La Valle dei Cartaginesi sull’Appennino


La valle dei Cartaginesi è la Val Boreca, e le montagne che la circondano. Si tratta di una breve e angusta valle incastonata tra quattro regioni italiane, Emilia, Lombardia, Piemonte e Liguria. Il torrente Boreca si getta nel Trebbia a est, e per questo è la propaggine occidentale dell’Emilia-Romagna, ma è circondata da confini regionali su tre lati. A nord, attraverso il passo del Giovà (dopo il monte Penice, Tartago e Lesima) si giunge nell’Oltrepò pavese, a ovest si supera il passo verso la Val Borbera piemontese passando da Capannette di Rej e Capanne di Cosola, mentre a Sud si sconfina in Liguria, verso Casa del Romano. Una valle che ancora oggi è un punto di confine, dove si parla in piacentino, genovese e piemontese.
Come spesso accade nella storia, il ruolo di alcuni territori rimane invariato, e per questi luoghi probabilmente fu così fin da prima dell’epoca romana.
Il 18 dicembre del 218 a.C., nell’ambito della Seconda Guerra Punica, avvenne la battaglia del Trebbia, combattuta tra l’esercito di Annibale Barchi e i soldati romani della nuova colonia di Placentia di Publio Cornelio Scipione (ne avevamo già parlato). La battaglia avvenne con i famosi elefanti rimasti dopo la moria per l’attraversamento delle Alpi e avvenne nei pressi di Gossolengo, non lontano da Piacenza (un’interpretazione sostiene che il nome derivi da un “osso lungo” ritrovato nei pressi, osso presumibilmente di elefante).

Veduta di Tartago

Veduta di Tartago


La battaglia del Trebbia vide un chiaro successo di Annibale, che gli permise di conquistare quasi tutta la Val Padana.
Dopodiché non è chiaro il tragitto intrapreso dal generale punico. Ma lui stesso, o un distaccamento, deve aver risalito la Val Trebbia per cercare alleati tra i Celti liguri. Genova era rimasta sotto controllo romano e non deve aver ceduto alla tentazione. La legione cartaginese deve aver quindi deciso d’insediarsi in una valle abbastanza sicura e strategicamente importante per piantare i propri accampamenti. E deve aver scelto la Val Boreca.
Come lo sapiamo? Purtroppo sono quasi nulli i ritrovamenti di reperti cartaginesi (ma questo vale anche per la battaglia del Trebbia, nonostante sia stata una strage) ma, oltre a una moneta cartaginese abbastanza rara rinvenuta ad Alpe (nella valle immediatamente a sud), c’è una serie di indizi toponomastici sempre più inequivocabili. Vediamoli.
In una mappa sarda del Settecento troviamo l’indicazione, tra il passo del Giovà e la Val Boreca, della “Via di Annibale”. I Cartaginesi non erano nuovi a chiamare i nuovi insediamenti con il nome delle città di provenienza, come attesta la città di Cartagena nel sud della Spagna.
Tartago

Tartago


Abbiamo percorso la valle partendo dal Trebbia e abbiamo incontrato il paesino di Tartago. Veramente un nome evocativo.
Zerba

Zerba


Di fronte a esso, dall’altra parte della valle, c’è Zerba, che ricorda la città tunisina di Djerba.
Bogli

Bogli


Ma risalendo il torrente, troviamo Bogli (che potrebbe essere Bougie, sulla costa mediterranea tra Algeria e Tunisia), dove una leggenda narra di alcuni saraceni che vi posero dimora, ma non vi sostarono a lungo, non sopportando i rigori invernali, ed esattamente di fronte il delizioso abitato di Suzzi (dalla cittadina tunisina di Sousse).
Suzzi

Suzzi


Risalendo la costa verso il monte Carmo, e sconfinando in Piemonte, ecco il paesino di Cartasegna (ancora Cartagine!), mentre poco a sud abbiamo Barchi (il cognome di Annibale). Non voglio aggiungere Artana (che ha la stessa radice “arta” di Cartagine) perché sarebbe forzato e un po’ inutile.
Cartasegna

