Roger Waters contro il concerto per gli aiuti per il Venezuela


“Non ha nulla a che fare con gli aiuti umanitari. Ha a che fare con Richard Branson”,, ha dichiarato Roger Waters, il bassista dei Pink Floyd, riferendosi al produttore del concerto in Colombia per raccogliere fondi per aiuti umanitari per il Venezuela,. Per il musicista si tratterebbe solo di uno “sforzo sostenuto dagli Stati Uniti per dipingere un’immagine falsa del Venezuela e giustificare il cambio di regime”.

Evidentemente qualcuno non è lobomotizzato dalla propaganda contro Maduro che, si sia a favore o contro, si creda sia pilotata dal governo Usa o meno, è comunque innegabilmente una propaganda che usa gli stessi mezzi del regime che combatte (golpe, svalutazione del voto e delle procedure democratiche). Combattere un regime poco democratico (che non può essere definito dittatura in quanto Guaidó non è stato arrestato, è un cittadino libero e le manifestazioni contro il Governo sono legali) con procedure non democratiche non solo è antidemocratico, ma come ha insegnato la storia recente in Iraq, porta probabilmente al disastro e alla guerra.

TRACCE SONORE: The Alan Parsons Project – Eye in the Sky


The Alan Parsons Project – Eye in The sky

Eye In The Sky - The Alan PArson Project

Eye In The Sky – The Alan PArson Project

Il vantaggio di recensire album di 30 anni fa è enorme. Certo, è facile registrare delle differenze anche notevoli tra la critica dell’epoca e cosa rimane oggi.
Volendo recensire dischi che affrontano la fantascienza, avevo promesso di parlare di questo Eye in the Sky, ottimo romanzo di Philip K. Dick, caratterizzato (il romanzo) da un’atmosfera paranoica e la presenza di pseudo-mondi.
In effetti le liriche del disco (questa volta sì, un concept album, vedi recensione di I, Robot) riguardano tematiche stellari (Sirio, Gemini) e l’etica del controllo – si cita l’Occhio nel cielo di Philip Dick, il Grande Fratello di George Orwell e l’occhio di Ra, rappresentazione della superiore soggezione infusa nella simbologia egizia.
La critica contemporanea lo bollò come disco freddo, di maniera, riuscito solo perché Woolfson e Parsons sarebbero stati abili nell’usare costose macchine elettroniche. Per quanto si possa dire che il suono non è sicuramente caldo come quello del blues, oggi è facile capire che il loro intento era tutt’altro che virtuosistico, seppur nella maniacale cura dei dettagli. L’album è tutto teso a calare l’ascoltatore nell’atmosfera d’inquietudine e paranoia, utilizzando varie influenze (rock, elettronica, pop) in un mix dove non prevale nient’altro che un sound riconoscibile (quello dei Parsons, appunto). Il disco si apre con Sirius, uno degli intro più riusciti nella storia della musica, vera chiave di lettura del disco. Si passa subito alla title track, ormai diventato un classico del genere. Forse un po’ patinato, ma sicuramente che ha il merito di essere la ballata che meglio rappresenta il sound dei Parsons.
Dopo un paio di brani che hanno la forza soprattutto nei testi, il primo lato si chiude con Silence and I che racchiude in sé vari stili dei Parsons, dalla ballata rock, all’elettronica, alla sinfonia da colonna sonora, al ritmo pop. Nel secondo lato ci sono Psychobubble, altro celebre brano, che riesce a tratti a ricordarci il clima di paranoia e mistero (sentire la sirena del bridge), poi Mammagamma (il nome è ispirato ad Ummagamma dei Pink Floyd), brano-manifesto dell’attitudine più elettronica dei Parsons, celeberrimo e, se non avanti sui tempi, probabilmente fautore di una maggiore fusione tra pop ed elettronica che non sia semplicemente una dance o una “canzone robotica”. Si finisce con Old And Wise, celebre ballata struggente. Tirando le somme, chiunque segua un po’ di musica sa riconoscere al volo almeno quattro brani di questo album, che per quanto possa a qualcuno risultare troppo freddo, pulito o patinato, deve considerarsi probabilmente il migliore degli album dei Parsons.

La calda estate del 2011?


