Berlusconi ultimo atto


Sembra andato in scena l’atto conclusivo della rappresentazione dell’era Berlusconi, una sorta di farsa ventennale (farsa non in senso polemico, ma nel vero senso del termine, ovvero di rappresentazione tra il divertente e il drammatico, come Berlusconi stesso ha voluto).
Stiamo parlando dell’annuncio, il 26 ottobre, della rinuncia alla ricandidatura politica, quello, il 27, della sentenza che lo condanna a quattro anni per frode fiscale, e, il 28-29, dei risultati catastrofici del Pdl alle elezioni amministrative della Sicilia.
La fine annunciata di Berlusconi si risolve in soli quattro giorni, a meno di un anno dal crollo politico del suo governo.
La sentenza dimostra che l’Italia ha avuto un Presidente del Consiglio reo di frode fiscale (condanna che va aggiunta alle tre precendenti), nonostante le ormai nenie complottiste delle “toghe rosse”. Infatti, che cos’ha di diverso la teoria delle toghe rosse, per esempio, dalla teoria che l’11 settembre sia un piano del governo statunitense?
Non esiste nessuna prova, ma solo indizi di parte che vengono organizzati senza tenere conto delle ragioni dei magistrati stessi. Diciamolo francamente: la magistratura è storicamente legata alla destra, questo è risaputo: al limite, al posto del delirante concetto di magistarti “comunisti” si può parlare di un gruppo minoritario di magistarti riunito sotto al bandiera di Di Pietro e dell’Italia dei Valori, contro il dilagare della corruzione.
Queste “toghe dei valori”, non certo rosse, potrebbero aver deciso di penalizzare una certa parte politica facendo leva sulla corruzione.
A parte il fatto che stiamo parlando ancora di una teoria non dimostrata, gli ambienti del Pdl cadono in contraddizione quando fanno notare che pochi processi hanno centrato il loro obiettivo di “delegittimazione politica”. Questi fatti mi sembrano la conferma che i processi non siano a senso unico, ma che esista ancora il tanto decantato garantismo (che per inciso non significa passarla liscia, cari sedicenti garantisti, ma significa considerare l’imputato innocente a tutti gli effetti fino a prova contraria).
Infine, il fatto che Berlusconi sia politicamente defunto, separa definitivamente la deligittimazione politica dalle intenzioni dei magistrati.
Insomma, Berlusoni si ostina ancora a parlare di toghe rosse come di Forza Italia, di come lui sia ancora incensurato, senza specificare che la maggioranza dei processi si sono conclusi in prescrizione, che non significa che l’imputato è innocente, no, significa: il reato non è così importante da dover procedere penalmente per più di un certo numero di anni. Il che la dice lunga di come il tizio in questione (ormai lo possiamo chiamare così), abbia una buona probabilità di averla letteralmente “passata liscia” per motivi formali.
Berlusconismo.
Che a capo del’Italia ci fosse stato un corrotto o no, poco importa, ora che il tizio e il suo disgregato gruppo non sono più politicamente influenti. Quello su cui tutti sono d’accordo è che l’era Berlusconi sia da considerare un periodo (per usare le parole della figlia Marina) straordinario (ovvero non ordinario) e che in Storia si studierà al pari dell’era Giolitti (per non dire Mussolini). Che poi ci abbia accompagnato nel baratro politico, amorale, maschilista, anticulturale e decadente è un opinione non assoluta, ma di una parte consistente del Paese, intellettuali e analisti sociali compresi.
Il problema è che il berlusconismo, anche se pare non avere grandi prospettive, non è morto.
Oltre al discorso puramente politico e del dissolvimento del Pdl, i caratteri “berlusconisti”, da un anno a questa parte, si notino come papaveri in un campo di grano (o come deiezioni nel deserto). Alcuni esempi: Renato Brunetta e altri esponenti del Pdl che fanno il gioco delle tre carte con le cifre per scaricare goffamente la responsabilità della crisi (che c’è dal 2008) su Monti (che denota la bassa professionalità dei politici berlusconisti e del modo in cui hanno rovinato l’immgine pubblica del politico, mentendo spudoratamente), Angelo Alfano che dice che non considera una sconfitta il crollo del suo partito in Sicilia, infine, elementi da estirpare rapidamente dalla politica come Franco Fiorito o Roberto Formigoni, che sembrano essere andati a scuola di berlusconismo, attaccando per difendersi, ostentando la propria corruzione come destrezza, anziché vergognarsi e nasconderla.
Insomma, gente ormai avulsa dalla realtà politica, che scarica ogni responsabilità agli altri salvando sempre se stessi, ultime vuote marionette della farsa berlusconiana che irritano forse più di prima, in quanto non si rendono conto che il clima politico e sociale è cambiato, che l’ingenua follia del berlusconismo è agonizzante, e che non siamo più nell’epoca dell'”io ho sempre ragione e tu hai sempre torto”.
Non a caso i berlusconisti sono gli eredi di Craxi, il primo che indignò l’opinione pubblica e che contribuì alla rovina dell’immagine del politico, oggi decisamente compromessa. Se Beppe Grillo cresce a livello esponenziale (vedi nostro articolo in merito) è grazie all’immagine che i berlusconisti hanno dato (e danno) del politico.
Immagino che la destra si riorganizzi in qualche anno, auguro loro solo di scegliere una strana diversa, caratterizzata dalla professionalità, dalla serietà, della moralità, lontana dalla spettacolarizzazione mediatica (caratteristiche che una volta appartenevano proprio alla destra), questo perché il mio discorso non venga preso per un “discorso di sinistra”, ma una riflessione sulle radici della crisi ideologica e politica del nostro Paese confinante.
Montismo.
Colgo infine l’occasione di chiarire la nostra posizione rispetto al governo Monti. In questi mesi di governo, infatti, abbiamo notato un netto “scolorimento” delle intenzioni di lotta all’evasione fiscale, alla corruzione e in generale del ripristino dei conti con una politica di equità sociale, che sembravano caratterizzare gli esordi di Monti. La sua connivenza con il mondo bancario non è solo un’ipotesi complottista, lo dimostra il fatto che l’ipotesi di eliminare o quanto meno ridurre le spese delle operazioni bancarie, è stata ritirata in fretta e furia dopo la minaccia dell’ABI, timorosa che la propria dirigenza e il proprio managment dovessero rinunciare ai loro stipendi a sei cifre.
Monti non poteva dire no alle banche, così ha optato per l’aumento dell’Iva, dimostrando ai fatti di ignorare i presupposti con cui aveva cominciato.
Nonostante ciò, la Neorepubblica di Torriglia, avendo votato la fiducia (anche se solo di un voto), si rende conto che le opinioni personali sono una cosa personale, altro è la convivenza sociale. Così, coerentemente alle scelte prese, rispetta il proprio appoggio a Monti fino alle prossime elezioni, che sia augura vengano il prima possibile con una nuova legge elettorale.

