Rivoluzione silenziosa in Arabia Saudita?


Il 4 novembre undici prìncipi, quattro ministri e altri di ex ministri dell’Arabia Saudita sono stati arrestati da una “commissione anti-corruzione” nata appena poche ore prima. In mattinata si era dimesso il primo ministro del Libano, appoggiato da tempo dall’Arabia Saudita. Il giorno dopo il figlio dell’ex principe ereditario è morto insieme in un misterioso incidente in elicottero. La persona attorno a cui ruotano tutte queste notizie è Mohammed bin Salman, figlio del re, ministro della Difesa e principe ereditario dalle idee innovative e radicali. Egli ha 32 anni e si è guadagnato una certa visibilità, presentando il documento “Vision 2030”, un grande progetto per ridurre progressivamente la dipendenza dell’economia saudita dall’estrazione del petrolio, mentre il re Salman, 81 anni, è sempre meno coinvolto nelle decisioni di Stato. L’applicazione del piano, che prevede anche una maggiore apertura del paese, ha subito un’accelerata: si sono tenuti alcuni eventi prima proibiti, come concerti e proiezioni di film, ed è stata annunciata l’abolizione del divieto delle donne di guidare e ad assistere a eventi sportivi dal vivo. Mohammed bin Salmanha ha annunciato l’intenzione di reintrodurre «un Islam tollerante e moderato, che sia aperto al mondo e a tutte le religioni».

Gli arresti di sabato sono considerati da molti una “purga” compiuta da MbS nei confronti di oppositori e possibili avversari per il trono, il passaggio finale per assicurarsi sia l’applicazione di “Vision 2030” sia l’ascesa al trono.

 

Ashraf Fayadh: il poeta condannato a morte


L’Arabia dei Saud, dove il capo di stato italiano Matteo Renzi si è da poco recato per i salemelecchi d’inaugurazione di una metropolitana, ha appena condannato a morte Ashraf Fayadh, poesta rifugiato Palestinese, ma nativo Saudita, per blasfemia dopo che un suo lettore lo aveva accusato di incitamento a rinunciare all’Islam, a causa del contenuto di una sua raccolta di poesie del 2008. Rilasciato dopo pochi giorni, il poeta 50enne era stato arrestato nuovamente a gennaio 2014 nella città sud-occidentale di Abha. Una prima sentenza lo aveva condannato a quattro anni di prigione e 800 frustate (sì, queste sono le pene del Regno del Male), ma il giudice d’appello ha deciso di condannarlo a morte.
Per chiedere la sua liberazione, lo scorso anno è stata lanciata una petizione, sottoscritta da centinaia di artisti e intellettuali. Almeno 150 persone sono state giustiziate in Arabia Saudita nel 2015, il dato più alto degli ultimi anni.

Anche Allah è incazzato coi suoi


Gru-La-MeccaMecca, gru crolla sulla Grande Moschea, il bilancio: 107 morti e 238 feriti!
Il tragico incidente forse dovuto al forte temporale che si è abbattuto sulla città. La gru era situata fuori dalla Grande Moschea ed è precipitata sul settore di preghiera, dove erano decine di pellegrini.
Naturalmente per tutti gli atei e i laici è solo una tragica fatalità, ma chi crede dovrebbe saper leggere i segnali, il fatto è avvenuto proprio l’11 settembre, nel luogo più sacro dell’Islam…

La guerra civile in Yemen e l’Arabia Saudita


[tratto da “J’accuse (e Je Suggére). Considerazioni di un Presidente Qualunque”, settembre 2015]

