Il presidente Kremo aveva un cane di nome Dudù


Kremo con Dudù nel 1974

Kremo con Dudù nel 1974

Il presidente Lukha B. Kremo è sempre stato riservato, cercando di rivelare poco della propria vita privata ma, dato il clamore di questi giorni intorno a Dudù, il cane con cui Matteo Renzi ha minacciato di parlare al posto dell’ex uomo libero, ex presidente dell’ex partito dell’ex governo, è giusto che la Storia rivendichi le proprie verità:
nel 1974 il Presidente Lukha B. Kremo (all’epoca di 4 anni) ha ricevuto in regalo un cane che lui stesso ha chiamato Dudù (il nome per chi non lo sapesse deriva dai film del ‘Maggiolino Tutto Matto’ Herbie, che nei film tedeschi della serie si chiamava Dudù).
Curiosità: Dudu è stata anche una fanzine punk della fine degli anni 70 perché fondeva con fantasia la parola Dada con Punk.
Il Presidente Lukha B. Kremo, in quanto primo ad avere un cane di nome Dudù, invita Renzi a una trattativa per una nuova legge elettorale e diffida l’ex uomo politico nell’utilizzare ancora il nome Dudù senza specificare che sia il suo cane e no il cane del presidente.

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I morti non possono risorgere


11 messidoro 132 – 1/8/2013

1/8/2013 Fuochi d'artificio

1/8/2013 Fuochi d’artificio

Salvate il soldato B


Giusto per far sapere agli italiani cosa c’è veramente sotto il comportamento politico dei loro governanti. Si tratta di ragionamenti puramenti politici, super partes, mi pare giusto che la gente sia informata, poi uno è liberissimo di avere la propria opinione ed essere d’accordo sul “salvataggio” di Berlusconi, ma è bene che sappia i motivi e i contromotivi.
Si tratta di un estratto di un articolo di Lucia Annunziata, che ringraziamo:

“Il sistema, cioè quell’insieme di equilibri di potere che si erge in questo momento a garante della stabilità italiana, pensa che sia necessario “salvare” dalla condanna Silvio Berlusconi.
1) Silvio Berlusconi non è Bettino Craxi. Il leader socialista era un prodotto tutto interno alla politica. Craxi aveva molte doti necessarie a capire come muovere il sistema, ma poca “piazza”. E soprattutto poco “retroterra”. Il suo era un partito che faceva da vaso di coccio tra i vasi di ferro di due organizzazioni inchiavardate nella tensione della Guerra Fredda, la Dc e il Pci. La vicenda Craxi si svolge proprio sulla faglia di scongelamento di questo conflitto, e ne viene per molti versi assorbito come parte di un rimescolamento delle carte nell’intero mondo di allora.
Silvio Berlusconi invece è un leader che ha governato per buona parte di venti anni, non certo come prodotto della “politica”, anzi rovesciando al suo interno la capacità di interpretare idee e bisogni popolari, oltre ai suoi interessi personali. Il suo partito, oggi in crisi, ha ancora un consenso che ammonta a un quarto dell’elettorato, ed è un consenso capace di scendere in piazza. Appoggiato inoltre, come ben sappiamo, da una sistema robusto di Tv e altri media. Cosa che Craxi non ha mai nemmeno sognato. Insomma, “estrarre” Silvio dalla Politica oggi è operazione potenzialmente molto più devastante di quella mirata su Bettino.
2) Silvio Berlusconi non è solo un politico potente, ma, come abbiamo appena ricordato, è anche un potente imprenditore: uno degli uomini più ricchi del paese. E non vanno sottovalutate le inquietudini e le paure che una eventuale condanna muoverebbe fra i suoi pari.
3) Silvio Berlusconi, e anche qui va fatto un paragone, ha una collocazione internazionale molto più solida di quella che aveva Craxi.
Una eventuale condanna avrebbe un impatto sul tessuto politico italiano e internazionale molto serio. Sicuramente più grave di quello avuto dall’abbandono di Bettino Craxi. Invelenirebbe il panorama italiano, acuendone lo scontro interno. Imbarazzerebbe in via ufficiale (anche se a molti di loro in privato farebbero spallucce) i leaders occidentali, essi stessi messi sotto pressione da contestazioni, ed errori, in una crisi difficile da governare. La prima vittima – continua il ragionamento – sarebbe di nuovo la reputazione italiana, mostrando un paese più diviso che mai, dalla incerta governabilità.”
Lucia Annunziata

