Cosa sta tramando l’Arabia della dinastia teocratica dei Saud?


A domanda complessa, risposta semplice:
La decapitazione del chierico sciita saudita Nimr al-Nimr non ha nulla a che vedere con l’insostenibile accusa di sedizione e terrorismo per cui è stato giustiziato. Lo sheik del governatorato del Qatif è stato ucciso con il deliberato proposito di sabotare il processo di distensione della comunità internazionale con l’Iran, ed impedire quindi a Tehran di emergere nel sempre più caotico quadro politico mediorientale.
L’ascesa al trono di Re Salman, nel gennaio del 2015, era stata accolta con un tiepido favore dalla comunità internazionale, ritenendo l’anziano sovrano una tra le migliori alternative possibili in seno all’eterogenea famiglia reale degli al-Saud.
Il suo stato di salute, tuttavia, già compromesso all’atto della nomina, è radicalmente peggiorato nel corso dell’anno, riducendo in tal modo la capacità del monarca e spalancando al tempo stesso le porte alle sfrenate ambizioni di suo figlio Mohammad bin Salman al-Saud e suo nipote Mohammed bin Nayef al-Saud, rispettivamente deputy crown prince e ministro della difesa.
A marzo del 2015 il giovane principe Mohammad venne messo a capo della coalizione a guida saudita che avrebbe dovuto sedare la rivolta degli Houti sciiti in Yemen, riportando il destituito governo filo-saudita al potere.
Lo scontro sciiti-sunniti, in tal modo propinato, è diventato il leitmotif di una sempre più stereotipata capacità di analisi occidentale sulla regione. Il conflitto in atto non riguarda la sfera confessionale, ma è tutto interno al mondo arabo della regione, dominato dall’anacronistica visione identitaria del wahabismo e oggi profondamente scosso dalla concreta possibilità di collasso di tutte quelle entità statuali che per un secolo hanno dominato la penisola araba attraverso il ruolo di modeste quanto autoritarie dinastie regnanti.

Quello che sta succedendo in Arabia Saudita


L’Arabia Saudita, ha iniziato il 2016 esattamente come aveva concluso il 2015: ammazzando gente. 47 esecuzioni capitali per decapitazione o fucilazione in un solo giorno.
La pena di morte, in Arabia Saudita, è sempre meno uno strumento della giustizia penale e sempre più uno strumento di controllo sociale, usato senza alcun ritegno dall’accoppiata re-muftì.
Il re Salman al-Saud, sul trono da meno di un anno, e Sheikh Abdul Aziz Alal-Sheikh, gran muftì dal 1999, per il quale parlano certe fatwa: per esempio, nel 2012, l’invito a distruggere tutte le Chiese cattoliche della penisola arabica e, sempre quell’anno, la conferma della legittimità del matrimonio coatto per le bambine di 10 anni.
Mettere a morte Al Nimr (vedi articolo di ieri), oltre a molti altri personaggi che avevano come colpa soprattutto quella di opporsi agli Al Saud, non vuol dire tanto cercare lo scontro con gli sciiti, perché questo scontro va avanti da secoli e non saranno queste esecuzioni a cambiarne la natura o la radicalità. Vuol dire soprattutto ricordare all’Occidente che il patto col diavolo dev’essere rispettato: l’Occidente che sventola la bandiera della democrazia, e della sua diffusione in Medio Oriente, non deve farsi gli affari della penisola arabica.