
Motivo: il muro corrisponde alla linea del cessate il fuoco voluto dall’Onu in seguito al conflitto che divise l’isola

Bulgaria-Turchia
Anno di costruzione: 2014
Lunghezza: 30 chilometri
Motivo: arginare i flussi migratori provenienti da est

Iran–Pakistan
Anno di costruzione: 2007
Lunghezza: 700 chilometri
Motivo: proteggere il confine dalle infiltrazioni dei trafficanti di droga e dei gruppi armati sunniti

Israele–Egitto
Anno di costruzione: 2010
Lunghezza: 230 chilometri
Motivo: contrastare terrorismo e immigrazione irregolare

Zimbabwe–Botswana
Anno di costruzione: 2003
Lunghezza: 482 chilometri
Motivo: la motivazione ufficiale è contenere i contagi tra il bestiame ed evitare lo sconfinamento delle mandrie, ma in realtà la motivazione sembrerebbe essere quella di impedire l’arrivo di migranti irregolari

Corea del Nord–Corea del Sud
Anno di costruzione: 1953
Lunghezza: 4 chilometri
Motivo: la divisione delle due Coree in seguito alla guerra del 1953

Marocco–Sahara occidentale, Berm
Anno di costruzione: 1989
Lunghezza: 2720 chilometri
Motivo: difendere il territorio marocchino dal movimento indipendentista Fronte Polisario

Irlanda, Belfast cattolica–Belfast protestante, peace lines
Anno di costruzione: 1969
Lunghezza: 13 chilometri
Motivo: separare i cattolici e i protestanti dell’Irlanda del Nord

Stati Uniti–Messico, muro di Tijuana
Anno di costruzione: 1994
Lunghezza: 1.000 chilometri
Motivo: impedire l’arrivo negli Stati Uniti dei migranti irregolari messicani e bloccare il traffico di droga

Israele–Palestina
Anno di costruzione: 2002
Lunghezza: 730 chilometri
Motivo: impedire l’entrata in Israele dei palestinesi, prevenire attacchi terroristici

India–Pakistan, line of control
Lunghezza: 550 chilometri
Motivo: dividere la regione del Kashmir in due zone, quella sotto il controllo indiano e quella sotto il controllo pachistano

India–Bangladesh
Anno di costruzione: 1989
Lunghezza: 4.053 chilometri
Motivo: fermare il flusso di immigrati provenienti dal Bangladesh, bloccare traffici illegali e bloccare infiltrazioni terroristiche

Pakistan–Afghanistan, Durand Line
Lunghezza: 2.460
Motivo: chiudere i contenziosi territoriali tra i due stati che risalgono all’epoca coloniale

Kuwait–Iraq
Anno di costruzione: 1991
Lunghezza: 190 chilometri
Motivo: arginare un’eventuale nuova invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, dopo la guerra del golfo

Yemen bombardato dalla Lega Araba


L’Arabia Saudita e le altre monarchie del golfo (Giordania, Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e perfino il Marocco) hanno inviato i loro aerei per bombardare lo Yemen. Egitto, Giordania, Sudan e Pakistan hanno offerto truppe di terra. Gli Stati Uniti (che hanno appena allontanato dallo Yemen le loro ultime truppe) hanno promesso assistenza logistica e d’intelligence.

La tesi è quella dell’appoggio dell’Iran della minoranza sciita Yemenita. Vera o no, gli effetti sono gli stessi: migliaia di civili morti.