Quindi niente Hammammet per Berlusconi, ma un sacco di italiani felici di essere furbi e l’altro sacco (un po’ più grosso) di incazzati.
Questo NON è il mio Paese, che NON mi rappresenta e NON mi ascolta (nemmeno alle urne).
Lukha B. Kremo

Italia: storia di un fallimento annunciato


“Grandi” giornalisti dicono che nessuno poteva prevedere che la candidatura di Romano Prodi (e il Partito Democratico) saltasse così.
Partiamo da questa frase per analizzare l’ottusità ostinata di chi non ha capito che siamo nella Terza Repubblica.
Il MoVimento 5 Stelle si presenta per la prima volta alle politiche e prende il 25,5% dei voti. Non era mai successo, nemmeno Forza Italia la prima volta aveva preso tanti voti. Il messaggio è chiaro, urlato in tutte le piazze. Certo, il M5S ha degli aspetti poco chiari, si parla di diktat di Grillo, di criptofascismo, persino di convenienze economiche. Quello che ho sempre detto è che i fatti contano più delle chiacchiere, e che bisogna aspettare che i grillini combinino le loro magagne, prima di gridare contro.
Nonostante tutto, il Partito Democratico non capisce la portata di questo voto, si sentono ancora i politici veri, seri e pieni di esperienza, non gli urlatori di piazza (sentite come suonano beffarde ora queste parole). E non veicola la protesta. Certo, cerca l’alleanza con il M5S. Ma la cerca con i canoni di una politica che ormai è morta. “Inciucio”, parola napoletana mai così celebre e calzante, che rende bene l’idea del concetto di alleanza dal punto di vista del M5S. Grillo non ci sta. Il Pd urla allo scandalo, all’irresponsabilità di questi “ingenui e lobotomizzati grillini”, continuando a non capire l’interlocutore, per cui un’alleanza sarebbe una “gabbia” che li costringerebbe a votare anche cose contrarie alla propria coscienza. Ma Bersani non ce la fa a fare un’alleanza alla luce del sole con Berlusconi, che ha combattuto fino a ieri, così propone un nome che vada bene al PdL come Presidente della Repubblica. Si arriva in questo modo alla farsa dei saggi, per procrastinare la formazione del Governo e subordinarla a quella del Presidente, senza capire, ancora una volta, che esiste una “base” che non ama gli inciuci, soprattutto per quanto riguarda il Presidente della Repubblica.
Salta Franco Marini, che già aveva provocato vivaci proteste e poi salta anche Romano Prodi, a sorpresa (di chi lo ha votato). In realtà all’annucio del nome di Prodi, bastava sentire la rete (non il M5S, ma chi aveva votato Pd) per capire che ci sarebbero stati dei grandi mal di pancia, e i sorrisi degli intervistati che avevano appena “unito il partito” erano tanto convinti quanto i mugugni che si sentivano dietro. Ancora una volta il Pd non ha capito che i tempi sono cambiati e l’ovazione è da relegare al passato, in quanto espressione della volontà di chi urla più forte, non certo garanzia di democrazia.
Tutto questo scenario complesso, intricato e imprevedibile era stato in linea generale da noi previsto (lo stallo, la mancata alleanza tra Pd e M5S e tra Pd e PdL, la procrastinazione al dopo Napolitano e il nuovo stallo, fino alle due candidature, di cui siamo stati convinti fin dall’inizio che saltassero). Quindi, noi non siamo sorepsi per niente perché viviamo in questo mondo, dove si sentono i mugugni e i mal di pancia, e invito i signori giornalisti, editorialisti e direttori a leggersi ciò che per noi potrebbe succedere.
Il Pd è morto (fa harakiri, seppuku o, meglio internecine, parola che ho imparato da Alan D. Altieri) e si scinderà in due anime, una che vuole (e ha sempre voluto in questi 20 anni) una spartizione del potere con il PdL (l’inciucio) che in questo caso si realizzerà nel famigerato Governissimo, e un’altra che finalemnte appoggerà il rinnovamento istituzionale dei Cinquestellati.
Perché il Pd h detto no a Rodotà? Non è una domanda stupida perché la risposta è agghiacciante: Rodotà è laico e a favore dell’eutanasia. Ecco che nel Pd aleggia il fantasma del cattolicesimo politico (ma come fa a chiamarsi progressita un partito che segue i suggerimenti di una religione, mah!)
Insomma, dopo le schede bianche metà del Pd si schiererà con Stefano Rodotà e gli altri con Anna Maria Cancellieri. La fazione che prevarrà formerà un governo congiunto tra la frazione del Pd e il M5S oppure il PdL.
Chi ha ancora la bocca sporca della parola elezioni si metta l’anima in pace, non si spendono miliardi per richiedere agli italiani quello che hanno già detto. Bisognerà aspettare almeno un anno per riproporre credibilmente questa ipotesi, quindi, se il governo non andrà bene, elezioni sì, ma a giugno 2014.
Noi non crediamo in queste istituzioni dal 2004, ma ormai siamo in folta compagnia. Vi consiglio di procurarvi un nostro passaporto, prima che sia troppo tardi.

