Quando il complottismo ha avuto ragione


Strettamente parlando, non è mai successo, ma vorrei presentare qui due esempi in cui ricercatori “eretici” o meglio, le cui ipotesi andavano contro teorie comunemente accettate dalla cosiddetta “accademia scientifica ufficiale”, hanno avuto ragione.
Naturalmente è ovvio che bisogna tenere conto che nella stragrande maggioranza degli altri casi, questi ricercatori hanno dovuto ricredersi, hanno cambiato ipotesi o sono stati definitivamente radiati dalla scienza: il nostro non è un atteggiamento ingenuo: sappiamo che si tratta di casi isolati e molto rari, ma vogliamo presentarli per suggerire ai ricercatori di valutare sempre con cautela anche le ipotesi che al momento sembrano meno credibili.
Il primo caso riguarda il geologo Harlan Bretz, citatissimo dai complottisti e simili.
Dall’estate del 1922, per sette anni, Harlan Bretz ha condotto ricerche sul letto del fiume Columbia, nel Canada, interessandosi alle insolite erosioni dei depositi di basalto della zona, e coniando il termine Scablands nel 1923 per descriverle. Bretz avanzò l’ipotesi che un’inondazione apocalittica avesse formato il paesaggio, dandogli il nome di “inondazione Spokane” in una pubblicazione del 1925.
Questa spiegazione geologica “catastrofica” andava contro l’opinione prevalente che vedeva le grandi erosioni (come per esempio il Grand Canyon) formarsi nell’arco di milioni di anni, e l’ipotesi di Bretz fu screditata e derisa dalla Geological Society di Washington.
Un altro geologo, J.T. Pardee, aveva lavorato con Bretz e aveva le prove di un antico lago glaciale che avrebbe dato credito alle teorie di Bretz. A Pardee, però, mancava la libertà accademica di Bretz (aveva lavorato per la US Geological Survey) e non gli fu permesso di entrare nella discussione.
Bretz difese sempre le sue teorie, dando il via a un dibattito lungo 40 anni sull’origine delle Scablands.
Pardee e Bretz hanno continuato le loro ricerche, raccogliendo e analizzando le prove, identificando infine il lago Missoula come la fonte dell’inondazione Spokane. Le loro teorie sono state infine accettate negli anni Settanta anche se va detto che si tratterebbe di ripetute alluvioni Spokane e non di una singola inondazione catastrofica. In ogni caso, l’ostracismo scientifico ha ritardato la ricerca della verità per diversi decenni.
Un caso più recente è l’Homo Floresiensis (dall’isola indonesiana di Flores sulla quale sono venuti alla luce i resti): dei fossili di ominidi vissuti fino a 13.000 anni fa, scoperti da un gruppo di ricercatori australiani e indonesiani nel settembre del 2003, che non appartenevano all’Homo Sapiens. Il che suonava come una provocazione, e la scienza ha cominciato a “deridere” i ricercatori: come poteva esistere una specie più primitiva del Sapiens, e addirittura del Neanderthal, quando quest’ultimo si è estinto in Europa circa 30.000 anni fa? Come poteva un discendente dell’Homo Habilis esistere ancora 13.000 anni fa quando quest’ultimo si è estinto 1,5 milioni di anni fa?
Ma nel 2009 dopo l’analisi cladistica e la comparazione delle misure corporee è stato confermato che sarebbe una specie distinta dall’Homo Sapiens, e deriverebbe appunto dall’Homo Habilis.
Il ritrovamento ha dovuto riscrivere parte della storia dell’uomo, ipotizzando una massiccia presenza dell’Habilis in Asia, che si è evoluto fino al Floresiensis ed è quasi arrivato ai giorni nostri (siamo quasi all’epoca delle mura di Gerico!).
Le sorprese (e le conferme) non sono finite: recentemente è stato forse trovato l’anello mancante, l’Homo Denisovensis, sviluppatosi dall’Homo Habilis in Asia circa 800.000 anni fa ed evolutosi nel Floresiensis circa 200-300.000 anni fa.
Infine (notizia di quest’anno) nella Cina Meridionale, sono stai rinvenuti fossili ancora più recenti, di ominidi vissuti tra 11.500 e 14.500 anni fa, provvisoriamente chiamati “gli uomini della caverna del cervo rosso”, che parrebbero più primitivi dell’Homo Sapiens. La storia dell’uomo in Asia è tuttora in fase di riscrittura, e questo potrebbe valere anche per altre discipline. Il pregio della scienza è, non dimentichiamolo, proprio quella di sollevare il dubbio, non di nasconderlo.
Un monito dunque sia agli accademici che ai fautori delle teorie della cospirazione (perché quando l”accademia scientifica” si rende conto di sbagliare, ha dimostrato di saper fare retromarcia.)
Naturalmente abbiamo parlato di casi in cui sono in gioco la reputazione di scienziati e ricercatori, non
lobbies di industriali, miliardari e simili, perché in questo caso le cose si complicano, e far uscire la realtà, è molto più difficile. Per esempio (cito un caso dimostrato e uno da dimostrare) degli effetti cancerogeni dell’Eternit o dell’incidenza di certe telecomunicazioni sui tumori, o anche l’incredibile storia dell’aereo passeggeri abbattuto sui cielo di Ustica da un aereo NATO. Meditate, gente.