Benvenuta, Diana, e tanto carbone per tutti!


Salutiamo la Befana (che deriva direttamente dal termine Epifania)!
Anche se l’origine della Befana è connessa a tradizioni agrarie pagane precristiane. In questo giorno i romani celebravano la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. I Romani credevano che in queste dodici notti (dalla fine dei Saturnali, cioè dal solstizio) figure femminili volassero sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri. A guidarle era Diana, dea lunare legata alla vegetazione.
Naturalmente non è una peculiarità solo italiana, ma è festeggiata in diversi luoghi del Nord Europa e persino in Persia e nell’Africa settentrionale. Difatti rappresenta la conclusione delle festività natalizie come interregno tra la fine dell’anno solare (solstizio invernale, Sol Invictus) e l’inizio dell’anno lunare. L’anno lunare infatti differisce da quallo solare di 11 giorni (anche se è sfasato diversamente di anno in anno) e l’Epifania viene festeggiata il 12° giorno dopo il Natale.
La Befana è legata anche alla festa in onore di Giano (dio degli inizi, da cui gennaio) e di Strenia (da cui “strenna”) e una divinità minore chiamata Satia (sazietà) o Abundia (abbondanza), durante la quale si scambiavano regali.
E’ rappresentata come una strega buona, e in effetti già dall’antichità fino al medioevo Diana era considerata la dea delle streghe, e lei strega stessa, e il suo culto condannato dalla Chiesa e le sue (presunte) adulatrici, bruciate al rogo.
La tradizione dei Re Magi invece (come gran parte della Natività) deriva da una tradizione orientale (Persiana) e pare sia stata fusa con la vita di Gesù Cristo già da Matteo (infatti Marco, secondo evangelista, ma che secondo molti studiosi avrebbe scritto il Vangelo prima di Matteo, non fa alcun accenno alla Natività di Cristo).
Infine, la tradizione vuole che la Befana regali dolci in una calza. Abbiamo anche qui un ottimo esempio di sincretismo: i dolci dell’Abundia romana, la calza derivante dallo stivale appeso al camino in cui Odino regalava i dolci, e infine: nelle tradizioni nordiche, la gente portava un ciocco al falò durante la notte del solstizio; al termine riportava a casa un tizzone che rimaneva per essere conservato per tutto l’anno come portafortuna. Era quello che oggi chiamiamo il carbone della Befana!

La Valle dei Cartaginesi sull’Appennino


La valle dei Cartaginesi è la Val Boreca, e le montagne che la circondano. Si tratta di una breve e angusta valle incastonata tra quattro regioni italiane, Emilia, Lombardia, Piemonte e Liguria. Il torrente Boreca si getta nel Trebbia a est, e per questo è la propaggine occidentale dell’Emilia-Romagna, ma è circondata da confini regionali su tre lati. A nord, attraverso il passo del Giovà (dopo il monte Penice, Tartago e Lesima) si giunge nell’Oltrepò pavese, a ovest si supera il passo verso la Val Borbera piemontese passando da Capannette di Rej e Capanne di Cosola, mentre a Sud si sconfina in Liguria, verso Casa del Romano. Una valle che ancora oggi è un punto di confine, dove si parla in piacentino, genovese e piemontese.
Come spesso accade nella storia, il ruolo di alcuni territori rimane invariato, e per questi luoghi probabilmente fu così fin da prima dell’epoca romana.
Il 18 dicembre del 218 a.C., nell’ambito della Seconda Guerra Punica, avvenne la battaglia del Trebbia, combattuta tra l’esercito di Annibale Barchi e i soldati romani della nuova colonia di Placentia di Publio Cornelio Scipione (ne avevamo già parlato). La battaglia avvenne con i famosi elefanti rimasti dopo la moria per l’attraversamento delle Alpi e avvenne nei pressi di Gossolengo, non lontano da Piacenza (un’interpretazione sostiene che il nome derivi da un “osso lungo” ritrovato nei pressi, osso presumibilmente di elefante).