Wu Ming, Bifo e il dibattito a Sinistra sul Movimento 5 Stelle e il grillismo


Discorso ufficiale n.2 “Motu Proprio” del presidente della Neorepubblica di Torriglia Lukha B. Kremo.

Dopo l’exploit del Movimento 5 Stelle, tra le discussioni e le polemiche esplose, notevole è quella sorta in seno alla Sinistra, perché le posizioni sono più confrontabili e perché molti del moVimento provengono dalla Sinistra. In modo particolare mi voglio soffermare sul dibattito sorto nella Sinistra definita “radicale”, ma che più correttamente è definibile “extraistituzionale”, ovvero quella dei “Movimenti altermondisti”, per intenderci i “No Global” e “Occupy”.
Mettiamo a confronto le posizioni di “due” personaggi di questo ambito (Bifo e Wu Ming) e misuriamo la loro distanza per capire quello che sta succedendo, ovvero se la frattura è l’assestamento del terremoto grillino, o se è destinata ad aggravarsi.
Wu Ming (collettivo di scrittori bolognesi) hanno sempre messo al corrente del potenziale pericolo del grillismo, fin dal V-day del 2007. Ma in questi giorni hanno sentito il bisogno di alcuni chiarimenti. Premesso che sono d’accordo che superare la distinzione destra/sinistra non abbia senso, poiché essere di sinistra vuol dire proposte sociali e solidali, essere di destra avere una visione liberale e un’idea “universalistica” della società, per Wu Ming il grillismo è sostanzialmente di destra, sia nell’approccio (populista e anti-intellettualista) che in alcune proposte (contro gli immigrati, per esempio) e ha elementi “criptofascisti”, ovvero elettori di estrema destra “nascosti” nella confusione delle proposte del moVimento.
Wu Ming riconosce il fenomeno come conseguenza della crisi sia della Sinistra parlamentare (assenza di proposte e risultati che l’ha ridotta a un essenziale antiberlusconismo, scambiando l’effetto, l’avvento di Berlusconi, per le cause, che invece risiedono nella sconfitta dei movimenti di emancipazione degli anni ’60-’70), sia della crisi dei movimenti radicali degli anni ’90, altermondisti, dal Movimento di Seattle a Occupy, soprattutto in Italia, a causa anche del M5S.
In ultima analisi, possiamo dire che Wu Ming individua nell’assenza della tematica “madre” del marxismo, ovvero il conflitto interclassista, il “pericolo” del M5S, che ha inglobato elettori di Destra (anche estrema), di Sinistra e “qualunquisti” di ogni genere (non uso il termine populista perché, come nota Dario Fo, è utilizzato ingiustamente con accezione negativa). La negligenza/pericolosità dei grillini sarebbe nella mancanza del riconoscimento della fondamentale divergenza d’interesse tra le classi dirigenti, tradizionalmente legate alla borghesia, e le classi popolari (quello che veniva definito proletariato), la loro caratteristica di anti-austerity, ma non esplicitamente anticapitalistica.
A differenza di Wu Ming, l’ex segretario del Pds Mauro Zani sostiene che i grillini hanno compiuto una rivoluzione, pur temendo i personalismi e i tatticismi di Grillo. I ragazzi di Bartleby stanno seguendo il dibattito in rete, ma col distacco di chi ha già verificato che tra movimenti e rappresentanza politica degli c’è una grande differenza.
Infine Bifo (franco Berardi), che ha addirittura dato il suo voto al Movimento 5 Stelle. Bifo spiega in alcuni punti questa scelta, sostenendo che gli studenti e i lavoratori possano trarre energia dal fatto che per la prima volta in Europa si manifesta l’evento capace di mandare il tilt la governance neoliberista e finanzista. In pratica si mette l’accento sul valore anti-istituzionale, capace di accogliere la protesta No Tav, ma anche la guerra alla “Kasta” che non ha fondamenti ideologici. L’importante, per Bifo, è che il M5S sia riuscito laddove anni di lotte dei movimenti non hanno ottenuto nulla, l’azione politica (anche se pericolosa) è più importante dell’immobilità (e sulle responsabilità di quest’immobilità sulla riduzione dell’impatto dei movimenti e sul successo del M5S, paiono tutti d’accordo, Wu Ming compresi). Per Bifo, il moVimento ha rotto, per la prima volta, l’ordine ultraliberista privatista e finazista del ceto governante in Europa. Le elezioni italiane hanno fermato il treno dell’offensiva finanziaria e aperto la strada a un processo di ricostruzione sociale di cui si devono occupare i movimenti della società.