L’ISIS è figlio dell’Occidente


Non è necessario essere analisti di politica internazionale per capire i motivi della nascita del “Califfato della morte”, soprattutto dopo la sua sortita in Libia. Lo “Stato della follia Islamica”, infatti, cresce bene dove ci sono i vuoti di potere, in Iraq, in Siria, in Yemen, in Libia. Saddam Hussein e Gheddafi erano due dittatori che (come Tito in Jugoslavia) tenevano uniti Paesi abitati da popolazioni eterogenee, sia dal punto di vista etnico, che linguisto, che religioso. Lo facevano calpestando i diritti civili, naturalmente, e per questo motivo apparente (sotto cui si nasconde l’altro motivo, il principale: gli interessi economici legati al petrolio), ora gli Stati Uniti (in Iraq), ora la Francia (in Libia), ora l’Onu hanno deciso di “esportare il modello democratico”, uccidendo l’elemento che teneva insieme la società di quei Paesi.
Bisogna tenere conto, infatti, che questi sono Paesi dalla società con strutture e consuetudini diverse da quelle europee. In Iraq del Nord e in Libia soprattutto, la popolazione è divisa in “clan” ed è necessario organizzare un coordinamento per tenere in pace questi clan. Hussein e Gheddafi, per quanto sanguinari, garantivano quella pace che una costituzione democratica non è in grado di fare (nemmeno in Egitto o in altri paesi arabi moderati, a quanto pare). E’ evidente che società dalla struttura diversa, per rispettare i diritti civili dei propri componenti, devono seguire strade diverse dai Paesi Occidentali, metodi che devono sviluppare internamente.
Le “primavere arabe” avrebbero dovuto fare questo, ma l’enorme ingerenza occidentale (soprattutto in Egitto) lo ha impedito, offrendo il modello democratico occidentale come unica possibilità. L’individualismo del modello del suffragio universale non è proponibile in una società divisa in clan.
Ma naturalmente all’Occidente premeva soprattutto la necessità economica, cioè mantenere una stabilità per garantire afflusso di gas naturali, olio e petrolio, quindi meglio la via rapida, tagliare la testa e imporre la democrazia.
Risultato: via libera all’estremismo.
E’ una sofferenza ripetere ogni volta la stessa frase: “vi avevamo avvertiti”, come fece il popolo di Seattle nel 1999 paventando la crisi economica mondiale avvenuta nel 2008, come fecero tutti quelli che si posero contro la guerra in Iraqiraq e in Libia.
La Nazione Oscura votò
1) contro la guerra di Siria: https://nazioneoscura.wordpress.com/2013/08/31/guerra-alla-siria-no-alla-colonizzazione-usa/
2) si dichiarò contro la guerra in Libia (ancora non votavamo) e fece queste considerazioni sulla reale situazione della “Libia”: https://nazioneoscura.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=126&action=edit
3) ancora prima dell’esistenza di questo blog, si dichiarò contro la guerra in Irak.
I Tre Paesi dove oggi prolifera l’ISIS.
Grazie Occidente.

Esce Flush.art 4, Arte e morte contemporanea


Esce il quarto numero di Flush-art – Arte e morte contemporanea,
l’irriverente e scioccante appuntamento con la morte in diretta mediatica con il mondo.
Scarica gratuitamente solo se sei maggiorenne e non impressionabile.

Vedi/scarica Flush.art_4

Flush.art 4 Je suis Charlie

Flush.art 4 Je suis Charlie


Flush.art N.4 pagina2

Flush.art N.4 pagina2

Vedi/scarica gli arretrati.
Vedi/scarica/acquista tutte le pubblicazioni di Arte Orrenda-Nasty Art.

Egitto sull’orlo della guerra civile


Bombe in Egitto

Bombe in Egitto

22 morti in Egitto (7 soltanto al Cairo dove i manifestanti pro Morsi hanno fronteggiato l’Esercito durante l’anniversario della rivolta di piazza Tahrir. Diverse bombe e attacchi suicidi hanno sconvolto il Paese, unna macchina esplosiva è stata fatta esplodere davanti alla sede della Polizia al Cairo.
La repressione dei Fratelli Musulmani (con la caduta del governo eletto democraticamente) fa ricomparire la jihad, ecco il risultato. Privata di ogni sbocco politico e legale, è fatale che la base del movimento produca delle frange estreme pronte a fare uso della violenza. Già da tempo la penisola del Sinai è il campo di prova di questo nuovo terrorismo. Repressione-reazione violenta-leggi illiberali-terrorismo: è un processo quasi fatale nelle condizioni in cui si trova oggi l’Egitto.
Ora l’Occidente si sveglia allarmato, ma è il processo naturale della repressione che porta a questo.
Non ci sembra esagerato dire che siamo sull’orlo della guerra civile e che è necessario cambiare rotta subito, ma siamo pessimisti: si doveva evitare questa situazione prima, durante questi mesi.