Situazione etnico/religiosa:
L’Arabia è detta saudita perché è una monarchia assoluta in mano alla famiglia Saud. I sunniti hanno la stragrande maggioranza. Il regime appoggia l’islamismo salafita, nella fattispecie il wahabismo, che meritano un piccolo approfondimento.
Le teorie salafite nascono e si affermano nel corso di secoli: Ibn Taymiya era un giurista e teologo siriano vissuto nel XIV secolo, la cui teoria era che i testi sacri del Corano e della Sunna potevano essere interpretati individualmente. nel XVIII secolo anche Mohammed Ibn Abdel Wahab (1703-1792; fondatore del Wahabismo) vuole ritrovare un Islam puro. L’ultimo movimento salafita di rilievo, in ordine di tempo, a’ stato poi quello di Hassan al Banna che ha fondato nel 1928 l’Associazione dei Fratelli Musulmani. In questo caso, rispetto ai predecessori, il teologo egiziano introduceva una variante: l’utilizzo dell’Islam come strumento politico per la guida delle masse. Negli anni ’50 un altro egiziano, Sayyed Qutb (1906-1966), anch’egli membro dei Fratelli Musulmani, teorizzerà sul fronte del salafismo politico la lotta armata per prendere il potere sui capi arabi “empi” ed il ripristino di uno Stato islamico. Qutb è stato il referente ideologico di molti movimenti terroristici, non ultimo Al Qaeda.
Il salafismo quindi è diventato irredentismo, nazionalismo di matrice araba, lotta al consumismo e al lassismo dei costumi dell’Occidente, fino ad arrivare al Jihad ed al terrorismo islamico. I suoi principali rappresentanti sono oggi i Fratelli Musulmani (il partito che aveva vinto le elezioni in Egitto prima di essere destituito l’anno scorso) ed il wahabismo (oltre a quella pletora di sigle e organizzazione che compaiono periodicamente nel panorama mediorientale).
L’aspetto più pericoloso del wahabismo è l’alimentare una cultura religiosa di intolleranza e una lotta endogena senza quartiere verso quelli che non accettano le teorie salafite (l’adorazione dei santi e degli uomini pii è considerata alla stregua del politeismo) e tutti i sunniti moderati, come le confraternite sufi.
In Yemen (riunificatosi nel 1990 dopo la caduta dell’Unione Sovietica), i territori del nord-ovest vedono la maggioranza di sciiti zayditi Houthi, mentre il resto del Paese è a maggioranza sunnita.
La parte orientale del Paese è comunque sotto il controllo delle milizia di Al Qaeda (vedi mappa politico-religiosa dello Yemen, a fine articolo). Il presidente eletto nel 2012 Abd Rabbih Mansur Hadi (unico candidato).
Situazione sul campo:
Nel gennaio 2015 il presidente Abd Rabbih Mansur Hadi viene obbligato alle dimissioni dalla rivolta degli Houthi, che s’impadroniscono della capitale San’a.
La guerra si estende alla vicina Arabia Saudita, e assume sempre più i connotati di una resa dei conti tra Arabia Saudita e Iran, tra sunniti e sciiti. Non è propriamente un’azione di guerriglia, e nemmeno un’operazione senza ritorno, ma una vera e propria operazione di guerra, da esercito, pianificata nei minimi dettagli, non da milizia jihadista: i ribelli Houthi si sono infiltrati in Arabia Saudita e hanno attaccato Najran, città di confine.
Gli sciiti provano ciò cui Osama bin Laden ambiva ma che con la sua al Qaeda non era riuscito a realizzare: destabilizzare il regno saudita.
L’Iran, infatti, ha proprio negli Houthi il suo principale strumento di influenza nello Yemen. Sfruttando la comune appartenenza allo sciismo, l’obiettivo del regime iraniano sarebbe quello di favorire la creazione di un movimento per certi versi simile al libanese Hezbollah.
Ulteriori preoccupazioni geopolitiche arrivano dallo stretto di Bab-el-Mandeb. Da qui passano le rotte che collegano il mar Mediterraneo all’Oceano Indiano, attraverso il canale di Suez e il mar Rosso e da qui passa il 63% della produzione di greggio mondiale.
Gli Stati Uniti e la Francia, per tranquillizzare l’alleato Usa e NATO, sia per questa guerra e soprattutto dopo l’accordo tra Usa e Iran sul nucleare, vedi scheda dell’Iran) stanno armando i Sauditi.
La guerra rischia di deflagrare dallo Yemen alla confinante Arabia Saudita.