Infine, Wu Ming, accusati di “intellettualismo radical-chic” sostenengono tutta una serie di lotte a cui hanno fatto parte, e in modo esemplare il fatto che al G8 di Genova si trovassero dietro la prima fila di scudi quand’è partita la carica di via Tolemaide.
Probabilmente dovevano essere a fianco a me, visto che c’era anch’io in prima fila dietro gli scudi (in quel momento incontrai Philopat, che può testimoniare :-), ma con la carica devono essere scappati in fondo a via Tolemaide, lasciando i più arditi farsi colpire in piazza Alimonda.
Almeno dal 1999 seguo i movimenti, da quello di Seattle al G8 di Genova, dai Neo Global a Occupy, passando dagli Indignados, 15 de Mayo e via dicendo che, nella loro diversità, hanno sempre mantenuto questa visione classista di matrice marxista, e oggi il M5S, che invece manca di questa martice.
Il mio intento non è però aggiungere una voce discordante alla “sinistra dei movimenti” (di cui nessuno sente la mancanza, il mio approccio è “connettivista“, più che “New Italian Epic“), vorrei sottolineare che anche Wu Ming si augurano che le energie convogliate da Grillo trovino altri sbocchi, che si verifichino spaccature “liberanti” all’interno del moVimento, cosa secondo loro difficile, ma non impossibile. Wu Ming si augura lo smembramento del “monolite” e la presenza nel moVimento di interessi contrapposti e la liberazione della presenza “settario-aziendale” di Casaleggio. E intravedono due direzioni opposte, quella “anarco-capitalista” delle privatizzazione e quella più “sociale”, che però vedrebbe in Grillo e Casaleggio degli ostacoli.
Sarebbe auspicabile superare il classico manicheismo politico italiano (sei comunista o fascista) che traspare anche dalle parole di Wu Ming. Sono curioso di cosa avrebbe detto Antonio Caronia dell’exploit del M5S, ma è mancato da poco.
In quest’ottica, ecco delinearsi un’idea comune, almeno a chi ha visto nascere il M5S in parte intorno ad alcune lotte che sostenevano già molti anni prima: il “moVimento degrillizzato”, di cui anch’io parlai lo scorso anno (e suggerisco loro di chiamarsi “stellini”). Non un moVimento senza Grillo, ma dove Grillo rappresenti veramente solo il marketing comunicativo (il megafono).
Con questa visione, sono convinto che (e appoggio in pieno) la direzione intrapresa da Bifo sia la più coraggiosa e quindi coerente nell’ottica altermondista, ovvero cavalcare l’onda grossa della rivolta, per evitare che le parti “qualunquiste” e “anarco-capitalistiche” possano prevalere, e che le istanze “sociali” prevalgano, anziché stare a guardare dai propri scranni che il moVimento faccia passi falsi per lanciare accuse.
Le accuse di responsabilità hanno un valore relativo, in quanto essere responsabili di fronte al Paese significa prima di tutto essere responsabili di fronte a chi ha votato.
Se la lotta di classe di matrice marxista non sembra essere nel Dna del moVimento è forse perché il rimescolarsi degli interessi di classe ha confuso i cittadini stessi, e non certo perché esiste un popolo che ha interessi diversi dalla Kasta. Il problema è che il codice ottocentesco è sempre più di ardua lettura (per i non intellettuali) ed è necessario farne una rilettura in chiave “popolare” contemporanea. Perché l’individualismo di oggi è a torto considerato antisocialismo. Insomma, un moVimento innegabilmente “proveniente dal basso” che non contempli la lotta di classe non è necessariamente una contraddizione.
Posto che si elimino i pochi elementi criptofascisti dal moVimento, posto che Grillo e Casaleggio siano veramente solo il marketing comunicativo, la direzione che può prendere il moVimento può e dev’essere afferrata da Occupy e dai movimenti di Indignados, senza per questo porre la questione interclassista come prioritaria.
Se Wu Ming si vantano di essere stati dietro gli scudi, che lo siano ancora una volta, e non scappino perché, in quest’ottica, è necessario evitare la deriva di un moVimento che per la prima volta in Italia ha un terzo del Parlamento.
Rilancio quindi l’ipotesi di una lotta per un moVimento degrillizzato (nel senso di cui sopra) per non disperdere le forze di rivolta e l’eredità dei movimenti dal 1999 a oggi e convogliarle in un contesto parlamentare e istituzionale.