L’Italia dei Forconi e l’Egitto: proteste a confronto


Pubblichiamo un estratto dell’articolo pubblicato da un certo tweet su fanpage.it, che ringraziamo (qui l’articolo completo)

Forconi e quattro dita in Egitto, la rabbia di due proteste così diverse.
Fra i forconi rabbiosi d’Italia e le quattro dita ribelli egiziane c’è di mezzo un Mediterraneo che su sponde opposte, e non necessariamente contrapposte, mostra differenti versioni d’un diffuso malcontento.
In Egitto, L’attacco a quest’organizzazione, che aveva stravinto elezioni politiche e presidenziali, s’è materializzato col golpe bianco di luglio, il massacro di oltre mille attivisti e simpatizzanti, l’arresto della leadership e di migliaia di militanti con successiva messa al bando del movimento. Contro questo disegno un pezzo d’Egitto sta scendendo in piazza ormai da cinque mesi e subisce una repressione senza precedenti al cospetto d’una silente comunità internazionale.
I giovani urlanti a Torino oppure a Napoli, fuori dalle infiltrazioni fascistoidi o dalle strumentali sassaiole ultrà, accusano la politica ma non sembrano darsi prospettive. A ragione maledicono i governi ladri e gabellieri, imprecano contro i partiti che non li proteggono come un tempo, vomitano improperi su un sistema che non gli garantisce più il ruolo di padroncino, fosse pure di se stesso, usurpandogli lo status, dopo averne incentivato iniziative iper individuali nella corsa sfrenata del tutti contro tutti d’un mercato corsaro che premia ogni sgambetto e colpo basso.
La trasformazione del nostro orizzonte lavorativo ha ingigantito oltre misura il terziario soggiogandolo al clientelare voto di scambio, mentre su un altro versante incentivava l’anabolizzazione del mercantilismo commerciale. Le città rigurgitano impiegati d’ogni genere di servizi spesso inservibili, di negozianti, dettaglianti, trasportatori di merci vaganti come mine per lavori che rischiano di girare a vuoto. E’ l’altra faccia della medaglia d’un capitalismo incapace di sbrogliare una matassa che stritola vite umane, produce storture invogliando inefficaci luddismi. Al cui cospetto il braccio armato dello sfruttamento slaccia in casco e strizza un occhio solidale. Fratellanza sentimentale delle nostre Forze dell’Ordine? Chissà. I loro colleghi in nero al Cairo non l’hanno mai fatto. Anzi. Lì picchiano, sparano, uccidono. Come da noi quando chi protesta fa tremare i Palazzi. E’ qui la differenza fra uomini e donne delle quattro dita e il popolo dei forconi.

Cronache della rivolta


Ucraina: scontri tra polizia e manifestanti a favore dell’ingresso nell’Ue. A Kiev gli attivisti del partito ucraino nazionalista di opposizione Svoboda (Libertà) hanno occupato il municipio di Kiev, come ha reso noto il loro leader Oleg Tiagnibok, in piazza Maidan, cuore della protesta a favore dell’Unione europea. Alcuni manifestanti sono rimasti feriti negli scontri con la polizia vicino al palazzo presidenziale ucraino. Feriti un centinaio di agenti, secondo fonti della polizia.
Thailandia: assedio al governo, cinque morti. Guerriglia a Bangkok. Doveva essere il “Giorno della vittoria finale” per i manifestanti anti-governativi a Bangkok. Ma dopo una notte di guerriglia la premier Yingluck Shinawatra portata in un luogo segreto, una tv pubblica occupata dai rivoltosi e la popolazione della capitale invitata a rimanere a casa nella notte, la situazione è però ben lontana dall’essere “sotto controllo”, nonostante le dichiarazioni in tal senso del governo.
Egitto: ancora proteste in piazza Tahrir al Cairo, dove le forze dell’ordine hanno sparato per disperdere i manifestanti dei Fratelli Musulmani che protestavano dopo l’uccisione di uno studente avvenuta giorni fa.