Cartasegna

Barchi

Barchi


Abbiamo già accennato al monte Tartago, al monte Penice (da “fenici”) e al monte Lesima (dove una leggenda vuole che Annibale si sia ferito una mano durante un sopralluogo, e per questo venne chiamato “lesa manus”).
In pratica la quasi totalità dei paesi può essere riconducibile ai Cartaginesi e in alcuni casi in modo inequivocabile.
Nel punto più alto, sulla costa tra emilia e Piemonte, dove si possono controllare entrambi i versanti, ci sono dei resti di un castello, etimologicamente conosciuto semplicemente come Castello. Si potrebbero fare delle ricerche per riuscire a datarne le fondamenta. Il castello si trova sull’antica via del Mare e la via del Sale (che poi prenderanno direzioni diverse), sentieri molti frequentati fin dalla preistoria, che attraversava gli Appennini dal Mar Tirreno-Ligure alla Val Padana lungo le cime delle montagne, poiché ai tempi le valli erano più instabili e pericolose (per gli animali e i boschi). Via che fu percorsa in epoca romana, medievale, ripresa dai Partigiani, seguiti poi dai tedeschi per i loro rastrellamenti.
A nord del passo del Giovà c’è anche Pian dell’Armà: è vero che esistono numerosi luoghi dove gli eserciti si “allenavano alla guerra” (da cui tutte le etimologie di “Campo di Marte” e derivati), ma quale esercito poteva allenarsi in questa valle così fuori mano?
Ci sarebbe poi un Casone di Zerbe nei pressi di Casa del Romano e, più a sud, Carpeneto (che starebbe per ca’ dei Fenici, ma di “Carpeneti” e simili l’Italia è piena e nonostante i cartaginesi si siano accampati un po’ dovunque nella penisola, starei cauto), forse segno che in una fase successiva i cartaginesi si sono fusi con la popolazione locale, come è successo altrove.
Infine, sempre lungo questa Via, dopo Capanne di Carrega, c’è il villaggio dal curioso nome di Casa del Romano. Una leggenda priva di fondamento racconta di un’assurda storia d’amore, ma a noi, osservando la posizione, sembra più plausibile che si trattasse del confine del territorio dei Cartaginesi, presidiato da alleati dei romani, e quindi chiamato Casa del Romano.
Insomma, una valle apparentemente periferica e sperduta, è stata invece il centro di un grosso traffico nell’Italia nordoccidentale e la sede di una serie di accampamenti punici.

Principato di Seborga


Dossier Micronazioni Parte III.
Procediamo nella nostra indagine investigando il territorio circonvicino: in Liguria, troviamo un ottimo esempio di micronazione a scopo turistico sulla base dell’assenza formale dell’annessione al Regno di Sardegna e quindi all’Italia: il Principato di Seborga.

Bandiera di Seborga

Bandiera di Seborga


Moneta da 2 luigini del Principato di Seborga (1995)

Moneta da 2 luigini del Principato di Seborga (1995)

Moneta da 0,5 Luigini del Principato di Seborga (1995)

Moneta da 0,5 Luigini del Principato di Seborga (1995)


Francobolli del Principato di Seborga (1994)

