TRACCE SONORE: Livia Satriano – Gli altri ottanta


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Livia Satriano – Gli altri ottanta

Ecco una interessante anomalia nel panorama di scrittori di nuova generazione dediti a sondare il panorama musicale.
Anomalia, perché Livia Satriano nasce una decina di anni dopo l’esplosione dei generi musicali di cui parla nei suoi saggi.
Interessante, perché lo fa con passione, acume, senza retoriche revivalistiche e affrontando il tema con una trasversalità che rende le pubblicazioni sempre avvincenti.
Se nel primo suo scritto parlava di no wave, in tutte le sue molteplici sfaccettature, fra contorsionismi musicali, DNA squilibrati e artisti marziani, qui si rivolge ai massimi esponenti della new wave nazionale chiedendo loro di raccontare la propria storia.

Fra curiosi aneddoti, storie personali, fatiche giornaliere e successi a volte insperati ma fortemente voluti, i quattordici intervistati raccontano uno spaccato di quel movimento artistico/culturale che dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, la bontà, la freschezza e la ricchezza di idee che circolavano nella penisola in quegli anni.

Il libro è strutturato per capitoli, ma lo scollegamento fra gli stessi permette al lettore più curioso di saltare fra uno e l’altro senza perdere il filo conduttore di tutto.
Tutti gli artisti a cui è stato chiesto il contributo hanno poi il pregio di non cadere mai  nella facile retorica ma si raccontano e raccontano in maniera lucida quei periodi.

Uno degli altri pregi del libro è la scelta di far parlare i protagonisti, asciugando nel testo le domande poste da Livia agli intervistati trasformando la chiacchierata in un proprio racconto/spaccato di vita.

Ciliegina sulla torta sarebbe stato il contributo di Oderso Rubini, non un musicista ma uno dei principali agitatori, che con la sua Italian Records permise a molti di fare il salto di qualità pubblicando tutto quello che c’era di interessante e nuovo.
Ma questo è l’unico appunto di una pubblicazione davvero coinvolgente, sincera, esaustiva.
Si passa da Freak Antoni a Giancarlo Onorato, da Federico Fiumani a Giorgio Lavagna, da Marco Bertoni a Massimo Zamboni praticamente il gotha del post punk italiano. E ogni storia/contributo è sempre interessante e avvincente.

Edito da AgenziaX lo si trova facilmente in tutte le librerie.
La passione con cui Livia Satriano scrive merita sicuramente una lettura.

E quindi, buona lettura estiva, non ve ne pentirete.
E magari informatevi sulle sue serate in giro per l’Italia per presentare questo suo libro, altrettanto coinvolgenti.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Swell Maps – Jane from Occupied Europe


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TRACCE SONORE: Swell Maps – Jane from Occupied Europe

È la solita storia, compro un gelato o compro un CD usato?
Vista la stagione opto per la seconda scelta che molte volte è azzeccata.
Stavolta ho trovato gli Swell Maps, gruppo post-punk/new wave durati un paio di stagioni nelle quali hanno saputo lasciare il segno.
Il disco è la loro seconda prova, decisamente marchiata da sonorità e atmosfere di quella ondata musicale, ma affascinante anche a distanza di quasi trent’anni.

I quatto giovanotti affrontano la scrittura dei brani con piglio deciso, fra chitarre devianti e asimmetriche, batteria sferragliante e metronomica, basso pulsante a cui aggiungono suoni concreti di quelli che nella loro strumentazione chiamano Toys, presenti in quasi tutti i brani e uno dei segni distintivi del disco.

Il risultato è intrigante, con cariche di sveglie, picchiare di martelli, utilizzo di posate e stoviglie a infarcire il tutto di suoni e rumori diversi.

Dopo un inizio con chitarra ululante ci si immerge subito in un’atmosfera noir psichedelica che lascia spazio nelle successive tracce a un minimalismo asciutto con le chitarre suonate in maniera percussiva, dissonanti e ossessive.
Anche la voce, nei pochi brani cantati, segue una linea continua, senza strofe e ritornelli, nella migliore tradizione post-punk: anonima, straniante, depressa.

Non c’è speranza nella musica degli Swell Maps, solo insofferenza e desolazione.
L’unico barlume di lucidità è in quei pochi momenti (brevi brani strumentali) in cui un pianoforte classico decadente allenta la tensione e disegna un panorama meno fosco.
Per il resto si passa da composizioni anarchiche a sfuriate punk a baccanali rumoristi per finire con uno dei loro più riusciti incubi sostenuto da un ritmo infernale.
Quello che rende particolare il disco è l’approccio trasversale rispetto a uscite coeve: una visione alternativa alla furia punk e più concettuale rispetto a lavori di alcuni illustri colleghi del periodo, per un risultato imprevedibile nel panorama di quella che all’epoca era la nuova ondata musicale.

Nel CD appaiono anche alcune bonus tracks assolutamente in linea con il disco originale.

In generale una buona occasione per immergersi nelle sonorità del periodo con un piglio sicuramente personale e fuori dagli schemi.

