Stato Islamico o banche occidentali: chi è il vero mostro?


E’ notizia di questi giorni che anche il califfato islamico dello sceicco Abu Bakr al Baghdadi ha la sua banca: ha aperto i battenti in un quartiere a est di Mosul con tanto di targa con la scritta “Banca Islamica” dove, come impongono i precetti dell’Islam puro, i prestiti si concedono senza interessi.
Non solleviamo alcun dubbio su quanto siano abominevoli i fautori dell’ISIS e non ci piace nemmeno il discorso “almeno una cosa buona c’è” come molti italiani criptofascisti fanno nei confronti di un sanguinario come Mussolini, tessendone le lodi per l’edilizia o altri campi. Non è un cosa lodevole che cancella le mostruosità.
Il nostro discorso è: i tassi d’interesse che le banche occidentali ci hanno imposto negli anni del boom finanziario erano giustificati? Se i consulenti finanziari fino a 10 anni fa ritenevano impossibile che il tasso potesse scendere ai livelli in cui è oggi (tra la mia perplessità), la realtà ha dimostrato che gran parte del livello dei tassi era speculativo e non per motivazioni fondanti (come l’inflazione o il costo del denaro).
Oggi per la “Banca Islamica” non sarà nemmeno difficile prestare a tasso zero, visto che il tasso in Occidente è dello 0,25%. Ma sono e resto convinto, come 10 anni fa, che la banca lavora sempre e comunque contro l’utente, tranne nei casi in cui il profitto derivante dai soldi dell’utente è notevole. Mi chiedo ancora perché se la banca ci presta i soldi noi dobbiamo pagare tassi spropositati e presentare garanzie ferree, quando noi quotidianamente prestiamo soldi alle banche con tassi completamente assorbiti da spese incredibilmente ingiustificate? Per far funzionare un sistema che non dà garanzie assolute, come la crisi finanziaria ha dimostrato?
E allora che l’Occidente cominci a prestare a tasso 0, almeno in questo periodo in cui l’inflazione e altri fattori che determinano il tasso sono talmente bassi da essere ininluenti. Fino a quel momento la banca sarà solo un’istituzione che mira alla propria sopravvivenza.

Berlusconi destituito, pardon decaduto da senatore


Berlusconi è da oggi dichiarato decaduto da senatore.
Il 25 luglio 1943 il re Giorgio Napolitano I fa arrestare Silvio Berlusconi, in previsione dell’armistizio del 3 settembre, reso pubblico alle inutili masse soltanto l’8 settembre 1943. Il re si trasferisce in Puglia dove costituisce un governo sotto tutela degli Alleati, che dichiara guerra alla Casta politica”.
Il brano che avete appena letto si definisce “ucronia”, un gioco di parallelismi storici.
Con la decadenza di Berlusconi è stato resa esecutiva la soluzione del surreale paradosso italiano per cui la corruzione, il controllo dell’informazione e il sessismo erano al governo e/o a capo di una colazione politica.
Ma, come abbiamo sempre sostenuto, il problema non è solo la persona, ma la “disetica” che c’è alla base, chiamata “berlusconismo”.
Negli ultimi 20 anni (ce in particolare modo negli ultimi 5 anni e mezzo, dalla caduta del governo Prodi e l’inizio della crisi economica) il binomio berlusconismo/antiberlusconismo ha fatto dell’Italia il Paese più povero del G8, con una disoccupazione e un debito pubblico altissimi, senza politiche coerenti del lavoro (basta citare i contratti a progetto, quasi sempre schiavitù legalizzate) e ha reso l’Italia agli occhi degli altri Paesi un paese dove la libertà d’informazione è pari a un Paese semidittatoriale dell’Africa e dell’Asia (ci sono decine di classifiche).
Non dimentichiamo che una delle regole più importanti della democrazia è che l’informazione, soprattutto quella generalista, dev’essere svincolata dalla politica (questo sembrano dimenticarlo tutti)! In Italia ci si appella al fatto che chiunque può dire la propria opinione, che verrà diffusa a poche centinaia di persone, mentre i Tg nazionali delirano proclami politici senza mezzi termini a milioni di ascoltatori.
In Italia non solo l’informazione non è mai stata slegata dalla politica, ma spesso si è vincolata direttamente ai gruppi politici, creando situazioni che, per chi non lo sa, sono simili a regimi di Paesi in via di sviluppo. Ecco perché la democrazia sana è lontana.
Ma non vogliamo rovinare la giornata: rimaniamo ottimisti e siamo felici che un personaggio iniquo, deleterio, superficiale, maschilista, corrotto e gerontocrate sia stato consegnato alle accuse della Storia (che saranno parecchie).
Ai posteri l’ardua sentenza.