[Questo discorso è un motu proprio, cioè una visione che appartiene personalmente al presidente Lukha B. Kremo e non rappresenta la posizione ufficiale del Governo della Neorepubblica, che si pronuncerà sul caso italiano una volta che si delineerà la composizione del governo in Italia]

Se vince Berlusconi la Neorepubblica di Torriglia dichiarerà guerra all’Italia!


Eccoci al secondo appuntamento del “post col botto”, ovvero al post di San Silvestro.
Vedi il post col botto del 2011: Declassate le agenzie di rating!
Se Berlusconi, ricandidandosi, vincesse le elezioni italiane del 2013, la Neorepubblica di Torriglia sarebbe costretta a consegnare alle autorità una “dichiarazione di guerra”.
La motivazione è solo una: Silvio Berlusconi controlla (non importa se la proprietà è divisa nella sua famiglia) 3 televisioni a livello nazionale, oltre che il più grande gruppo editoriale. Questo non è ammissibile in una democrazia. Sebbene il suo controllo non sia “dittatoriale” e non sia prevista la censura, è evidente che la parzialità dell’informazione sia totale (come si è visto in questi giorni d’inizio campagna elettorale).
Non parliamo di “regime”, ma di democrazia parziale, su questo non ci possono essere dubbi, come anche confermano gli osservatori internazionali. E ci chiediamo come mai non si sente una parola che sembra passata di moda: “conflitto d’interessi”.
Per il resto, per come ha governato in quasi due decenni (leggi ad personam, scandali sessuali, gaffe internazionali) non ci pronunciamo, poiché si tratta di comportamenti che non entrano in conflitto con la democrazia e in quanto pensiamo che il governo abbia rappresentato bene chi lo aveva eletto.
Infine, in quanto favorevoli all’ineliggibilità dei condannati già dal I grado, Berlusconi è a tutti gli effetti incandidabile.