Veduta di Tartago

Veduta di Tartago


La battaglia del Trebbia vide un chiaro successo di Annibale, che gli permise di conquistare quasi tutta la Val Padana.
Dopodiché non è chiaro il tragitto intrapreso dal generale punico. Ma lui stesso, o un distaccamento, deve aver risalito la Val Trebbia per cercare alleati tra i Celti liguri. Genova era rimasta sotto controllo romano e non deve aver ceduto alla tentazione. La legione cartaginese deve aver quindi deciso d’insediarsi in una valle abbastanza sicura e strategicamente importante per piantare i propri accampamenti. E deve aver scelto la Val Boreca.
Come lo sapiamo? Purtroppo sono quasi nulli i ritrovamenti di reperti cartaginesi (ma questo vale anche per la battaglia del Trebbia, nonostante sia stata una strage) ma, oltre a una moneta cartaginese abbastanza rara rinvenuta ad Alpe (nella valle immediatamente a sud), c’è una serie di indizi toponomastici sempre più inequivocabili. Vediamoli.
In una mappa sarda del Settecento troviamo l’indicazione, tra il passo del Giovà e la Val Boreca, della “Via di Annibale”. I Cartaginesi non erano nuovi a chiamare i nuovi insediamenti con il nome delle città di provenienza, come attesta la città di Cartagena nel sud della Spagna.
Tartago

Tartago


Abbiamo percorso la valle partendo dal Trebbia e abbiamo incontrato il paesino di Tartago. Veramente un nome evocativo.
Zerba

Zerba


Di fronte a esso, dall’altra parte della valle, c’è Zerba, che ricorda la città tunisina di Djerba.
Bogli

Bogli


Ma risalendo il torrente, troviamo Bogli (che potrebbe essere Bougie, sulla costa mediterranea tra Algeria e Tunisia), dove una leggenda narra di alcuni saraceni che vi posero dimora, ma non vi sostarono a lungo, non sopportando i rigori invernali, ed esattamente di fronte il delizioso abitato di Suzzi (dalla cittadina tunisina di Sousse).
Suzzi

Suzzi


Risalendo la costa verso il monte Carmo, e sconfinando in Piemonte, ecco il paesino di Cartasegna (ancora Cartagine!), mentre poco a sud abbiamo Barchi (il cognome di Annibale). Non voglio aggiungere Artana (che ha la stessa radice “arta” di Cartagine) perché sarebbe forzato e un po’ inutile.
Cartasegna

Cartasegna

Barchi

Barchi


Abbiamo già accennato al monte Tartago, al monte Penice (da “fenici”) e al monte Lesima (dove una leggenda vuole che Annibale si sia ferito una mano durante un sopralluogo, e per questo venne chiamato “lesa manus”).
In pratica la quasi totalità dei paesi può essere riconducibile ai Cartaginesi e in alcuni casi in modo inequivocabile.
Nel punto più alto, sulla costa tra emilia e Piemonte, dove si possono controllare entrambi i versanti, ci sono dei resti di un castello, etimologicamente conosciuto semplicemente come Castello. Si potrebbero fare delle ricerche per riuscire a datarne le fondamenta. Il castello si trova sull’antica via del Mare e la via del Sale (che poi prenderanno direzioni diverse), sentieri molti frequentati fin dalla preistoria, che attraversava gli Appennini dal Mar Tirreno-Ligure alla Val Padana lungo le cime delle montagne, poiché ai tempi le valli erano più instabili e pericolose (per gli animali e i boschi). Via che fu percorsa in epoca romana, medievale, ripresa dai Partigiani, seguiti poi dai tedeschi per i loro rastrellamenti.
A nord del passo del Giovà c’è anche Pian dell’Armà: è vero che esistono numerosi luoghi dove gli eserciti si “allenavano alla guerra” (da cui tutte le etimologie di “Campo di Marte” e derivati), ma quale esercito poteva allenarsi in questa valle così fuori mano?
Ci sarebbe poi un Casone di Zerbe nei pressi di Casa del Romano e, più a sud, Carpeneto (che starebbe per ca’ dei Fenici, ma di “Carpeneti” e simili l’Italia è piena e nonostante i cartaginesi si siano accampati un po’ dovunque nella penisola, starei cauto), forse segno che in una fase successiva i cartaginesi si sono fusi con la popolazione locale, come è successo altrove.
Infine, sempre lungo questa Via, dopo Capanne di Carrega, c’è il villaggio dal curioso nome di Casa del Romano. Una leggenda priva di fondamento racconta di un’assurda storia d’amore, ma a noi, osservando la posizione, sembra più plausibile che si trattasse del confine del territorio dei Cartaginesi, presidiato da alleati dei romani, e quindi chiamato Casa del Romano.
Insomma, una valle apparentemente periferica e sperduta, è stata invece il centro di un grosso traffico nell’Italia nordoccidentale e la sede di una serie di accampamenti punici.