Berlusconi ultimo atto


Sembra andato in scena l’atto conclusivo della rappresentazione dell’era Berlusconi, una sorta di farsa ventennale (farsa non in senso polemico, ma nel vero senso del termine, ovvero di rappresentazione tra il divertente e il drammatico, come Berlusconi stesso ha voluto).
Stiamo parlando dell’annuncio, il 26 ottobre, della rinuncia alla ricandidatura politica, quello, il 27, della sentenza che lo condanna a quattro anni per frode fiscale, e, il 28-29, dei risultati catastrofici del Pdl alle elezioni amministrative della Sicilia.
La fine annunciata di Berlusconi si risolve in soli quattro giorni, a meno di un anno dal crollo politico del suo governo.
La sentenza dimostra che l’Italia ha avuto un Presidente del Consiglio reo di frode fiscale (condanna che va aggiunta alle tre precendenti), nonostante le ormai nenie complottiste delle “toghe rosse”. Infatti, che cos’ha di diverso la teoria delle toghe rosse, per esempio, dalla teoria che l’11 settembre sia un piano del governo statunitense?
Non esiste nessuna prova, ma solo indizi di parte che vengono organizzati senza tenere conto delle ragioni dei magistrati stessi. Diciamolo francamente: la magistratura è storicamente legata alla destra, questo è risaputo: al limite, al posto del delirante concetto di magistarti “comunisti” si può parlare di un gruppo minoritario di magistarti riunito sotto al bandiera di Di Pietro e dell’Italia dei Valori, contro il dilagare della corruzione.
Queste “toghe dei valori”, non certo rosse, potrebbero aver deciso di penalizzare una certa parte politica facendo leva sulla corruzione.
A parte il fatto che stiamo parlando ancora di una teoria non dimostrata, gli ambienti del Pdl cadono in contraddizione quando fanno notare che pochi processi hanno centrato il loro obiettivo di “delegittimazione politica”. Questi fatti mi sembrano la conferma che i processi non siano a senso unico, ma che esista ancora il tanto decantato garantismo (che per inciso non significa passarla liscia, cari sedicenti garantisti, ma significa considerare l’imputato innocente a tutti gli effetti fino a prova contraria).
Infine, il fatto che Berlusconi sia politicamente defunto, separa definitivamente la deligittimazione politica dalle intenzioni dei magistrati.
Insomma, Berlusoni si ostina ancora a parlare di toghe rosse come di Forza Italia, di come lui sia ancora incensurato, senza specificare che la maggioranza dei processi si sono conclusi in prescrizione, che non significa che l’imputato è innocente, no, significa: il reato non è così importante da dover procedere penalmente per più di un certo numero di anni. Il che la dice lunga di come il tizio in questione (ormai lo possiamo chiamare così), abbia una buona probabilità di averla letteralmente “passata liscia” per motivi formali.
Berlusconismo.
Che a capo del’Italia ci fosse stato un corrotto o no, poco importa, ora che il tizio e il suo disgregato gruppo non sono più politicamente influenti. Quello su cui tutti sono d’accordo è che l’era Berlusconi sia da considerare un periodo (per usare le parole della figlia Marina) straordinario (ovvero non ordinario) e che in Storia si studierà al pari dell’era Giolitti (per non dire Mussolini). Che poi ci abbia accompagnato nel baratro politico, amorale, maschilista, anticulturale e decadente è un opinione non assoluta, ma di una parte consistente del Paese, intellettuali e analisti sociali compresi.
Il problema è che il berlusconismo, anche se pare non avere grandi prospettive, non è morto.