Visto il regime assolutistico dell’Arabia è quindi importante analizzare chi davvero comanda in questo Paese: Abd Allah, il re dell’Arabia Saudita, ha appena compiuto 90 anni. Ecco allora il settantanovenne Salman Bin Abdulaziz Al Saud, dar vita a una rivoluzione di palazzo, che porta l’ex ambasciatore a Washington. Rottamazione che non risparmia anche i parenti più stretti di re Salman, come il principe-fratello Muqrin, dimessosi di “sua spontanea volontà” per fra posto al principe-nipote Nayef, 55 anni, ministro dell’Interno, gran mastino dell’antiterrorismo e il trentenne figli di Salman, Mohammad Bin Salman.
Ma non si sa chi comandi davvero a Riyad. La classe dirigente incredibilmente ricca e potente che custodisce il luogo più sacro dell’islam, la Mecca, rappresenta un enigma inquietante. L’occidente da decenni la considera un baluardo da sostenere e da armare. Un intreccio di investimenti finanziari la lega indissolubilmente alle nostre economie. Perfino Israele gioca di sponda, pur senza dichiararlo, con la dinastia che fronteggia l’Iran e che da un lato dichiara di voler debellare il movimento dei Fratelli Musulmani, tanto da isolare la stessa Hamas nella morsa di Gaza, dall’altro alimenta un islam salafita, estremista, fondamentalista e anche jihadista. Le milizie dell’autoproclamatosi califfo al-Baghdadi godono di un indiretto ma decisivo supporto di Riad. Mai rivendicato, ma neppure smentito.
Posizioni ufficiali:
L’Onu ha aperto una discussione sulla guerra Yemenita. Gli Stati Uniti e l’Europa sono per l’integrità nazionale di Arabia e Yemen, quindi contro lo sconfinamento Houthi.
L’Iran appoggia gli Houthi yemeniti ufficialmente solo in Yemen.
Al Qaeda si è momentaneamente alleata con gli sciiti Houthi.
Accuse:
I Sauditi fanno il doppiogioco, nemmeno tanto segretamente, appoggiando la politica Usa e schierandosi contro gli estremisti sunniti deboli (Hamas), ma favorendo gli estremisti sunniti vincenti (prima Al Qaeda, ora L’IS), la rivoluzione di palazzo potrebbe essere solo presunta e il doppiogioco farsi soltanto più sottile.
L’Iran appoggia con armi e milizie gli sciiti Houthi dello Yemen contro l’Arabia.
Gli Stati Uniti e la Francia armano l’Arabia per tranquillizzarla sui nuovi accordi con l’Iran.
Israele fa affari con i Sauditi, mentre riceve armi, rassicurazioni e garanzie dagli Usa.
Al Qaeda, nonostante sia sunniti, si allea ambiguamente con gli sciiti Hothi per combattere l’Arabia Saudita.
Commento:
Nonostante le apparenze, nessuno combatte per i propri ideali, ma per un ritorno economico. I governi coinvolti (da Stati Uniti ad Arabia, dagli Houthi yemeniti ad Al Qaeda, da Israele all’Iran) sono disposti ad allearsi, fare affari e persino prendere o dare armi al nemico, mentre segretamente prendono altrettanti accordi con la fazione opposta.
Per superare questa situazione bisognerebbe innanzitutto eliminare il wahabismo, cioè il fondamentalismo religioso dallo Stato. Meglio ancora, dove possibile, creare stati laici, come in Egitto. A questo punto riequilibrare sciiti e sunniti in base a ciò che succede nel nord dell’Iraq (vedi scheda dello Stato Islamico e Iraq).
Previsioni:
La guerra verrà fermata dall’Arabia grazie all’apporto Usa. Ciò non avverrà in tempi brevi, viti i problemi più urgenti in Siria.
Molto più difficile prevedere la linea culturale religiosa seguita dai giovani Saud, visto che si tratta di pochi personaggi. Se prevale la linea moderata, tutti i punti caldi si raffredderanno, viceversa le guerre si accenderanno e saranno più numerose.
Suggerimenti:
Il migliore: 1) Eliminare la dinastia Saud e instaurare uno Stato moderato in Arabia (non necessariamente subito una democrazia, è ormai provato che molti dei paesi arabi, a causa della società di tipo tribale, necessitano di forme democratiche che non si basano sul suffragio universale). Creare un governo di unità nazionale in Yemen, equilibrato politicamente per costituzione (equilibrio zayditi e sunniti nelle istituzioni).
In alternativa: 2) Far prevalere l’ala moderata dei Saud tramite accordi e sanzioni internazionali.
Secessione dello Yemen in due parti, nel nord-ovest governo zaydita, nel sud e nell’est governo sunnita.

