TRACCE SONORE: The Steepwater Band – Live & Humble


live

The Steepwater Band – Live & Humble

Avevo pensato di terminare la stagione con qualche indicazione libraria per letture estive ma qualche giorno fa sono stato al concerto di questi americani di Chicago e sono rimasto folgorato.

Il disco è il loro più recente lavoro, un live registrato nel 2013 a Chicago all’Ace Bar a conclusione di un loro lungo tour di oltre 200 date.

Quartetto granitico, con due chitarre che si alternano fra ritmica e solista e una sezione ritmica squadratissima con un basso profondo e una batteria pestona al punto giusto, i giovanotti propongono una miscela esplosiva che parte dal blues elettrico, frullato però con maestria e dosi sapienti di garage, heavy, hard rock e psichedelia, probabilmente la loro vera passione e principale punto di riferimento.
I brani, undici su disco, sono in realtà una scusa per improvvisare continuamente.

Mentre basso e batteria formano un maestoso metronomo, le due chitarre, speculari come suono e ampiezza stereo, gareggiano nella migliore tradizione del suono psichedelico sciorinando assoli su assoli: acide, grezze, torrenziali con un groove mordente eppure puro e pulito, si rincorrono continuamente in un gioco al rimando e in una gara a chi tiene la nota più lunga.

Il live fotografa in maniera perfetta il loro attuale percorso musicale e visti dal vivo sono una macchina schiacciasassi torrenziale. I brani non danno tregua; partono a razzo, due strofe cantate, poi arrivano gli assoli incandescenti che chiudono epicamente ogni traccia. E poi via di nuovo per un altro viaggio lisergico.

L’apice di questa cavalcata è una versione infuocata di Boom Boom di John Lee Hooker, ennesimo pretesto per calare la solita coppia di ass(ol)i, che si trasforma nella Zeppeliniana How Many More Times infarcita da altri trascinanti viaggi chitarristici.

Ritmo, tensione, sudore, per un viaggio musicale immerso nella tradizione con una visione però moderna e mai nostalgica.

Asciugando tutto per lasciare spazio ai due solisti, si arriva ai primordi, alla vera essenza del rock, del blues, ma soprattutto della musica.

Sono in Italia per qualche data, non perdeteli.
Due ore di asfissiante psichedelia contemporanea non possono che fare bene.

Buone vacanze a tutti.

massimo ODRZ

Annunci

TRACCE SONORE: Livia Satriano – Gli altri ottanta


altri_ottanta_satriano-e1400662739718

 

Livia Satriano – Gli altri ottanta

Ecco una interessante anomalia nel panorama di scrittori di nuova generazione dediti a sondare il panorama musicale.
Anomalia, perché Livia Satriano nasce una decina di anni dopo l’esplosione dei generi musicali di cui parla nei suoi saggi.
Interessante, perché lo fa con passione, acume, senza retoriche revivalistiche e affrontando il tema con una trasversalità che rende le pubblicazioni sempre avvincenti.
Se nel primo suo scritto parlava di no wave, in tutte le sue molteplici sfaccettature, fra contorsionismi musicali, DNA squilibrati e artisti marziani, qui si rivolge ai massimi esponenti della new wave nazionale chiedendo loro di raccontare la propria storia.

Fra curiosi aneddoti, storie personali, fatiche giornaliere e successi a volte insperati ma fortemente voluti, i quattordici intervistati raccontano uno spaccato di quel movimento artistico/culturale che dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, la bontà, la freschezza e la ricchezza di idee che circolavano nella penisola in quegli anni.

Il libro è strutturato per capitoli, ma lo scollegamento fra gli stessi permette al lettore più curioso di saltare fra uno e l’altro senza perdere il filo conduttore di tutto.
Tutti gli artisti a cui è stato chiesto il contributo hanno poi il pregio di non cadere mai  nella facile retorica ma si raccontano e raccontano in maniera lucida quei periodi.

Uno degli altri pregi del libro è la scelta di far parlare i protagonisti, asciugando nel testo le domande poste da Livia agli intervistati trasformando la chiacchierata in un proprio racconto/spaccato di vita.

Ciliegina sulla torta sarebbe stato il contributo di Oderso Rubini, non un musicista ma uno dei principali agitatori, che con la sua Italian Records permise a molti di fare il salto di qualità pubblicando tutto quello che c’era di interessante e nuovo.
Ma questo è l’unico appunto di una pubblicazione davvero coinvolgente, sincera, esaustiva.
Si passa da Freak Antoni a Giancarlo Onorato, da Federico Fiumani a Giorgio Lavagna, da Marco Bertoni a Massimo Zamboni praticamente il gotha del post punk italiano. E ogni storia/contributo è sempre interessante e avvincente.

Edito da AgenziaX lo si trova facilmente in tutte le librerie.
La passione con cui Livia Satriano scrive merita sicuramente una lettura.

E quindi, buona lettura estiva, non ve ne pentirete.
E magari informatevi sulle sue serate in giro per l’Italia per presentare questo suo libro, altrettanto coinvolgenti.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Crazy Cavan & The Rhythm Rockers – Crazy Rhythm


Crazy Cavan & The Rhythm Rockers - Crazy Rhythm

Crazy Cavan & The Rhythm Rockers – Crazy Rhythm

Ragazzi, è quasi tempo di saldi e nel negozio di dischi usati che preferisco, in realtà una libreria, si sono portati avanti.  CD a due euro per una scelta eterogenea, pure troppo, a volte quasi imbarazzante.  Ma se ci si può imbattere nella discografia pressoché completa di Laura Pausini (mi piacerebbe sapere non tanto perché ce ne si è voluti disfare quanto perché li si hanno acquistati) si trovano anche perle come questo Crazy Rhythm.

I tipetti propongono, dalla fine degli anni ’70, una loro personale rivisitazione del rockabilly miscelato a torrido boogie alla teddy boy.  Chitarre rigorosamente pulite, crunch, per un suono squillante ma corposo, batteria super ritmica solo rullante e charleston, basso acustico e voce simil Presley per un attacco frontale alle atmosfere fumose di quegli anni.

I brani, cortissimi per lo più, scivolano uno sull’altro mantenendo alto il ritmo, pazzo come da titolo, instillando nell’ascoltatore la sindrome da rock’n’roll.Impossibile rimanere fermi ascoltando le tracce che incalzano sferraglianti.  I brani fotocopia magari non brillano per capacità di scrittura ma hanno il merito di scorrere allegri e vivaci assolvendo a quello che sembra essere il loro principale obiettivo: divertire e divertirsi suonando.

In mezzo a tanto ritmo frenetico c’è lo spazio per qualche ballata sdolcinata, giusto per riposarsi qualche minuto prima di riprendere la cavalcata.

Il buon Cavan e suoi compari non si tirano mai indietro, snocciolando minuto dopo minuto una serie di piccole gemme assolutamente divertenti e scanzonate.
Il CD si ascolta con piacere dall’inizio alla fine e poi, per i più esigenti, lo si può far ripartire senza che si perda lo smalto iniziale.
Basta attrezzarsi con un bicchiere di buon whisky e il cerchio si chiude.

Buon ascolto.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Milano New Wave 1980-1983


copertinamnw

Milano New Wave 1980-1983

L’etichetta Spittle sta facendo un interessante lavoro di recupero di suoni e atmosfere anni ’80 ristampando e stampando materiale di quegli anni di gruppi italiani del giro new/no wave e post punk.
Non sempre però le ciambelle riescono con il buco, come in questo caso.
Il CD collettivo è dedicato a quattro gruppi dell’area milanese che, secondo le note di copertina, furono al tempo inspiegabilmente trascurati.
In realtà basta far partire il CD per scoprire brani arruffati, senza senso, al limite della prova nelle cantine di gruppi in cerca della notorietà. Le registrazioni poi sono da demo tape anni, appunto, ’80. Suoni infantili e derivativi, debitori delle migliori realtà del periodo ma senza quei guizzi di ingegno che hanno caratterizzato i migliori gruppi della nuova ondata. Costruzione dei brani che qualche critico di bocca buona ha etichettato come grezzi, in realtà proprio vuoti, oggi irrimediabilmente datati e in generale poveri sotto tutti gli aspetti.

L’idea è di recuperare le registrazioni scolastiche dando loro nuova linfa, della serie viene sempre buono tutto con il passare del tempo. Non si butta via nulla.
Qui invece a buttare via sono i 20 euro che uno deve scucire per poi trovarsi fra le mani questo prodotto.

Non me ne vogliano i diretti interessati, ma siamo davvero al limite.

Dai….forza un po’ più di impegno per le prossime uscite, anche perché di materiale buono anche in Italia in quel periodo ne uscì davvero tanto.
Io penso che se i gruppi presenti in questo CD collettivo non siano riusciti ad arrivare allora a una pubblicazione ufficiale, al di là di oggettive difficoltà un motivo puramente musicale e stilistico forse c’è.
Non c’è da aggiungere altro.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Technogod – Pain trtn ment


technogod-musica-pain-trtn-ment

Technogod – Pain trtn ment

Come ho già avuto modo di scrivere di altri gruppi, anche in questo caso a volte ritornano.
In vent’anni di onorata carriera, questo è il loro quarto album.
L’intrattenimento del dolore. In realtà di dolore qui ce n’è poco, semmai una diversa attitudine alla musica e al voler giocare con le lettere e le parole; quasi enigmistica, in senso stretto.
I titoli di molti brani sono degli intelligenti giochi di parole che si ribaltano poi anche nei suoni e rumori.

Tra trip-hop, techno dub, schitarrate assassine e melodie simil etno/orientali davvero accattivanti, miscelando il tutto in un frullatore di ritmi ipnotici e ossessivi ma mai inquietanti, il disco scorre traccia dopo traccia per oltre sessanta minuti di piacevole e facile ascolto.

Un disco pieno di collaborazioni, con una lunga lista di artisti per preziosi interventi, mai gratuiti, mai buttati là, invece funzionali al progetto musicale.
Un disco suonato e cantato, a volte duro e scuro, a volte incredibilmente ballabile, a volte tutte e tre le cose, in ogni caso multietnico a partire dalle lingue cantate e parlate. Italiano, inglese, tedesco e francese per un mix vocale e musicale intrigante e trascinante.

Alcuni brani, i più lunghi, diventano quasi dei mantra. Altri sono più strutturati e rimandano a una forma canzone più tradizionale ma con suoni e atmosfere sempre particolari.

Il frullatore di cui sopra continua a macinare il tutto e viene quasi voglia di ripartire al termine dell’ultimo brano.

C’è spazio, in coda, anche per una sorta di rilettura/cover/riarrangiamento di Police on my back di Eddy Grant, portata al successo dai Clash, su un ritmo che però suona molto Technogod e in cui si riesce a riconoscere anche un’ eco lontana di Bandiera bianca di Battiato.

Per i più curiosi; disco trovato a tre euro negli scatoloni delle super offerte in uno dei miei negozi preferiti.
Chissà chi se ne è voluto disfare…

Buon ascolto.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Biglietto Per L’Inferno Folk – Tra L’Assurdo E La Ragione


bigli

Biglietto Per L’Inferno Folk – Tra L’Assurdo E La Ragione

A volte ritornano.
Per fortuna bisogna dire.
Il Biglietto Per L’Inferno fu uno dei gruppi più interessanti nel panorama prog italiano e non solo. Con, praticamente, un solo album all’attivo riuscirono a segnare il genere e lasciare una indelebile traccia in quel panorama musicale.
A distanza di oltre trent’anni ritornano in versione, appunto, folk, con due membri originari e allargando l’organico a otto musicisti fra cui una splendida cantante/attrice e due strumentisti provenienti dal panorama folk a cui il batterista (uno dei due fondatori del Biglietto) si è avvicinato negli anni formando un ensemble dedito alla riscoperta della musica popolare.

Riproponendo materiale del primo disco e aggiungendo alcuni brani del secondo, al tempo rimasto nei cassetti, il ritrovato Biglietto si trova a ripercorrere vecchie strade con un piglio moderno e rinnovato.
Gli arrangiamenti sono il loro punto forte. Innestando sulla struttura originaria dei brani, elettrici, alcuni interventi acustici eseguiti con gli strumenti a fiato della tradizione popolare (flauto, piffero, ocarina, cornamusa) le tracce prendono nuova linfa e si prestano a nuove e interessanti interpretazioni vocali.

Se da un lato si perde la seconda tastiera, che era stato uno dei tratti distintivi del primo Biglietto, le sonorità folk impreziosiscono il tessuto sonoro sorretto da una sezione ritmica granitica arricchita da basso acustico e contrabbasso che dà una ulteriore spinta a tutto l’impasto sonoro con alcune perle nei brani più intimisti.
A fare da collegamento fra passato e presente ci pensano una chitarra davvero prog e la tastiera altrettanto sopraffina.

C’è lo spazio, in chiusura del disco, per uno strumentale tipicamente folk, in cui affiorano le radici da cui, forse, tutto è ri/cominciato.
Il gruppo da quando ha ripreso l’attività, calca con successo i palchi di mezza Italia.
Lo spettacolo, con una scenografia scarna impreziosita però da un impianto luci notevole, mette in scena praticamente tutto il disco con alcune aggiunte strumentali tra cui una intro travolgente durante la quale la cantante danza con sei seggioline posizionandole poi in bella vista davanti al tastierista, a significare che il nucleo iniziale del Biglietto (i sei musicisti di allora) sono ancora in qualche modo presenti in una sorta di filo conduttore continuo.

