Il principe di Torriglia ha sposato un uomo


Torriglia com’è noto fu dichiarato marchesato nel 1547 dall’Imperatore Carlo V, fino al 1760, quando venne elevato a Principato dall’Imperatore Francesco I, e apparteneva alla casata Doria Landi Pamphilj.
I principi di Torriglia furono Giovanni Andrea IV, Andrea IV e Giovanni Andrea V.
Con l’arrivo dei venti rivoluzionari, nel 1797 fu abolita la sovranità e Il Principato di Torriglia fu annesso alla Repubblica Ligure. Nel 1815 il Congresso di Vienna assegnò la liguria ai Savoia e il territorio di Torriglia continuò a seguire le vicende della Liguria fino a oggi (con la parentesi, de facto, della Repubblica Partigiana di Torriglia durante la guerra).
Il titolo nobiliare (non più sovrano) rimase quindi nelle mani dei Doria Pamphili. L’ultimo erede è principe Doria Pamphilj (che attualmente vive in una villa a Roma) che nel 2010 a Londra ha contratto matrimonio con Elson Edeno Braga, di origini brasiliane (ma entrambi hanno passaporto inglese).
Jonathan aveva già due bambini, Emily (nata nel 2007) e Filippo Andrea (nato nel 2008), avuti grazie alla fecondazione artificiale (la cosidetta “maternità surrogata” o “utero in affitto”), figli di Jonathan e di due “mamme surrogate”.
Jonathan con la sorella donna Gesine Pogson Doria Pamphilj gestisce l’intero patrimonio di famiglia, il genovese Palazzo del Principe, la residenza romana di via del Corso, il museo del Collegio Romano e la collezione d´arte antica con opere del calibro di Velazquez, Caravaggio, Raffaello.
Nel 2010 la sorella ha intrapreso un´azione legale contro il fratello insieme al marito Massimiliano Floridi, recentemente ordinato diacono, a sua detta per evitare che il patrimonio “non sia disperso”, secondo le volontà della madre Orietta Doria Pamphilj. Ma il tribunale di Roma non ha voluto accogliere l´istanza di «disconoscimento del certificato di paternità» di Emily dato che è figlia naturale di Jonathan.
Il Presidente della Nazione Oscura Caotica Lukha Kremonj Baroncinj (ora Lukha B. Kremo) ha assicurato che conferirà presto con il Principe di Torriglia Jonathan Doria Pamphilj per congratularsi del suo coraggio.

Terremoto: manca la cultura del territorio


Dopo i terremoti del 24 agosto, del 26 e 30 ottobre, si è nuovamente alzata la polemica sulla prevenzione e presto seguirà quella sulla ricostruzione.
È sempre bene guardare ciò che sta dietro le cose, ma non mediante una dietrologia asfittica, che può solo portare al complottismo (se ne sono sentite di tutti i colori in questo periodo, i terremoti come conseguenza di trivellazioni, divina, dell’immigrazione).
Senza filosofeggiare o portare alla luce le evidenze scientifiche che confermano che la deriva del continenti (questa la causa dei terremoti, sembrerebbe banale dirlo, ma non lo è) è elemento essenziale per lo sviluppo delle specie e quindi dell’intelligenza umana (niente Annunaki, solo la faglia della Rift Valley, informatevi, ho detto che non ne parlerò ora), il vero motivo per cui ci sono i morti e i crolli è che l’uomo costruisce case di pietra non antisismiche, che crollando uccidono.
Non ci vuole Stephen Hawking per capire che la prevenzione è l’unica via percorribile. Il che significa sia costruzioni antisismiche, in materiali leggeri, sia urbanistica che facilita le vie di fuga, e sia comportamenti adatti durante e dopo la scossa (girano da anni dei prontuari).
Ma quello che vorrei mettere in luce, un po’ meno banalmente, è che la prevenzione è il naturale comportamento di una buona cultura del territorio. Il che significa che la popolazione tutta deve essere consapevole del grado di pericolosità sismica del proprio territorio. Non solo, cultura del territorio significa sapere (e qui penso a Genova) che il canale sotto casa non è una fogna ma un torrente, che la propria casa è costruita sulle pendici di un monte instabile, o sul ciglio di un fiume, o su una costa cedevole, ecc.
Questa cultura semplicemente manca. Quando ho comprato casa, chiedevo la sismicità dei territori, ricevendo sguardi di sorpresa se non di ludibrio da parte degli agenti immobiliari (con cultura dell’immobile pari a zero o per lo meno infinitesimale rispetto a quella finanziaria, come se le case fossero fondi d’investimento). Il giorno prima dell’alluvione del 4 novembre 2011 ero a Genova, e i cartelli erano espliciti: Allerta rossa. Chiedendo in giro, la gente reagivo allo stesso modo: leggerezza, ovvero ignoranza. Dopo due alluvioni disastrose e con vari decessi (2011 e 2014) l’atteggiamento oggi è cambiato e la gente del posto è mediamente molto più consapevole del proprio territorio. Come lo è oggi nelle zone terremotate.
Ma davvero servono i morti per informarsi sul proprio territorio? Punto il dito sulle istituzioni, che per anni hanno minimizzato, se non nascosto, la pericolosità sismica e idrogeologica dei terrtori a rischio (c’è stata anche una sentenza per il terremoto dell’Aquila, contro la Commissione Grandi Rischi, assolta in Cassazione per questo motivo, è ovvio che non poteva prevedere il sisma, ma non doveva minimizzare la gravità dello sciame sismico).
Diciamo la verità: usciamo da un secolo (il XX) dove l’ordine era minimizzare e nascondere per evitare il panico. Spero che la tendenza del XXI secolo sia invece quella della trasparenza e dell’informazione. Come si fa a dire di prepararsi a un terremoto a una popolazione se ogni volta si minimizza uno sciame sismico o un movimento franoso?
Infine, consiglio alla popolazione di informarsi sempre sul territorio circostante la propria abitazione o quella in cui si è in procinto di andare a vivere: sismicità, sistema idrogeologico, rischi di frane, vicinanza di fiumi, torrenti, rivi, laghi e mari.

