Calafuria celebrata da Lukha B. Kremo sul “il Tirreno”


Il quotidiano Il Tirreno pubblica un mini racconto-suggestione dedicato a Calafuria e al Romito, la celebre costa a sud di Livorno.
Il pezzo, uscito oggi a nome Gianluca Cremoni Baroncini, è stato selezionato tra i migliori inviati questa settimana e partecipa al concorso finale indetto dal quotidiano.
Ve lo riportiamo integro:
Calafuria
Quando arrivo, quelle arenarie bronzee, levigate dai venti e dalle acque impetuose, mi proiettano subito in uno stato mentale diverso, alterato.
Lontano dai fumi della città, lontano dal caos delle spiagge, questa costa di rocce ruvide ma uniformi, che s’inerpica per anfratti scoscesi, insenature e grotte, è un balcone sul mare, verde di profumi inconfondibili, dove le agavi si fondono alla macchia mediterranea, pregna di odori agrodolci, l’anice selvatico, la santolina, il salmastro.
Calafuria è un luogo mentale.
Il Romito, luogo oscuro e appartato, dal Castel Sonnino scende verso il Boccale, passando dalla selvaggia cala del Leone a Calignaia, dal mistico Sassoscritto a Calafuria, fino alle vaschette, in un viaggio dantesco per tornare al mondo quotidiano. Chi qui tentò di sorpassare, vi trovò la morte.
Mi fermo a osservare Calafuria, quella cala che prende il nome dall’impeto delle libecciate invernali (e infernali) che rendono la tranquilla baia balneare un quadro di Turner, e vedo scomparire il ponte stradale. La mia mente va a ritroso nel tempo e anche il ponte ferroviario svanisce. La baia torna selvaggia, primordiale, una spiaggia ghiaiosa dove mare e rocce giocano da milioni di anni. Arretro, facendomi spazio tra i cespugli profumati, e vedo scomparire anche la vecchia carreggiata prebellica, che passa su due ponti. E m’immergo nella Calafuria primigenia, il Romito di secoli fa. Vicino al mare, scorgo strani personaggi al lavoro. Sono schiavi romani, che caricano sui carri le arenarie appena tagliate. Senza saperlo, stanno costruendo piscine per i bambini del loro futuro, tra cui ci sono anch’io. Il cuore mi batte veloce.
I Romani scompaiono, lo stesso lavoro è fatto dagli Etruschi e poi da nessuno. Resto da solo, assistendo a quello che fu un vulcano sottomarino, nei meandri dei secoli pleistocenici.
Sbatto le palpebre.
Ora davanti a me ci sono bambini con le pinne e la maschera che osservano i polpi. E il cuore mi batte ancora più veloce.

L’abisso di Coriolis a Fiuggi


Presentazione oggi 28 marzo alle ore 17.70 dell’antologia di Lukha B. Kremo “L’abisso di Coriolis”, edizioni Hypnos, 180 pagine per 13 racconti (ci dui 3 formano un romanzo breve in tre parti), presso l’Hotel Ambasciatori di Fiuggi, all’interno della manifestazione della Deepcon. Presente l’editore Andrea Vaccaro e l’autore.
In vendita dal 31 marzo prezzo edizioni Hypnos e affiliati.

L'abissio di Coriolis di Lukha B. Kremo

L’abissio di Coriolis di Lukha B. Kremo


Grafica di copertina di Ivo Torello, “Forme uniche nella continuità dello spazio” di Umberto Boccioni (particolare).

Ricetta Anticrisi | Carmilla on line ®


[Letto su CarmillaOnLine]

La cliente urla.
– C’è uno scarafaggio nella minestra!
Il maitre si avvicina sollecito. Estrae una pinzetta e un fazzoletto dal taschino, pesca lo scarafaggio dalla scodella, lo ripone nel fazzoletto, e lo consegna a un cameriere. Poi sorride alla cliente.
– Tutto a posto, può iniziare la cena.
La cliente indica la minestra.
– Non me la cambia?
– L’ho già cambiata.
– Non è vero!
– Sì invece. Ho rimosso lo scarafaggio. Questo è un importante segnale di rinnovamento. La minestra adesso è libera dall’elemento perturbante, quindi è oggettivamente cambiata.
La cliente lo fissa, basita.
– Ma è la stessa.
Il maitre scuote la testa.
– La sua è un’affermazione qualunquista.
– Mi cambi immediatamente questa schifezza! – Urla la cliente. Il maitre inarca le sopracciglia. Poi, compunto, stappa la minerale sul tavolo, e la versa nella scodella fino a farla traboccare, inzuppando la tovaglia.
– Cosa sta facendo?
– Allargo la minestra alle forze esterne, aggiungendo un ulteriore elemento di discontinuità.
La cliente si alza di scatto.
– Lei è un demente, e questo ristorante è una fogna! Io me ne vado.
– Ci dispiace che abbia deciso di scegliere la via della protesta sterile e antistorica – il maitre estrae un blocchetto di carta dalla tasca – è comunque tenuta anche lei a partecipare allo sforzo comune per uscire dalla crisi – stacca un foglietto, e lo consegna alla cliente.
– Cos’è?
– Il conto.
– Lei è pazzo! Io non pago il brodo di scarafaggio che m’è colato sulle scarpe!
Il maitre estrae una pistola.
I clienti agli altri tavoli, chini sulle loro scodelle, continuano a mangiare facendo finta di niente.
– Ma questa è una rapina! Siete dei criminali! – Dice la cliente, pallida.
– Le ricordo che siamo tutti innocenti fino al terzo grado di giudizio – il maitre punta la pistola alla testa della cliente – sono tremila euro.
La cliente porge al maitre tutto il portafoglio.
– Ne ho solo quattrocento – dice, con un filo di voce.
– Possiamo integrarli con una norma anti-intercettazioni – il maitre intasca anche il cellulare rimasto sul tavolo – e la privatizzazione dei cosiddetti gioielli di famiglia – indica l’orologio, e gli orecchini della cliente, che si affretta a consegnarli.
– Posso andarmene adesso?
– Mi dispiace, ma ci deve ancora più di mille euro – il maitre fa cenno a un cameriere, che si avvicina armato di mannaia – sarà necessario anche qualche taglio.