Due parole su Beppe Grillo


Il Movimento 5 Stelle è spesso stigmatizzato o, fino a ora, ignorato.
Considerato espressione dell’antipolitica, si può dare adito a questa definizione considerando la politica nella sua accezione degenerativa: nel momento in cui la politica è corrotta, ha obiettivi ad personam, e in generale si allontana dall’etica (ci cui la potica è parente stretta), allora è normale pensare all’antipolitica nel senso di “rinnovamento politico”.
Antipolitica è anticorruzione, ecco eprché la gente vota 5 Stelle.
Si tratta quindi di una classica definizione “dispregiativa” che ha e avrà risvolti non previsti dai chi ha coniato l’espressione. Così come i “macchiaioli” erano definiti quei pittori livornesi che più che dipingere “macchiavano le tele”, fino a essere poi considerati uno dei movimenti italiani più originali della pittura italiana di fine XIX secolo, credo che il Movimento 5 stelle farà dell’antipolitica il suo punto di forza nel senso di profondo rinnovamento di concepire l’arte sacra della politica.
Innanzitutto, il Movimento 5 stelle h la caratteristica di essere un movimento nato dal basso, principio fondamentale della democrazia e della politica.
Il difetto di essere populista (che in realtà in parte condivide con i partiti via via fondati ex nihilo da Silvio Berlusconi o dall’Italia diei Valori di Antonio Di Pietro) non è così marcato come potrebbe sembrare, e questo per il semplice motivo che Beppe Grillo è decisamente diverso da Silvio Berlusconi, ma anche da Di Pietro.
A parte una buona vis satirica (in Grillo enormemente migliore), i tre leader hanno origini completamente diverse. Berlusoni era un imprenditore con metà del Quinto Potere italiano nelle mani (tre televisioni nazionali), Di Pietro faceva parte della Magistratura, Grillo è un comico.
Berlusconi e Di Pietro sono stati il deus ex machina dei propri partiti, Grillo non è che il “megafono” del Movimento, non è in politica come candidato e, si spera, non ne farà mai parte.
Questo fatto è spesso presentato dai partigiani mass media italiani come una cosa negativa, una specie di “abbandono della nave alla Schettino”.
In questo modo, però, Grillo non ha il controllo totale del Movimento, che potrà crescere e svilupparsi in modo autonomo. In tal senso c’è anche il rischio, tanto per dirne una, che il Movimento 5 stelle si organizzi in bande fasciste e faccia spedizioni punitive.
In realtà questa è la garanzia che alcune “sparate” veramente fuori luogo di Beppe Grillo (come sugli immigrati, sulla Mafia e sull’abbandono dell’Euro), vengano ignorate, in autonomia, dal Movimento.
Personalmente conosco alcuni del Movimento e, oltre che cittadini “qualcunque”, ex sinistrorsi delusi, ci sono (a sorpresa per qualcuno) intellettuali di ogni provenienza politica.
Ma come: intellettuali che fanno antipolitica? Infatti, meditate su questo, il Movimento 5 Stelle nasce in modo analogo alla Lega di vent’anni fa (voto di protesta), ma a parer mio ha basi culturalmente più solide di una fantomatica “identita padana” e un ridicolo “cerchio magico”.
Ci auguriamo quindi che Movimento 5 Stelle e antipolitica (nel senso di rinnovamento politico) si sviluppino secondo le idee di “pulizia” ed etica che sono prorpie della vera politica e che Beppe Grillo rimanga sempre l’eccezionale comico qual è, senza intervenire sulle direttive del Movimento, lasciando così certe sue “sparate” alla satira e non alla politica.

Il giornalismo dell’era “fra-Berlusconi”


Salve a tutti. Sono la Ministra della Disinformazione della Neorepubblica di Torriglia. Il programma del mio ministero non è mai stato divulgato per coerenza con se stesso. È chiaro però di cosa mi occupo. È quindi in questa veste – credo – che il nostro veneratissimo Capo di Stato mi ha invitata a condividere con voi questo post che ho pubblicato nei giorni scorsi sul mio blog.

Il 12 novembre mi trovavo a Nantes, come ho detto più volte su questo blog, per il festival degli Utopiales. La sera, rimasta sola, mentre vagavo per le strade del centro, mi è arrivato un sms dal telefonino di mio fratello. Tre parole, un grido di liberazione: “Si è dimesso”.

Ero sola, come ho detto, e frustrata. Era come vincere i mondiali di calcio in un paese dove lo sport nazionale è il badminton. Dovevo condividere questo momento con qualcuno.

Pur essendo sabato, e pur non sentendomi affatto stanca, mi sono quindi precipitata nella mia camera d’albergo. La prima cosa che ho fatto è stata collegarmi a internet – cosa che non avevo potuto fare prima perché avevo la batteria del tablet scarica – e sfogarmi sulle reti sociali. La seconda è stata telefonare ai miei genitori, in Italia, aspettandomi fuochi d’artificio.

Mi ha risposto mia madre. Io, eccitata: “Allora, si è dimesso!”. Dall’altra parte del telefono, una voce assonnata: “Cosa? Chi?”.

L’ha saputo da me. Da me che stavo a 900 chilometri di distanza, in un altro paese, senza televisione e – nel momento in cui l’ho appreso – senza connessione a internet. “Ma cosa stai facendo?”, le ho chiesto, “Non stai guardando la tv?”. “Sì”, mi ha risposto, “ma continuo a cambiar canale”.