José Mujica


Dossier Personaggi Parte V.

Prosegue questo dossier che prende in cinsiderazione solo personaggi davvero particolari. Questa volta parliamo del presidente della repubblica dell’Uruguay dal 1º marzo 2010 al 1º marzo 2015, recentemente in visita in Italia (accolto dal M5S).

L'ex Presidente della repubblica dell'Uruguay, José Mujica

L’ex Presidente della repubblica dell’Uruguay, José Mujica


José Musija ha scelto di donare ad associzioni benefiche il 90% del proprio stipendio statale (circa 8.300 euro mensili) e di far dormire nella dimora presidenziale i senzatetto. Per contro, con uno stipendio di circa 775 dollari al mese, vive in una piccola fattoria di periferia,  insiema a sua moglie, la senatrice Lucía Topolans, a Rincón del Cerro, a mezz’ora di strada da Montevideo, senza personale di servizio, ama coltivare l’orto e i crisantemi da vendere ai mercati locali, unica concessione alla sicurezza i due agenti in borghese che sostano sulla strada sconnessa davanti alla casa. Nessuna auto blu, né fiumi di denaro il cui bene più “prezioso” è un maggiolone azzurro del 1987. La sua automobile è una Maggiolino Volkswagen del 1987, donatagli da alcuni amici e che si è rifiutato di vendere nonostante offerte cospicue. Il Presidente dell’Uruguay lavora la terra, raccoglie l’acqua da un pozzo e stende personalmente i suoi panni sui fili nel giardino.