Disco davvero intenso, per chi vuole ascoltare buona musica svincolata da etichette e manierismi.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Confusional Quartet – Confusional Quartet 2012


Confusional-Quartet

Confusional Quartet – Confusional Quartet 2012

Il Confusional Quartet è stato fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 uno dei più importanti gruppi della new wave italiana e non solo. Un solo LP all’attivo più una manciata di singoli e un 10″ li ha comunque fatti diventare un riferimento assoluto nel panorama musicale di quegli anni.
Scioltisi subito dopo e riformatisi dopo trent’anni, nel 2012 pubblicano questo disco che inizia là dove il primo terminava. Riferimenti futuristi, l’attacco è con un estratto da un discorso di Marinetti, e poi un suono sghembo, tiratissimo, con la chitarra in primo piano e le tastiere acidissime a fare da contraltare a un ritmo sostenuto sempre allo spasimo.
Perennemente senza voce, i quattro rispolverano quella vena artistica che avevano temporaneamente messo nel cassetto, con uno sguardo al passato, ma straordinariamente rivolti verso il futuro.
Una visione musicale che intreccia sapientemente new/no wave, jazz, avanguardia varia, rock e chi più ne ha più ne metta, mantenendo sempre un proprio tratto distintivo dimostrando che nonostante il passare degli anni il suono resta vivo e attuale.
Tra musichette da sigle pubblicitarie e assurdi assoli elettronici infilati malignamente all’interno di brani diversamente strutturati, il disco sciorina una decina di pezzi uno più coinvolgente dell’altro stuzzicando l’ascoltatore in ogni passaggio.
Non c’è tregua fra una traccia e l’altra, tutto scorre e corre granitico e risoluto mescolando i suoni in un affascinante tritacarne musicale.
Anche i titoli dei brani riprendono quella vena ironica che li contraddistinti fin dall’inizio.
Leggete la scaletta del primo e di questo e resterete colpiti da tanta fantasia nell’identificare una traccia dall’altra.
Un’opera matura che apre nuovi orizzonti.

E i nuovi orizzonti sono il loro lavoro recentissimo intitolato Confusional Quartet play Demetrio Stratos in cui i quattro moschettieri partono da una delle ultime registrazioni di Stratos per sola voce, utilizzandola in maniera creativa e cucendoci sopra una colonna sonora intensa.
Su tutto si erge la versione maestosa di Cometa Rossa, straordinaria sia per l’utilizzo della voce di Stratos sia per la scrittura della parte musicale.

Ma se volete un consiglio, ascoltate prima il disco del 2012 e poi avvicinatevi al loro più recente. Non rimarrete delusi.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Flying Lizards – Top Ten


Flying Lizards – Top Ten

fltt

I Flying Lizards. Chi li conosce?

A parte la loro versione di Money intendo (non quella dei Pink Flyod, quella di Barret Strong) che nonostante fosse una cover aliena e alienante, completamente destrutturata e resa quasi inumana negli arrangiamenti, spopolò nelle discoteche e in generale divenne un hit stratosferico.

Lo stralunato leader è invece riuscito in quegli anni a realizzare una manciata di altri dischi altrettanto interessanti per i più curiosi, fra cui questo Top Ten composto esclusivamente da cover di brani famosissimi passati al tritacarne robotico di Cunningham aiutato da un manipolo di musicisti dell’area avanguardia minimalista.

Fra una versione strampalata di Tutti Frutti e una stilizzata Sex Machine si passa in rassegna il beat, il funky soul, il rock’n’roll più genuino, il pop rimiscelando e asciugando il tutto con un risultato e un effetto davvero alieno. Dove negli originali ci sono le chitarre, qui prendono il sopravvento violini e archi frenetici e dissonanti: la voce è sempre monocorde, senza enfasi né coinvolgimento emotivo, tutto si asciuga e si minimalizza. L’utilizzo in alcuni casi di strumenti giocattolo e di suoni ricavati da oggetti casuali porta a uno spiazzamento totale.

Qui siamo in un campo minato; chi non ama le cover, siano esse fedeli all’originale o tentino strade diverse per dare nuova/alternativa vita a un brano, troverà il disco inutile, noioso e quasi irritante.

Chi invece trova l’operazione cover interessante se fatta in modo creativo, scoprirà nuovi mondi. Basta infatti non leggere la scaletta dei brani e lasciarsi andare all’ascolto libero per trovare una modernità e una vena stilistica davvero notevoli.

L’atmosfera tutta sposta l’asse musicale verso un minimalismo sperimentale che si avvicina alla no-wave meno radicale raccogliendone lo spirito primario. Negazione di tutto quello che c’è stato fino a quel momento, forse nessun futuro, ma apertura verso nuove frontiere sonore.

Alla prossima, vi lascio ascoltando per la terza volta di fila la loro personale Great Balls Of Fire, con tanto di pianoforte solista, ovviamente suonato alla Flying Lizards.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Gerogerigegege – Tokyo Anal Dynamite


Gerogerigegege – Tokyo Anal Dynamite

g

Questa non è una recensione, ma un ricordo e un aneddoto.
Il disco in questione, uno dei massimi capolavori del noise giapponese, mi fu regalato tantissimi anni fa da un amico di ritorno da un suo viaggio a Napoli. Lo acquistò in uno dei negozi allora simbolo del nuovo, diverso, emergente; Demos.
Un punto di riferimento nazionale e oltre per chiunque volesse ascoltare qualcosa di davvero notevole fuori da ogni schema.
L’amico me lo regalò perché venne a sapere che mi stavo convertendo all’ascolto dei CD e che avevo acquistato, in prospettiva appunto, un lettore CD.
Il mio primo CD….
Fu un regalo inaspettato e davvero gradito.
Quando me lo portò, mi chiese di sentirlo al momento.
Peccato che l’amico non sapesse neppure lontanamente chi fossero i disperati Gerogerigegege.
Il CD, registrato dal vivo, propone in 35 minuti scarsi 75 brani.
Brani è una parola grossa in questo caso.
L’inizio è travolgente; un caos totale che in realtà non è altro che il bassista che sta accordando lo strumento prima di iniziare.
Poi il macello. Un rumore scomposto, terrificante, assurdo, riempie tutto lo spazio sonoro. Il tempo di un lampo e il primo brano è già terminato.
Applausi, ebbene sì applausi, e subito parte il secondo brano, altrettanto terribile.
Trenta secondi e il tornado finisce.
E via così fino alla fine per 75 interminabili, lunghissimi, strazianti 35 minuti.
Il tutto condito da inizi alla Ramones con il classico one two three four prima del tornado e dalla presentazione di alcune cover, opportunamente passate al tritacarne. Impossibile riconoscerle, il macello sonoro non cambia.
Il CD, che ho ascoltato con piacere più di una volta, lo inserisco nel lettore ancora adesso quando qualche amico che viene a trovarmi mi chiede di ascoltare qualcosa di strano.
L’effetto è sempre spiazzante e devastante e io mi diverto a vedere le loro facce.
E vi assicuro che è divertente l’inizio. I meno avvezzi a questi suoni, suoni (ripeto) è una parola grossa, pensano sia già rumore. Invece il VERO rumore arriva dopo.

Questa volta non auguro buon ascolto ma se volete avvicinarvi a questi pazzoidi consiglio anche il 7″ Yellow Trash Bazooka in cui sono presenti 79 mini tracce i cui titoli iniziano tutti con la lettera G, sono tutti in ordine alfabetico e vengono tutti presentati dal bassista. Si passa da G a Gynecologist. Qui la durata media è di cinque secondi a brano. Qualsiasi aggettivo è inutile. Va ascoltato

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Scorn – Gyral; Lull – Dreamt About Dreamin’


TRACCE SONORE: Scorn – Gyral; Lull – Dreamt About Dreamin’

Scorn - Gyral

Scorn – Gyral

Dreamt About Dreamin' - Lull

Dreamt About Dreamin’ – Lull

Continuiamo a parlare della produzione degli inglesi Scorn e degli altri progetti di Mike Harris, la cui produzione è sempre intensa e le collaborazioni sono tali da disorientare l’ascoltatore con la quantità di eventi sonori che si succedono o che si sovrappongono per formare quella densa radiazione di sottofondo.
Harris conclude la collaborazione con i Painkiller con Execution Ground e Rituals (entrambi 1995), in cui si esplora, tra urla e schizzi, il mondo ambient.
Lo stesso anno, a nome Scorn, esce Gyral (Earache). Ormai Mike Harris è definitivamente rimasto solo e si scopre che il percorso che sembrava ormai compiuto con Evanescence sta procedendo verso nuove derive. La voce scompare del tutto, l’atmosfera è ancora spettrale e ipnotica, ma più leggera, eterea. I campionamenti si fanno arrangiamenti, le distorsioni sono minimali, la concentrazione è tutta sui loop, che si fanno sincopati e ripetitivi con minime variazioni. Brani come “Stairway”, “Time Went Slow” o “Far In Out” sono vere rappresentazioni di paranoie e corto circuiti mentali. Infine, esce l’album di remix Ellispsis.
Nel frattempo Harris intraprende alcuni progetti laterali. Prima fra tutti i Lull: Dreamt About Dreamin’ (1995, copertina senza scritte con un’inquietante concrezione azzurra) è una serie di brani ambientali e industriali con le stesse atmosfere cupe e apocalittiche degli Scorn, ma senza l’enfasi sul ritmo. A tratti sembra il tappeto sonoro che gli Scorn hanno progressivamente eliminato dai loro ultimi dischi. Viaggio nell’incubo con rare cadenze metalliche (esemplare la title track),
Seguono le quattro glaciali e statiche composizioni di Cold Summer (Sentras, 1995), per un totale di 80 minuti, e la mastodontica suite di Continue (Release, 1996), unico brano di 62 minuti di nebbie post-psichedeliche, degno dark side del Vangelis di Beaubourg, che riprende ed espande le suite di Somnific Flux (Subharmonic, 1995), uscito a nome Harris e Laswell, due dischi che rappresentano dei vertici della musica ambientale.
Continueremo la rassegna delle collaborazioni di Mike Harris in una terza parte.

Kremo

TRACCE SONORE – Le Forbici Di Manitù – Automitoantologia 1983-2013


TRACCE SONORE: Le Forbici Di Manitù – Automitoantologia 1983-2013

Le Forbici Di Manitù - Automitoantologia 1983-2013

Le Forbici Di Manitù – Automitoantologia 1983-2013

Le Forbici Di Manitù – Automitoantologia 1983-2013
Vittore Baroni, instancabile agitatore culturale che passa con estrema scioltezza da mail art a curatore di mostre antologiche a eclettico recensore e giornalista sempre attento a musiche e arti non convenzionali fece parte di questo curioso ensamble attivo dalla metà degli anni ’80 e dedito a una intrigante proposta difficilmente etichettabile, che proponeva una miscela davvero raffinata di riferimenti musicali le cui coordinate principali si possono identificare nel minimalismo, nell’elettronica colta e nell’ambient più ricercato.
Questo curioso cofanetto, pubblicato proprio in questi giorni, nel presente, dà uno sguardo al passato proiettandolo nel futuro.
La raccolta di brani, come recita il sottotitolo, sciorina ritagli, inediti e rarità nel tentativo, sicuramente riuscito, di dare nuova linfa a una realtà ancora oggi molto interessante e per niente sorpassata.
Le tracce si susseguono con scioltezza fra suoni minimal electro, voci narranti, strumentali alieni, rumori di vinili gracchianti, cantati corali di canterburyana memoria e filastrocche elettroniche accattivanti.
L’eclettismo che li contraddistingue denota una voglia di ricerca e una attenzione di porsi fuori dagli stilemi tradizionali della musica commerciale pur senza negare una concessione alla melodia sempre presente.
C’è spazio anche per un paio di cover tra cui mi piace segnalare Io Ho In Mente Te, cavallo di battaglia dell’Equipe 84.
Qualcuno si chiederà il perché di tale operazione: semplicemente perché se sei Le Forbici Di Manitù ti puoi permettere anche questo senza cadere nel banale. Il brano infatti, strategicamente rallentato e reso straniante da un arrangiamento quasi cosmico, si fa ascoltare con piacere, rimandando ancora una volta al passato con un occhio al futuro.
Ciliegina sulla torta del cofanetto, un agile volume di 70 pagine, con indicazioni delle varie registrazioni, una interessante intervista a Manitù Rossi, l’altro agitatore delle Forbici, e i testi dei brani presenti sul CD.
Stampato in 500 copie, in 50 di queste si trova come ulteriore omaggio un bonus CD con un inedito di circa 40 minuti.
Imperdibile comunque, sia con bonus che senza, per approfondire la conoscenza di una delle realtà nostrane più interessanti della musica altra.
Si può ordinare direttamente a Vittore Baroni, che ve la spedirà all’istante come è successo a me.
Buon ascolto.
massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Scorn – Vae Solis – Colossus – Evanescence


TRACCE SONORE: Scorn – Vae Solis – Colossus – Evanescence

Scorn - Vae Solis

Scorn – Vae Solis

Scorn - Colossus

Scorn – Colossus

Scorn - Evanescence

Scorn – Evanescence

Quando nel mondo senza uscita ha preso il sopravvento la claustrofobia fosca che soltanto la freddezza di una macchina concepisce a perfezione, la colonna sonora è quella che scaturisce dai solchi registrati dagli Scorn e dai Lull, le migliori creature di Mick Harris, uno dei più geniali e sregolati strateghi del rock britannico.
Harris fonda gli Scorn e si presenta con il disco Vae Solis (1992, Earache): gli strumenti si fanno stratificati e rimbombanti fino a diventare una parete massiccia, tra campionamenti e ritmiche industriali. Ascoltate “Lick Forever Dog” o “Walls Of My Heart”. Ma già con “Scum After Death” si può intuire che la ricerca è appena cominciata, ma Harris è già l’“inventore” (insieme ai Godflesh) dell’heavy drone, la tecnica di usare il suono del basso (debitamente amplificato e deformato) come “etere” del brano.
Nel 1993 esce Colossus (Earache), nuovo album degli Scorn, in cui si attenuano le tinte truci per acquistare un’aria spettrale e agonizzante. L’attenzione si sposta progressivamente sulla batteria rispetto al granito della chitarra e del basso. L’agonizzante ouverture di “Endless” precede suite di rumori e voci subliminali come in “Crimson Seed” e gorghi di distorsioni come in “Scorpionic” aprono le porte alla musica industriale, alle atmosfere cyberpunk. Il battito pesante e le folate di distorsioni conferiscono a queste visioni una qualità apocalittica. Ci sono già episodi più elettronici come in “The Sky Is Loaded”. Ma è con Evanescence (1994, sempre Earache) che si completa la trasformazione. “Silver Rain Fell” dà il via a questo album, dove chitarra e basso sono ormai relegati a campionamenti. Ora l’attenzione è spostata sui loop della drum machine, comincia a instaurarsi un percorso che ha dell’autistico e del solipsistico. In definitiva, però, si respira la stessa aria apocalittica dell’album precedente, soltanto spostata, se vogliamo, dall’agonia alla paranoia.
Il pubblico storce la bocca, non capisce. Non crede assolutamente che questi siano gli ex Napalm Death. Nemmeno la critica li comprende subito. Soltanto la Earache sembra essere dalla loro, forse perché nel frattempo gli Scorn acquistano nuovi ammiratori e i dischi si vendono.
Parleremo ancora degli Scorn degli ultimi anni e dell’altro progetto di Mick Harris, Lull su questa rubrica.