Stava facendo zapping e non sapeva nulla. Ora, è folle, certo: mettici un po’ di energia, santo cielo. Ma resta il fatto che, da quel che ho saputo poi, in quel momento non ne stavano parlando né le prime due reti Rai né Mediaset. Cioè, i canali più guardati, ancora oggi che c’è il digitale terrestre.

È questo che mi fa capire che Berlusconi ha ancora un immenso potere. Il potere che ha sempre avuto: il potere di giocare con le debolezze umane. È così che ha creato il suo impero: sei troppo pigro, o anche solo troppo stanco, per andarti a cercare le notizie e per pensare autonomamente? Ti diamo tutto noi, servizio in camera, tutto incluso, senza supplemento. Ti diciamo che cosa non è successo, non ti diciamo che cosa sta succedendo, quando te lo diciamo te lo raccontiamo come vogliamo noi, e tu ci crederai, perché non hai voglia di non crederci, perché già dubitare è uno sforzo.

Fa leva sulle debolezze, dicevo: pigrizia, avidità, viltà… ma anche sulle necessità. Perché è una necessità quella di portare a casa uno stipendio. E se sei un giornalista, e lavori a Mediaset, lo stipendio lo porti a casa, sei trattato con tutti i crismi sindacali, e pagato il 27 di ogni mese. Salvo che poi, quando esci a fare un’intervista, ti danno la lista delle domande da non fare.

Perché poi, lui, il Silvio, è riuscito ad approfittare non solo delle debolezze dei singoli, ma soprattutto di quelle del sistema. Perché è facile dominare il mondo dei media, se il mondo dei media è il caos totale. È facile vincere la lealtà dei giornalisti se fino a quel momento i giornalisti sono stati trattati a pesci in faccia, assunti con contratti non giornalistici, co.co.co., a progetto, come tecnici, a collaborazione, pagati 7 euro a pezzo, senza rimborsi, a 12 mesi, alle calende greche…

E il peggio è quando a comportarsi così sono gli stessi che alzano tanto la voce quando i diritti sindacali altrui sono in pericolo, i cosiddetti media “di sinistra”, che quando si tratta di cacciare la grana diventano piuttosto sinistri. Diventano come tutti gli altri, perché il problema, in Italia – e non solo, devo dire, ma soprattutto in Italia – è generalizzato, non appartiene a uno schieramento o a un altro, a un gruppo di potere o a un altro.

È questo il grosso problema del dopo-Berlusconi, che rischia di diventare un “fra-Berlusconi”, se il marcio che c’è nel giornalismo italiano, e che gli ha permesso di fare tutto quel che ha fatto, di manipolare coscienze troppo indolenti per ribellarsi, di stringere in pugno il potere di un dittatore usando gli strumenti della democrazia, non comincia a essere lavato via.

È davvero il momento di una riflessione profonda sulla professione, è il momento di mettere in discussione istituzioni intoccabili come l’Ordine, di rivedere il contratto nazionale, di pensare alle migliaia di collaboratori sfruttati, che boccheggiano, mentre vecchi dinosauri con la qualifica di inviati scaldano scrivanie come balenotteri spiaggiati.

È ora che il giornalismo torni a essere un quarto potere, non ricattabile, non così facilmente corrompibile, è ora che si smetta di guardare chi propone qualcosa di diverso dalle vecchie tradizioni della Lettera 22 come se fosse un alieno, è ora che le redazioni respirino aria nuova.

Solo il giorno in cui saremo riusciti a fare tutto questo potremo dire veramente di essere entrati nell’era del dopo-Berlusconi.

11-11-11, il cavaliere che mollò tutto e divenne Santo


Oggi per il calendario Gregoriano è il giorno 11/11/’11, sono le ore 11.11.11 nel fuso orario centro europeo (Berlino, Roma, Parigi ecc.)
In questa “palindromissima” giornata eleggiamo San Martino di Tours a Santo protettore delle Giuste Cause Kaotiche della NeoRepubblica di Torriglia.
Forse non è un caso che, nella giornata di oggi, la Chiesa festeggia un Santo Cavaliere che decise di abbandonare le ricchezze e dedicarsi alla vita religiosa e ascetica per fare del bene al prossimo. Proprio in questo giorno, nel nostro povero paese confinante (l’Italia), avviene una cosa simile.