Una nuova banconota sulla Valtrebbia


Banconota da 5 Surus della Banca Centrale di Bobbio e Cerignale

Banconota da 5 Surus della Banca Centrale di Bobbio e Cerignale (2012)


Ecco una banconota delle nostre parti, stampata in questi giorni. C’è la dicitura “Banca Centrale di Bobbio e Cerignale” e vale 1 euro e dà la possibilità a uno sconto di tale entità nei negozi della zona.
Intrigante la leggenda di Surus:
Nel III secolo a.C. Annibale partì da Cartagine alla volta dell’Italia passando attraverso Spagna e Francia con 37 elefanti per battersi contro i Romani.
Nel 218 a.C. il condottiero cartaginese attraversò le Alpi, e parte degli Appennini, arrivando nella valle del Trebbia.
Piacenza era una nuova colonia romana, un avamposto fortificato contro le incursioni dei Galli, costruita appena 7 mesi prima, alla fine di maggio del 218 a.C., e la paura era grande tra i 6 mila Romani che abitavano dentro le mura, nel sentire le notizie che circolavano.
Scipione aveva 20 mila uomini inclusi circa 2 mila cavalieri contro i 14 mila Cartaginesi e ben 5 mila soldati a cavallo e una quindicina di elefanti che si erano salvati dalle avverse condizioni climatiche delle Alpi.
La battaglia si svolse proprio il 25 dicembre (in prossimità quindi delle feste pagane che poi sarebbero state ereditate dal Natale cristiano), e l’esito maturò in favore di Annibale, ma lo scontro fu durissimo e (secondo la leggenda) un solo elefante sopravvisse e, nonostante gli stenti, non abbandonò mai Annibale restando al suo fianco fino alla fine. Il suo nome era Surus.
Alla confluenza con il fiume Aveto una notte si fermarono a riposare. Gli occhi dell’elefante però parlavano: sapeva che un’altra aurora non sarebbe arrivata e non si svegliò più.
Sono passati 2230 anni e il gigante è ancora li, addormentato come quella notte. Si dice che la montagna abbia voluto rendere omaggio a quel fedele amico e che abbia immortalato nella pietra la sua figura quale simbolo di amicizia e lealtà.
Nei pressi dei luoghi della battaglia, c’è oggi la cittadina di Gossolengo, da cui “Osso leng”, osso lungo (per l’ipotetico ritrovamento del femore di Surus). Altri toponimi della zona legati ad Annibale sono: Monte Lesima, da “laesa manus” (Annibale si portò sulla vetta del Lesima per studiare il percorso e qui si ferì a una mano).
Mote Penice, da Phoenices, cioè Fenici.
Zerba, dalla cittadina tunisina Djerba.
Suzzi, dalla cittadina tunisina Sousse.
Tartago, da Cartago (Cartagine)
Barchi, da nome di famiglia di Annibale, che era Barca.
Cartasegna e Cartagena (in Val Borbera oltre la costa della Val Boreca).
Carpeneto, in Liguria, da car (casa, villaggio) e Phoenices.
Campremoldo, da camp di mort (campo dei morti).
La mulattiera di cresta del Passo del Brallo a Cima Colletta, che proseguiva fino al paese di Pey, era chiamata, almeno fino all’800, “strada di Annibale”.