Egitto: dalla primavera all’autunno


In Egitto è stato dichiarato lo stato di emergenza per almeno un mese a partire dalle 16 di oggi. Lo ha annunciato la Tv di stato citando un comunicato della presidenza. Mohammed el-Beltagy, uno dei leader dei Fratelli musulmani, ha dichiarato che il bilancio dei morti dopo gli sgomberi dei sit in dei sostenitori dell’ex presidente Mohammed Morsi è di più di 300 persone.
Ai sud-Europei (dai, chiamiamoli con il loro nome), considerata la loro sensibilità politica internazionale, consiglio una bella cammellata in Egitto.

Dopo il golpe, l’Egitto è in guerra


Dopo il golpe l’Egitto è in guerra. Questo titolo vuole ribadire quanto la maggior parte dell’informazione in Occidente sia cauta nel definire la situazione in Egitto (si è evitato accuratamente di usare il temine golpe o colpo di stato, si evita accuratamente di usare il termine guerra civile). Piuttosto si parla di “sull’orlo della guerra civile”. Un orlo tremendo visto che inun griorno ha fatto almeno 74 vittime.
L’Egitto è in guerra civile, lo abbiamo constatato già dal 3 luglio (quasi un mese fa, vedi) ma, come per la Siria, l’informazione ha edulcorato la cosa finché poteva (noi avevamo parlato di guerra civile in Siria dal 25 aprile 2011, vedi, e andatevi a vedere quando le agenzie d’informazione hanno utilizzato la parola rivoluzione o guerra per la Siria).

In Nigeria altra vagonata di morti innocenti, in Egitto guerra civile, in Siria i soliti morti


Un attacco degli islamici di Boko Aram a una scuola a Mamudo nel nordest della Nigeria ha provocato almeno 42 morti tra studenti e insegnanti. L’attacco è avvenuto all’alba in un collegio. Il conflitto musulmano-cristiano della Nigeria non disturba più di tanto l’attività di estrazione petrolifera, almeno non quanto il MEND, il Movimento di Emancipazione del Delta del Niger, per cui: chissenefrega (solo il Papa è preoccupato, ma è ovvio).
In Egitto aumentano i morti in seguito a quella che ormai chiamerei guerra civile. Un sacerdote cristiano copto è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella provincia egiziana del Sinai, nella città di El Arish. Intanto si segnala la formazione di milizie pro-Morsi nate con l’obiettivo di raccogliere armi, addestrare i militanti e condurre una lotta armata in Egitto per imporre la legge islamica. Ma il “non golpe” piace a Israele e Stati Uniti, per cui, va bene così, al macero la democrazia. Le pallottole valgono come le schede elettorali.
In Siria la guerra civile prosegue nell’immobilità generale dell’Onu, a causa di una sorta di guerra fredda bis tra gli interessi Russo-cinesi e Statiunitensi, per cui, mi dispiace bambini, ma per ora non si studia, ma si muore: sarà mica colpa nostra se siete nati lì? A noi c’interessa l’arrivo del britannico erede reale (realmente?).

Egitto: Revolution Reloaded


Golpe dei militari in Egitto. Destituito il presidente Mohamed Morsi, costituzione sospesa e poteri al presidente della Corte costituzionale. Morsi è stato informato dai militari di non essere più presidente dell’Egitto dalle 19 di mercoledì in seguito al fallimento dei negoziati con i militari per lasciare il potere. E al cairo è scoppiata la festa

Chi sono gli Anonymous?