Tanto per il gelato c’è tempo.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Half Japanese – Half Gentlemen/Not Beasts


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TRACCE SONORE: Half Japanese – Half Gentlemen/Not Beasts

Quando si dice “hai perso un’occasione per fare bella figura”.
È successo a me alcune sere fa durante una serata fra amici.
Era partita una specie di gara a chi indicava il maggior numero di album tripli pubblicati. Oltre ai soliti noti avrei potuto stupire tutti con questo mastodontico, allucinato, inquietante disco di questo ensemble americano, fondamentalmente un duo composto dai due fratelli Fair.
Sconosciuto ai più, il fardello, ingombrante a cominciare dall’involucro ( cofanetto cartonato contenente, oltre ai tre vinili, un booklet e un manifesto) è una delle più assurde pubblicazioni che musicista possa pensare di incidere.
Ogni aggettivo a riguardo è assolutamente riduttivo oltre che fuorviante.

Naif, dadaista, rumorista, impressionista, ogni termine riesce a dare solo in parte una vaga idea di cosa ci si trova di fronte una volta fatta partire la musica.
Ogni brano è frantumato, fratturato, ridotto ai minimi termini, scardinando tutte le logiche, da quella di mercato (ma penso che sia l’ultimo dei loro problemi) a quella costruttiva. Qui si decostruisce; tutto.

Le tracce sono un vortice assurdo senza nè capo nê coda. I testi molte volte sono dei suoni onomatopeici, delle urla primordiali, una scarica confusa e convulsa sorretta dagli strumenti impazziti.
La registrazione, assolutamente lo-fi, rende il tutto ancora più desolato e disturbato.

In realtà la strumentazione è ridotta all’osso. Una chitarra sempre scordata e una batteria sferragliante perennemente fuori sincrono. Il gusto per lo sberleffo, lo scherzo infantile e la sonora presa per i fondelli aleggia su tutte le sei facciate interminabili.
I titoli sono uno dei loro manifesti. Eccone alcuni a caso:
1.      “No Direct Line From My Brain to My Heart”
8.      “Rrrrrrrrrrrrrrr”
15.     “Grrrrrrrrrrrrrrrr”
21.     “Du Du Du / Du Du Du”
30.     “I Don’t Want to Have Mono No More”

In mezzo a questo caos destrutturato, c’è lo spazio anche per alcune cover, ovviamente passate sotto lo schiacciasassi Half Japanese, perché loro in realtà non vogliono riscrivere le regole. Semplicemente, le ignorano.

Anche i più avventurosi faranno fatica ad ascoltare per intero questo macigno. L’impresa è davvero titanica anche se seguendo l’assurdo dell’opera, il tutto riesce ad avere, magicamente, un fascino inconfondibile.
Nota a margine, il terzo vinile è occupato da due live, uno per facciata. Stesso approccio, stessa atmosfera dei brani in studio.

Ma perché uno sano di mente dovrebbe avvicinarsi a una simile provocazione?
Semplice, per poter raccontare agli amici durante una serata in birreria che “sì io ho anche Half Japanese – Half Gentlemen/Not Beasts come disco triplo”.

Immaginatevi che figurone fareste…..

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: RCA College Radio Series – Polyrock


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TRACCE SONORE: RCA College Radio Series – Polyrock

Un mio amico, tempo fa mi consigliò di acquistare, se mai li avessi trovati, i dischi radiofonici; quelli ricavati da trasmissioni, appunto, radiofoniche monografiche musicali, tipo le Peel Session, ma registrate totalmente in presa diretta e inframmezzati da interviste/conversazioni con i musicisti ospiti.
I giorni scorsi ho trovato un vinile di una serie di cinque, intitolato RCA College Radio Series, dedicato ai Polyrock.
Il gruppo in questione ha inciso una manciata di dischi e si inserisce nel versante più minimale del movimento post punk/new wave assieme ai connazionali Bongos e Beat Happening.

Prodotti inizialmente da Philip Glass, proponevano un repertorio di brevi brani molto schematici, con un approccio davvero minimalista e un suono nervoso quasi post funk.
Asciugando tutto e togliendo anche quei pochi orpelli che caratterizzavano i suoni del periodo, costruiscono i pezzi su pochi accordi insistiti sorretti da una sezione ritmica che sembra presa pari pari da una batteria elettronica d’annata (ma non dannata) e inframmezzati da acidi staccato di chitarra, tastiere psichedeliche e alcuni interessanti interventi di violino.

Il cantato è funzionale alla musica; poche frasi ripetute con tono monocorde ma nevrotico, coretti femminili e canti gregoriani a riempire lo spazio sonoro.
Il risultato finale è spiazzante perché l’ascolto risulta godibile ma l’atmosfera generale lascia trapelare un senso di malinconia e lieve tristezza.
Interessanti anche le mini interviste alla band e a Philip Glass, a far da collante fra le varie serie di brani.

Una buona occasione per ascoltare un suono altro, diverso, che il tempo non ha minima(l)mente scalfito.

Per i curiosi sarà forse più facile recuperare i due album e il mini LP ufficiali usciti a cavallo fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 ristampati di recente.
Per chi invece è un vinil maniaco all’ultimo stadio segnalo che la serie completa delle College Radio Series è composta da album su David Bowie, Bruce Cockburn, Daryl Hall & John Oates, Ellen Shipley.

massimo ODRZ