Galassia, la collana della casa editrice La Tribuna


Enciclopedia della Fantascienza in Italia. Parte 18 (vedi tutti gli articoli)

1961 Galassia (La Tribuna) n. 1

Dopo “Urania“, “I romanzi del Cosmo” e “Galaxy“, nel gennaio 1961 esce la quarta collana duratura di fantascienza: “Galassia“. Come abbiamo visto, dall’11° numero (nel 1959), “Galaxy” viene acquisita dalla casa editrice La Tribuna, che dopo due anni decide (grazie a Riccardo Valente) di affiancargli una collana di romanzi da edicola, sulla falsariga di “Urania” (e per motivi di mercato che vedono i romanzi vendere di più rispetto alle raccolte di racconti). Proprio per questa preferenza tutta italiana, la collana/rivista avrà grande fortuna, facendo uscire ben 237 numeri in 18 anni (quindi fino al 1979), risultando quindi al momento la terza collana più longeva come numeri usciti (dopo “Urania” [quasi 1670] e “Urania Classici” [309, terminata]), e quarta per anzianità di anni (dopo “Millemondi” [seconda serie], che al momento esce da 24 anni e minacciata da “Urania Collezione”, che esce da 16). La collana viene curata prima da Roberta Rambelli (dal 1962 al 1965), poi da Ugo Malaguti (fino al 1970), quindi da Vittorio Curtoni e Gianni Montanari (fino al 1974) e infine dal solo Montanari.

Per i primi anni presenta i maggiori autori statunitensi del periodo d’oro e successivi, poi con la conduzione di Malaguti e Curtoni/Montanari si orienterà verso la New Wave inglese, facendo conoscere al pubblico italiani nuovi autori anche d’avanguardia (John Brunner, Michael Moorcock, Eric Frank Russell, Brian W. Aldiss), senza trascurare i grandi nuovi nomi Usa (Philip K. Dick, Samuel R. Delany, Thomas M. Disch, Frank Herbert) e nemmeno i grandi autori russi (Ivan Antonovic Efremov, Aleksandr Beljaev e altri). Inoltre, dopo la chiusura di “Urania” agli italiani (1962), per alcuni anni Galassia sarà l’unica collana o quasi che pubblicherà autori italiani; escono romanzi della Rambelli, di Malaguti, di Montanari, di Curtoni (Dove stiamo volando), di Pierfrancesco Prosperi (Autocrisi), Mauro Antonio Miglieruolo (Come ladro di notte), Vittorio Catani (L’eternità e i mostri), Livio Horrakh (Grattanuvole) e Gianluigi Zuddas (Amazon), nonché di due “coraggiose” (e quindi rare per quei tempi) operazioni di antologie di racconti italiani (Amore a quattro dimensioni. Fantamore all’italiana e Fanta-Italia – Sedici mappe del nostro futuro). Tutto sommato, una collana che ha fatto la storia della fantascienza in Italia.

1963 Galassia (La Tribuna) n. 25

1964 Galassia (La Tribuna) n. 39

1967 Galassia (La Tribuna) n. 73

1970 Galassia (La Tribuna) n. 109

Graficamente, per i primi due anni le copertine sono tratte da illustratori della “Galaxy Science Fiction” statunitense, dal n. 25 il logo della testata s’ingrandisce e l’immagine occupa tutto lo spazio restante, prima occupato dal titolo del romanzo in verticale. Dal n. 39 il logo si differenzia dal lettering del Galaxy Usa; dal n. 63 si semplifica la grafica di costina; dal n. 73 la copertina diventa in bianco e nero (con la testata in rosso sia davanti che sulla costina) con prevalenti immagini astratte a cerchio; dal n. 97 riacquista il colore rosso anche l’immagine (che torna quadrata). Dal n. 109 (del 1969) si rinnova completamente grafica e logo di testata, riacquistando la quadricromia, e infine dal n. 235 assume una nuova elegante veste rossa, che però è destinata a durare 3 soli numeri, fino al “profetico” E scese la morte di David G. Compton (curioso notare che l’ultimo numero dei “Romanzi del Cosmo” fu L’ultimo domani di Antonio Bellomi).