Mappa politico-religiosa Yemen

Mappa politico-religiosa Yemen

Noam Chomsky: la guerra nucleare non è lontana, e potrebbe essere innescata per un errore


Noam Chomsky

Noam Chomsky

A ottobre 2014 il Plymouth Institute for Peace Research ha chiesto a Noam Chomsky di commentare alcuni importanti sviluppi mondiali, tra cui la minaccia di una guerra nucleare, l’attuale aggravamento della violenza a Gaza e la crescita dell’ISIS in Iraq. Eccone alcuni stralci:
“C’è molta discussione a proposito dell’attribuzione della responsabilità/colpa per lo scoppio di questo orrendo conflitto e un generale accordo su un punto: ci fu un elevato livello di accidentalità e di contingenza; le decisioni avrebbero potuto facilmente essere diverse, evitando la catastrofe. Ci sono infausti paralleli con la catastrofe nucleare.
Un esame della storia dei quasi scontri con armi nucleari rivela quanto il mondo è arrivato vicino molte volte al virtuale auto-annullamento, tanto che sfuggirvi è stato quasi un miracolo, un miracolo che è improbabile si perpetui troppo a lungo. La storia sottolinea l’ammonimento di Bertrand Russell e Albert Einstein del 1955 che abbiamo di fronte una scelta che è forte e spaventosa e ineluttabile. Dovremo mettere fine alla razza umana o dovremo rinunciare alla guerra? […]
E’ d’importanza critica riconoscere che quasi un decennio fa è stato elaborato un disegno che da allora è stato seguito regolarmente: si addiviene a un cessate il fuoco, Israele rende chiaro che non lo rispetterà e continua i suoi assalti contro Gaza (e l’appropriazione di tutto quel che vuole altrove nei territori occupati), mentre Hamas rispetta il cessate il fuoco, come Israele ammette, fino a quando l’intensificazione israeliana non provoca una reazione, offrendo a Israele il pretesto per un altro episodio di “falcio dell’erba” (nel raffinato gergo israeliano). […]
L’ISIS è una progenie estremista delle dottrine saudite wahabite/salafite, esse stesse una versione estremista dell’Islam e una versione missionaria, che utilizza grandi risorse petrolifere saudite per diffondere i propri insegnamenti in gran parte del mondo mussulmano. Gli Stati Uniti, come in precedenza la Gran Bretagna, hanno teso ad appoggiare l’Islam radicale fondamentalista in contrasto con il nazionalismo laico e l’Arabia Saudita è stata uno dei principali alleati degli USA da quando la dittatura di famiglia si è consolidata e nel paese sono state scoperte grandi risorse petrolifere. […]
Mentre aumentano le operazioni militari in Iraq, la NATO destabilizza ulteriormente l’Ucraina. E’ uno sviluppo estremamente pericoloso, che è andando fermentando sin da quando Washington ha violato le sue promesse verbali a Gorbaciov e ha cominciato a espandere la NATO a est, propri ai confini con la Russia, e minacciando di incorporare l’Ucraina che ha un grande significato strategico per la Russia e naturalmente ha stretti legami storici e culturali.
C’è un’analisi sensata della situazione sulla principale rivista del sistema, Foreign Affairs [Affari Esteri], dello specialista in relazioni internazionali John Mearsheimer, intitolata “Perché la crisi Ucraina è colpa dell’Occidente”. L’autocrazia russa è lungi dall’essere innocente, ma qui si torna ai commenti precedenti: siamo già arrivati pericolosamente vicini al disastro in passato, e stiamo di nuovo giocando con la catastrofe.”

Coltelli affilati pronti per Malala Yousufzai, Nobel per la pace


Malala Yousufzai

Malala Yousufzai

Minacce dai talebani per Malala Yousufzai: “Nemica dell’Islam, per lei pronti coltelli affilati”
Il messaggio postato su Twitter dal portavoce del gruppo fondamentalista pakistano Jamaat ul Ahrar. Che aggiunge: “Lei parla tanto contro i conflitti armati. Non sa che il fondatore del Nobel ha inventato gli esplosivi?” [La dinamite, ndr].
Che rispondere? E’ vero, nonostante consideriamo Talebani e integralisti Islamici biechi sostenitori di società e regimi sanguinari, maschilisti, religiosamente oscurantisti e fondati sulla guerra, non è difficile per loro scovare contraddizioni tra le “limpide convinzioni del mondo Occidentale”.