Cospirazionalismo e revisionismo padano: la verità?


Riguardo il delicato argomento della Padania, dovremmo dividerlo in due questioni: quella del partito politico, la Lega Nord, e quella dell’esistenza della Padania come entità politica e sociale autonoma o addirittura indipendente.
E’ giusto dire che la Lega è forse il partito politico più vicino ai cittadini e sicuramente uno dei più vicini, che in Emilia Romagna soprattutto sta sostituendo quello che era, diversi anni fa, la Sinistra e il Partito Comunista (non solo a livello sociale, ma proprio come voti), che le ragioni del Norditalia, parlo di una maggiore autonomia verso il Sud e il Centro, di federalismo fiscale (e anche politico), di una situazione culturale, economica, occupazionale e imprenditoriale che è differente dal resto d’Italia (soprattutto dal Sud), queste ragioni sono condivisibili e non sono campate in aria.
Il Norditalia, in particolare Lombardia e Veneto, sono forse le regioni economicamente più sviluppate d’Europa insieme alle regioni più ricche di Germania, Francia, Inghilterra e Benelux. E’ quindi normale che ci sia del risentimento nel momento in cui l’Italia intera è considerata a rischio default, insieme a Portogallo, Gracia e Spagna (fino ad arrivare all’acronimo PIGS, maiali).
Naturalmente è sempre più difficile ottenere l’autonomia (o l’indipendenza) quando la parte che la richiede è economicamente più sviluppata, mentre sarebbe più semplice se lo richiedesse, per esempio, la Sicilia. In passato è anche successo, ma dietro c’era Cosa Nostra e lo Stato ha fatto la guerra al secessionismo siciliano. Ma c’è l’esempio recente del Sudan del Sud (riconosciuto in tempi record dall’ONU) e della Slovacchia, tanto per stare in Europa, che chiese la secessione dalla Cecoslovacchia e la ottenne nel giro di un anno.
Ma il vero problema è l’entità culturale e sociale della Padania. Insomma: esiste o no?
I padani sostengono che se ne parlasse “ben 100 anni fa”, tacciando gli altri di ignoranza. Molto paradossale, perché la Padania sarebbe più giovane della Coca-Cola (inoltre stiamo parlando della parola, non di un senso di appartenenza, che c’è solo dagli anni 80), e, in confronto ai 3000 anni di età della parola Italia, fa sorridere.
I padani sostengono che l’unità dell’Italia sia una mitologia sostanzialmente inventatta nel XVIII secolo. Allora che ne era dell’Italia, regione privilegiata dell’Impero Romano (perché in Italia tutti avevano la cittadinanza romana), che comprendeva tutta la penisola (escluso soltanto isole e Alpi)? Non ci fu un regio Padania.
Che fine ha fatto il Regno d’Italia, nato sulle ceneri della conquista carolingia (parliamo del IX-X secolo)? Un regno che è vero che non comprendeva tutta l’Italia, ma questo a causa del giovane Stato della Chiesa e dei Bizantini, che “colonizzavano” grandi parti della penisola. Non ci fu un Regno di Padania.
Ma parliamo di cultura, quando la Scuola Siciliana, poi quella toscana e Dante cominciarono a scrivere in volgare, nonosatnte esistessero già i dialetti, cercarono di scrivere in un volgare italiano, che fosse super partes e che s’ispirasse al modello fiorentino. Non mi sembra che ci siano poeti che scrivessero in dialetto del Nord.
Machiavelli stesso, pur rinunciando all’unione politica (perché troppo difficile da raggiungere, suppongo, a causa dei particolarismi eccentuati in Italia), parlava di Italia, parlava di autonomia rispetto agli stranieri (e gli stranieri erano francesi e spagnoli, non padani o siciliani).
Nel Rinascimento, nonostante ci s’ispirasse al classicismo, non si parlava di Città-Stato, ma sempre di Italia, a livello culturale e, nonostante le divisioni politiche, il senso di appartenenza era quello, come si può capire leggendo la letteratura di quell’epoca.