Francobolli del Principato di Seborga


A partire dagli anni Cinquanta del XX secolo alcuni membri della comunità di Seborga hanno rivendicato un’indipendenza dalla Repubblica Italiana, in virtù di un antico status di Principato di cui la località anticamente avrebbe goduto, ritenendo non valida l’annessione al Regno di Sardegna.
Con appalto concesso dal Principe Abate Cesare Barcillon a Bernardino Bareste di Mougins il 24 Dicembre 1666 il principato istituì la Zecca per battere monete proprie.
Seborga è da considerarsi a prima monarchia costituzionale del mondo essendo nata nel 954 e governata da Abati, da prima Benedettini, poi Cistercensi, eletti pro tempore, quindi di diritto e non per discendenza.
Lo storico tedesco Wolfang Schippke sostiene nel suo libro Strade di montagna della costa Ligure che il Principato di Seborga è stato riconosciuto da Mussolini, in un documento ritrovato a Berlino risalente all’anno 1934, nel quale si dichiarava che “sicuramente il Principato di Seborga non appartiene all’Italia”.
Le antiche monete coniate in oro ed argento portano, da un lato, l’effige da San benedetto con l’iscrizione Decus et Ornamentum Ecclesiae, dall’altro uno scudo sormontato da una corona fiorita contenente, fra due rami di palma, una mitra abbaziale con sotto incisa la data e l’iscrizione: Monasterium Lerinense Princeps Sepulcri Congregationis Cassinensis. Seborga chiuse la zecca nel 1688 dopo la protesta del re di Francia per l’appalto concesso ad un ugonotto di Nimes certo D’Abric.
I cittadini di Seborga eleggono un principe con funzioni prettamente simboliche (Giorgio I, al secolo Giorgio Carbone, ha regnato dal 14 maggio 1963 fino alla sua morte, il 25 novembre 2009. Dal 25 aprile 2010 regna Marcello I, al secolo Marcello Menegatto), coadiuvato da un consiglio di 9 ministri (al momento sono: Mauro Carassale, Segretario di Stato; Mirko Ferrari, Ministro della Motorizzazione e Anagrafe; Nina Menegatto, Ministro degli Affari Esteri; Bruno Santo, Ministro dei Beni ambientali e Territorio; Maria Carmela Serra, Ministro Istruzione, Gioventù e Cancelliere del Consiglio della Corona; Domenico Falbo, Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali; Daniele Zanni, Ministro della Sanità; Giuseppe Bernardi, Ministro dello Sport e Turismo – Finanze; Mirco Biancheri, Ministro della Giustizia (Guardasigilli).
La Carica di Principe e il Consiglio della Corona hanno durata di 7 anni al termine del quale vengono sciolti e sono indette nuove elezioni. Alla carica di Principe può aspirare qualsiasi cittadino. I candidati vengono esaminati dal Consiglio dei Priori (composto da tutti i cittadini del Principato di Seborga aventi un genitore ed un figlio in vita) e tra essi ne vengono selezionati due. I cittadini, attraverso elezioni palesi, sceglieranno quindi tra i due candidati il futuro sovrano che regnerà sul Principato per altri 7 anni.
Il Principato di Seborga conia una moneta, chiamata Luigino (nome ispirato a quello delle monete coniate nel XVII secolo) utilizzata come buono spendibile in città. Il valore dato al Luigino è fissato in 6 dollari statunitensi.
Seborga ha anche proprie targhe automobilistiche che sono utilizzate a latere di quelle italiane. Vengono poi distribuiti ai richiedenti passaporti e patenti di guida recanti l’effigie e i timbri del Principato, che hanno funzione folcloristica e di promozione turistica.
Il Principato di Seborga

Il Principato di Seborga


Rileggi dalla Parte I.
Vai alla Parte IV.

Se mi dai un Nizza io ti do la Capraia e Montecristo


Mentre la NeoRepubblica di Torriglia (che alcuni ritengono una follia, uno scherzo, un divertissment…) porta avanti le trattative per vendere la Corsica all’Italia, la proposta di legge fatta in questi giorni in questo Paese di eliminare le provincie sotto ai 300.000 abitanti e i comuni sotto i 1.000 abitanti, sta provocando critiche e proposte per certi versi balzane, per altri interessantissime.
Citiamo solo le più importanti: Imperia e Savona chiedono l’accorpamento con la provincia di Cuneo, piuttosto che far parte della regione Liguria a provincia unica genovese. Imperia ipotizza addirittura una regione extraterritoriale (un’interregione?) che comprenda anche Nizza!
Interessante anche la proposta del sindaco di Capraia (che raggiunge a malapena 400 abitanti): staccarsi dalla Toscana e unirsi alla Corsica!
E che dire della volontà dei sette comuni del Cadore (che andrebbero tutti accorpati) di unirsi al Vaticano? (Una donazione stile Liutprando? Lo Stato della Chiesa ricomincia la sua fase espansionistica?)
Non vogliamo parlare dell’analisi sociologica che andrebbe fatta (liguri non genovesi che amano più la Francia di Genova, toscani che si sentono più francesi che italiani), del resto siamo abituati a queste cose (lombardi che non si sentono italiani, veneti che rifondano la Serenissima…). Piuttosto ci preme far notare come queste ipotesi difficilmente praticabili (ma non impossibili in linea teorica), siano sempre più utilizzare per scopi politici pratici. Una minaccia come quelle di Imperia, Savona e Capraia (e le molte altre di questi giorni) potrebbero ottenere più di quanto molti non credano.
E ci auguriamo che la nostra idea (che risale al 2004) ottenga la stessa attenzione e il rispetto di un progetto sì di difficile realizzazione, ma con un grande potenziale potere di ottenere attenzione politica.