Anonymous

Anonymous

Partiamo da Wikipedia: “Anonymous è un termine dal duplice significato. Come fenomeno di Internet afferisce al concetto di singoli utenti o intere comunità online che agiscono anonimamente in modo coordinato, solitamente con un obiettivo concordato approssimativamente. Può anche essere inteso come firma adottata da unioni di hacktivists, i quali intraprendono proteste e altre azioni sotto l’appellativo fittizio di “Anonymous”.
Le azioni attribuite ad Anonymous sono intraprese da individui non identificati che si auto-definiscono Anonymous,
che non si manifestano solo via web, alcuni di loro si presentano con addosso la maschera di Guy Fawkes (resa famosa dal film V per Vendetta) e scendono in piazza a protestare. Dopo una serie di controversie, proteste largamente pubblicizzate e attacchi DoS (Denial of Service) attuati da Anonymous nel 2008, gli episodi legati ai membri del gruppo sono diventati sempre più popolari.”
Si dice che sono nati nel 2003, ma le vere attività cominciano nel 2006. Si comincia con l’attacco al social network Habbo e ad attacchi a siti razzisti e sessisti o ad gruppi considerati contro l’etica come Scientology (con il Progetto “dedicato” Chanology).
Nel 2010 Anonymous appoggia le ragioni di Wikileaks (vedi nostro articolo su Julian Assange).
Tra i siti colpiti negli ultimi anni si annoverano: Fine Gael, un partito politico irlandese di centro-destra, la società di sicurezza HBGary Federal; Enel, che al fine di costruire impianti idroelettrici in Guatemala, nel municipio di Cotzal, assolda (con i denari di tutti gli italiani) 500 mercenari in assetto di guerra con passamontagna e forze antisommossa per occupare la comunità indigena maya Ixil (di cui abbiamo accennato anche in relazione all’ex dittatore Rios Montt); Agcom; New York Stock Exchange; il Tenente John Pike per aver spruzzato dello spray al peperoncino contro un gruppo di manifestanti; Dipartimento di Giustizia Usa; Motion Picture Association of America; Universal Music; Belgian Anti-Piracy Federation; Recording Industry Association of America; Federal Bureau of Investigation; HADOPI law site; US Copyright Office; Universal Music France; Senatore Christopher Dodd; Vivendi France; Casa Bianca; BMI; Warner Music Group; WallStreetJournal; AIPAC; Corte costituzionale ungherese; Vaticano; Massachusetts Institute of Technology; United States Sentencing Commission; Nasa; Sony; Hollywood; vari siti ministerili del Brasile; Facebook down; Equitalia, Trenitalia; Endesa; Emgesa; Ministero dell’Interno d’Italia, Ministero della Difesa d’Italia; Carabinieri; molti siti Israeliani per protestare contro l’esercito di Tel Aviv che ha sferrato una nuova offensiva contro il popolo palestinese nel novembre 2012, oltre che attacchi di vario tipo in Egitto e Tunisia a seguito della Primavera araba.
Questo elenco serve per farvi comprendere meglio chi sono gli hacktivist di anonymous, conoscendoli attraverso i loro nemici: i protettori della linea dura del copyright e in generale dei diritti fondamentali dell’uomo e dei cittadini.
Sono naturalmente seguiti arresti in tutto il mondo.
Considerando tutte le generalizzazioni e le peculiarità di ogni caso e il modus operandi di Anonymous è difficile se non impossibile dare un giudizio o un’opinione definitiva.
Sul fronte più puramente politico gli attacchi vanno sempre in direzione della difesa dei cittadini nei confronti di poteri forti o di attacchi militari o di repressione, ed è difficile non essere d’accordo almeno sulle loro motivazioni di base. Non a caso gli Anonymous si presentano con la maschera di V per Vendetta spesso a fianco di manifestazioni organizzate da Occupy Wall Street o dagli Indignados, rivelando un legame tra le diverse espressioni di protesta.
Ma Anonymous si concentra maggiormente sulle questioni del copyright, nelle quali sarebbe bene discernere questione per questione. Ma possiamo dire che se l’obiettivo del copyright (e delle sue diverse forme, come quella molto nobile del Creative Commons), dovrebbe essere quello di tutelare gli artisti, in pratica non è così, perché si tutela esclusivamente il prodotto dell’industria della creatività e dei più celebri artisti (che ve ne fanno parte), ignorando la gran parte degli altri artisti. Infatti, grazie a quella che chiamano pirateria (ma che si può tranquillamente chiamare prestito o donazione tra utenti), gli artisti poco conosciuti possono godere di un passaparola (una pubblicità gratuita!) che ha un duplice pregio: quello di far conoscere l’artista e quello di diffondere cultura artistica in generale.
Quindi anche grazie alla cosiddetta pirateria, vi è un ritorno per gli artisti e i loro produttori per via di altre forme di introiti (per esempio i concerti musicali o le mostre).
Ma per le grandi etichette e gli artisti famosi e ormai milionari è un apporto insignificante e minore delle royalties ricavate grazie al copyright, al contrario della stragrande maggioranza degli altri artisti. Quindi, come potete comprendere, di qualsiasi idea voi siate, è soltanto una questione di quantità di denaro che entra e non di tutela degli artisti.
Solo il Creative Commons va in questa seconda direzione, ed è uno strumento che ha trovate il consenso di moltissimi artisti.
In definitiva, la scelta è tra pochi artisti ricchi e tutelati e una minor cultura artistica da un lato, e una gran quantità di artisti non milionari e una diffusa cultura artistica dall’altro. Io scelgo la seconda opzione.