La nascita dell’idea di nazione moderna (quindi non di mero territorio posseduto da un regnante), è di questi anni. La Francia ha Giovanna d’Arco che sprona alla rivolta verso “l’invasore inglese” (che fino a quel momento veniva seplicemente considerato il proprietario di vaste terre francesi e non un colonizzatore). In questi anni nasce l’idea moderna di nazione (di cui anche la Padania lo è, e quindi non può basarsi sui Comuni medievali che cacciarono l’imperatore tedesco, appunto la Lega Lombarda storica), e se in Italia non si arriva subito all’unità nel ‘500 o nel ‘600 è perché le forze politiche che la dividevano era troppo forti e serviva un’idea più forte per contrastarle (che poi sarà quella di repubblica). Del resto lo furono anche in Germania (che ottenne l’unità solo nel XVIII secolo, e completa nel secolo successivo, quindi come l’Italia), ma a quanto pare, appena una ventina di anni fa, la Germania si è riunificata (dopo la divisione postbellica e il crollo del muro di Berlino) e non ha fatto il contrario come vorrebbe la Lega.
I padani (ora vi prego, tenetevi forte, qui ci sono le montagne russe) sostengono che sia stata la massoneria inglese a volere l’Italia unità. Se ho capito bene, la massoneria inglese, attraverso la Rivoluzione Francese, ha fatto in modo di unificare l’Italia.
Devo aver capito male, come potrebbe la massoneria inglese aver aiutato coloro che combattevano? Sappiamo che è stato Cavour, tramite le intercessioni che ha fatto a Napoleone III ad aiutare l’unità d’Italia, e naturalmente Mazzini. Che nella Giovine Europa ci fossero infiltrati della City di Londra? Cari padani, fatemi capire.
E’ vero che la massoneria inglese finanziò parte della spedizione dei Mille, ma lo fecero per eliminare il potere temporale dei Papi, visto che i suoi compoenti erano protestanti presbiteriani, e non in funzione antipadana!
E’ oltresì vero che il Risorgimento è stato mitizzato e che fu in realtà una rivoluzione borghese e non completamente popolare, ma non vedo come si possa arrivare a dire che il popolo non volesse l’Italia unita e la libertà dai molti principi e tiranni che vi erano in Italia. Le rivoluzioni nascono tutte come borghesi, sono i borghesi che hanno gli strumenti culturali per farle, poi, a volte, le rivolte vengono portate avanti dal cosiddetto proletariato (come avvenne nella Rivoluzione Francese, e come furono le rivolte successive, quella del ’48 e ancora più tardi con il Socialismo). Voi stessi autoproclamati padani, siete in prevalenza borghesi.
Forse voi anelate al ritorno a prima dell’unità d’Italia, con il Nord povero come il Sud, comandato da principi tiranni e approfittatori? Non è forse grazie anche alla forza lavoro dei meridionali che il Norditalia è diventata la forza economica e industriale che è oggi (molti di voi, lo so, sono figli di meridionali…)? Non è grazie alla forza lavoro africana che il Veneto oggi è economicamente forte come la Lombardia? Forse preferivate quando il Veneto era povero come la Calabria?
No, quello che desiderate in realtà, è un’identità. Vi siete creati l’identità padana perché state vivendo la moderna e diffusa sindrome della mancanza d’identità, che tocca tutta Europa e tutti i ceti sociali. Pensateci bene: prima vi siete detti “celtici”, andando a cercare i resti preistorici dei “cugini” insubri (2500 anni fa), ora, forse comprendendo che tra voi e gli insubri vi dividono centinaia di popolazioni, avete tradito le vostre “tradizioni” richiamandovi nuovamente al cattolicesimo (naturalmente in funzione antiislamica).
Insomma, la Padania non esiste se non come espressione del disagio che parte delle popolazioni del Nord vive (e spesso a ragione) nei confronti di un mondo che cerca di sfruttarla. Se si partisse da questa considerazione, forse i dirigenti e gli “ideologi” padani smorzerebbero i loro deliri revisionistici e cospirazionalisti.