Etiopia sull’orlo del baratro


Prima un commando ha ucciso il governatore della regione di Amhara, Ambachew Mekonnen, mentre stava svolgendo una riunione nella città di Bahir Dar; poi nella capitale Addis Abeba, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito nazionale, il generale Seare Mekonnen, è stato freddato dalla sua guardia del corpo mentre si trovava nella sua residenza privata, infine il generale di brigata Asaminew Tsige è stato ucciso alla periferia di Bahir Dar. Oggi giornata di lutto nazionale. Dietro l’insurrezione l’accusa al premier Abiy Ahmed di limitare l’autonomia della regione. A muovere le fila del tentato colpo di Stato ci sarebbe Asaminew Tsige, capo delle forze di sicurezza della regione di Amhara che, nelle scorse settimane, in un video aveva incoraggiato la popolazione locale ad armarsi.

Abiy Ahmed: l’uomo che sta cambiando l’Etiopia


In appena 100 giorni il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed, ha compiuto grandi passi per lasciarsi alle spalle il passato del proprio Paese. Dopo anni di proteste, omicidi di Stato, tensioni etniche, guerre e forme di censura, per l’Etiopia sembra arrivato il momento della svolta. Ahmed ha aperto le carceri, sostienela libertà d’espressione e ha fatto la pace con l’Eritrea.Con i suoi 41 anni, Abiy Ahmed è il più giovane leader politico africano, e il suo approccio riformatore sta cambiando le prospettive del Paese sia sul piano nazionale che nella politica estera.

Anche l’Unione Africana non funziona e Boko Haram continua le stragi


Al summit di Addis Abeba congelata la decisione di inviare una missione di peacekeeping a Bujumbura.
La cerimonia di chiusura del 26esimo summit dell’Unione Africana (UA), svoltosi dal 21 al 31 gennaio a Addis Abeba, in Etiopia, si è tenuta in presenza del capo di Stato ciadiano Idriss Deby Itno, eletto nuovo presidente di turno dell’Organizzazione per il 2016. Tra gli obiettivi mancati del summit c’è lo stanziamento di un contingente di pace africano in Burundi per arginare le violenze scoppiate da mesi nel Paese in seguito alla ricandidatura e alla rielezione poi, del presidente Pierre Nkurunziza. Durante i colloqui dei capi di Stato la proposta di inviare una missione africana di peacekeeping in Burundi è stata messa in stand-by per via dell’opposizione del governo di Bujumbura sebbene il blocco panafricano possa decidere di intervenire senza il consenso di un Paese in caso di gravi circostanze (crimini di guerra, genocidi e crimini contro l’umanità).
Il commissario per la Pace e la Sicurezza dell’organizzazione, Smail Chergui, ha confermato che durante il summit si è preferito optare per l’invio di una delegazione a Bujumbura per negoziare l’eventuale dispiegamento di forze di pace con il governo del Burundi. Dal canto proprio, il ministro degli Esteri del Burundi, Alaine Nyamitwe, ha assicurato che il suo governo “possiede le capacità di ripristinare la sicurezza nazionale”.
Il rischio, in caso contrario, è che il Paese possa precipitare in una guerra civile come quella occorsa tra il 1993 e il 2006. Dall’aprile 2015, quando il presidente Nkurunziza ha annunciato di candidarsi per un terzo mandato presidenziale, almeno 400 persone sono morte negli scontri di piazza e oltre 230mila hanno abbandonato il Paese.
Nel corso del summit il ministro della difesa della Nigeria aveva definito Boko Haram «indebolito», ma la risposta non si è fatta attendere: l’organizzazione terroristica rade al suolo il villaggio di Dalori, a 5 km di distanza da Maiduguri, luogo di provenienza dei terroristi provocando 86 morti molti di loro bruciati vivi, tra cui molti bambini. Ormai in cinque anni di attentati il numero delle vittime ha toccato quota 20mila; 2,5 milioni invece gli sfollati.
Nel sud del Paese, nel Delta del Niger, le cose non vanno meglio. Dopo anni di tranquillità grazie all’armistizio siglato tra i guerriglieri del Mend (Movement for the Emancipation of the Niger Delta) e l’ex presidente Goodluck Jonathan per spartire i proventi petroliferi della regione, la tensione è di nuovo alle stelle. Nello stato di Bayelsa è stata fatta esplodere una delle condutture di una compagnia sussidiaria dell’Eni, la Nigeria Agip Oil Company (Naoc).
Infine in Ciad Boko Haram uccide almeno 27 persone e ne ferisce almeno 80 in un triplice attentato suicida avvenuto nel mercato di Loulou Fou, un’isola sul Lago Ciad.