In Egitto Morsi ha deciso che la democrazia è finita


Dopo 5000 anni di un’interminabile sequenza di faraoni, re, imperatori, califfi e dittatori, l’Egitto ha conquistato la democrazia soltanto nel 2011. Dopo poco più di 1 anno, il presidente eletto Mohammed Morsi ha deciso che è sufficiente e si può tornare alla dittatura che c’è sempre stata, assumento tutti i poteri nella propria persona.
Mi chiedo cosa penserebbero degli essere extratrrestri. Probabilmente che l’uomo ama essere comandato e controllato.

Elezioni in Libia: vince Gheddafi


Strano vero?
Eppure, se ci pensate bene, la differenza tra un Egitto martoriato dalle rivolte, dove trionfano non meglio identificabili Fratellanza Musulmane, in Libia hanno prevalso i moderati. La libia, come la Tunisia, guarda all’Europa. L’ultima eredità di Gheddafi è un popolo che farà riferimento ai valori della democrazia. Pace all’animaccia sua.

Egitto: 5000 anni per le elezioni, 2 giorni per annullarle?


L’11 gennaio 2012 si sono svolte in Egitto le prime elezioni libere da quando Re Menes (o Narmer, Aha, Horo Skorpio) riunificò i due Regni d’Egitto nel 3100 a.C. circa (cioè: non sono mai avvenute!).
Ma il caos politico non è cessato: la sentenza choc della Corte Costituzionale ha dichiarato “incostituzionali tutti gli articoli della legge elettorale” con la quale era stata eletta l’Assemblea del popolo (la Camera bassa del Parlamento egiziano) solo qualche mese fa, tra il 28 novembre e l’11 gennaio scorso.
Urne comunque aperte il 16 giugno per il ballottaggio delle presidenziali. Sono oltre 50 milioni gli elettori chiamati a scegliere tra due candidati alla successione di Hosni Mubarak, deposto dalla rivolta popolare l’anno scorso: Mohammed Morsi dei Fratelli Musulmani e Ahmed Shafiq, ex generale del’aeronautica ed ex premier, riammesso in corsa grazie a una sentenza della Corte Costituzionale.

Egitto: no a finte rivoluzioni


Il popolo di piazza Tahrir, cittadini/rivoluzionari sembra non si siano fatti incantare da tutti i buoni propositi del Consiglio Supremo militare al potere in Egitto.
Vorrei citare il giornalista Maurizio Musu che esemplifica perfettamente la nostra lettura della primavera araba, soprattutto alla luce dei duri scontri (e delle morti) di questi giorni al Cairo.
“Se è vero che noi tutti occidentali siamo figli ed eredi legittimi della rivoluzione vissuta alla fine del Settecento, è altrettanto vero che noi oggi siamo i pre-destinati di quella Europa che oggi pare abbia scordato quegli stessi principi messi in luce nel decantato ed osannato 1789 come primigenio palcoscenico della Libertà come garanzia del futuro, ed essendo questo principio il padre fondatore della nostra attuale esistenza di cittadini pensanti piuttosto che di cittadini viziati e corrotti dal senso di illibertà quale era l’epoca pre-illuministica, viene naturale pensare che qualcosa si debba pur spiegare a coloro che oggi scendono nella piazza Tahrir ai fini di quella stessa giustificazione che noi avemmo a suo tempo, non solo per le loro lotte quanto per la stessa egemonia di un pensiero ancora discusso in Occidente quale garante unico del futuro.”