Dal 1971 uscì la raccolta “Bigalassia” che raccoglieva tutti i numeri a due a due.

 

 

 

 

1971 Galassia (La Tribuna) n. 137 (Fantamore all’italiana – Amore a quattro dimensioni)

1972 Galassia (La Tribuna) n. 165 (Fanta-Italia – Sedici mappe del futuro)

1979 Galassia (La Tribuna) n. 237

1971 Bigalassia n. 1

Urania anni ’60: i rinnovamenti prima del “cerchio rosso”


Enciclopedia della Fantascienza in Italia. Parte 16 (vedi tutti gli articoli)

1957 Urania n. 153

Mentre le pubblicazioni (effimere) di fantascienza aumentano sulle ali dell’entusiasmo dello Sputnik e dell’esplorazione spaziale, Urania percepisce i cambiamenti dei lettori e si adegua alle loro abitudini. In particolare, il pubblico italiano, a causa anche di una cattiva gerarchia dei generi letterari data da una critica non al passo con i tempi, preferisce il romanzo (breve) al racconto e associa l’autore italiano al realismo e a una certa arretratezza tecnologica. La conseguenza è che diminuiscono drasticamente le riviste di racconti (su cui invece si basa il periodo d’oro della science-fiction statunitense) a profitto di collane di romanzi (o, come Urania, una “collana da edicola” o “rivista con romanzo e piccola rubrica”), diminuiscono gli autori italiani (che scompaiono completamente da Urania dal 1962), e infine i romanzi vengono tagliati drasticamente per farli rientrare nella misura “standard” della rivista. Tre fatti che influiranno negativamente sullo sviluppo della science-fiction italiana. Come detto, “I Romanzi di Urania” diventa semplicemente “Urania” dal n. 153 del 1957, mentre dal n. 173 del 1958 assume una caratteristica colorazione rossa che rende più riconoscibili i numeri in un’edicola che stava riempiendosi. Nel 1961 Giorgio Monicelli lascia la redazione, che viene affidata ad Andreina Negretti (in redazione già dal 1958) per qualche numero, fino all’avvento di Carlo Fruttero (affiancato dal 1964 a Franco Lucentini). Dal n. 273 del 1961 il formato si riduce al classico pocket e dal n. 281 del 1962 c’è il primo degli epocali cambiamenti di veste: viene inserito come logo della testata un rombo (o losanga) in alto a sinistra, e nel n. 336 del 1964 l’immagine, fino a quel momento a tutta copertina, viene inserita in un cerchio rosso, mutuato dai “Gialli Mondadori” che diventerà poi la caratteristica di “Urania” stessa (in realtà nei primi numeri l’immagine tende a “sbordare”). Infine, dal n. 458 del 1967, Urania abbandona anche la losanga, lasciando il cerchio rosso e assumendo la testata che ha ancora oggi (seppure non continuativamente).

1958 Urania n. 173

1961 Urania n. 272 (ultimo autore italiano su Urania fino al 1990)

1962 Urania n. 273

Sempre quattordicinale, in questi anni prevalgono gli autori dell’epoca d’oro ma anche i nuovi autori anni ’50 come Robert Silverberg, Philip K. Dick e Poul Anderson. Pochi e sempre sotto pseudonimo gli italiani, fino a Marren Bagels, ovvero Maria De Barba, uscita nel n. 272 del dicembre 1961: sarà l’ultimo italiano a uscire su Urania fino a Vittorio Catani nel 1120 nel febbraio del 1990, ben 28 anni e 2 mesi dopo! (La scelta, è evidente, è dei due curatori Fruttero e Lucentini, che rimasero fino al 1985). Alle illustrazioni di copertina si alternano Kurt Caesar, Carlo Jacono e Luigi Garonzi fino al 1960, quando vengono affidate a Karel Thole, firma che diverrà caratteristica degli Urania fino agli anni ’80.