Kremo

TRACCE SONORE: Arthur Fiedler & The Boston Pops – Saturday Night Fiedler


Arthur Fiedler & The Boston Pops – Saturday Night Fiedler

Saturday Night Fiedler

Saturday Night Fiedler

La First Lady del nostro Capo di Stato della Neo Repubblica di Torriglia sostiene che il caso non esiste.
In questo caso più che mai.
Non può essere un caso infatti che il direttore della Boston Pops Orchestra si chiami Arthur Fiedler e decida, sua ultima pubblicazione discografica prima della sua morte, nel 1979 di dedicare un disco alla disco music intitolandolo, con un superbo gioco di parole, Saturday Night Fiedler.
Per cinquant’anni direttore della Pops Orchestra, diede una spinta alla musica orchestrale avvicinando il pubblico presentando versioni arrangiate di classici della classica e di brani pop consacrando l’orchestra acclamata in ogni suo show.
Sull’onda del film Saturday Night Fever e relativa colonna sonora, decise di dedicare un album alla disco music allora imperante, proponendo alcuni temi del film arrangiati per orchestra togliendo le parti cantate.
Il risultato è uno splendido viaggio nella disco orchestrale, suonata magistralmente e arrangiata in maniera virtuosa. I brani migliori sono quelli già in origine strumentali, qui impreziositi da archi e fiati in quantità ma tutte le versioni dei brani proposti sono gradevolissime.
Il groove rimane quello disco ma l’orchestra spinge in maniera determinante verso un ascolto meno distratto valorizzando la partitura originale arricchita da un suono più classico.
Le due facciate del vinile sono riempite con altrettante suite. La prima dedicata al film snocciola in sequenza Stayin’ Alive, Night Fever, Manhattan Skyline, Night On Disco Mountain e la mitica Disco Inferno, mentre la seconda facciata, intitolata Bachmania, è basata sulla famosa Toccata e Fuga, in versione disco.
Uno spasso di quasi quaranta minuti.
Ciliegina sulla torta la travolgente copertina con la sfavillante Fiedler in versione John Travolta/Tony Manero.
Buon ascolto.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: The Alan Parsons Project – Eve


The Alan Parsons Project – Eve

Eve - The Alan Parsons Project

Eve – The Alan Parsons Project

Abbiamo passato in rassegna i dischi degli Alan Parsons Project che avevano come tema la fantascienza o la narrativa horror. Terminiamo questa rassegna con Eve, non perché affronti un tema simile (infatti riguarda il mondo femminile), ma perché ci sembra un altro tra gli album meritevoli.
Si parte infatti con uno dei mitici intro dei Parsons, Lucifer, quasi all’altezza di Sirius, che ci cala nel loro mondo, con il codice morse che scandisce E-V-E.
Il concept si mostra in tutto il suo mistero: in copertina ci sono due donne vestite a lutto (e una sul retro del disco), che sarebbero belle, ma a chi le guardale danno fastidio quelli che sembrano fastidiosi sulla pelle (ma fanno parte della retina del copricapo), poi: l’intro si chiama Lucifer, Eve ha la stessa radice di Evil, e via dicendo. Diciamo che è un disco di come l’uomo teme l’aspetto più misterioso della donna, come conferma il testo del secondo brano You Lie Down With Dogs, “Sei una donna stupida, ma ti amo”, “Ti corichi con dei cani, alzandoti con le pulci. Smonta e trovati un altro amante” e del terzo brano (ancora una donna dall’animo corrotto), che però si segnala per un classico giro dei Parsons, riconoscibile e godibile. Si passa alla ballata d’amore You Won’t Be There e si parla di passione nel brano che chiude il primo lato Winding Me up, che comincia con una bella grattugiata di qualcosa e un richiamo vivaldesco, elementi sorprendenti di una canzone che lo è decisamente meno.
Il lato B si apre con una delle canzoni celebri dei Parson, Damned I If Do, con il classico sound e riff ‘parsoniani’. Seguono due brani cantati da una donna (separati dalla strumentale Secret Garden), che finalmente diventa parte attiva, con la voce, prima di Clare Torry, e poi di Lesley Duncan, che chiude con il lento If I Could Change Your Mind. Entrambi i brani assumono le speranze e i rimorsi della donna sull’amore, dando spazio alle tipiche reazioni femminili davanti all’incompresione della coppia, come del resto lo erano state quelle maschili nel lato A.
Un disco discreto, che si può ancora ascoltare, secondo me, saltando le parti più noiose, godendosi giusto quel quarto d’ora che rimane senza ascoltare troppo convinti, non me ne voglia nessuno, quelle dinamiche semplificate e stereotipate che riguardano il mondo della donna e dell’uomo che guarda la donna.

TRACCE SONORE: Acquisti in blocco


Arto Lindsay

Arto Lindsay

Loreena McKennitt

Loreena McKennitt

Gentle Giant

Gentle Giant

Loreena McKennitt

Loreena McKennitt

Questa recensione multipla è dedicata a tutti gli acquirenti compulsivi a basso prezzo. 
Avendo ormai acquisito lo status di cliente gold nella mia libreria di fiducia, godo di alcuni privilegi per pochi eletti. 
Pochi giorni fa durante una delle mie solite visite, incrocio l’addetto alla sezione CD usati che mi dà la dritta: ci sono una cinquantina di pezzi in offerta a 2,00/3,00 euro che ti mostro in anteprima. Mi fiondo al banco e in mezzo a, purtroppo, tanta cianfrusaglia scovo questi quattro CD.

Per la modica cifra di 10,00 euro porto a casa quasi quattro ore di musica. 
Si parte con i Gentle Giant, una delle icone del prog inglese che in Italia ebbero un immenso successo, in questa loro prova molto interessante, sicuramente datata ma degna di nota ancora oggi, che mette in evidenza un loro particolare approccio al genere, fatto di ritmi sghembi, uso smodato di fiati e miscela di voci e cantato corale che all’epoca destarono interesse e ammirazione. Il disco Acquaring The Taste, una delle loro prime uscite, rimane a distanza di oltre quarant’anni uno degli esempi più felici di proposta colta di ricerca sonora che andava a scardinare gli stilemi pop rock dell’epoca. 
Arto Lindsay, leader indiscusso dei mitici DNA, è passato negli anni con disinvoltura e intelligenza dalla più intransigente no-wave alla destrutturazione jazz dei Longue LIzard per arrivare a proporre una nuova visione della musica brasiliana contaminata dalle sue sonorità tipicamente noise. Noon Chill, del 1997, è una vera perla. 
Miscelando sapientemente ritmi e sonorità brasiliane con inserti noise electro immersi in arrangiamenti ambient, propone una visione di world music totale e totalizzante che si lascia gustare senza mai cadere nel banale. 
Gli altri due dischi sono di Loreena McKennitt, interessante musicista canadese interprete di una rinnovata proposta folk celtica. 
A Mummers’ Dance Through Ireland è una raccolta del 2009, uno specchio del suo percorso musicale e un piacevole ascolto acustico arricchito dalla sua voce squillante. 
An Ancient Muse è un lavoro del 2006 ed è un percorso musicale tra la mitologia nella Grecia di Omero, la storia della Turchia ottomana, arrivando al tempo delle Crociate nell’antica Inghilterra.
Le suggestioni arabe e mediorientali prendono il sopravvento, connotando in modo decisivo il suono, sempre elegante, che non rinnega mai le radici celtiche.

Per la serie “basta cercare”, alcune volte è davvero sufficiente entrare in un negozio ed essere minimamente curiosi per trovare a prezzi davvero ridicoli musica interessante che permette di passare alcune piacevoli ore.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: The Alan Parsons Project – Tales of Mystery and Imagination


The Alan Parsons Project – Tales of Mystery and Imagination

Primo album degli Alan Parsons Project, del 1976, e subito si parte con un manifesto programmatico, Racconti del Mistero e dell’Immaginazione (antologia di Edgar Alan Poe),
tutte le tracce, infatti, hanno titoli dei racconti dello scrittore.
Si notano già i primi tentativi grezzi di ciò che saranno poi i loro punti forti. Il concept, l’intro strumentale, il mix delle influenze e la cura di suoni, l’uso di elettronica.
L’impressione, dopo tanti anni, è che il disco suoni molto più psichedelico e progressive dei successivi, rivelando le origini profonde del sound dei Parsons più maturi.
Naturalmente sono presenti già tutte le componenti che li hanno resi celebri, elettronica compresa (anche se al momento secondaria e banale).
Il lato A si chiude con The System of Doctor Tarr and Professor Fether, che anticipa i ritmi e il cantato dei Parson più noti, anche se ancora si potrebbero avvicinare tranquillamente ai Supertramp.
Nel lato B, invece c’è un brano diviso in 5 parti: la prima parte suona come una sonfonia misteriosa, nella seconda si utilizzano il suono dell’organo da chiesa fuso a tastiere elettroniche, nella terza siamo ormai nella più “profonda” colonna sonora psichedelica, per giungere a un accenno di melodia più classicamente intesa solo nella quarta parte per abbandonarla subito per un vertiginoso viaggio psichedelico nell’ultima parte.
Il disco si chiude con la bella To One in Paradise, che fa tornare l’ascoltatore sulla quotidianità “terrena”, ma senza togliergli l’inquetudine di cui Edgar Allan Poe era maestro.
Un disco complesso, molto buono per essere il debutto, più forte forse nelle parti psichedeliche, ma con i suoni ancora troppo ancorati agli anni 70 e che non “suonano” ancora come quelli dei Parson del decennio successivo.
Una nota: Wikipedia dice che i componenti del Project sono, compresi fotografi, grafici e ingegneri, 42, e senza fotografi, grafici e ingegneri (cioè solo musicisti) 31!

TRACCE SONORE: The Alan Parsons Project – Eye in the Sky


The Alan Parsons Project – Eye in The sky

Eye In The Sky - The Alan PArson Project

Eye In The Sky – The Alan PArson Project

Il vantaggio di recensire album di 30 anni fa è enorme. Certo, è facile registrare delle differenze anche notevoli tra la critica dell’epoca e cosa rimane oggi.
Volendo recensire dischi che affrontano la fantascienza, avevo promesso di parlare di questo Eye in the Sky, ottimo romanzo di Philip K. Dick, caratterizzato (il romanzo) da un’atmosfera paranoica e la presenza di pseudo-mondi.
In effetti le liriche del disco (questa volta sì, un concept album, vedi recensione di I, Robot) riguardano tematiche stellari (Sirio, Gemini) e l’etica del controllo – si cita l’Occhio nel cielo di Philip Dick, il Grande Fratello di George Orwell e l’occhio di Ra, rappresentazione della superiore soggezione infusa nella simbologia egizia.
La critica contemporanea lo bollò come disco freddo, di maniera, riuscito solo perché Woolfson e Parsons sarebbero stati abili nell’usare costose macchine elettroniche. Per quanto si possa dire che il suono non è sicuramente caldo come quello del blues, oggi è facile capire che il loro intento era tutt’altro che virtuosistico, seppur nella maniacale cura dei dettagli. L’album è tutto teso a calare l’ascoltatore nell’atmosfera d’inquietudine e paranoia, utilizzando varie influenze (rock, elettronica, pop) in un mix dove non prevale nient’altro che un sound riconoscibile (quello dei Parsons, appunto). Il disco si apre con Sirius, uno degli intro più riusciti nella storia della musica, vera chiave di lettura del disco. Si passa subito alla title track, ormai diventato un classico del genere. Forse un po’ patinato, ma sicuramente che ha il merito di essere la ballata che meglio rappresenta il sound dei Parsons.
Dopo un paio di brani che hanno la forza soprattutto nei testi, il primo lato si chiude con Silence and I che racchiude in sé vari stili dei Parsons, dalla ballata rock, all’elettronica, alla sinfonia da colonna sonora, al ritmo pop. Nel secondo lato ci sono Psychobubble, altro celebre brano, che riesce a tratti a ricordarci il clima di paranoia e mistero (sentire la sirena del bridge), poi Mammagamma (il nome è ispirato ad Ummagamma dei Pink Floyd), brano-manifesto dell’attitudine più elettronica dei Parsons, celeberrimo e, se non avanti sui tempi, probabilmente fautore di una maggiore fusione tra pop ed elettronica che non sia semplicemente una dance o una “canzone robotica”. Si finisce con Old And Wise, celebre ballata struggente. Tirando le somme, chiunque segua un po’ di musica sa riconoscere al volo almeno quattro brani di questo album, che per quanto possa a qualcuno risultare troppo freddo, pulito o patinato, deve considerarsi probabilmente il migliore degli album dei Parsons.

TRACCE SONORE: AA.VV. Italian Records-The Singles 7″ Collection (1980-1984)


AA.VV. Italian Records-The Singles 7″ Collection (1980-1984)

italian-records-singles-collection

Quando si dice chiudere il cerchio.
Da bambino ascoltavo sempre con passione il brano “Nel blu dipinto di blu” meglio noto come “Volare”. Una canzone, una delle prime italiane ad aver fatto il giro del mondo e a essere riconosciuta come uno dei cardini della musica leggera. Nel corso degli anni moltissimi musicisti, Italiani e stranieri, l’hanno reinterpretata.