Massacro di Yazidi da parte dell’ISIS


Melek Taus

Melek Taus

Gli Yazidi, i seguaci dell'”Angelo-Pavone”, stanno morendo. Un’intera popolazione sta per scomparire dal Medio Oriente sterminata dall’avanzata dei miliziani sunniti dell’Isis. I combattenti dello Stato islamico in Iraq (di cui abbiamo parlato qui) hanno già colpito migliaia e migliaia di sciiti e di cristiani, ma adesso nel mirino ci sono i membri di questa comunità millenaria, infatti, sono almeno 500 gli Yazidi giustiziati nei giorni scorsi dagli jihadisti dello Stato Islamico a Sinjar, nel nord dell’Iraq, incluse donne e bimbi, cge potrebbero essere state sepolte vive, mwentre quasi 300 donne sono state rapite per essere trasformate in schiave.
Ma chi sono gli Yazidi?
Gli Yazidi sono un gruppo religioso di origine curda (curdofoni), costituito da circa 500.000/800.000 individui che vivono in tutto il Caucaso e soprattutto a Sinjar, la città nel Kurdistan iracheno situata a 50 chilometri dalla frontiera con la Siria (ma sono presenti in tutto il mondo). Accusati dall’ortodossia islamica di praticare culti eretici, essi sono stati duramente perseguitati dagli Ottomani e poi dal governo turco, a causa della loro separatezza etnica, nel corso della storia.
Lo Yazidismo sarebbe presente nel Vicino Oriente addirittura da più di 4.000 anni (anche se hanno subito forti riforme nel XIII secolo). In esso sarebbero confluiti nel tempo, elementi di giudaismo cabalistico, di Cristianesimo mazdeo (conosciuto come Zoroastrismo) e di misticismo islamico Sufi. Alcuni studiosi definiscono lo Yazidismo “il museo dei culti orientali”. essendo in effetti un complesso processo di sincretismo.
Lo yazidismo crede nella metempsicosi (la trasmigrazione delle anime, come nell’induismo, mentre ai giusti è destinato il paradiso). I miti della creazione risentono delle dottrine dello gnosticismo mentre vari riti (battesimo, forme di comunione, ecc.) si richiamano al cristianesimo, specialmente quello nestoriano.

Gli yazidi credono in un dio primordiale, la cui azione è terminata con la creazione dell’universo, ma venerano Melek Ṭāʾūs, che considerano un “dio attivo”, un angelo dalle sembianze di un pavone che, dopo essere decaduto, si pentì e decise di ricreare il mondo che era stato distrutto. Riempì perciò alcune giare con le sue lacrime e se ne servì per estinguere il fuoco dell’Inferno. Il culto di Melek Ṭāʾūs sembra contenere elementi propri di mitraismo, mazdeismo, manicheismo, islam e giudaismo. Con tutta probabilità, esso deriverebbe d un antico culto pre-islamico.
Melek Ṭāʾūs è spesso ritenuto dai musulmani uno shaytan, cioè un “diavolo” che devia i veri credenti. Nell’Islam, infatti, si ritiene che Iblis o Shaytan corrompa l’uomo, portandolo ad affiancare altre divinità ad Allah. Proprio a causa di tale interpretazione, gli yazidi sono stati spesso perseguitati con l’accusa di adorare il diavolo. Anche i Cristiano li hanno accusati di essere adoratori del Diavlo, proprio perché venerano l'”angelo caduto”, ovvero Lucifero.
Il sincretismo religioso degli Yazidi è complesso e come dice Danilo Arona nel “L’ombra del Dio Alato”, “non è facile da comprendere per un Occidentale”.
Danilo Arona accosta il culto degli Yazidi a quello di Pazuzu, antico Dio di orgine sumera, che rapesenta “il male”: l’angelo-pavone sarebbe sua diretta discendenza.
La pratica di venerare un dio apparentemente maligno, sarebbe giustificata dal desiderio di “cacciare il male con il male”.

Vedi il libro di Arona su Amazon (ma è presente in molti altri store).