San Martino, santo cavaliere

San Martino di Tours, Santo Cavaliere


Il Capo di Stato Lukha Kremo Baroncinij ringrazia quindi San Martino con un rito.
Lukha Kremo Baroncinij nelle vesti di San Martino di Tours

Lukha Kremo Baroncinij nelle vesti di San Martino di Tours, Santo cavaliere

Siamo tutti un po’ Gheddafi


Berlusconi bacia la mano di Gheddafi

Berlusconi bacia la mano di Gheddafi

Gheddafi morto

Gheddafi morente, ucciso dalle milizie ribelli libiche


>>>>>>>>>> È finita come doveva finire: ne avevamo già parlato in agosto, dicendo che Gheddafi aveva vinto la sua personale battaglia perché probabilmente sarebbe stato considerato “martire”.
Infatti, ieri, Gheddafi è stato ucciso dalle milizie ribelli libiche, ma non facciamo gli ipocriti: i mandanti sono la NATO e l’ONU, per quanto avrebbero voluto l’arresto e il processo, ma si sa (o si fa finta di non sapere?) la guerra è guerra, quindi i morti ci scappano a migliaia, anche dei più “eccellenti”.
Ecco l’accostamento di due momenti differenti della vita di Muammar Gheddafi, uno il 27 marzo 2010, l’altro ieri 20 ottobre 2011. Cosa è successo in questi 19 mesi? Il regime di Gheddafi durava da 42 lunghi anni, nell’ultimo anno ha visto inasprire il suo regime? No, è caduto trappola delle proteste (violente e sanguinose!) della primavera araba, appoggiate un po’ da tutto il mondo, Europa e Berlusconi compresi.
Queste due foto, accostate, vi fanno comprendere l’enorme ipocrisia delle persone che conducono i Paesi in nome della democrazia. Capita qui di parlare di Berlusconi, a causa della sua platealità, ma si può dire lo stesso di Nicolas Sarkozy, che ha voluto la guerra in previsione dei vantaggiosissimi contratti petroliferi tra la Francia e la Libia o di Angela Mekel (che secondo noi si sta mangiando le mani per non aver appoggiato la guerra contro la Libia).
Insomma, domandina a persone che prima ti baciano e poi fanno in modo di ammazzarti: perché in Libia s’interviene e in Siria no? Pochi contratti petroliferi? Poco sfruttamento in vista?
L’Europa si difende parlando di timore di destabilizzare l’area. Bene, allora conta di più un’area “stabile” che centinaia di morti ammazzati che protestano per la democrazia.
Da questa risposta si capisce che la motivazione non regge da sola. Esito: in Siria il governo può ammazzare i propri cittadini quanto vuole, tanto all’Europa frega poco, agli Stati Uniti zero, niente baciamano e niente aiuti.

Italia: da Gomorra a Sodoma: il trionfo della “do”crazia


In Italia in questi giorni vi sono rivelazioni che non soltanto confermano certi incontri ludici e sessuali che coinvolgono il Presidente del Consiglio e altri politici, ma che si fosse instaurato un vero e proprio “sistema”, una specie di tangentopoli della politica e dello spettacolo, nel quale chi dà di più (soprattutto fisicamente) ottiene di più.
Anche con tutte le precauzioni del caso (visto che si sta celebrando un processo), sembra che gli stessi protagonisti non neghino del tutto i concetti centrali del sistema.
Il caso Tarantini, infatti, sembra coinvolgere anche il Festival di Sanremo, decennale kermesse della musica italiana, spesso di bassa qualità, coinvolgendo anche Belén Rodriguez.
Oltre alla collusione del mondo della politica con quello della spettacolo, una parte politica liberale (soprattutto quella che era Forza Italia e ora è il Polo delle Libertà) pare abbia interpretato la tanto esaltata “meritocrazia” in una sorta di disponibilità fisica e sessuale.
In pratica, un “chi la dà di più, avrà di più”, che ha portato un certa parte dirigente (della politica e dello spettacolo) a fondare, a fianco alla Gomorra descritta da Saviano, una vera e propria Sodoma.
E forse anche Nerone e Caligola sarebbero orgogliosi di far parte del circo berlusconiano.