Ci sono voluti quasi vent’anni perché la musica italiana, questa volta con il rock progressivo, riuscisse a esportare un proprio prodotto originale, pur rifacendosi ai grandi musicisti prog anglosassoni e altri dieci perché la new wave, seppur ancora una volta con sonorità in parte debitrici dell’ondata straniera, varcasse i confini nazionali con artisti e proposte sicuramente originali e interessanti in linea con il movimento.

Per comprendere appieno cosa è stata la new wave in Italia non si può prescindere da questo prezioso cofanetto, edito da Spittle Records,  che raccoglie in 5 CD tutta la produzione di singoli stampati dalla Italian Records tra il 1980 e il 1984.
Tutto il meglio dell’ondata italica è racchiuso qui dentro.
Sfogliando le track list ci si imbatte in Gaz Nevada, Neon, i primi Diaframma, Freak Antoni, Johnson Righeira, Confusional Quartet per citare i più conosciuti, assieme a un manipolo di musicisti altrettanto interessanti che ebbero la fortuna e la bravura di lasciare una loro personale traccia e un documento sonoro dell’epoca.
I CD sono suddivisi seguendo quasi cronologicamente le uscite dei singoli originali, con l’ultimo, una vera perla, dedicato alle uscite fantasma: singoli completati ma, per motivi vari, mai pubblicati.
Il tutto arricchito da un booklet che riproduce fedelmente le copertine, fronte e retro, di tutti i dischi. Un’altra vera chicca e al tempo stesso documento grafico che completa in maniera esauriente la proposta musicale.
Ciliegina sulla torta, un pin in regalo.
Se, inevitabilmente, alcuni brani possono risultare oggi irrimediabilmente datati e altri un po’ acerbi e ingenui, la proposta in generale si mantiene di alto livello, sia per varietà di progetti, sia per eterogeneità di suoni e approccio al tema risultando godibile dalla prima all’ultima traccia.

Come si chiude il cerchio?
Molto semplicemente con uno dei gruppi storici, i Confusional Quartet, qui presenti con qualche brano, uno su tutti la cover (anche se chiamarla cover è davvero riduttivo) di Volare, uscito su singolo e poi inserito sul loro primo LP. Una traccia di una potenza incredibile, spacca ancora adesso a quasi quarant’anni dalla sua uscita, con un impasto sonoro attualissimo.
I Confusional, come molti altri gruppi della Italian Records, erano avanti anni luce e la dimostrazione sta proprio riascoltando ora le loro prove discografiche.

Insomma, imperdibile per chiunque.
E per gli irriducibili, a fine Marzo esce in libreria No Input No Output, libro scritto e curato da Oderso Rubini (il grande capo della Italian Records) che ne racconta e ripercorre la storia.
Già ordinato alla mia libraia di fiducia, attendo trepidante.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Laurent Garnier – Unreasonable Behaviour


Laurent Garnier – Unreasonable Behaviour

0000279569_500

 

Una mattina entro in libreria accolto da una calda colonna sonora electro. La mia libraia di fiducia mi segnala che il disco è a nome di Laurent Garnier.
Giorni dopo ripasso in libreria e trovo questo CD nella sezione dell’usato. Impossibile non acquistarlo.

Il giovanotto francese è uno degli alfieri della nuova scena EDM internazionale e in questo disco del 2000 dà dimostrazione di come si possa ancora creare, se non proprio qualcosa di nuovo, dell’ottima elettronica.

I brani spaziano da una ambient trance piuttosto cupa a una electro super ballabile e ritmatissima, con suoni sempre ricercati e arrangiamenti raffinati.
L’apertura è molto cupa per una traccia che ci immerge in una inquietante atmosfera noir. Ma già dal brano successivo cambiano le dinamiche e i suoni si fanno più dance e meno opprimenti. Le ritmiche sostengono sempre con disinvoltura la partitura minimale, che è una delle caratteristiche di tutto il lavoro, cesellando e incastrandosi alla perfezione con gli altri strumenti.

In un’ora abbondante di musica se proprio si deve scegliere qualche traccia segnalerei The Man With The Red Face impreziosita da un imperioso intervento di sax che caratterizza tutto il brano e The Sound Of The Big Babou nel quale, su un motivo minimale che si ripete impietoso per oltre sette minuti, si innesta un ritmo ossessivo quasi marziale che concorre a rendere il brano un trattore musicale.
Ma ripeto tutto il disco è godibilissimo dal primo all’ultimo minuto.

Vicino come approccio ad altri suoi connzionali ma più ricercato in fase compositiva e di arrangiamenti, Garnier si lascia ascoltare senza preclusioni di sorta. Va bene al mattino per una sveglia sorridente, durante la giornata come compagno sonoro fuori dagli schemi, alla sera come ottima alternativa alle banalità televisive e, perché no, di notte immaginandola come colonna sonora delle notti del ventunesimo millennio in club affollati con miriadi di teste vaganti per un orgiastico movimento di corpi. Deteriorante battito per alieni. Anche se l’apocalisse si presenta con prepotenza fra atmosfere oscure, cupe, maledette, leggermente jazzate e con ritmiche spesso frammentarie, la riscossa della elettronica più solare è sempre presente grazie a brani godibilissimi e calde atmosfere dance.

E per rendere ancora più allegro il disco basta togliere il CD dalla confezione ed ecco apparire, all’interno della jewel case, la scritta “spero che tu ti sia lavato le mani prima di toccarmi”.
Tanto per mettere le cose in chiaro…..

Davvero buon ascolto.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Johann Merrich – Le Pioniere Della Musica Elettronica


Johann Merrich – Le Pioniere Della Musica Elettronica

E

Come ordinare un libro in libreria, acquistare una delle due copie che il
libraio ha ordinato sperando di vendere anche la seconda e a distanza di un
anno comprare anche la seconda copia ancora invenduta da girare a un amico
lontano che se la vede recapitare tramite un terzo amico comune.

È quello che mi è successo con questa interessantissima pubblicazione edita da
Auditorium è corredata da un altrettanto intrigante CD a corredo.

Il libro, dal sottotitolo Breve storia della musica elettronica al femminile, è
uno spaccato sulla scena elettronica, dagli albori delle prime sperimentazioni
fino ad arrivare ai giorni nostri, visto da una donna e dedicato alle donne che
si sono e si cimentano in questo campo musicale.
Partendo da una introduzione in cui si narra di alcuni carteggi trovati in cui
si vocifera della vera identità di Bach (in realtà una donna che dall’età di
nove anni decise di vivere sotto sembianze maschili) per passare in rassegna le
prime ardite sperimentatrici di fine ‘800 inizio ‘900 e in seguito i workshop
della BBC anteguerra, si arriva agli anni ’60 affrontando la contaminazione fra
elettronica sperimentale e approccio commerciale.

Fra aneddoti curiosi e scoperte incredibili, il viaggio è senza sosta, non è
mai noioso né didascalico o troppo tecnico per scoraggiare i meno addentro e
diventa affascinante anche per i neofiti e/o i semplici curiosi.

Un ultimo interessante capitolo affronta due capisaldi femminili della scena
italiana.
Teresa Rampazzi e Doris Norton. La prima, collaboratrice e amica di
Cage e Bussotti, divenne negli anni ’60 una accanita sostenitrice della musica
elettronica aprendo anche un laboratorio di sperimentazione totalmente
gratuito, rimanendo negli anni l’unica donna in Veneto, e forse in tutta
Italia, impegnata nella costruzione e nella diffusione della musica
elettronica, dall’analogico alla computer music.
Doris Norton invece inizia la carriera come componente della band Jacula per
pOi collaborare alla sostanziosa discografia degli Antonius Rex intraprendendo
parallelamente studi sulle nuove macchine e tecnologie che la portarono negli
anni a farsi sponsorizzare i suoi più arditi esperimenti da colossi quali Apple
e Roland e diventando a metà anni ’80 consulente di IBM per la quale realizzò
un programma per permettere la registrazione digitale a otto piste.

Una postilla dedicata alla musica, rosa, di domani chiude il libro con una
finestra sul futuro, roseo (in tutti i sensi).

Il CD allegato è una raccolta di brani delle artiste trattate nel volumetto e
si può ascoltare piacevolmente anche svincolato dalla lettura.

Anche il mio amico lontano che ha ricevuto la seconda copia del libro è rimasto
affascinato dall’argomento pur essendo più che un addetto ai lavori.

Buona lettura e buon ascolto.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: The Alan Parsons Project – I Robot


I Robot - The Alan Parsons Project

I Robot – The Alan Parsons Project

The Alan Parsons Project – I Robot

L’ascolto di questo disco mi permette di fare alcune osservazioni.
Innanzitutto che i concept album sono sempre più rari, e questo è un peccato, ma naturalmente rispecchia la cultura contemporanea. Il fatto che si facciano pochi concept potrebbe essere la conferma della tendenza della perdita di valori forti, esistenziali, politici e di coesioni sociali che hanno caratterizzato gli anni almeno fino ai 90 e la conseguente frammentazione sociale (e la parziale riorganizzazione di internet). Non è questa la sede giusta per parlare di questo, ma sicuramente i concept album si fanno di meno perché vendono di meno, e quindi la gente preferisce ascoltare episodi singoli, frammenti con testi che spaziano da un tema all’altro, proprio come i link degli ipertesti.
Detto questo, a dire il vero, I Robot non è un concept album (o non è riuscito bene). Qual è infatti il concetto che lega assieme i brani? Il mondo dei robot di Asimov compare solo nella title track, il resto è una serie di generici riferimenti al cosmo o addirittura alla Genesi. I robot di Asimov abitavano altri pianeti, ma anche la Terra, ma sopratutto la questione principale era l’etica dei robot: cioè sono vivi, senzienti? che diritti hanno? come si devono comportare nei confronti degli uomini? da cui nascono le famose Tre Leggi della Robotica di Asimov. Invece no. Alan associa i Robot al cosmo, mette insieme argomenti diversi che fanno parte del mondo fantascientifico: secondo me “la fantascienza” come tema di concept album, è un argomento troppo vago, e lo conferma il fatto che The Alan Parsons Project qualche anno dopo incidono l’album The Eye In The Sky, titolo tratto dallo scrittore di fantascienza Philip K. Dick (che recensiremo più avanti).
Il sound del gruppo è invecchiato e suona un po’ noioso, e non è un’ovvietà, pensando a come sono invecchiati bene Pink Floyd e Supertramp, per esempio. Gli Alan Parsons hanno un suono di tastiera inconfondibile, è vero, ma è sempre quello (quello diventato famoso in The Eye In The Sky, per intenderci), ma nella title track I Robot si ripete, e il resto è un miscuglio di rock progressivo, suggestioni new age e qualche influenza diversa (che salva il disco).
In effetti, dopo la suite di I Robot, ci si perde in tre brani dimenticabilissimi, patinati e noiosi, intrisi di testi new age o pseudo tali. Si salva la ballata Don’t Let It Show, un bel singolo, che sicuramente non c’entra nulla con i robot, ma è perfetto da ascoltare con la fidanzata sul lungolago.
Nel lato B si lascia un po’ l’ombra della new age per lasciarsi andare a un po’ di sperimentazione. E l’album si salva in corner proprio grazie a The Voice, dal lunghissimo bridge disco-funky, ma soprattutto da Total Eclipse, un tappeto sonoro da viaggio spiritual-interstellare con cori e linee di basso inquietanti che, grazie ai fiati (veri o presunti) fa sfociare il brano in una specie di componimento di musica colta contemporanea.
La versione rimasterizzata contiene le versioni fuse e rimontate dei brani più riusciti. Il risultato è il classico album che si ascolta saltando da una parte all’altra per evitare il peggio.
The Alan Parsons Project hanno spaccato il botteghino a cavallo tra gli anni 70 e 80, ma per capire meglio se la loro fosse musica interessante dalle tematiche profonde (questo lo dico non perché si pretenda da tutti, ma sicuramente da un gruppo che fa quasi esclusivamente concept album), oppure una boutade di stampo new age, è necessario ascoltare altri dischi. E lo farò in seguito.

Lukha B. Kremo

TRACCE SONORE: The August Prophecy – Five Endeavors In Self Murder


31AfOu9HjeL._SL500_AA280_

The August Prophecy – Five Endeavors In Self Murder

Qualche tempo fa con il Capo di Stato della Neo Repubblica di Torriglia in visita a Milano ci recammo nel mio negozio preferito di dischi usati. Fra varie amenità gli feci ascoltare questo vinile; nero, tutto nero (a iniziare dal vinile ovviamente) per passare alla copertina, fronte e retro, per finire alla label sul disco. Per quei pochi minuti che ascoltò, gli piacque parecchio arrivando a definirlo (un po’ enfaticamente) capolavoro relativo. Io quindi, da compratore impulsivo, lo acquistai all’istante. Ho avuto però la possibilità di metterlo sul piatto solo nei giorni scorsi e ho avuto una scossa.

Appena parte la musica sembra strano un suono di pianoforte, anche se plumbeo, ma eccoli arrivare con hardcore, grindcore, death metal, free punk, voce urlata inintelleggibile, chitarroni taglienti che danno la misura del progetto.

Sono sincero, non c’è molto da dire su questo mattone sonoro; se piace il genere ci si può passare una mezz’ora scarsa con un delirio sonoro assolutamente in linea con le aspettative. I cinque brani sono inframmezzati da piccoli intervalli minimal-ambient e registrazioni radio che attenuano la tensione e l’impatto sonico, tipico di prodotti simili ma comunque sempre interessante. Le parti suonate invece sono un assalto devastante ma ipnotico, tagliente, trasversale e possente. Si ha l’impressione di infilarsi, con un po’ di timore, in un tunnel senza uscita ma sperando di non uscirne mai.

Se volete passare invece una serata tranquilla meglio vi allontaniate da questo disco. E’ davvero ostico per chi non ama suoni stridenti, voce oltre il limite, una struttura dei brani frammentata che non permette mai di entrarci dentro; il cambio di ritmo è sempre dietro l’angolo a spiazzare, gli stop e le ripartenze non danno tregua e la quasi onnipresente voce satanica crea angoscia a ogni intervento.

Vi lascio perchè è terminata la prima facciata e per la terza volta di fila giro il disco…..