1962 Urania n. 281

1964 Urania n. 336 (il primo “Cerchio Rosso”)

TRACCE SONORE: The Alan Parsons Project – I Robot


I Robot - The Alan Parsons Project

I Robot – The Alan Parsons Project

The Alan Parsons Project – I Robot

L’ascolto di questo disco mi permette di fare alcune osservazioni.
Innanzitutto che i concept album sono sempre più rari, e questo è un peccato, ma naturalmente rispecchia la cultura contemporanea. Il fatto che si facciano pochi concept potrebbe essere la conferma della tendenza della perdita di valori forti, esistenziali, politici e di coesioni sociali che hanno caratterizzato gli anni almeno fino ai 90 e la conseguente frammentazione sociale (e la parziale riorganizzazione di internet). Non è questa la sede giusta per parlare di questo, ma sicuramente i concept album si fanno di meno perché vendono di meno, e quindi la gente preferisce ascoltare episodi singoli, frammenti con testi che spaziano da un tema all’altro, proprio come i link degli ipertesti.
Detto questo, a dire il vero, I Robot non è un concept album (o non è riuscito bene). Qual è infatti il concetto che lega assieme i brani? Il mondo dei robot di Asimov compare solo nella title track, il resto è una serie di generici riferimenti al cosmo o addirittura alla Genesi. I robot di Asimov abitavano altri pianeti, ma anche la Terra, ma sopratutto la questione principale era l’etica dei robot: cioè sono vivi, senzienti? che diritti hanno? come si devono comportare nei confronti degli uomini? da cui nascono le famose Tre Leggi della Robotica di Asimov. Invece no. Alan associa i Robot al cosmo, mette insieme argomenti diversi che fanno parte del mondo fantascientifico: secondo me “la fantascienza” come tema di concept album, è un argomento troppo vago, e lo conferma il fatto che The Alan Parsons Project qualche anno dopo incidono l’album The Eye In The Sky, titolo tratto dallo scrittore di fantascienza Philip K. Dick (che recensiremo più avanti).
Il sound del gruppo è invecchiato e suona un po’ noioso, e non è un’ovvietà, pensando a come sono invecchiati bene Pink Floyd e Supertramp, per esempio. Gli Alan Parsons hanno un suono di tastiera inconfondibile, è vero, ma è sempre quello (quello diventato famoso in The Eye In The Sky, per intenderci), ma nella title track I Robot si ripete, e il resto è un miscuglio di rock progressivo, suggestioni new age e qualche influenza diversa (che salva il disco).
In effetti, dopo la suite di I Robot, ci si perde in tre brani dimenticabilissimi, patinati e noiosi, intrisi di testi new age o pseudo tali. Si salva la ballata Don’t Let It Show, un bel singolo, che sicuramente non c’entra nulla con i robot, ma è perfetto da ascoltare con la fidanzata sul lungolago.
Nel lato B si lascia un po’ l’ombra della new age per lasciarsi andare a un po’ di sperimentazione. E l’album si salva in corner proprio grazie a The Voice, dal lunghissimo bridge disco-funky, ma soprattutto da Total Eclipse, un tappeto sonoro da viaggio spiritual-interstellare con cori e linee di basso inquietanti che, grazie ai fiati (veri o presunti) fa sfociare il brano in una specie di componimento di musica colta contemporanea.
La versione rimasterizzata contiene le versioni fuse e rimontate dei brani più riusciti. Il risultato è il classico album che si ascolta saltando da una parte all’altra per evitare il peggio.
The Alan Parsons Project hanno spaccato il botteghino a cavallo tra gli anni 70 e 80, ma per capire meglio se la loro fosse musica interessante dalle tematiche profonde (questo lo dico non perché si pretenda da tutti, ma sicuramente da un gruppo che fa quasi esclusivamente concept album), oppure una boutade di stampo new age, è necessario ascoltare altri dischi. E lo farò in seguito.

Lukha B. Kremo