Oltre al discorso puramente politico e del dissolvimento del Pdl, i caratteri “berlusconisti”, da un anno a questa parte, si notino come papaveri in un campo di grano (o come deiezioni nel deserto). Alcuni esempi: Renato Brunetta e altri esponenti del Pdl che fanno il gioco delle tre carte con le cifre per scaricare goffamente la responsabilità della crisi (che c’è dal 2008) su Monti (che denota la bassa professionalità dei politici berlusconisti e del modo in cui hanno rovinato l’immgine pubblica del politico, mentendo spudoratamente), Angelo Alfano che dice che non considera una sconfitta il crollo del suo partito in Sicilia, infine, elementi da estirpare rapidamente dalla politica come Franco Fiorito o Roberto Formigoni, che sembrano essere andati a scuola di berlusconismo, attaccando per difendersi, ostentando la propria corruzione come destrezza, anziché vergognarsi e nasconderla.
Insomma, gente ormai avulsa dalla realtà politica, che scarica ogni responsabilità agli altri salvando sempre se stessi, ultime vuote marionette della farsa berlusconiana che irritano forse più di prima, in quanto non si rendono conto che il clima politico e sociale è cambiato, che l’ingenua follia del berlusconismo è agonizzante, e che non siamo più nell’epoca dell'”io ho sempre ragione e tu hai sempre torto”.
Non a caso i berlusconisti sono gli eredi di Craxi, il primo che indignò l’opinione pubblica e che contribuì alla rovina dell’immagine del politico, oggi decisamente compromessa. Se Beppe Grillo cresce a livello esponenziale (vedi nostro articolo in merito) è grazie all’immagine che i berlusconisti hanno dato (e danno) del politico.
Immagino che la destra si riorganizzi in qualche anno, auguro loro solo di scegliere una strana diversa, caratterizzata dalla professionalità, dalla serietà, della moralità, lontana dalla spettacolarizzazione mediatica (caratteristiche che una volta appartenevano proprio alla destra), questo perché il mio discorso non venga preso per un “discorso di sinistra”, ma una riflessione sulle radici della crisi ideologica e politica del nostro Paese confinante.
Montismo.
Colgo infine l’occasione di chiarire la nostra posizione rispetto al governo Monti. In questi mesi di governo, infatti, abbiamo notato un netto “scolorimento” delle intenzioni di lotta all’evasione fiscale, alla corruzione e in generale del ripristino dei conti con una politica di equità sociale, che sembravano caratterizzare gli esordi di Monti. La sua connivenza con il mondo bancario non è solo un’ipotesi complottista, lo dimostra il fatto che l’ipotesi di eliminare o quanto meno ridurre le spese delle operazioni bancarie, è stata ritirata in fretta e furia dopo la minaccia dell’ABI, timorosa che la propria dirigenza e il proprio managment dovessero rinunciare ai loro stipendi a sei cifre.
Monti non poteva dire no alle banche, così ha optato per l’aumento dell’Iva, dimostrando ai fatti di ignorare i presupposti con cui aveva cominciato.
Nonostante ciò, la Neorepubblica di Torriglia, avendo votato la fiducia (anche se solo di un voto), si rende conto che le opinioni personali sono una cosa personale, altro è la convivenza sociale. Così, coerentemente alle scelte prese, rispetta il proprio appoggio a Monti fino alle prossime elezioni, che sia augura vengano il prima possibile con una nuova legge elettorale.

Principato di Seborga


Dossier Micronazioni Parte III.
Procediamo nella nostra indagine investigando il territorio circonvicino: in Liguria, troviamo un ottimo esempio di micronazione a scopo turistico sulla base dell’assenza formale dell’annessione al Regno di Sardegna e quindi all’Italia: il Principato di Seborga.