In attesa della gigantesca eruzione dell’Etna (decine di volte superiore alle consuete eruzioni degli ultimi anni) prevista da Salvatore Giammarco secondo cui “Le eruzioni vulcaniche si possono prevedere. Voglio sfatare una volta per tutte questa opinione e confermare che l’uomo è in grado di prevedere le eruzioni dei vulcani, magari con poche ore di anticipo, ma può farlo!”, e in attesa di sviluppi negli situazione siriana (meglio: in attesa di sapere per quante ore sarà valida l’affermazione del presidente Bashar al Assad “le operazioni militari e di polizia si sono fermate”), una riflessione sulle rivolte di Londra.
Una rivolta spontanea, nata dal basso, a causa di un’eccessiva repressione di polizia ai danni di Mark Duggan di 29 anni, padre di quattro figli. Duggan viaggia su un’ auto quando la polizia ha avviato un’operazione di monitoraggio della criminalità giovanile. Tottenham è il territorio degli “Hoxton biker boys”, dei “Mandem”, dei “BWF”, i gruppi dello spaccio, delle incursioni notturne, dei coltelli facili. I reparti della sicurezza gli chiedono i documenti. Poi le versioni divergono: qualcuno sostiene che l’uomo, per niente implicato nei giri più loschi, si sia prestato a collaborare. Scotland Yard dice che il giovane ha sparato per primo. Ma la perizia balistica (secondo il quotidiano “The Guardian”) avrebbe accertato che la pallottola trovata incastrata nella radio di un agente è partita da un’arma della polizia. Quel che è certo è che Duggan viene ucciso.
Bilancio: 4 giorni (e notti) di rivolte, 1335 arresti, 5 morti e decine di feriti.
Già nell’ ottobre 1985 fu il teatro della “Broadwater Farm Riot”, l’ insurrezione dei ragazzi neri contro la polizia: allora gli agenti si presentarono a casa di un ragazzo nero, Floyd Jarrett, e nella baraonda ammazzarono la madre Cynthia.
Ma è una coincidenza che salta maggioramente all’occhio: quest’anno infatti corre il trentennale delle rivolte di Brixton, quartiere popolare a sud di Londra. Fu a Brixton, nel 1981, che la polizia ebbe per la prima volta veramente paura della rabbia degli immigrati: il malcontento di africani e caraibici per le condizioni di povertà ed emarginazione si aggravò gli effetti della “Sus Law”, la legge che permetteva agli agenti di fermare e perquisire chiunque anche senza ipotesi di reato, ma soltanto in base al sospetto di due testimoni (che potevano essere anche due agenti). La notte del 10 aprile 1981 ben 5000 persone diedero il via alla guerriglia, che si concluse tre giorni dopo con quasi 300 poliziotti feriti, 70 edifici dati alle fiamme e 224 arresti. L’evento si legò anche alla musica, e band come gli UB40, i Pink Floyd, i The Clash (ma anche Bob Marley che morì circa un mese dopo) furono l’ideale colonna sonora della rivolta. I Clash, in particolare, un paio di anni prima avevano pubblicato il profetico brano “The Guns of Brixton”!
Le rvolte dell’agosto 2011 sono dello stesso tipo, fatte le debite differenze: la composizione sociale è leggermente diversa, il fenomeno delle band giovanili è più importante oggi, allora non esistevano i social network, amplificatori della rivolta, eccetera. Il punto in comune è che siamo davanti a una popolazione multienica, povera e segregata.
Le rivolte hano dato il via a violenze, danneggiamenti e fenomeni di sciacallaggio. Dobbiamo prima di tutto tenere presente che in casi di rivolte, ribellioni, insurrezioni, tumulti e guerriglie, questi fenomeni sono sempre presenti, perché fanno aprte della rivolta stessa, e che ora più che mai sono smarcherabili dai media, ormai onnipresenti (telecamere dei cellulari, ecc.). Ciò non toglie che i disordini di questi giorni siano caratterizzati maggiormente da questi episodi, ascrivibili all’attitudine delle band giovanili di derivazione americana (anche negli Stati Uniti composte prevalentemetne da popolazione multietnica). Questa analisi, che non è mai banale ribadire, porta alla considerazione che il confine tra rivolta politica o sociale e puro “banditismo” sia sempre più labile. Ma, restando la nostra ferma condanna a qualsiasi fenomeno di banditismo, sciacallaggio, vandalismo fine a se stesso, e qualsiasi disordine che punti a dimostrare la forza individuale e del gruppo a cui si appartiene (che rientra nelle sfere sociologica e psicologica rimandendo avulsa da motivazioni sociopolitiche), questa è un’analisi necessaria a comprendere l’evoluzione delle ribellioni e di come, da un lato, puntino a essere “sorprendenti” e “innovative” per lo stato sociale (proprio come sono innovative certe proteste pacifiche come quella dei sit-in nudi, degli scioperi della fame e della sete, e di tante originali manifestazioni degli ultimi anni), dall’altro di come l’individualismo violento dell’uomo e la volontà di dimostrazione violenta delle band utilizzi le rivolta per i propri scopi, a volte aiutandola, altre snaturandola fino a far scomparire le reali ragioni sociali o politiche che vi sono alla base.
Un’analisi di questi fenomeni porterebbe a non confondere la semplice delinquenza giovanile dalle reali e profonde motivazioni della rivolta.