José Mujica nacque il 20 maggio 1935 da Demetrio Mujica, discendente da antenati baschi, e Lucia Cordano, originaria della Liguria. La famiglia di sua madre era molto modesta ed aveva origini nel paesino di Favale di Malvaro in Val Fontanabuona, in provincia di Genova.
Suo zio materno, Ángel Cordano, era nazionalista e peronista e influenzò molto la formazione politica di Mujica. Alle elezioni del 1958 trionfò per la prima volta il cosiddetto Herrerismo e Erro fu designato ministro del Lavoro, accompagnato da Mujica che però non aveva nessun incarico ufficiale.
Nei primi anni Sessanta aderì al neonato movimento dei MLN – Tupamaros (Movimiento de Libaraciòn Nacional), un gruppo armato di sinistra ispirato dalla rivoluzione cubana e alla difesa dei diritti dei lavoratori della canna da zucchero (cañeros) del nord del paese sindacalizzati da Raúl Sendic, che rapinava le banche e distribuiva soldi e danaro ai poveri ai poveri, il suo nome di battaglia era “Pepe”.
Nel corso di varie azioni ricevette ben 6 ferite da arma da fuoco, e nel 1969 partecipò alla breve occupazione di Pando, una città vicina a Montevideo. A causa di questa attività politica, vissuta all’insegna del motto “Il mondo ci divide; l’azione ci unisce”, Mujica fu arrestato in quattro diverse occasioni e fu tra i prigionieri politici che riuscirono a evadere dalla prigione di Punta Carretas nel 1971. Fu ricatturato un anno dopo e condannato da un tribunale militare sotto il governo di Jorge Pacheco Areco, che aveva sospeso diverse garanzie costituzionali. Dopo il colpo di Stato militare del 1973, organizzato dal presidente Juan María Bordaberry, fu trasferito in un carcere militare dove rimase rinchiuso per quasi 12 anni, la maggior parte dei quali passati in completo isolamento in un braccio ricavato da pozzo sotterraneo. Fu uno dei 9 dirigenti tupamaros prigionieri che la dittatura civile-militare chiamava rehenes (ostaggi), ossia persone che, in caso di ulteriori azioni militari dei Tupamaros in libertà, sarebbero state immediatamente fucilate.
Nel 1985, quando la democrazia costituzionale fu ristabilita, Mujica fu liberato grazie ad un’amnistia della quale beneficiarono sia guerriglieri sia golpisti, coprente crimini di guerra e fatti di guerriglia commessi dal 1962 in poi. Tale amnistia sarà revocata per crimini contro l’umanità, ottenendo il processo e la condanna dell’ex dittatore Bordaberry.
Il 1° marzo 2005 è stato nominato ministro dell’Allevamento dal neoeletto Presidente della Repubblica Tabaré Vázquez; il suo sottosegretario era Ernesto Agazzi, ingegnere agronomo specializzato.
Tuttavia Mujica è stato il ministro più popolare, proprio per la sua vicinanza alla gente e per il suo carisma, che lo hanno reso molto popolare tra l’elettorato uruguaiano. Mujica è inoltre apprezzato per il suo dialogo con la gente. Il 3 marzo 2008 lascia la sua carica a favore di Agazzi per candidarsi alla Presidenza per le elezioni del 2009 ed ottiene il seggio di senatore.
Il 25 ottobre del 2009 Mujica ha ottenuto al primo turno il 48% dei voti.
Mujica, che in passato ha sostenuto e ottenuto la depenalizzazione dell’aborto, ha sostenuto poi il riconoscimento dei matrimoni gay e la legalizzazione della marijuana: “la tossicodipendenza è una malattia, guai a confonderla col narcotraffico”.

Mujica ha dichiarato: “Ho vissuto in questo modo la maggior parte della mia vita. Posso vivere con quello che ho. Dicono che sono il presidente più povero, ma io non mi sento povero. Le persone povere – aggiunge il presidente – sono quelle che lavorano solo per mantenere uno stile di vita agiato e costoso, e vogliono sempre di più. E’ una questione di libertà. Se non possedete molto, non avete bisogno di lavorare come uno schiavo tutta la vostra vita per mantenere tutto quel che avete. E quindi avete più tempo per dedicarvi a voi stessi”.

Paternoster indaga sulla magia nera


Alessandria. “Io sono il prescelto. Devo farlo, è il mio compito. La santona mi ha ordinato di ucciderla. Mi hanno affidato il compito. Devo obbedire… Voleva che lo facessi. Sono un adoratore del diavolo”.
Solitamente non parliamo di cronaca nera, ma dato che la casa editrice ufficiale della nostra nazione si occupa anche di esoterismo (ved per esempio Lilith di Mauro D’Angelo) e che uno dei nostri autori è proprio di Alessandria (Danilo Arona, con lo splendido romanzo sul Palo Mayombe) questa volta facciamo un’eccezione.
Le parole in apertura sono state scritte da Giancarlo Bossola, 60 anni, ispettore di polizia in pensione e “collezionista di donne”. Una delle ultime conquiste si chiamava Norma Ramirez, 52 anni, cubana, minigonne e tacchi vertiginosi, appassionata di santeria e magia nera. La donna è stata trovata ieri mattina nel letto di lui nuda, fatta eccezione per una collana colorata. Era coperta da un piumone fino al volto. Nessun segno di ferite: forse soffocata, forse avvelenata. Ma sul fatto che sia stata uccisa ci sono pochi dubbi. Perché è stato lo stesso Bossola a chiamare i poliziotti della questura di Genova, a mezzanotte di martedì.
“Andate in via Pascoli 1. Troverete la santona. Sono stato io, tre giorni fa. Dovevo ucciderla. Me lo chiedeva in continuazione. Era il mio compito. Ora devo continuare. Porto via anche la mia Rosi.”
Gli agenti hanno rintracciato il numero di telefono di quella chiamata. Era intestato a Roslina Redolfi, 47 anni, di mestiere badante dell’anziana madre di Giancarlo Bossola. Il telefono era acceso e ancora collegato, stava viaggiando sull’autostrada Genova-Ventimiglia in direzione Francia. C’è stato un tamponamento dentro a una galleria, quasi all’altezza di Orco Feglino.
“Ho visto quell’auto sbandare a destra e a sinistra, nessuna fiammata” ha raccontato ai soccorritori un turista francese. Era stato lui a chiamarli, fermandosi alla prima piazzola di sosta. La cosa strana era questa: l’auto in questione, una Audi grigia A6 intestata a un carrozziere di Alessandria, era fuori dalla galleria, lungo un rettilineo, completamente carbonizzata. Dentro c’erano i corpi martoriati di Giancarlo Bossola e Roslina Redolfi. L’ipotesi: le fiamme sono state appiccate volontariamente.
Il capo della Squadra Mobile di Alessandria, Mario Paternoster (sic!): “Ci sono molte cose da chiarire, ma è verosimile il contesto suggerito dallo stesso Giancarlo Bossola, il movente della santeria. Quello della magia nera.”