Lezione numero 1 dall’Egitto


L’Egitto torna a infiammarsi, oggi battaglia per ore con lanci di pietre, lacrimogeni e di proiettili di gomma in piazza Tahrir, la
piazza che era stata il palcoscenico della rivolta del 25 gennaio scorso. Sono circa 500, secondo fonti mediche, le persone finora ferite negli scontri e 18 gli arresti.
I laici protestano contro il nuovo governo militare (provvisorio?), dopo 10 mesi il popolo non ha ancora visto le riforme promesse.
Una grande lezione dal popolo egiziano, che ha compreso i nuovi trucchi della politica: pulire i panni sporchi senza prevenire la sporcizia, cambiare tutto perché nulla cambi.
Ma il popolo deve essere il controllore dei governanti giorno per giorno (il popolo elegge i propri rappresentanti, non i propri comandanti, questa è la regola numero 1 della democrazia)
Lezione che dovrebbe essere tenuta a mente dovunque, persino nelle democrazie occidentali.

Gaza e Israele: giornalisti sparano sulla folla!


Liberato il soldato israeliano Gilad Shalit dopo più di 5 anni di prigionia nella Striscia di Gaza, in cambio di 1027 prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane.
Le tv ha seguito il fatto da vicino: a Mitzpei Hila, dove Noam Shalit ha piazzato un’enorme bandiera con la stella di David sul tetto; a Kerem Shalom, punto d’incontro fra Israele, Gaza e Egitto, dove Gilad è stato prima passato agli egiziani e poi a Israele; infine a Tel Nof, base aeronautica dove Gilad ha incontrato Bibi Netanyahu e i suoi genitori, per poi tornare a casa.
Lettura di questo fatto?
Molti in Europa parlano di vittoria morale per Israele: il movimento Hamas e gli altri estremisti palestinesi mandano i loro adepti in missioni suicide per uccidere il maggior numero di donne, uomini e bambini israeliani, Israele ha accettato di mettere in libertà terroristi pericolosi e colpevoli di atti sanguinari per salvare uno solo dei suoi soldati.
Poi c’è chi sottolinea che a Gaza la gente esultava inneggiando ai terroristi.
Mentre da parti politiche opposte si parla di coloni (facciamo il nome, il rabbino Avichai Rontskiche) che vorrebbero cercare e uccidere questi terroristi liberati.
Facciamo i complimenti vivissimi a tutti coloro che fomentano un conflitto che presenta oggi un momento di tregua.
Facciamo i nomi, quel concentrato di faziosità e incompetenza che è “il Giornale” e tale “ticinolive.ch” (svizzeri ex neutralisti?), ma anche altri.
La guerra tra palestinesi e israeliani è anche mediatica, VOI che scrivete queste cose siete dei soldati che sparano sulla folla chiamando degli ex prigionieri terroristi (in realtà fino a prova contraria sono attivisti ed ex prigionieri poi, se su parte di loro ci sono le prove della loro colpevolezza, hanno scontato una pena, quindi, come in tutti i Paesi del mondo, sono ex rei) e pubblicando parole di rabbini qualunquisti che, a parte il loro ruolo, rimangono esseri umani che esprimono futili opinioni dettate dal solito integralismo religioso tale quale gli integralisti islamici palestinesi. Insomma, palestinesi ed israeliani sono molto più simili di quanto possa sembrare, sia ai livelli alti e istituzionali (con la loro volontà di pace), sia a quelli popolareschi, rabbini compresi (e la loro stupida voglia di vendetta).
La tregua, signori giornalisti, è un primo effetto della primavera araba e della volotà di Israele di mostrarsi connivente al passaggio dei regimi arabi alla democrazia. E come dare loro torto?
Finalmente, forse, una volta che tutte i Paesi arabi si saranno trasformati in democrazia (ma ancora non è vicino il momento), Israele potrà essere più tranquilla dal punto di vista della sicurezza (loro obiettivo principale), e vedere prendere in considerazione veramente le sacrosante ragioni di autodeterminazione della Palestina, in parte da loro ancora oggi colonizzata.

Egitto: l’Esodo si ripete?