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Julian’s Treatment – A Time Before this


A Time Before This - Julian's Treatment

A Time Before This – Julian’s Treatment

Julian’s Treatment – A Time Before This

Ecco un album che credo sia perfetto per questa rubrica e per questo recensore.
Julian Jay Savarin è un musicista, poeta e scrittore di fantascienza britannico (mai tradotto all’estero ma uscito solo in Gran Bretagna e Usa), nato nell’isola di Dominica (che non è la repubblica Dominicana).
Ha messo insieme i Julian’s Treatment, una band psycho-progressive che pubblica A Time Before This pare nel 1970 (ma altre fonti citano il 1969, il 1971 o il 1972, quindi non si sa di preciso nemmeno quando è stato registrato) che scompare presto dai negozi fino a diventare un disco molto raro (l’originale si trova a 100 dollari), salvo poi essere ristampato più volte (è qui che sono riportate date d’incisione diverse).
Non posso dirvi nulla sulle sue qualità come autore di fantascienza, anche se vista la bassa diffusione dei suoi romanzi e racconti non nutro speranze, ma posso parlarvi di questo A Time Before This che, naturalmente, affronta, nei testi, tutte le tematiche fantascientifiche care all’autore.
Diciamo subito che si tratta di un disco di rock psichedelico e progressive che gli stessi cultori del genere pare apprezzino particolarmente. Ma io mi atterrò allo scopo di questa rubrica, cioè quello di giudicarne l’ascolto oggi, senza storicizzare, ma valutandone la tenuta dopo tutti questi anni.
L’uso insistente del suono dell’organo, che supera sovente quello della chitarra, sposta il baricentro dalla psichedelia al prog, anche se a tratti (soprattutto negli intro) l’atmosfera oggi suona un po’ troppo chiesastica. Ma le velleità “cosmiche” e spirituali che ci si aspetterebbero da titoli come The coming of the Mule (ispirato al ciclo di Fondazione di Asimov) o Alda Lady of the Outer Worlds, Altarra Princess of the Blue Women, Alkon Planet of Centauri sono stemperate grazie a un ritmo incalzante, ben domato dalla voce della cantante Cathy Pruden, che fanno prevalere l’idea di buon rock, di buona musica, rispetto al “viaggio”.
Anzi, devo dire che è probabilmente la voce della Pruden (che dà un tocco di freschezza, nonché, in certi momenti, di respiro country all’atmosfera psichedelica e sinistra dei suoni) a distinguere questo lavoro dalla massa di dischi psichedelici dell’epoca, elevandola a qualcosa d’interessante da ascoltare.
Nonostante avessi scelto questo disco per le premesse (la fantascienza e la rarità) mi stupisco di dover giudicarlo in modo positivo, ovvero come un bel disco di musica phycho-progressive.

Lukha B. Kremo

TRACCE SONORE: Yello – One Second


One+Second

Yello – One Second

Gli Yello, combo svizzero prima trio poi diventato duo, hanno sempre avuto un approccio trasversale alla musica. Synth pop infarcito di disco music: cyber punk addolcito da elettronica minimale: afro beat con sferzate industrial.
In One Second, loro quinto LP del 1987, le tracce passano con estrema disinvoltura da un’atmosfera dark a un infernale ritmo afro sporcato da incursioni vocali in stile soul funky, ad alcuni strumentali assolutamente noir per terminare con una cavalcata cyber punk.
Il duo, aiutato da un manipolo di ospiti di tutto rispetto ( Shirley Bassey e Billy MacKanzie su tutti) snocciola una seria di brani uno più coinvolgente dell’altro lasciando senza respiro l’ascoltatore invaso da questi suoni sempre pieni, grossi, tempestosi ma liquidi allo stesso tempo infarciti da cori, urla minacciose e arrangiamenti strumentali quasi sinfonici.

Si parte alla grande con un ballabile a tutta birra per passare a un brano che sembra uscito da una colonna sonora di un film di spionaggio anni ’70, infarcito però di suoni arabeggianti. Le voci femminili aiutano a creare un groove intrigante.
L’apice di questa vocalità è il brano The Rhythm Divine cantato in maniera davvero divina da un’immensa Shirley Bassey, con un’interpretazione calda e avvolgente sorretta da un arrangiamento retrò che calza a pennello sulla voce della Bassey.

Gli strumentali sono altrettante galoppate in territori synth pop anneriti da suoni dark con il basso assassino che sferza bordate micidiali.
Non c’è tregua fra un brano e l’altro, anche i più tranquilli suonano ed emanano tensione.

Quando tutto sembra placarsi arriva, in coda, il colpo di teatro.
Si Senor The Hairy Grill è un terremoto. Cyber punk allo stato puro con una chitarra torrenziale tiratissima doppiata da un urlo primordiale e con una batteria mitraglia che enfatizza tutto il brano. Si entra in un vortice sonoro intenso, maestoso, cupo.
Il riff iniziale apre a un cantato sussurrato contrapposto allo strumentale in primo piano. Un passaggio di organo fa da intro al ritornello suonato con furia tribale. La chitarra continua imperterrita fra riff industrial e assolo tagliente. L’atmosfera rimane sospesa, inerte, poi di nuovo la batteria metronomo arricchita da un coro e dalla infernale chitarra ci accompagna al culmine del brano.
Senza fiato.

Il disco vale l’acquisto, si trova a due soldi, solo per il finalone travolgente.
Su vinile non si riesce, ma se acquistate l’edizione CD e impostate il lettore nella modalità repeat sull’ultimo brano non ve ne pentirete.
Sempre obbligatoriamente a volume super sostenuto.
Buon ascolto.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Tony Borlotti e i suoi Flauers – A che serve protestare?


b

TRACCE SONORE: Tony Borlotti e i suoi Flauers – A che serve protestare?

Tempo fa mi sono imbattuto casualmente nel sito di Tony Borlotti e sono rimasto sbalordito.
Negli anni 2000 c’è ancora chi, con cura maniacale, propone un genere musicale che sembrava riservato ai più irriducibili nostalgici: il beat.
E lo fa con una convinzione e un approccio alla materia curando ogni minimo dettaglio, dalla grafica alla strumentazione vintage al look.

Il suono è ovviamente beat, con una punta di garage sempre rigorosamente anni ’60.
Sul disco i 13 brani, dieci originali e tre cover che loro chiamano rifacimenti, si susseguono con una freschezza e una disinvoltura davvero notevoli.

C’è spazio anche per uno strumentale, mentre il brano “Lei se ne va” viene arricchito da una presentazione in stile Festival di Sanremo anni ’60. Uno spasso.

I titoli dei brani sono lo specchio dell’atmosfera che si respira, eccone alcuni:
Bagordo shake
Giovane prete
Un tipo beat
Occhi tuoi

Per gli amanti del genere si va a colpo sicuro, mentre anche i curiosi non rimarranno delusi. Appena il disco suona sembra di partire per un viaggio a ritroso negli anni del boom economico, con minigonne, pantaloni a zampa e camicie psichedeliche.
Una colonna sonora, incisa quarant’anni dopo quel periodo intenso ed esplosivo da quelli che amano definirsi paladini del beat tricolore.
Il libretto interno alla confezione ospita, oltre a qualche foto del gruppo e a una carrellata delle uscite discografiche dell’etichetta, una divertentissima nota di Claudio Pescetelli di Mondo Capellone. Un nome una garanzia.

Il disco l’ho acquistato direttamente da Tony Borlotti per posta elettronica. Per darvi un’idea del tipo, vi dico che il CD mi è arrivato a casa prima ancora di ricevere gli estremi per effettuare il pagamento. Che personaggio…..

Alla fine del 2013 i Flauers e il fido Tony hanno dato alle stampe un EP in vinile con quattro brani. Se volete anche solamente avvicinarvi a loro con parsimonia andate sul loro sito è scaricate gratuitamente il loro inno e un altro paio di brani.

Rimarrete folgorati.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Brian Eno – Ambient 1: Music for Airports


Music for Airport - Brian Eno

Music for Airport – Brian Eno

TRACCE SONORE: Brian Eno – Ambient 1: Music for Airports

La forte venatura orientale di queste melodie, mentre ascolto “Music for Airports” di Brian Eno, mi porta in un tempio in cui si celebra il vuoto e la Divina Impermanenza, la divina inconsistenza che ci fa forti della nostra fragilità di echi in una valle buia, con la luce pallida della luna che sembra irriderci, e le stelle, quelle dannate irraggiungibili! Perché è un album duplice che si muove fra la grande inquietudine della nostra epoca e una quiete mistica e contemplativa.
Non posso negare che l’album abbia in sé qualcosa di magico. Oltre che fuoriuscire da un tempio zen questa musica sembra provenire dal futuro, invece ha una data di composizione, che comincia a perdersi nel tempo: 1978.
E’ davvero un interessante esperimento di musica per la mente, il titolo misterioso sembra alludere a melodie diffuse in un aeroporto. E’ la musica ambient, il suono che si fonde con un ambiente, l’aeroporto in questo caso, e ne detta e modifica la percezione. C’è della genialità nel mischiare suoni così antichi alla futuristiche visioni aerodinamiche suggerite dal titolo.
Questa è musica visionaria, ipnotica, in fondo psichedelica, che affonda le sue radici nella musica orientale, musica onirica che intende causare un cambiamento di coscienza nell’ascoltatore. Ed è un incontro fra passato, presente e futuro, che si trovano mescolati come in un sogno.
E’ musica che sembra ritmare l’adesione all’inconoscibile, a qualche forma di conoscenza estatica. E’ tranquillizzante, terapeutica, avvolgente, induce in uno stato sognante, vaporoso, è musica per il trascendente. Questa trascendenza riguarda la nozione stessa di tempo.
A tal proposito Brian Eno ha detto: « Una delle cose che la musica può fare è distorcere la tua percezione del tempo in modo che non ti interessi realmente se le cose scivolano via o si alterano in qualche modo.»
Ascoltare “Music for Airports” è quindi un modo per distorcere la propria percezione del tempo, uno scivolare di suoni oltre il dolore e la paura, una fusione di atmosfere meditative con la frenesia di un Check – in. Fa l’impressione che potrebbe causare la presenza di un aereo dentro una cattedrale, qualcosa di incongruo e sconcertante, quindi, ma al tempo stesso “Music for Airports” ha in sé le melodie che permettono di accettare la stessa incongruità.
E’ musica antica e moderna al tempo stesso. Cosmica e quotidiana. Intelligentemente sospesa fra sogno e incubo. E’ duplice: ci inquieta e ci tranquillizza al tempo stesso. E’ la sua funzione: musicare l’attesa che si compie in un aeroporto, divisa com’è fra l’inquietudine e l’estasi del volo.

Ettore Fobo

TRACCE SONORE: Temple City Kazoo Orchestra – Some Kazoos


kazoo

TRACCE SONORE: Temple City Kazoo Orchestra – Some Kazoos

Buon anno a tutti e tutte. Per iniziare allegramente questi 365 giorni ecco un mini LP assolutamente devastante e divertentissimo. Inciso alla fine degli anni ’70 da una decina di fulminati che ripropongono in chiave esclusivamente Kazoo alcuni classici dell’epoca, frantumandoli, facendosene sberleffo, gioco goliardico, dimostrando però che dietro una grande vaccata spesso c’è anche spazio per una altrettanto grande trovata.

I quattro brani reinterpretati sono in ordine di apparizione:

Also Sprach Zarathustra (qui storpiata in 2001 Sprach Kazoostra)

Stayin’ Alive

Miss You

Whole Lotta Love

La partenza con la rivisitazione di un classico dei classici lascia basiti.

Non ci sono parole per descrivere l’effetto. Puro spernacchiamento dove c’è spazio per una sezione che funge da orchestra e un esaltato solista che interpreta il motivo dominante con un piglio neoclassico. Il brano sembra interminabile ma al tempo stesso è di una sagacia e ilarità fuori dal comune.

Sulla stessa falsariga si muovono le altre tre cover, altrettanto divertenti e imbarazzanti, con un picco in Whole Lotta Love in cui viene riproposto anche il cantato, opportunamente filtrato dall’onnipresente Kazoo e in cui la parte centrale psichedelica diventa una storpiatura cacofonica assordante e stridente con tanto di svisate di Kazoo da lasciare senza fiato.

I prodi si sono ripresentati anni dopo con un’altra pubblicazione oltraggiosa, un 7″dal titolo Kazooed On Classics / In The Mood. Pura anarchia schizoide della durata di meno di due minuti per facciata. Se vi capita di recuperare le pubblicazioni, si trovano a prezzi economici, non fatevele sfuggire. Lo spasso è assicurato e il rischio dipendenza è alto.

Se poi vi piacciono le cover avete chiuso il cerchio.

Per gli insaziabili vi segnalo un video su youtube; un loro live a una TV americana.

Da sbellicarsi. Buon ascolto.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Platters – Christmas With The Platters


platters1

TRACCE SONORE: Platters – Christmas With The Platters

Siamo a ridosso del Natale e quale migliore disco se non questo?

I mitici Platters, in una delle loro formazioni migliori, alle prese con i classici a tema natalizio per una colonna sonora ideale durante la cerimonia della consegna dei regali o ad allietare i pranzi e le cene di ordinanza.

La pubblicazione è del 1963 ma i vivaci arrangiamenti orchestrali la rendono senza tempo.
I brani scorrono veloci, tra un lento e una filastrocca scatenata, buono per grandi e piccini.
L’atmosfera è ovviamente lontana e diversa dai loro maggiori successi, ma l’amalgama vocale è sempre perfetto, con un impianto sonoro a reggere le voci che enfatizza il tutto.

I cinque Platters si alternato alla voce solista, ma quando è il basso a cantare il risultato è da brivido.
La scaletta delle dodici tracce si snoda leggera alternando brani più decisi e quasi ballabili ad altri più di atmosfera e davvero struggenti.

Inizio travolgente con il classico dei classici: Jingle Bells Jingle godibilissimo con uno scampanellio che accompagna tutta la traccia che ci fa immaginare le renne e la neve. White Christmas e Santa Claus Is Coming To Town provvedono a scaldare ulteriormente gli animi, per arrivare sulla seconda facciata con una Jingle Bells Rock straordinaria.
Finale strappalacrime con Winter Wonderland e For Auld Lang Syne.

