Libia: il vero scontro è tra Italia e Francia?


A Tripoli si combatte tra milizie rivali: nonostante diversi tentativi di mediazione, finora non è stata raggiunta alcuna tregua. La capitale libica è controllata dal governo di accordo nazionale guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, appoggiato dall’ONU e sostenuto con molta convinzione dall’Italia, prima dai governi Renzi e Gentiloni e oggi dal governo Conte. Nonostante quello di Serraj sia oggi il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, il primo ministro non può contare su un proprio esercito e per garantire la propria sicurezza deve fare affidamento alle milizie armate che gli sono fedeli. Gli scontri sono cominciati quando Tripoli è stata attaccata da sud da un gruppo di milizie guidate dalla Settima Brigata, considerata vicina al principale avversario di Serraj, cioè il generale Khalifa Haftar, l’uomo che controlla di fatto la Libia orientale e che vorrebbe controllare tutto il paese. Tra gli altri, Haftar è appoggiato dalla Francia del presidente Emmanuel Macron, che da tempo sta cercando di prendersi il suo spazio in Libia, secondo molti a discapito degli interessi italiani.

Secondo il governo italiano, gli scontri sarebbero il risultato delle politiche francesi in Libia degli ultimi anni, in particolare dell’intervento militare del 2011 che destituì l’ex presidente libico Muammar Gheddafi, e dell’attuale posizione politica della Francia a fianco di Haftar.

A quanto pare siamo al node del pettine della guerra del 2011 (di cui avevamo parlato molte volta, tra cui qui)

Gran finale, ma non a Sanremo: in Libia avanza l’ISIS, l’Italia potrebbe entrare in guerra!


Ultima puntata della Trasmissione "Tale e Quale show"Mentre metà degli italiani sono imbambolati alla tv per vedere il Festival di Sanremo, l’Isis avanza in Libia e arriva a Sirte, affacciata sul Mediterraneo a sole 200-300 miglia marine dall’Italia. “Una situazione che minaccia l’Italia”, è l’allarme del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che avverte: se la mediazione dell’Onu in corso dovesse fallire, siamo “pronti a combattere, in un quadro di legalità internazionale”.
La situazione è molto grave, anche e soprattutto per le inevitabili conseguenti fughe (e stragi) di immigrati verso le coste italiane.
Ma chi se ne frega! Io voglio vedere Caccamo, voglio sfottere la Tatangelo, e ridere su come si vestono senza (voler) sapere che il mio sguardo schernitore fa lo stesso gioco del vero appassionato. Triste è pensare che i numeri del Festival di Sanremo si basino su due elementi: 1. Una grande percentuale di spettatori guarda per denigrare, come si fa al circo con i clown, 2. La tv è sostanzialmente morta, se la confrontiamo con quella degli anni ’80-’90 (sia qualitativamente che come numero di spettatori), quindi è come se il Festival di Sanremo fosse un bastione sul nulla, un’oasi nel deserto televisivo.
Non è giusto invece denigrare chi ama il Festival (veramente), si tratta di musica, che piaccia o meno, ma è bene rendersi conto che il Festival di Sanremo, almeno da 40 anni (dei suoi 65) non ha più pre-corso le tendenze musicali e le mode, ma le ha sempre seguite a debita distanza, anche con un pizzico di snob, lo stesso snob di chi lo guarda ridendo.
Ma se stasera irrompesse al teatro Ariston uno strano personaggio vestito in thawb con in mano un Kalashnikov e smitragliasse recidendo, oltre agli steli dei fiori, le ossa degli elementi dell’orchestra e di qualche malcapitato cantante, sarei assolutamente inorridito, ma non stupito.