La Crociata del terrorismo islamico colpisce soprattutto l’Islam


Nairobi, Kenya: lo Shabaab, movimento nato in Somalia a metà del 2006, più recentemente affiliato ad al-Qaeda, guidato da Ahmed Abdi Godane, il 21 settembre 2013 attacca il centro commerciale di Westgate e lo mettono sotto sequestro con uso di armi comprese granate. Dopo 2 giorni le forze dell’ordine kenyote cercano di rompere l’assedio. Al momento si contano 62 morti, 63 dispersi e 175 feriti.
Domenica 22 settembre, Peshawar, Pakistan: un kamikaze si fa saltare davanti alla chiesa di Khoati Bazaar: 81 morti tra i cristiani.
Circa 150 persone massacrate in nome di Dio. Il terrirosmo islamico continua nella sua decisione di emulare il suo grande nemico: l’integralismo cristiano di stampo medievale, la cui “manifestazione” più celebre restano le crociate, spedizioni armate contro cosiddetti infedeli con la convinzione di essere ispirati dal “vero Dio”. Sì, perché sia l’attentto di Nairobi (ma anche molti altri attentati di matrice islamica, compreso l’11 settembre), sia le Crociate cristiane hanno colpito anche gli appartenenti alla propria religione, quindi isclamici nel caso del terrorismo e cristiani nel caso delle Crociate (venivano chiamati eretici perché avevano una concezione teologica di Cristo lievemente diversa).
Che le Crociate siano una vergogna della Chiesa è innegabile, che il terrorismo islamico cerchi una “vendetta” alcontro le Crociate e il colonialismo occidentale facendo la stessa cosa è una vergogna dei terroristi e degli islamici che approvano, magari nascostamente, queste “azioni”.
E il modo migliore è chiamare il fenomeno contemporaneo del terrorismo islamico come Crociata Islamica.
Questo lo dico per stimolare il dibattito interno all’Islam: l’Occidente ha da tempo (dagli anni 60) aperto un dibattito pubblico culturale sulla Chiesa Cattolica, sui suoi errori del passato e quelli del presente, ma non è il soggetto giusto per contestare l’integralismo islamico, che invece deve essere criticato dall’interno, e quindi dai musulmani stessi. La laicità nella politica (anche di persone credenti) deve essere un valore anche tra i musulmani.

Palestina e Israele: tutti colpevoli!