C’è spazio anche per un brano dal titolo All I Want For Christmas Is My Two Front Teeth, versione americana della nostrana Fammi Crescere I Denti Davanti, divertente, scanzonato con un finale da cabaret.

Ragazzi, un disco per le grandi feste che vi può allegramente accompagnare dalla vigilia all’epifania senza mai annoiare.
Poi terminata la baldoria, lo si ripone, come l’albero o il presepe, pronto per sfoderarlo l’anno successivo.

Buone feste a tutti, ci ritroviamo a metà Gennaio.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Swell Maps – Jane from Occupied Europe


jane

TRACCE SONORE: Swell Maps – Jane from Occupied Europe

È la solita storia, compro un gelato o compro un CD usato?
Vista la stagione opto per la seconda scelta che molte volte è azzeccata.
Stavolta ho trovato gli Swell Maps, gruppo post-punk/new wave durati un paio di stagioni nelle quali hanno saputo lasciare il segno.
Il disco è la loro seconda prova, decisamente marchiata da sonorità e atmosfere di quella ondata musicale, ma affascinante anche a distanza di quasi trent’anni.

I quatto giovanotti affrontano la scrittura dei brani con piglio deciso, fra chitarre devianti e asimmetriche, batteria sferragliante e metronomica, basso pulsante a cui aggiungono suoni concreti di quelli che nella loro strumentazione chiamano Toys, presenti in quasi tutti i brani e uno dei segni distintivi del disco.

Il risultato è intrigante, con cariche di sveglie, picchiare di martelli, utilizzo di posate e stoviglie a infarcire il tutto di suoni e rumori diversi.

Dopo un inizio con chitarra ululante ci si immerge subito in un’atmosfera noir psichedelica che lascia spazio nelle successive tracce a un minimalismo asciutto con le chitarre suonate in maniera percussiva, dissonanti e ossessive.
Anche la voce, nei pochi brani cantati, segue una linea continua, senza strofe e ritornelli, nella migliore tradizione post-punk: anonima, straniante, depressa.

Non c’è speranza nella musica degli Swell Maps, solo insofferenza e desolazione.
L’unico barlume di lucidità è in quei pochi momenti (brevi brani strumentali) in cui un pianoforte classico decadente allenta la tensione e disegna un panorama meno fosco.
Per il resto si passa da composizioni anarchiche a sfuriate punk a baccanali rumoristi per finire con uno dei loro più riusciti incubi sostenuto da un ritmo infernale.
Quello che rende particolare il disco è l’approccio trasversale rispetto a uscite coeve: una visione alternativa alla furia punk e più concettuale rispetto a lavori di alcuni illustri colleghi del periodo, per un risultato imprevedibile nel panorama di quella che all’epoca era la nuova ondata musicale.

Nel CD appaiono anche alcune bonus tracks assolutamente in linea con il disco originale.

In generale una buona occasione per immergersi nelle sonorità del periodo con un piglio sicuramente personale e fuori dagli schemi.

Tanto per il gelato c’è tempo.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: No Wave – Livia Satriano


no wave

TRACCE SONORE: No Wave – Livia Satriano
Ogni tanto invece di ascoltare un disco è bello passare il tempo libero assorti in qualche interessante lettura. Quindi oggi faccio uno strappo alla regola e vi parlo di questo accattivante saggio dedicato a uno dei movimenti, musicali e non, che ha attraversato dirompente la fine degli anni ’70.
Il libro parte dalla città di New York, da cui tutto prese forma, per passare a una parte centrale dedicata al movimento No Wave in ambito cinematografico, legato a filo doppio con quello musicale visto che molti musicisti si improvvisarono attori partecipando a numerose pellicole, terminando con un panorama sulla scena italiana del periodo che, senza arrivare agli eccessi americani, sicuramente seppe sfornare eccellenze forse mai più ritrovate negli anni a venire. Tutto molto scorrevole, il volume alterna spaccati d’epoca, piccole biografie degli artisti più rappresentativi e interviste ai protagonisti.

L’aggancio alla musica però non termina qui perché fra le pagine del libro si trovano spesso dei codici QR.

Per chi non lo sapesse sono dei codici a barre bidimensionali, composti da moduli neri disposti all’interno di uno schema di forma quadrata. Vengono impiegati per memorizzare informazioni generalmente destinate a essere lette tramite un telefono cellulare o uno smartphone.

Ebbene, attivando i codici che appaiono all’interno del libro, si viene indirizzati a un link da cui si può ascoltare la traccia musicale relativa al paragrafo/artista/album di cui si sta parlando.
Una vera manna per tutti, curiosi, neofiti ma anche addetti ai lavori e conoscitori già dell’argomento.
Oltre a brani noti, quasi tutti quelli apparsi sulla famosa raccolta No New York, che rimane il manifesto dell’intero movimento, si possono ascoltare tracce demo mai pubblicate su dischi ufficiali ma anche più semplicemente brani meno noti o non più ristampati.
Interessantissima la top ten di Weasel Walter, musicista no wave e uno dei massimi esperti dell’argomento.

La sezione italiana non è da meno, con alcune perle assolute, al tempo criminalmente snobbate da quasi tutte le riviste e giornalisti del settore.

Il volume è edito da Crac Edizioni, forse non lo si trova facilmente in libreria, ma su ordinazione arriva in pochi giorni.

Il titolo completo è: NO WAVE Contorsionismi e Sperimentazioni dal CBGB al Tenax
Un viaggio intrigante anche se a livello sonoro veramente impegnativo e a volte iper allucinato.
Comunque super consigliato.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Half Japanese – Half Gentlemen/Not Beasts


6e7560cb

TRACCE SONORE: Half Japanese – Half Gentlemen/Not Beasts

Quando si dice “hai perso un’occasione per fare bella figura”.
È successo a me alcune sere fa durante una serata fra amici.
Era partita una specie di gara a chi indicava il maggior numero di album tripli pubblicati. Oltre ai soliti noti avrei potuto stupire tutti con questo mastodontico, allucinato, inquietante disco di questo ensemble americano, fondamentalmente un duo composto dai due fratelli Fair.
Sconosciuto ai più, il fardello, ingombrante a cominciare dall’involucro ( cofanetto cartonato contenente, oltre ai tre vinili, un booklet e un manifesto) è una delle più assurde pubblicazioni che musicista possa pensare di incidere.
Ogni aggettivo a riguardo è assolutamente riduttivo oltre che fuorviante.

Naif, dadaista, rumorista, impressionista, ogni termine riesce a dare solo in parte una vaga idea di cosa ci si trova di fronte una volta fatta partire la musica.
Ogni brano è frantumato, fratturato, ridotto ai minimi termini, scardinando tutte le logiche, da quella di mercato (ma penso che sia l’ultimo dei loro problemi) a quella costruttiva. Qui si decostruisce; tutto.

Le tracce sono un vortice assurdo senza nè capo nê coda. I testi molte volte sono dei suoni onomatopeici, delle urla primordiali, una scarica confusa e convulsa sorretta dagli strumenti impazziti.
La registrazione, assolutamente lo-fi, rende il tutto ancora più desolato e disturbato.

In realtà la strumentazione è ridotta all’osso. Una chitarra sempre scordata e una batteria sferragliante perennemente fuori sincrono. Il gusto per lo sberleffo, lo scherzo infantile e la sonora presa per i fondelli aleggia su tutte le sei facciate interminabili.
I titoli sono uno dei loro manifesti. Eccone alcuni a caso:
1.      “No Direct Line From My Brain to My Heart”
8.      “Rrrrrrrrrrrrrrr”
15.     “Grrrrrrrrrrrrrrrr”
21.     “Du Du Du / Du Du Du”
30.     “I Don’t Want to Have Mono No More”

In mezzo a questo caos destrutturato, c’è lo spazio anche per alcune cover, ovviamente passate sotto lo schiacciasassi Half Japanese, perché loro in realtà non vogliono riscrivere le regole. Semplicemente, le ignorano.

Anche i più avventurosi faranno fatica ad ascoltare per intero questo macigno. L’impresa è davvero titanica anche se seguendo l’assurdo dell’opera, il tutto riesce ad avere, magicamente, un fascino inconfondibile.
Nota a margine, il terzo vinile è occupato da due live, uno per facciata. Stesso approccio, stessa atmosfera dei brani in studio.

Ma perché uno sano di mente dovrebbe avvicinarsi a una simile provocazione?
Semplice, per poter raccontare agli amici durante una serata in birreria che “sì io ho anche Half Japanese – Half Gentlemen/Not Beasts come disco triplo”.

Immaginatevi che figurone fareste…..

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Sparks – Gratuitous Sax & Senseless Violins


988097b4c351f5091b5d9824fd7e0cd9_full

TRACCE SONORE: Sparks – Gratuitous Sax & Senseless Violins

Quando si entra nei negozi di dischi usati si ha spesso l’impressione di un fuori tutto prima della fine del mondo, tanta è la scelta a prezzi da cono gelato che ci si presenta. Per i malati, patiti o semplicemente curiosi è sempre una manna.

Ieri ho acquistato, in mezzo ad altre proposte interessanti, gli Sparks, duo americano che negli anni ha prodotto curiosi capitoli musicali spaziando dal glam al glitter, dal music hall alla disco per approdare a questo simpatico disco di metà anni ’90 dal titolo assurdo.

I due fratelli Mael mettono in campo tutto il loro sapere musicale scrivendo una serie di brani uno più raffinato dell’altro, passando da atmosfere dark a pezzi da colonna sonora di film a un synthpop assolutamente geniale, il tutto infarcito di arrangiamenti melodrammatici con le voci in falsetto a farla da padrona, quasi liriche nel loro incedere tragicomico e una scrittura che ricorda alcuni passaggi minimalisti immersi però in una base elettronica che rende il tutto straniante.

Se la musica è sicuramente un gradino sopra le produzioni del periodo, una nota di merito va ai testi, a cominciare dai titoli.
Il migliore è senza dubbio (When I Kiss You) I Hear Charlie Parker Playing, traccia electro con il ritornello cantato da un coro di mezzo soprani ispirati come non mai che rendono il tutto ancora più struggente.

Il culmine della satira viene però raggiunto in Tsui Hark. Il personaggio del titolo è un regista vietnamita che nel brano declama il suo curriculum artistico elencando titoli di suoi film e premi vinti. Uno spasso. Nel booklet allegato con i testi, solo di questo c’è la traduzione in ideogrammi.

In apertura e chiusura del disco le due metà del titolo, due mini brani di neppure un minuto.
Il primo è un incedere a cappella folgorante con una coda di sax mentre il finale è lasciato a uno schizzo minimale vocale con i violini suonati in maniera superba.
Ciliegina sulla torta la copertina a fisarmonica elegantissima e super colorata, un collage che riassume graficamente il progetto musicale, che rimane freschissimo a distanza di quasi un decennio dalla sua uscita.
Sparks forever se volete divertirvi in maniera intelligente.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Nightwish – Once


1000x1000

TRACCE SONORE: Nightwish – Once

Come è noto in Finlandia non fa molto caldo e per parecchi mesi la gente è obbligata in casa dalle condizioni meteo. Alcuni giovani finnici, invece di darsi al sudoku, trovano la maniera di divertirsi musicalmente inventando combinazioni affascinanti e per nulla scontate fra generi musicali distanti fra loro, e le sperimentano sul campo.
È il caso dei Nightwish che in questo loro disco miscelano in maniera davvero disinvolta la musica da camera, sinfonica, con un gothic metal assordante.

La formula è semplice ma ugualmente affascinante.
Scrivere brani gothic, aggiungere una voce femminile suadente da soprano, accoppiata in alcune tracce a una maschile possente ma sempre abbastanza pulita, e poi lasciare gli arrangiamenti sinfonici a una vera orchestra. Ciliegina finale un coro a enfatizzare ancora di più le parti cantate.

Detta così suona banale, ma basta far partire il disco per immergersi in un mondo incredibile.
L’attacco è da cardiopalma; dopo un’intro con un riff micidiale parte un coro gregoriano da schianto e a seguire una schiera di violini a sostenere la chitarra indiavolata. Una versione allucinata dei Carmina Burana dove è la velocità a farla da padrona.

I successivi brani sono uno più tellurico dell’altro in un susseguirsi frenetico di schitarrate graffianti, voce incantata e stacchi orchestrali assassini assolutamente in linea. Non c’è tregua, anche quando l’intro sembra far presagire una apertura di brano meno da schiacciasassi. Niente, subito dopo parte la chitarra rullo e tutto si trasforma.

L’unico momento di relativa pausa è verso la metà del disco, con una traccia molto enfatica e meno aggressiva, sia in termini di arrangiamento che di andamento del brano quasi epico e molto più suonato dall’orchestra che non dai singoli musicisti del gruppo.

In mezzo a tanto materiale così corposo c’è lo spazio anche per un assolo di violino elettrico altrettanto sublime.

Per darvi una minima idea dell’imponenza della parte classica che partecipa alla registrazione dico solo che vi suonano una ventina di violini, venti fra viole e celli, altri venti fra ance e ottoni, cinque bassi oltre a tuba, percussioni, timpani eccetera eccetera eccetera. Un esercito.