Il Risiko non è più un gioco: land grabbing e nuovo colonialismo parte IV: l’Italia


Dossier Land Grabbing parte IV: l’Italia.
Il nostro Paese confinante non è estraneo al fenomeno del land grabbing. Da ricerche effettuate da ActionAid, Fao e Grain (farmlandgrab.org) risulta che le aziende italiane coinvolte in grandi progetti di affitto di terreno agricolo in Africa siano una decina. Se si considerano solo i progetti maggiori, 1,5 milioni di ettari, una superficie equivalente a quella della Calabria, sono di proprietà di società italiane. Circa la metà di questi terreni è utilizzata per coltivazioni destinate alla produzione di biocarburante. Tra le più importanti il gruppo Eni, con 180.000 ettari della Repubblica Democratica del Congo destinati alla coltivazione di palme da olio, Agroils, 250.000 ettari in Marocco, Senegal, Camerun, Ghana e Indonesia, dove le coltivazioni sono destinata alla produzione di biocarburanti, e Fri El-Green Power, con 80.000 ettari tra Etiopia, Nigeria e Congo, anche qui destinati a palme da olio per agrocarburanti. Ma la capofila del Land grabbing in Italia è l’azienda Benetton, che in Argentina ha acquistato il 10% della Patagonia per l’allevamento e il pascolo di pecore da lana. Notiamo una dissonanza tra le celebri campagne pubblicitaria di Oliviero Toscani che avevano, come scopo secondario, quello di sensibilizzare l’opinione pubblica verso alcune problematiche globali e il comportamento dell’azienda.
Rileggi dalla Parte I.

Il Risiko non è più un gioco: land grabbing e nuovo colonialismo parte III: la rivolta


Dossier Land Grabbing Parte III: la rivolta.
Riguardo al problema del Lang Grabbing sembra che, negli ultimi anni, una parte di opinione pubblica e le popolazioni locali abbiano compreso la pericolosità del fenomeno. Le notizie sul Land Grabbing si susseguono: l’acquisto di terre è talmente rapido da essere più veloce dell’informazione. Ma Ecco gli esempi più eclatanti:
MADAGASCAR
Nel 2008 l’ex presidente malgascio Marc Ravalomanana (presidente del Madagascar autoproclamatosi nel 2002 alla fine di una guerra civile etnica scaturita dalle elezioni in cui entrambi i candidati hanno accusato l’avversario di brogli, è rimasto in carica fino al golpe militare del 17 marzo 2009 [La politica del Madagascar, come quella di molti Paesi africani, sembra un film di guerra di serie B]) aveva provato a cedere in esclusiva alla sudcoreana Daewoo Logistics, per 99 anni e a titolo gratuito, l’incredibile quota di 1.300.000 ettari di terre coltivabili. L’accordo, meglio conosciuto come “l’affaire Daewoo”, era saltato grazie a una mobilitazione globale. Il “Collectif pour la Défense des Terres Malgaches”, movimento fondato a seguito di questo episodio, ha consentito alle popolazioni locali di ricevere (dall’estero) notizie su quanto stava accadendo (all’interno), fare circolare l’informazione e cercare il sostegno internazionale.
Alcune associazioni stanno iniziando in questi giorni una campagna di sensibilizzazione chiamata “My Land is Mine” per sensibilizzare i governi e le popolazioni coinvolte nel Land Grabbing sui rischi che comporta la cessione di immensi latifondi a Governi esterni e, nel contempo, sulle potenzialità di sviluppo derivanti dallo sfruttamento locale di dette terre e risorse.
ETIOPIA
Una notizia più recente arriva dal Corno d’Africa, dove il 23 marzo 2011 “Saudi Star Agricultural Development” Plc (un gruppo agro-industriale di proprietà del miliardario saudita Mohammed al-Amoudi) ha annunciato un investimento di 2,5 miliardi di dollari per coltivare riso, girasole e mais su 300.000 ettari di terra nella provincia etiope di Gambella, vicino al confine con il Sudan, ottenuta per 60 anni in esclusiva al canone annuo della risibile cifra di 9,42 dollari l’ettaro. Il gruppo alimentare indiano “Karuturi Global Ltd.” si è a sua volta aggiudicato per 50 anni, nella stessa area, 312.000 ettari di campi per produrre olio di palma, zucchero, riso e cotone: il terreno è 5 volte più fertile, non ha bisogno di fertilizzanti ed è molto più economico!
Il governo di Addis Abeba (nei nomi del Primo Ministro Meles Zenawi, in carica dal 1995] e soprattutto il ministro dell’agricoltura Addisu Legesse) ha così “piazzato” un quinto di quei 3.000.000 di ettari di terreni offerti a imprese straniere, mentre il 13% dei suoi 83 milioni di cittadini ancora combatte la fame grazie al sostegno internazionale.
Ancora più grave è il fatto che a novembre 2010 il Addisu Legesse aveva annunciato il suo programma di “villagization” volto a riallocare 45.000 famiglie, 225.000 persone (i tre quarti della popolazione della provincia di Gambella), entro un paio d’anni. In pratica, una deportazione di massa.
Gli abitanti delle aree oggetto di Land Grabbing sono dunque del tutto privi di diritti, di titoli di possesso delle case e dei campi da cui vengono cacciati, senza alcuna compensazione economica, ma con promesse non scritte di acqua, scuole e cure mediche.
«La popolazione è d’accordo, è una loro scelta quella di ricevere questi servizi di base. E perciò devono abbandonare le loro precedenti abitudini di vita», è la constatazione del Legesse. Una scelta obbligata a dire di alcuni destinatari del programma di “villagization”, i quali confidano di temere per la loro vita in caso non aderiscano all’ordine di abbandonare le proprie terre. I più fortunati saranno assunti dai nuovi padroni, con un salario minimo giornaliero che in Etiopia ammonta a 8 birr (0,64 dollari), ma che la disperazione porta ad accettare lavoro anche per 1 birr (0,08 dollari): in pratica schiavi.
Leggi la Parte IV.
Rileggi dalla Parte I.