Due parole su Beppe Grillo


Il Movimento 5 Stelle è spesso stigmatizzato o, fino a ora, ignorato.
Considerato espressione dell’antipolitica, si può dare adito a questa definizione considerando la politica nella sua accezione degenerativa: nel momento in cui la politica è corrotta, ha obiettivi ad personam, e in generale si allontana dall’etica (ci cui la potica è parente stretta), allora è normale pensare all’antipolitica nel senso di “rinnovamento politico”.
Antipolitica è anticorruzione, ecco eprché la gente vota 5 Stelle.
Si tratta quindi di una classica definizione “dispregiativa” che ha e avrà risvolti non previsti dai chi ha coniato l’espressione. Così come i “macchiaioli” erano definiti quei pittori livornesi che più che dipingere “macchiavano le tele”, fino a essere poi considerati uno dei movimenti italiani più originali della pittura italiana di fine XIX secolo, credo che il Movimento 5 stelle farà dell’antipolitica il suo punto di forza nel senso di profondo rinnovamento di concepire l’arte sacra della politica.
Innanzitutto, il Movimento 5 stelle h la caratteristica di essere un movimento nato dal basso, principio fondamentale della democrazia e della politica.
Il difetto di essere populista (che in realtà in parte condivide con i partiti via via fondati ex nihilo da Silvio Berlusconi o dall’Italia diei Valori di Antonio Di Pietro) non è così marcato come potrebbe sembrare, e questo per il semplice motivo che Beppe Grillo è decisamente diverso da Silvio Berlusconi, ma anche da Di Pietro.
A parte una buona vis satirica (in Grillo enormemente migliore), i tre leader hanno origini completamente diverse. Berlusoni era un imprenditore con metà del Quinto Potere italiano nelle mani (tre televisioni nazionali), Di Pietro faceva parte della Magistratura, Grillo è un comico.
Berlusconi e Di Pietro sono stati il deus ex machina dei propri partiti, Grillo non è che il “megafono” del Movimento, non è in politica come candidato e, si spera, non ne farà mai parte.
Questo fatto è spesso presentato dai partigiani mass media italiani come una cosa negativa, una specie di “abbandono della nave alla Schettino”.
In questo modo, però, Grillo non ha il controllo totale del Movimento, che potrà crescere e svilupparsi in modo autonomo. In tal senso c’è anche il rischio, tanto per dirne una, che il Movimento 5 stelle si organizzi in bande fasciste e faccia spedizioni punitive.
In realtà questa è la garanzia che alcune “sparate” veramente fuori luogo di Beppe Grillo (come sugli immigrati, sulla Mafia e sull’abbandono dell’Euro), vengano ignorate, in autonomia, dal Movimento.
Personalmente conosco alcuni del Movimento e, oltre che cittadini “qualcunque”, ex sinistrorsi delusi, ci sono (a sorpresa per qualcuno) intellettuali di ogni provenienza politica.
Ma come: intellettuali che fanno antipolitica? Infatti, meditate su questo, il Movimento 5 Stelle nasce in modo analogo alla Lega di vent’anni fa (voto di protesta), ma a parer mio ha basi culturalmente più solide di una fantomatica “identita padana” e un ridicolo “cerchio magico”.
Ci auguriamo quindi che Movimento 5 Stelle e antipolitica (nel senso di rinnovamento politico) si sviluppino secondo le idee di “pulizia” ed etica che sono prorpie della vera politica e che Beppe Grillo rimanga sempre l’eccezionale comico qual è, senza intervenire sulle direttive del Movimento, lasciando così certe sue “sparate” alla satira e non alla politica.