Un’opera incredibile; certo nulla di assolutamente innovativo, ma che può dare sicuramente soddisfazioni all’ascoltatore curioso.
Come molto materiale simile, a volume sostenuto spacca. In tutti i sensi.
Rinnovo il solito buon ascolto segnalandovi che il disco è uscito a più riprese in versioni diverse, con bonus tracks, tracce video, edizioni deluxe in doppio cd ecc…
Una vale l’altra ma se proprio volete scegliere cercate quella in cui alcuni brani sono presenti anche in forma solo orchestrale, vi può dare un’idea della bontà della musica scritta dai simpatici finlandesi.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Robert Quine Fred Maher – Basic


 

basic

TRACCE SONORE: Robert Quine Fred Maher – Basic

Robert Quine è stato probabilmente uno fra i più sottovalutati chitarristi degli anni 70/80/90.
Inizialmente collaboratore dei Velvet Underground, a lui si devono le registrazioni da cui furono tratti i live su disco, come chitarrista ha prestato il suo strumento a una miriade di personaggi in ambito new-wave, punk e post punk, approdando anche alla corte di John Zorn.
Uno stile unico, nervoso, sghembo, con reminiscenze di rock classico ma sempre proiettato verso il futuro con suoni assolutamente moderni.
Il disco in questione, una collaborazione con Fred Maher (batterista dei Massacre qui al basso e alla programmazione della drum machine) è a tutti gli effetti il suo progetto.
Dieci brani strumentali per quasi 50 minuti di musica inclassificabile.
Si passa dal minimalismo al funky grintoso per entrare in un gorgo inebriante con una cascata di note che non sembra avere fine. È poi la volta di una traccia post-punk davvero deliziosa. Poi arriva un brano che sembra estratto da una colonna sonora di un film.
Su tutto svetta la sua chitarra; sempre pulita con un suono cristallino che riempie lo spazio sonoro in maniera sublime, sorretto da una drum machine granitica, metronomica, che sembra programmata da un robot tanto è precisa, senza la minima sbavatura e senza concedere nulla al virtuosismo.

Il disco è un tour de force strumentale che appassiona al primo ascolto.
Il concentrato di generi diversi lo fa diventare una specie di compendio dello stile di Quine, dissonante, tribale, onirico, atonale, acido, con la batteria a scandire impietosa il tempo (che passa).

Il marchio di Quine è questo suo lirismo ripetitivo ossessionante, che non lascia tregua all’ascoltatore pur nella sua assoluta rilassatezza. Anche gli assoli mantengono una loro integrità stilistica impareggiabile.

L’invito, oltre che ad ascoltare il disco in questione, è di andare a scovare le altre mille collaborazioni di Quine: da Richard Hell a Lydia Lunch, daTom Waits a Foetus, a John Zorn, solo per citarne alcuni.
Ne scoprirete delle belle.

massimo ODRZ

Abolito il lunedì: la settimana partirà da martedì


Il presidente della neorepubblica di Torriglia Lukha B. Kremo ha varato oggi una modifica al calendario kaotico, in solidarietà con le decisioni di Nicolas Maduro.
Il presidente della Repubblica del Venezuela Nicolas Maduro ha infatti deciso di anticipare le festività natalizie in nome della “felicità sociale del popolo”.
Lukha B. Kremo, in nome della stessa felicità, ha deciso invece di abolire tutti i lunedì dell’anno, che da oggi si chiameranno “domenica bis”, e la settimana comincerà il martedì.
(La rubrica “Tracce sonore” uscirà quindi regolarmente ogni domenica bis).

TRACCE SONORE: Phew – Les disques du soleil et de l’acier


Phew - Les disques du soleil et de l'acier

Phew – Les disques du soleil et de l’acier

TRACCE SONORE: Phew – Les disques du soleil et de l’acier

Phew (cioè il verso che si fa quando la professoressa ha deciso di interrogare un altro, in italiano Fiuuu), è la sigla dietro cui si cela la vocalist d’avanguardia Hiromi Moritani, membro, alla fine degli anni 70, del gruppo punk Aunt Sally, che vanta anche una collaborazione con Sakamoto, nonché con qualche membro dei DAF e degli Einstürzende Neubauten.
Questo disco, titolato Les disques du soleil et de l’acier è una nuova versione (del 1991) del primo album (Phew, del 1981), in cui la vocalist è accompagnata da parte dei membri dei Can.

La sua voce scava nella tradizione giapponese per espellere ciò che trova verso un futuro ignoto. Si comincia con un cantato lievemente fuori tono su un ritmo di batteria che richiama la tradizione nipponica. Poi ci s’immerge in un ritmo electro quasi body music con inneggi al dio/imperatore Hiro Hito da togliere il fiato (e parteggiare per l’ultimo impero sulla Terra).

Procedendo nell’ascolto ci si chiede quale linea prevalga, e allora si capisce la volontà di coniugare la tradizione con il gothic europeo, dove la voce femminile diventa ipnosi e l’elettronica assume atmosfere oscure e cyberpunk. La dissonanza tra la voce sempre fuori tono e la suite elettronica si fa sempre più una complicità da scherzo ben riuscito e, se a un certo punto si sfiora il sogno/incubo tecnologico, si torna presto a una nenia da giro-girotondo postmoderno, postumano, mai troppo serio, ma mai troppo leggero. Nell’ultima traccia si ritorna alla tradizione, come dire: questo è il giappone moderno, ironico e innovativo, pur non rinnegando la tradizione.

Ascoltabilissimo ma assolutamente originale.
Sayonara Hiro Hito!

Kremo

TRACCE SONORE: Borbetomagus – Barbed Wire Maggots


Unknown

TRACCE SONORE: Borbetomagus – Barbed Wire Maggots

Anni fa leggendo un saggio sulla musica elettronica mi imbattei in un trio americano dal nome accattivante: Borbetomagus.  Autori e fautori di una musica inclassificabile, cacofonia pura se si può usare un’espressione che li possa identificare, mi appassionarono subito e quindi acquistai un loro disco.

Poi, come capita spesso, di loro mi dimenticai fino a quando non ho trovato recentemente un’altra loro prova discografica, Barbed Wire Maggots, che ho comperato al volo.  Il disco originale è del 1982, uscito per la loro etichetta personale, la Agaric Records di New York.

Due brani senza titolo, nella versione in vinile uno per facciata, in cui i tre pazzoidi scatenati, due sax e un chitarrista (autore anche della copertina), suonano all’impazzata una sorta di musica concreta a rovescio, nel senso che i suoni scaturiti dagli strumenti rimandano a versi e rumori della vita quotidiana.

I mattacchioni iniziano molto lentamente con volumi soffusi, inducendo l’ascoltatore, dopo un paio di minuti, ad alzare il volume del proprio impianto, ed è lì che loro ti aspettano. Improvvisa parte una gragnuola di starnazzi, urla, schiamazzi, trombe da ammazzare chiunque.

Si parte da un barrito di elefante, poi sembra arrivare un camion, attenzione sul fondo c’è una nave che aziona la sirena, sta entrando in porto; un bambino piange e si dispera in maniera lancinante, adesso ci sono dei volatili che starnazzano, poi tutto sembra placarsi ma non c’è tregua a questo assalto sonoro disordinato, inquietante, davvero devastante. Un’auto tira una frenata di un paio di minuti interminabili, adesso è una donna che urla impazzita, ecco che ritornano gli elefanti, di nuovo qualche camion, poi sembra di sentire una chitarra che stride, ma è davvero la chitarra o è uno dei due sax?

Non lo sapremo mai…..

In mezzo a questo tornado ultrasonico qualche nota di sax, questo sì riconoscibile, sparsa qua e là a ricordarci che stiamo ascoltando musica…

Gli ultimi tre minuti del pezzo sono, se possibile, ancora più assurdi.  Tutti e tre i musicisti fanno a gara a chi urla di più, siamo in città in un’ora di punta, veramente impossibile resistere, eppure tutto il suono ti trascina in un vortice senza fine, che però (fortunatamente?) finisce in dissolvenza.  Il secondo brano, come in un film dell’assurdo, è completamente diverso ma contemporaneamente è la fotocopia del primo.

Ragazzi, tenetevi forte se decidete di avvicinarvi ai Borbetomagus.  L’ascolto è un giro della morte senza fine o quasi, 43 minuti e 13 secondi che sembrano due secoli e mezzo.  In confronto il noise giapponese è una roba da educande.

Buon ascolto.

Ah, dimenticavo l’aneddoto in chiusura.  Borbetomagus è il nome celtico dell’odierna città tedesca Worms, detta anche la città dei Nibelunghi.

Ri-buon ascolto.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Locanda delle Fate – Forse le lucciole non si amano più


 

loc

TRACCE SONORE: Locanda delle Fate – Forse le lucciole non si amano più

Tanti anni fa, ma proprio tanti (era il 1978), un mio amico invasato di prog mi fece ascoltare un disco della Locanda delle Fate, dal titolo Forse le lucciole non si amano più. Io ero su altri pianeti musicali, erano uscite le prime avventure discografiche di Pere Ubu e Devo, tanto per fare due nomi a caso (non c’era storia insomma) ma il disco mi piacque ugualmente.
Cinque ottimi musicisti e un solido cantante proponevano un prog davvero notevole, peccato che fossero in ritardo spaziale con i tempi. Non c’era più neppure l’ultimo treno, passato qualche tempo prima…..

Per decenni mi dimenticai del disco e persi anche le tracce dell’amico invasato.
Qualche tempo fa, inaspettatamente, mi è capitata fra le mani, in un negozio sulla riviera ligure, la versione CD con bonus track.

Irresistibile, ho pensato, e l’ho acquistato al volo.

Il suono manda irrimediabilmente a quegli anni, ma mantiene una freschezza davvero intrigante. L’album si snoda fra un brano e l’altro con una leggerezza incredibile, i suoni ti avvolgono in maniera penetrante e la voce, sempre presente eccetto nella prima traccia, racconta con vigore favole di tempi andati.
La doppia tastiera impreziosisce il tutto riempiendo gli spazi e dando un senso di orchestralità alla musica suonata, ripeto, da eccellenti musicisti che, grazie anche alle partiture mai banali, riescono a rendere il disco un’opera quasi concept, fra continui cambi di tempo e melodie quasi accennate che entrano e quasi subito spariscono.

Per giorni è diventata la mia colonna sonora mattutina e serale, senza mai stancare.
Da consigliare a tutti, dimenticando per 40 minuti i dubbi sul genere musicale proposto.

Qualche anno fa, la Locanda è ripartita quasi in formazione originale, riproponendo dal vivo il disco, con ottimi risultati (visti personalmente).

Nel frattempo ho riallacciato i rapporti con il mio amico e una delle prime cose che gli ho detto è stata quella dell’acquisto del disco.
È rimasto senza parole…..

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Humulus


humulus

TRACCE SONORE: Humulus

Pensate alle volte la vita che sorprese riserva. Uno va in un pub con amici per gustarsi qualche ottima birra ed esce con un CD in mano. Comprato nel pub. Dalle mie parti succede. Come mai? Presto detto; uno dei mastri birrai è anche un componente degli Humulus, interessante gruppo stoner, e mette in vendita il recente CD del gruppo al banco del pub. Impossibile resistere.

Il genere dice già tutto, il bello dello stoner è che se acquisti un disco stoner sai che suona stoner, punto. E se non ti piace lo stoner ti stoni via all’ascolto. Il prodotto è sicuramente intrigante, suono granitico, primordiale, massiccio.

Il gruppo, power trio più che classico, ha grinta da vendere e propone una serie di brani, nove per 40 minuti totali, davvero piacevoli con la chitarra sempre assassina e basso e batteria a rinforzare il tutto per un risultato davvero pieno. La voce è cattiva al punto giusto e miscelata agli strumenti contribuisce a rendere il suono compatto e quadrato, registrato in maniera eccellente, che in uguale maniera rimanda a sonorità vintage e mondi nuovi.

Gli Humulus declamano “ho perso il controllo, per salvare la mia anima”. Beh, per l’anima se la vedranno con chi di dovere, ma il controllo degli strumenti lo hanno ben saldo nelle mani. Il CD è corredato da un simpatico libretto in cui, oltre ai ringraziamenti di rito e alcune note tecniche, ci sono un paio di loro foto da antologia. La prima li vede sdraiati al centro di uno dei locali di un birrificio, la seconda un primo piano che non lascia dubbi sul loro approccio musicale.

Per cui, se siete dalle parti di Bergamo, non perdete l’occasione di assaggiare qualche ottima birra artigianale e così potrete anche acquistare un CD.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Wendy Carlos – Beauty in the Beast


Unknown

TRACCE SONORE: Wendy Carlos – Beauty in the Beast

Walter Carlos era un musicista che si dedicò alla musica elettronica agli inizi degli anni ’60 pubblicando un disco di assoluta rottura dal titolo Switched on Bach, nel quale rileggeva brani più o meno famosi del compositore austriaco con un approccio contemporaneo, suonando solo il moog.
Il risultato è una cavalcata spericolata nel mondo della musica classica con un piglio, per l’epoca, assolutamente moderno e contemporaneo rendendo al contempo popolare il suono del sintetizzatore; demistificarlo, farne insomma uno strumento alla portata di tutti.

Con il passare degli anni e il cambio di sesso, diventando Wendy Carlos, il/la simpatica musicista ha sfornato altri interessanti lavori.
Io mi sono imbattuto nel disco Beauty in the Beast, opera di metà degli anni ’80 composta da una decina di brani.
Qui siamo nel campo dell’elettronica ambientale con qualche spruzzata di new age; le tracce si susseguono con un andamento calmo e rilassato ma mai noioso o ripetitivo.

Ai sintetizzatori usati da Carlos si aggiungono suoni di strumenti riconducibili alla tradizione orientale e in un paio di occasioni voci corali.
Il disco è sicuramente interessante e mantiene una sua freschezza anche dopo ripetuti ascolti ravvicinati, ma per coglierne il valore in tutta la sua interezza non si può prescindere dalla lettura delle note di retro copertina.
Divise in due sezioni presentano il progetto in generale, un viaggio musicale attraverso le musiche del Terzo Mondo, e poi affrontano nel dettaglio la genesi e il percorso traccia per traccia, scoprendo così che i diversi brani sono stati scritti usando scale e tonalità non usuali e che tutti i suoni sono stati generati digitalmente eliminando tutte le limitazioni delle registrazioni microfoniche.

Non manca una bella immagine della signora Carlos , vera pioniera della musica elettronica, seduta davanti ai suoi strumenti di lavoro.

Opera accattivante per momenti di assoluto relax senza cadere nelle leziosità e nella poca fantasia di prodotto analoghi.