Il Risiko non è più un gioco: land grabbing e nuovo colonialismo parte II


Dossier Land Grabbing Parte II.
ll problema principale del Land Grabbing non è tanto il fatto che milioni di ettari di terra vengano sfruttati per l’agricoltura o per l’estrazione delle risorse, quanto piuttosto che questo sistema non incide minimamente nello sviluppo dei paesi dove viene praticato. Nemmeno sotto l’aspetto occupazionale ha un’incidenza rilevante in quanto sia cinesi che indiani tendono a usare loro connazionali per il lavoro sulla terra (la Cina usa direttamente i carcerati, più economici). I prodotti coltivati o estratti non vanno ad arricchire il mercato locale o ad alzare il prodotto interno lordo di quei paesi perché vengono immediatamente “assimilati” dai mercati interni cinese e indiano. Non esiste cioè un mercato cosiddetto di “esportazione”, è come se fossero prodotti in Cina o in India. Insomma, è una vera e propria forma di sfruttamento delle risorse locali, sia alimentari che minerarie.
Sotto questo aspetto, il Land Grabbing è una forma di colonialismo strisciante perché lascia l’impressione a chi osserva da fuori che gli Stati abbiano la completa gestione del territorio e delle proprie risorse reali o potenziali, quando invece non è così.
I protagonisti di questo Risiko globale, dove al posto dei carri armati compaiono gli aratri e le mietitrici, sono i fondi di investimento privati che dopo la crisi immobiliare decidono di dirottare le risorse sulla produzione di cibo o biocarburanti in Asia e in Africa, ma anche i Paesi del Golfo dotati di grandi liquidità come l’Arabia Saudita e gli Emirati oltre che le succitate nuove potenze emergenti (Cina e India) che, comprando a prezzi stracciati migliaia di ettari di terra dei Paesi poveri in Asia o in Africa, cercano di garantirsi un granaio di riserva per le esigenze alimentari delle proprie popolazioni.
Il report “Secure Land Rights for All” realizzato dal programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani (United Nations Human Settlements Programme Un-Habitat) e dal Network Global Land Tool, stima che 5 milioni di persone ogni anni subisce espropri di terra; connesso a questo c’è ovviamente il diritto di proprietà, di avere una propria casa, una propria terra coltivabile, e indirettamente i diritti di residenza, di accesso alle risorse naturali, alla sussistenza, al lavoro, alla libertà di movimento.
Alcuni studi svolti tra il 2004 e il 2009 in Etiopia, Ghana, Madagascar e Mali rivelano che circa 2.000.000 di ettari di terra sono stati trasferiti a proprietari stranieri, compreso un progetto di irrigazione di 100.000 ettari nel Mali, una piantagione di 452.500 ettari per la produzione di agrocarburanti in Madagascar, un progetto zootecnico di 150.000 ettari in Etiopia.
Il Relatore sul Diritto al cibo delle Nazioni Unite Olivier de Schutter in un recente inventario ufficiale ha trovato ben 389 acquisizioni di larga scala di terra agricola a lungo termine in 80 Paesi. Solo il 37% dei cosiddetti progetti di investimento mirano a produrre cibo, mentre il 35% è destinato ad agro-carburanti.
In Africa il prezzo di acquisto o di affitto a lungo termine (il contratto, rinnovabile, va da 50 a 99 anni) per un ettaro di terreno varia da 2 a 10 dollari. Il sistema di gestione della terra è basato su regole informali e tradizionali, riconosciute localmente ma non dagli accordi internazionali, e senza alcuna certezza dei diritti fondiari; nessun contadino africano può imporsi e provare a possedere un terreno. Più del 90% della terra non è legalmente regolamentata, il diritto di proprietà riguarda dal 2 al 10% delle terre. Quasi il 50% dei contadini coltiva meno di un ettaro di terra e quasi il 25% ha accesso a un appezzamento più piccolo di un decimo di ettaro.
Nel biennio 2008-2009 45.000.000 di ettari sono stati oggetto di scambio, circa il 70% nell’Africa Subsahariana. Terre che ora non appartengono più agli africani.
Leggi la Parte III.
Rileggi dalla Parte I.