La dissoluzione dei territori palestinesi

La dissoluzione dei territori palestinesi


Lo scontro decennale tra palestinesi e israeliani si riaccende per l’ennesima volta. Sembra che il bioritmo guerra-pace segua una sinusoide, i periodi di tregua e l’avvicinarsi della pace vengono puntualmente interrotti da un’inversione di tendenza che riporta tutto verso la guerra. Come un profondo respiro senza fine. Qualche studioso potrebbe pensare che questo conflitto sia una specie di termometro del mondo e scovare dei paralleli tra le alternanze pace-guerra e la situazione mondiale, vista sia la regolarità delle ricadute, sia la particolare risonanza mediatica di questo conflitto. E alla crisi economica mondiale non poteva mancare la guerra “per eccellenza”.
Noi non siamo ancora velleitari a tal punto da formulare questa ipotesi, ma sicuramente possiamo legare questo conflitto a una guerra “sotterranea”, o se preferite “fredda”, che ha come baricentro il Medio Oriente. Pensiamo sia all’Iran che fornisce armi alla Palestina che ha come obiettivo il sodalizio Israele-Stati Uniti, sia all’asse Russia-Cina, che, come ha dimostrato il caso della Siria, si oppone all’egemonia degli Stati Uniti in Medio Oriente.
L’immensa partita a scacchi mondiale porta a una guerra stretta e angusta combattuta addiruttura in una Striscia di trra di pochi chilometri.
E se a Gaza i bambini muoiono è colpa di tutti questi “poteri forti”, non solo del missile israeliano di turno. Ma nessuno è esente da responsabilità.
E tutti i politici da bar che riemergono in situazioni come queste dovrebbero, oltre a studiarsi la storia, tenere presente i seguenti fatti.
Israele
Israele è uno Stato, e come tutti gli Stati comprende una moltitudine di persone, tra cui pacifisti e integralisti religiosi (nella fattispecie ultraortodossi), ebrei sionisti e non, arabi ebrei (lo sapevate?), e musulmani israeliani, ma soprattutto comprende anche il Governo Netanyahu. Una cosa è essere ebrei ortodossi, un’altra sionisti (esistono anche ortodossi non sionisti, soprattutto in Usa), un’altra ancora Israeliani. Quindi chi si riempie la bocca di Israele dovrebbe fare queste distinzioni, perché le manifestazioni pacifiste degli israeliani non vanno d’accordo con la politica di aggressione della destra che il governo israeliano asseconda.
I sionisti hanno la responsabilità di violare costantemente (fino a oggi) i trattati internazionali e continuare a costruire colonie nei territori occupati.
Il Governo ha la responsabilità di assecondare i sionisti e la destra per avere l’appoggio politico e poter governare.
Palestina
Anche in questo caso, servono dei distinguo. Ci sono i palestinesi, Hamas (attualmente al governo), gli integralisti pro jihad e l’ANP.
Hamas, con l’appoggio degli integralisti, viola regolarmente gli accordi, le tregue e protegge i terroristi al proprio interno. Ora, considerare combattenti e non terroristi Hamas e gli integralisti kamikaze è controverso. Faccio degli esempi per ognuna delle fazioni: rivolgendomi agli italiani come chiamereste Pietro Micca che si fece esplodere per impedire alle truppe francesi di conquistare Torino durante l’assedio del 1706?
Come dimenticare, del resto, Il massacro di Monaco del 1972, in cui dei fedayyìn palestinesi palestinesi uccisero 11 atleti israeliani che stavano partecipando alle Olimpiadi.
Inoltre, giusto per stare in Italia, molti hanno dimenticato la strage di Fiumicino nel 1985, dove i terroristi palestinesi uccisero 16 persone ferendone circa 100.
Credo che, aparte eccezioni, la differenza tra terrorismo e lotta per la libertà sia abbastanza semplice.
L’intifadah (il lancio di pietre) è lotta per la libertà, farsi esplodere in un autobus israeliano è terrorismo. L’ANP è un organizzazione lecita, mentre non dimentichiamo che i kamikaze palestinesi sono stati la fonte d’ispirazione di Osama Bin Laden e dei Talebani, niente meno.
È quindi necessario, sia per noi, ma soprattutto per i Palestinesi, cominciare a distinguere gli integralisti religiosi dai combattenti per la libertà. La jihad non c’entra niente con la Palestina, o almeno non dovrebbe.
Stati Uniti
Non mi stupisce come gli Stati Uniti (in cui vivono milioni di ebrei) siano filoisraeliani, non stupisce nemmeno che gli Stati Uniti abbiano ottimi rapporti con l’Arabia Saudita (monarchia assoluta, con la più integrale versione dell’Islam, ma ricca della materia prima che fa muovere il mondo, ovvero il petrolio), mentre i rapporti con la Palestina non sono per niente buoni (è una democrazia, non è integralista, ma è un Paese molto povero).
Queste riflessioni fanno capire che le democrazie occidentali non creano alleanze in base alle proprie idee democratiche, ma al profitto. Più che “democrazie” si tratta di “capitalismi”.
Europa
Il vecchio continente sembra ergersi ad arbitro (inascoltato) del conflitto. Sembra invece comportarti come gli Stati Uniti, solo che in Europa vivono milioni di musulmani e non di ebrei (che inazisti – che erano europei – hanno eliminato in massa), quindi sembra ovvio che si parteggi leggermente più per le motivazioni dei palestinesi. Falso buonismo.

Resta il fatto che la Palestina ha il diritto di avere uno Stato vero (non le vergognose riserve “indiane” di adesso, entro i confini stabiliti nel 1967), e che Israele ha diritto alla propria tranquillità e non si deve sentire minacciato dall’Iran e da gran parte dei Paesi del Medio Oriente.
Resta il fatto che Israele è un paese ricco che continua a colonizzare terre di un Paese povero.
Resta il fatto che nessuno dei due contendenti vuole la pace.
Antisemitismo
Infine, non poteva mancare l’antisemitismo, che ultimamente ha permeato pure certi ambienti di estrema sinistr! Essere fascisti, nazisti, neonazisti o postfascisti è vergognoso, ma essere comunisti antisemiti è lo stesso.
Contestare Israele e le scelte del proprio governo è lecito, essere contro gli ebrei no.
Contestare i Palestinesi perché hanno eletto Hamas al Governo è incomprensione dei livelli indecenti di vita dei palestinesi.
Al Salaam! Shalom!