Segnalo, per i soliti patiti dell’aneddoto musicale, che Walter (non Wendy) è stato autore ed esecutore della colonna sonora di Arancia Meccanica.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: sConcerto di Capo Danno n°2


Oggi, la rubrica Tracce Sonore, presenta eccezionalmente un Cd di produzione nostra: lo sConcerto di Capo Danno n°2 composto dal duo ODRZ, da Patrizia Oliva, con testi di Lukha B. Kremo.

sConcerto di Capo Danno °2

sConcerto di Capo Danno °2

Il 23 settembre è il Capo Danno del calendario Kaotico di Torriglia, derivato direttamente da quello Rivoluzionario Francese. In questo giorno, nell’anno kaotico 132 (anno gregoriano 2012) si è tenuto il 1° sConcerto di Capo Danno e da allora, ogni anno, verrà registrato un album commemorativo.
Il 1° sConcerto di Capo Danno ha visto il presidente della Neorepubblica di Torriglia Lukha B. Kremo, il duo ODRZ e Dante Tanzi in tre brani dal vivo, in cui ognuno ha suonato insieme agli altri sanza aver mai provato insieme, ottenendo così un risultato improvvisativo e inatteso.
Lo stesso concetto è stato ripreso per il 2° sConcerto dell’anno 133 (anno gregoriano 2013), in cui il duo ODRZ e Patrizia Oliva hanno composto brani in modo indipendente che poi sono stati mixati e sovrapposti alle parole del presidente Lukha B. Kremo.
Nel primo brano ODRZ sono incisi sul canale sx e Patrizia Oliva sul canale dx, nel secondo brano i canali sono invertiti, in entrambi la voce di Lukha B. Kremo è equalizzata al centro. Le durate (10’00’’ e 10’13) sommate ottengono la cifra (20’13’’) che richiama l’anno 2013.
Il risultato è abbastanza sorprendente, almeno a un primo ascolto: le dinamiche pneumosonore degli ODRZ costruiscono un ambiente disumanizzante, inquietante quanto definito, le psiconenie di Patrizia Oliva (degne di un affetto da sindrome di Asperger) ma con l’eleganza di una diva, aggiungono qualcosa di misterioso, di umana angoscia. I testi di Kremo sono, nella prima parte, un excursus filosofico sui destini dell’uomo e dell’universo, tra pessimismo e ottimismo cosmico, nella seconda liriche liberatorie, che trasformano in parole i suoni di ODRZ e la voce di Patrizia. Il risultato non è, come si potrebbe credere, un muro di inquietante pessimismo e decadenza senza speranze. Anzi, le personalità complesse, mai banali, delle tre entità musicali sono evidenti, laddove cambiano i mezzi espressivi (elettronica, voce, parole) esce la contraddizione ultima che è essenza primaria dell’uomo, ovvero la lotta per arginare questa angoscia, un tentativo (magari non riuscito) di riscatto, e comunque un voler combattere l’ineluttabile con la propria arte.

Il cd è disponibile sui maggiori portali di musica in versione digitale (scaricabile intero o ognuna delle 2 parti), ed è disponibile fisicamente in limitatissima tiratura (20 copie!) sul sito kipple.it.

TRACCE SONORE: RCA College Radio Series – Polyrock


polyrock

TRACCE SONORE: RCA College Radio Series – Polyrock

Un mio amico, tempo fa mi consigliò di acquistare, se mai li avessi trovati, i dischi radiofonici; quelli ricavati da trasmissioni, appunto, radiofoniche monografiche musicali, tipo le Peel Session, ma registrate totalmente in presa diretta e inframmezzati da interviste/conversazioni con i musicisti ospiti.
I giorni scorsi ho trovato un vinile di una serie di cinque, intitolato RCA College Radio Series, dedicato ai Polyrock.
Il gruppo in questione ha inciso una manciata di dischi e si inserisce nel versante più minimale del movimento post punk/new wave assieme ai connazionali Bongos e Beat Happening.

Prodotti inizialmente da Philip Glass, proponevano un repertorio di brevi brani molto schematici, con un approccio davvero minimalista e un suono nervoso quasi post funk.
Asciugando tutto e togliendo anche quei pochi orpelli che caratterizzavano i suoni del periodo, costruiscono i pezzi su pochi accordi insistiti sorretti da una sezione ritmica che sembra presa pari pari da una batteria elettronica d’annata (ma non dannata) e inframmezzati da acidi staccato di chitarra, tastiere psichedeliche e alcuni interessanti interventi di violino.

Il cantato è funzionale alla musica; poche frasi ripetute con tono monocorde ma nevrotico, coretti femminili e canti gregoriani a riempire lo spazio sonoro.
Il risultato finale è spiazzante perché l’ascolto risulta godibile ma l’atmosfera generale lascia trapelare un senso di malinconia e lieve tristezza.
Interessanti anche le mini interviste alla band e a Philip Glass, a far da collante fra le varie serie di brani.

Una buona occasione per ascoltare un suono altro, diverso, che il tempo non ha minima(l)mente scalfito.

Per i curiosi sarà forse più facile recuperare i due album e il mini LP ufficiali usciti a cavallo fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 ristampati di recente.
Per chi invece è un vinil maniaco all’ultimo stadio segnalo che la serie completa delle College Radio Series è composta da album su David Bowie, Bruce Cockburn, Daryl Hall & John Oates, Ellen Shipley.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Village People


vp

TRACCE SONORE: Village People

Passo dal mio negozio di vinili preferito quasi a cadenza settimanale riuscendo sempre a comprare qualcosa e ultimamente ho trovato i Village People.
All’epoca in cui fecero ballare praticamente tutti io ascoltavo principalmente noise estremo e industrial terrificante, quindi la disco in generale non mi entusiasmava più di tanto. Chissà perché.
Oggi invece, per cinque euro al pezzo, ho deciso, se non di acquistare la loro intera discografia, di voler passare serate divertenti con loro in sottofondo.
Ho acquistato il primo mini LP omonimo che contiene due brani per facciata mixati fra loro.

Appena parte la musica ci si ritrova, quasi come in un viaggio spazio-tempo, sulle spiagge di sera nelle discoteche all’aperto e non si riesce a restare fermi. Musica rigorosamente in quattro, ma suonata, altrettanto rigorosamente, da strumentisti veri con un feeling e un groove portentosi. Fiati ultra funky, batteria-metronomo, basso pulsante e loro perennemente in coro a cavalcare l’onda con ritornelli che ti entrano nella testa e non escono più.

La carica è davvero impressionante, le voci hanno un impasto micidiale e la scelta di affrontare il cantato in maniera corale imprime ai brani un’aria marziale ma allo stesso tempo festaiola.
Arrangiamenti orchestrali mai sopra le righe danno un tocco di classe a un genere che si basa essenzialmente su due note e una cassa che batte.
Praticamente tutti i loro brani diventano un anthem al primo ascolto, anche quelli meno noti; incredibile davvero la loro capacità di creare ritornelli orecchiabili in ogni traccia.
La parola d’ordine, ovviamente, è facciamo festa, anzi fiesta, come cantava la mitica Raffaella Carrà.
Se volete trasformare la vostra casa in una discoteca, comprate almeno un Village People d’annata e non ve ne pentirete.

Me li sono immaginati dal vivo e ho scoperto che sono ancora felicemente in attività, nonostante qualcuno li avesse dati morti per AIDS qualche anno fa, con parecchie date in programma, quasi tutte negli Stai Uniti. Se però volete fare un viaggetto in Germania, a ottobre saranno a Düsseldorf.
Da non perdere…..

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Helios Creed – Superior Catholic Fingers


CREED

TRACCE SONORE: Helios Creed – Superior Catholic Fingers

Helios Creed è stato, è, e sempre sarà una delle anime perse dei folgorati Chrome, gruppo punk space age psichedelico della fine degli ani ’70.
La sua chitarra perennemente distorta e ultra effettatta è un marchio distintivo riconoscibile al primo accordo, se di accordi si può parlare, perché in realtà il suo stile è un tornado elettronico che si avvita su se stesso e che invade la spazio in maniera devastante.

Accanto alla carriera Chrome, Helios Creed ha inciso una manciata di dischi come solista, a capo di musicisti affini a lui come approccio allo strumento e visione musicale.
Io ho trovato, in vinile usato a cinque euro (una miseria), Superior Catholic Fingers, il suo secondo esperimento.
Il suono non si discosta molto da quello dei Chrome, e non potrebbe essere altrimenti, ma i suoni sono, se possibile, ancora più disturbati.

Basso e batteria accompagnano divinamente questo viaggio allucinato fra ritmi tempestosi, schitarrate assassine, canto monotono e devastato e bassi profondi e cupi infilati in un tritatutto di punk, disturbi elettronici, ritmi ossessivi e nuova psichedelia.
Un istinto animalesco pervade tutti i solchi; Creed suona anche il campionatore allo stesso modo in cui usa la chitarra per un risultato finale spaziale, ipnotico, folle.
Un viaggio negli abissi di una società post industriale davvero al limite.

Inutile dilungarsi nella disamina delle singole tracce, il disco va ascoltato come un tutt’uno granitico.
Per chi ama queste sonorità è un disco da non perdere, per tutti gli altri astenersi rigorosamente. Una volta fatto girare sul piatto si potrebbe essere spinti a rompere, in ordine, braccio, testina del giradischi e vinile.

Per i più tranquilli che hanno effettuato l’acquisto sbagliato, lo si potrebbe in alternativa utilizzare come piatto di portata.
Mi dicono che a Torriglia è una simpatica tradizione di fine anno.
In ogni caso buon ascolto a tutti.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Nobukazu Takemura – Assembler


assembler

TRACCE SONORE: Nobukazu Takemura – Assembler

Nel mio perenne girovagare per negozi di vinile usato e librerie che offrono anche cd di seconda mano, i giorni scorsi ho trovato, sempre nella sezione super offerte, questo cd di Nobukazu Takemura, musicista giapponese che negli anni ’90 collaborò, fra gli altri, con l’immenso Yamatsuka Eye dei Boredoms. Beh non proprio un pivellino. Per la somma di tre euro impossibile da non acquistare.
Il titolo, Assembler, è anche l’acronimo di una frase all’interno della confezione, peraltro scarnissima di informazioni eccetto la nota in cui si segnala che tutto è suonato da Nobukazu. La frase è:
appreciate, single, souce, each, method, by, limited, environmental, reflection.
Due brani per un totale di circa 50 minuti.
Partenza bucolica con strumenti a corda della tradizione giapponese che ci portano a mondi antichi, in una atmosfera rilassata, fra suoni acuti continui e inserti di basso a tenere bordone.
Poi improvvisamente un disturbo soft noise cambia le carte in tavola. I suoni antichi lasciano spazio a frammenti sonori di campane e pianoforte, il suono si fa più aspro e il disturbo diventa dominante mentre in sottofondo altri rumori sparsi entrano ed escono senza apparente logica.
Un rintocco sinistro segna la fine del primo brano.
Ripartenza questa volta aggressiva ma controllata: altro disturbo infarcito di cigolii, cluster pianistici e flussi sintetici.
Il suono avvolge in maniera quasi ipnotica, entra e non vuole più uscire; un mantra che riesce a essere rilassante nonostante i singoli suoni e rumori non siano propriamente ambient new age. Improvvisamente tutto si placa e si ritorna ai suoni antichi di strumenti a corda dell’inizio, con l’aggiunta di suoni più cupi, che ci accompagnano al termine del disco, dando all’opera un senso di ciclicità.
Ascolto raccomandato a tutti, senza preclusione alcuna; funziona a colazione, pranzo e cena.
Per chi volesse compiere un’esperienza più penetrante, consigliato l’ascolto in continuo senza soluzione di continuità facendo ripartire il cd al termine dell’esecuzione.

massimo ODRZ

TRACCE SONORE: Pholas Dactylus – Concerto delle Menti


pholas1

TRACCE SONORE: Pholas Dactylus – Concerto delle Menti

Si sente spesso dire che il tempo annacqua le cose. Anche nel caso degli ascolti musicali in parte è così. Due esempi a caso; ascoltare oggi Raffaella Carrà che canta Rumore genera un senso di simpatia e tenerezza, mentre quando uscì molti bollarono il brano come musica-spazzatura. Discorso analogo anche se contrario per Music with changing parts di Philip Glass, che all’epoca venne considerato ostico e di difficile ascolto, mentre oggi ci si approccia quasi come fosse musica d’ambiente.
Ecco, nel caso del disco di cui parlo oggi, il tempo non lo ha scalfito minimamente.
Si tratta dell’unico lavoro dei Pholas Dactylus dal titolo Concerto delle Menti.
Uscito all’inizio degli anni ’70 in piena era prog, e da me scovato i giorni scorsi in una libreria che vende anche musica usata, nello scaffale delle super offerte, è un valido esempio di come anche gli italiani riuscirono a esprimere realtà di assoluto rispetto pur con il limite della lingua.
Il disco in questione rappresenta una visione parallela di quelli che una volta venivano chiamati concept album.
È infatti caratterizzato da due lunghe suite che originariamente occupavano le due facciate del vinile, con la piacevole particolarità che il cantato è sostituito da un recitato melodrammatico molto coinvolgente anche se rende l’ascolto piuttosto impegnativo.
La musica segue la narrazione in maniera imperiosa, con passaggi azzardati fra un jazz-rock di facile lettura e di pregevole scrittura e alcuni ostinati orchestrali di matrice minimalista.
Poi improvvisamente tutto si placa e si passa in maniera inaspettata a intermezzi acustici più rilassanti che però aprono a momenti più aspri con suoni decisamente più duri.
Il tutto sorretto dalla voce recitante che imprime a tutta l’opera un senso di inquietudine e desolazione.
Ho cercato di immaginarmi che impatto avesse potuto avere al momento dell’uscita, anche se pare che le vendite siano state scarsine, pensando che anche oggi risulta un disco affascinante ma non certo rilassante e da non utilizzare per facili ascolti serali.

Opera unica merita sicuramente un posto sullo scaffale di chi è interessato a riscoprire sonorità prog all’epoca passate inosservate e che oggi prepotentemente tornano alla ribalta fra reunion, a volte imbarazzanti, e nuove proposte davvero intriganti.
Cercatelo, non ve ne pentirete.

massimo ODRZ