Il Risiko non è più un gioco: Land Grabbing e nuovo colonialismo


Dossier Land Grabbing I parte.
Il cosiddetto Land Grabbing è il fenomeno di grandi transazioni di terreni, tramite acquisto o leasing pluriennali da parte di Paesi, grandi compagnie, multinazionali o privati incoraggiati dai governi stessi. Detto così sembra quasi un particolare aspetto del commercio internazionale.
In pratica Paesi facoltosi economicamente, ma carenti di terra, si accaparrano milioni di ettari acquisendoli dai Peasi più poveri per creare una riserva alimentare strategica.
A dare il via al Land Grabbing è stata l’Araba Saudita, all’inizio del XXI secolo. Il re Abdullah, monarca assoluto d’Arabia, si è reso conto che i miliardi di dollari che affluivano in proprorzione al miliardi di barili di petrolio venduto, non garantivano una stabilità alimentare. Dopo aver fatto costruire costosissime fattorie nel deserto con acqua desalinizzata e ampi pascoli irrigati, ha deciso di acquistare migliaia di ettari di terreno in Etiopia per coltivare riso e cereali a buon prezzo per le esigenze del suo regno. Visto che la cosa funzionava ha cercato di comprare altri terreni in altri Paesi. Cominciando a incontrare una certa resistenza ha aggirato il problema prendendo in affitto immensi appezzamenti di terreno in Zambia e in Tanzania (con formula leasing di 99 anni, in pratica: li ha comprati per un secolo).
La Cina non è rimasta certo a guardare, perché (a causa degli elevati indici di crescita demografica è sempre alla ricerca di risorse alimentari e minerarie.
Il governo di Pechino ha quindi dato il via a un vero e proprio rastrellamento di terreni su scala mondiale. 80.400 ettari di terra acquistati in Russia, 43.000 in Australia, 70.000 in Laos, 7.000 in Kazakhstan, 5.000 a Cuba, 1.050 in Messico. Quindi gli interessi cinesi sono passati in Africa: 2.800.000 ettari in Congo, 2.000.000 di ettari in Zambia, 10.000 in Camerun, 4.046 in Uganda e per il momento 300 ettari in Tanzania. Inoltre ha preso in affitto migliaia di ettari in Algeria, in Mauritania, in Angola e in Botswana.
Dopo la Cina è arrivata un’altro Paese con le stesse esigenze (sovrappopolazione, carenza alimentare e mineraria): l’India.
Il governo di nuova Delhi al momento ha acquisito 50.000 ettari in Laos, 69.000 in Indonesia, 10.000 in Paraguay, 10.000 anche in Uruguay. Poi ha scoperto gli sterminati territori argentini e si è accaparrato 614.000 ettari di terreno argentino, e in Africa 370.000 ettari in Etiopia, 232.000 in Madagascar, 289.000 in Malesia.
Dietro a questi colossi si muovono i Paesi più piccoli, che utilizzano i propri colossi multinazionali. Daewoo e Hyundai stanno comprando, appoggiati dal governo della Corea del Sud terreni in tutta l’Africa. Inoltre, Qatar, Bahrain, Emirati Arabi Uniti hanno acquistato centinaia di migliaia di ettari di terreno fertile in Africa e in Sud America. La Libia ha barattato un contratto di fornitura di gas all’Ucraina in cambio di 247.000 ettari di terreno.
Dietro a questi Paesi “affamati di terre”, i Paesi occidentali (del “primo mondo”) non potevano restare a guardare e, grazie alle multinazionali alimentari e minerarie, hanno cominciato a comprare terre a buon prezzo in tutto il mondo. Questi Paesi hanno esigenze lievemente diverse, in quanto cercano anche terreni per produrre agro-carburanti.
Una vera e propria febbre dell’oro verde che, dopo l’impennata dei prezzi dei generi alimentari del 2006, ha trasformato la terra nel business più redditizio del prossimo futuro. Nel 2007 e 2008, 20.000.000 di ettari di terreni dei Paesi poveri (quasi quanto mezza Italia) sono stati venduti, affittati o fatti oggetto di negoziati con società o governi stranieri.
Leggi la Parte II.