La civile Arabia Saudita rifiuta un seggio al covo d’ingiustizie dell’Onu


Eletta ieri tra i Paesi membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu, l’Arabia Saudita ha rinunciato oggi al proprio seggio. In un comunicato stampa diffuso dalla Spa, l’agenzia ufficiale saudita, il ministero degli Esteri ha spiegato le ragioni del Paese, sottolineando che le Nazioni Unite sono “incapaci di porre fine alle guerre e trovare una soluzione ai conflitti”.
I sauditi accusano l’Onu di “approfondire il divario delle ingiustizie fra i popoli”, di “violentare i diritti” e “diffondere scontri e guerre”. Il segno più evidente dell’inutilità delle Nazioni Unite, scrive Riad, è “la questione palestinese”.
Parole “sante”: ci chiediamo come mai allora l’Arabia Saudita monarchia teocratica assoluta (al pari del Vaticano), manchi dei più basilari diritti civili, soprattutto per le donne, che non solo non possono praticare lo sport (oscena e indegna pratica vietata da Teodosio alla fine del IV secolo), ma persino la patente, che le donne saudite sono costrette a prendere all’estero.
Viene da chiedere in che modo abbiano intenzione di risolvere la questione palestinese.
Cari sauditi, scendete dal vostro pianeta, per favore.

…E intanto, in Siria…


In Siria negli ultimi giorni i soldati dell’esercito governativo hanno ucciso almeno 75 ribelli nei combattimenti per il controllo della capitale Damasco. 49 delle vittime sono morte in un’imboscata tesa dai soldati ad Adra.
Nel frattempo miliziani curdi siriani hanno preso il controllo oggi di Ras al Ayn, uno dei valichi di frontiera con la Turchia nel settore orientale del confine. Le milizie curde hanno avuto ragione dei rivali arabi del qaidista Fronte al Nusra. A Ras al-Ayn i combattimenti fra curdi e jihadisti proseguono.
Il capo di stato maggiore delle forze armate statunitensi, il generale Martin Dempsey, ha comunicato le opzioni militari che Washington potrebbe applicare nella complessa crisi siriana. Dempsey evidenzia cinque opzioni: la più “morbida” e la meno costosa è rappresentata dalla fornitura di armi e addestramento ai ribelli che combattono il regime di Bashar Assad.
La Conferenza di Ginevra per risolvere il caso siriano, programmata da Washington e Mosca, avrebbe dovuto tenersi a fine maggio, poi a giugno, quindi a luglio, infine ad agosto. Ora la sua convocazione è slittata a settembre.
La gente comune forse non ha compreso in pieno l’importanza di questa nuova breccia aperta in Medio Oriente, grave come la questione Palestinese.
A questo punto riportiamo una riflessione di Bifo (Franco Berardi), che condividiamo in pieno:
“Sappiamo che la fine della guerra fredda non ha aperto un’epoca di armonia universale con qualche marginale disturbatore esaltato, ma ha inaugurato un’epoca di aggressività identitaria e di follia suicida. Il suicidio non faceva parte dell’armamentario dei sovietici, mentre è un elemento essenziale dell’islamismo contemporaneo. Perciò la guerra che Bush dichiarò infinita ha caratteri di asimmetria e d’imprevedibilità che non si possono ricondurre ad alcun pensiero strategico. L’illuminismo protestante che sta a fondamento dell’episteme strategica americana è incapace di interpretare i segni della cultura islamica, e la nozione formale di democrazia è inadatta per interpretare l’evoluzione attuale della guerra che si va diffondendo nel continente euroasiatico. Nessuna potenza militare pare in grado di ridurre la violenza contemporanea perché questa sfugge alle categorie della politica.
Nello scacchiere del mondo islamico si combattono diverse guerre, e nessuna di queste ha molto a che fare con la democrazia, questo feticcio che, svuotato di contenuto e di efficacia in Occidente, viene pubblicizzato con insistenza come un prodotto di scarto che gli occidentali sperano di rifilare a chi non l’ha mai visto.
Ciò mi ha fatto riflettere su questa generazione che si ribella con forza e radicalità senza nutrire alcuna speranza, senza attendersi alcun miglioramento. Come se la rivolta fosse, in sé, la sospensione temporanea di una condizione intollerabile – e il momento di riconoscimento di tutti coloro (e il numero cresce) che non vogliono più condividere nulla, credere in nulla, né partecipare a nulla. Solo vivere, inventando un altro mondo, non importa quanto impossibile.