Zanfretta e qualche sorpresa alla convention di Torriglia


Oltre a Pier Fortunato Zanfretta, alla II convention di ufologia di Torriglia, è salito sul palco il principe Domenico Pallavicino, console onorario del Principato di Monaco a Genova, che ha brevemente dichiarato di essere a conoscenza di episodi ufologici e per questo, negli anni Ottanta, di essere stato osteggiato. Si è però rallegrato del clima mutato di oggi.

Domenico Pallavicino a Torriglia

Domenico Pallavicino a Torriglia

Zanfretta al I meeting di ufologia di Torriglia

Zanfretta al I meeting di ufologia di Torriglia

Dedicato a Genova: Dolcenera



De André scrisse questa canzone dopo l’alluvione di Genova dell’ottobre del 1970. Le immagini sono dell’alluvione del novembre 2011.

Oltre 65 morti in Nigeria. Tutti insieme: “chissenefrega!”


Ben più di 65 morti (si parla anche di 80) il bilancio degli attacchi coordinati che hanno preso di mira le sedi della polizia e le chiese (e una moschea) delle città di Damataru e Potiskum, dove si registrano la gran parte delle vittime.
Un presunto portavoce della setta ultra-islamica Boko Haram, qualificatosi come Abul Qaqa, ha rivendicato per telefono l’ondata di attacchi.
Boko Haram, che nella locale lingua haussa significa
“L’istruzione occidentale è peccato”, lo scorso 26 agosto si attribuì tra l’altro la strage nella sede dell’Onu ad Abuja, la capitale nigeriana: rimasero uccise 24 persone.
A quanto pare per Boko Haram colpisce un po’ tutti: istituzioni statali e cristiane (e forse anche di islamici moderati!).
Ignorare questo tipo di terrorismo quindi può essere molto pericoloso.
Capisco i disastri idrogeologici stra-annunciati in tipica salsa italiana, ma la nostra redazione è a 25 km da Genova, e quindi pur rendendoci conto del disastro, sarebbe saggio mettere almeno come seconda notizia la strage di 65 persone ammazzate per terrorismo.

Se mi dai un Nizza io ti do la Capraia e Montecristo


Mentre la NeoRepubblica di Torriglia (che alcuni ritengono una follia, uno scherzo, un divertissment…) porta avanti le trattative per vendere la Corsica all’Italia, la proposta di legge fatta in questi giorni in questo Paese di eliminare le provincie sotto ai 300.000 abitanti e i comuni sotto i 1.000 abitanti, sta provocando critiche e proposte per certi versi balzane, per altri interessantissime.
Citiamo solo le più importanti: Imperia e Savona chiedono l’accorpamento con la provincia di Cuneo, piuttosto che far parte della regione Liguria a provincia unica genovese. Imperia ipotizza addirittura una regione extraterritoriale (un’interregione?) che comprenda anche Nizza!
Interessante anche la proposta del sindaco di Capraia (che raggiunge a malapena 400 abitanti): staccarsi dalla Toscana e unirsi alla Corsica!
E che dire della volontà dei sette comuni del Cadore (che andrebbero tutti accorpati) di unirsi al Vaticano? (Una donazione stile Liutprando? Lo Stato della Chiesa ricomincia la sua fase espansionistica?)
Non vogliamo parlare dell’analisi sociologica che andrebbe fatta (liguri non genovesi che amano più la Francia di Genova, toscani che si sentono più francesi che italiani), del resto siamo abituati a queste cose (lombardi che non si sentono italiani, veneti che rifondano la Serenissima…). Piuttosto ci preme far notare come queste ipotesi difficilmente praticabili (ma non impossibili in linea teorica), siano sempre più utilizzare per scopi politici pratici. Una minaccia come quelle di Imperia, Savona e Capraia (e le molte altre di questi giorni) potrebbero ottenere più di quanto molti non credano.
E ci auguriamo che la nostra idea (che risale al 2004) ottenga la stessa attenzione e il rispetto di un progetto sì di difficile realizzazione, ma con un grande potenziale potere di ottenere attenzione politica.