Dopo le violenze e gli scontri dei giorni scorsi il bilancio delle vittime copte sarebbero almeno 36.
Si parla già di esodo di 100 mila cristiani copti dall’Egitto.
Un nuovo esodo dall’Egitto, questa volta cristiano in fuga dall’intolleranza religiosa?
La paura dei cristiani copti è giustificata, quanto quella di molte minoranze religiose in tutto il mondo (Europa compresa).
Questo è il motivo perché milioni di persone non credono alla religione come istituzione spirituale. Spesso la religione porta odio, xenofobia e razzismo.
Le istituzioni religiose parlano di “integralismo” non conforme al loro volere, ma sono le istituzioni stesse la base teorica di questi integralismi: il Cattolicesimo, l’Ebraismo e l’Islam (non solo, ma più di altre religioni) sono castelli di dogmi, precetti e tradizionalismi che non vogliono (quasi mai) sentir parlare di “evoluzione religiosa” o “innovazione religiosa”.
I summit interreligiosi sono cosa recente e troppo teorica, mai avallata sul campo da nessun passo concreto verso l’altro.
Il fedele della religione altra è, e resta, un infedele.
Su queste basi, è normale che al gente gridi: basta religione, più spiritualismo.

Yemen: è guerra civile!


A Sana’a, nello Yemen, sono morte almeno 56 persone (cinquantasei!) tra domenica e ieri, secondo medici e testimoni, dopo le dimostrazioni per chiedere la fine dei 33 anni di regime del presidente Ali Abdallah Saleh.
Oggi alcuni razzi e molti colpi di artiglieria hanno colpito un campo di manifestanti.
In pratica, come Tunisia, Egitto, Libia e Siria.
I media europei e italiani sostanzialmente ignorano la notizia, in Italia nelle prime “pagine” dei Tg ci sono nuovamente Sarah Scazzi e Melania Rea e il circo pietoso della collusione sessuale tra spettacolo e politica. Del 56 arabi morti per la propria libertà interessa poco o niente. Questo è il giornalismo televisivo occidentale?

Come va il mondo?


Notizie di oggi 8 maggio 2011:
* Afghanistan: Attacco talebano scuote Qandahar
* Siria: Carri armati a Baniyas, uccise 4 donne
* Egitto: scontri fra cristiani e musulmani: almeno 9 morti

L’ottimismo degli Usa e in parte europeo che si respira è ingiustificato. Ci sono collegamenti tra la primavera araba e l’annuncio della morte di bin Laden?

Mubarak te salutant


Il governo della NeoRepubblica Kaotica di Torriglia saluta Hosni Mubarak e accoglie con ottimismo misto a preoccupazione la caduta del suo regime e augura alla nazione dell’Egitto un futuro di libertà e prosperità.

Desert Storm (venti di rivolta dal deserto)


La recenta rivolta in Tunisia con la fuga dell’ormai ex presidente Ben Alì ha portato a un effetto domino di rivolte nel Nordafrica.
In questi giorni la rivolta si è estesa a tutto l’Egitto contro il regime pluriennale di Hosmi Mubarak. Ma focolai di proteste (e vere e proprie rivolte) ci sono state in Algeria (contro il regime di Abdelaziz Bouteflika), in Yemen, e si teme che l’effetto si estenda ad altri Stati islamici.
La particolarità è che le rivolte sono cominciate nei Paesi più “moderati” tra quelli islamici, e questo anche a causa degli effetti della globalizzazione (internet e social networks).
Mentre Barack Obama telefona a Mubarak suggerendogli di non usare violenza e di ascoltare in generale il volere del popolo, il re del Bahrein Hamed Bin Isa Al Khalifa propone un summit dei capi di stato coinvolti o a rischio (una cupola di “Islam Nostro”?)
Molti, tra cui noi della NeoRepubblica, si augurano uno scenario futuro di democrazia in questi Paesi, ma la questione potrebbe prendere altre pieghe.
Pensiamo innanzitutto a una reazione dei regimi più rigidi tra i Paesi islamici, oppure a un’estensione della rivolta in Europa: non bisogna del tutto separare l’aumento dei prezzi nel Nordafrica con il rincaro dei prezzi in Europa (con conseguenze che non possiamo ancora valutare).
Noi della NeoRepubblica siamo pronti a riconoscere gli eventuali nuovi governi solo se saranno governi democratici eletti senza illegalità.