Bandiera di Seborga

Bandiera di Seborga


Moneta da 2 luigini del Principato di Seborga (1995)

Moneta da 2 luigini del Principato di Seborga (1995)

Moneta da 0,5 Luigini del Principato di Seborga (1995)

Moneta da 0,5 Luigini del Principato di Seborga (1995)


Francobolli del Principato di Seborga (1994)

Francobolli del Principato di Seborga


A partire dagli anni Cinquanta del XX secolo alcuni membri della comunità di Seborga hanno rivendicato un’indipendenza dalla Repubblica Italiana, in virtù di un antico status di Principato di cui la località anticamente avrebbe goduto, ritenendo non valida l’annessione al Regno di Sardegna.
Con appalto concesso dal Principe Abate Cesare Barcillon a Bernardino Bareste di Mougins il 24 Dicembre 1666 il principato istituì la Zecca per battere monete proprie.
Seborga è da considerarsi a prima monarchia costituzionale del mondo essendo nata nel 954 e governata da Abati, da prima Benedettini, poi Cistercensi, eletti pro tempore, quindi di diritto e non per discendenza.
Lo storico tedesco Wolfang Schippke sostiene nel suo libro Strade di montagna della costa Ligure che il Principato di Seborga è stato riconosciuto da Mussolini, in un documento ritrovato a Berlino risalente all’anno 1934, nel quale si dichiarava che “sicuramente il Principato di Seborga non appartiene all’Italia”.
Le antiche monete coniate in oro ed argento portano, da un lato, l’effige da San benedetto con l’iscrizione Decus et Ornamentum Ecclesiae, dall’altro uno scudo sormontato da una corona fiorita contenente, fra due rami di palma, una mitra abbaziale con sotto incisa la data e l’iscrizione: Monasterium Lerinense Princeps Sepulcri Congregationis Cassinensis. Seborga chiuse la zecca nel 1688 dopo la protesta del re di Francia per l’appalto concesso ad un ugonotto di Nimes certo D’Abric.
I cittadini di Seborga eleggono un principe con funzioni prettamente simboliche (Giorgio I, al secolo Giorgio Carbone, ha regnato dal 14 maggio 1963 fino alla sua morte, il 25 novembre 2009. Dal 25 aprile 2010 regna Marcello I, al secolo Marcello Menegatto), coadiuvato da un consiglio di 9 ministri (al momento sono: Mauro Carassale, Segretario di Stato; Mirko Ferrari, Ministro della Motorizzazione e Anagrafe; Nina Menegatto, Ministro degli Affari Esteri; Bruno Santo, Ministro dei Beni ambientali e Territorio; Maria Carmela Serra, Ministro Istruzione, Gioventù e Cancelliere del Consiglio della Corona; Domenico Falbo, Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali; Daniele Zanni, Ministro della Sanità; Giuseppe Bernardi, Ministro dello Sport e Turismo – Finanze; Mirco Biancheri, Ministro della Giustizia (Guardasigilli).
La Carica di Principe e il Consiglio della Corona hanno durata di 7 anni al termine del quale vengono sciolti e sono indette nuove elezioni. Alla carica di Principe può aspirare qualsiasi cittadino. I candidati vengono esaminati dal Consiglio dei Priori (composto da tutti i cittadini del Principato di Seborga aventi un genitore ed un figlio in vita) e tra essi ne vengono selezionati due. I cittadini, attraverso elezioni palesi, sceglieranno quindi tra i due candidati il futuro sovrano che regnerà sul Principato per altri 7 anni.
Il Principato di Seborga conia una moneta, chiamata Luigino (nome ispirato a quello delle monete coniate nel XVII secolo) utilizzata come buono spendibile in città. Il valore dato al Luigino è fissato in 6 dollari statunitensi.
Seborga ha anche proprie targhe automobilistiche che sono utilizzate a latere di quelle italiane. Vengono poi distribuiti ai richiedenti passaporti e patenti di guida recanti l’effigie e i timbri del Principato, che hanno funzione folcloristica e di promozione turistica.
Il Principato di Seborga

Il Principato di Seborga


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