Guerra in Libia: strage di bambini, almeno 120 morti


Attorno a Tripoli continuano i tentativi di assalto della milizia del generale Khalifa Haftar alla capitale. Attacchi e controffensive, avanzate e ritirate, centinaia di civili intrappolati e per il momento 121 morti, tra cui 28 bambini e 560 feriti.

Caos in Libia, riunito il Consiglio di Sicurezza Onu


Dopo aver conquistato il sud del Paese tra febbraio e marzo, il generale libico Khalifa Belqasim Haftar ha dunque lanciato quella che ha pomposamente chiamato “l’Operazione per la liberazione di Tripoli” dopo che le sue truppe sono entrate senza combattere a Garian, un centro situato a 80 km in linea d’aria dal centro di Tripoli. Il caos libico sarà al centro di un incontro del Consiglio di Sicurezza Onu, chiesto dalla Gran Bretagna, nel quale l’inviato speciale Ghassan Salamè farà il punto sulla situazione.

Libia: il vero scontro è tra Italia e Francia?


A Tripoli si combatte tra milizie rivali: nonostante diversi tentativi di mediazione, finora non è stata raggiunta alcuna tregua. La capitale libica è controllata dal governo di accordo nazionale guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, appoggiato dall’ONU e sostenuto con molta convinzione dall’Italia, prima dai governi Renzi e Gentiloni e oggi dal governo Conte. Nonostante quello di Serraj sia oggi il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, il primo ministro non può contare su un proprio esercito e per garantire la propria sicurezza deve fare affidamento alle milizie armate che gli sono fedeli. Gli scontri sono cominciati quando Tripoli è stata attaccata da sud da un gruppo di milizie guidate dalla Settima Brigata, considerata vicina al principale avversario di Serraj, cioè il generale Khalifa Haftar, l’uomo che controlla di fatto la Libia orientale e che vorrebbe controllare tutto il paese. Tra gli altri, Haftar è appoggiato dalla Francia del presidente Emmanuel Macron, che da tempo sta cercando di prendersi il suo spazio in Libia, secondo molti a discapito degli interessi italiani.

Secondo il governo italiano, gli scontri sarebbero il risultato delle politiche francesi in Libia degli ultimi anni, in particolare dell’intervento militare del 2011 che destituì l’ex presidente libico Muammar Gheddafi, e dell’attuale posizione politica della Francia a fianco di Haftar.

A quanto pare siamo al node del pettine della guerra del 2011 (di cui avevamo parlato molte volta, tra cui qui)

Libia riunificata


Firmato a Skhirat in Marocco l’accordo che sancisce la nascita del governo di unità nazionale libico che andrà a unire i due Governi fino a oggi presenti in Libia (di Tobruk e di Tripoli).
fin all’ultimo è andata avanti la mediazione, con l’inserimento di tre nuove figure in seno al Consiglio presidenziale libico: Ali Qatrani, vicepremier per l’est, Abdul Salam Karjamal, vice per il sud, e Ahmed Hamza Mahdi, anche lui per il sud, che affiancheranno il premier Fayed Sarraj e gli altri responsabili indicati nell’accordo dell’8 ottobre accettato dalle parti.
L’accordo, tra l’altro, prevede che sia l’esecutivo a nominare un nuovo capo delle Forze Armate.
A Tripoli dovranno riaprire anche le sedi diplomatiche, e il Paese dovrà tornare alla normalità per riuscire a sconfiggere l’Isis e la minaccia che rappresenta, e affrontare la crisi dei migranti.

La guerra civile in Libia


(tratto da “J’accuse (e Je suggére). Considerazioni di un Presidente Qualunque”, settembre 2015)

Situazione etnico/religiosa:
l’attuale situazione libica non è altro che la naturale conseguenza dei mutamenti socio-politici e dell’incremento di instabilità politica che hanno caratterizzato il Maghreb ed alcune zone del Medio Oriente dopo la Primavera Araba del 2011, oltre ai legami dei jihadisti presenti in quei territori con la criminalità organizzata. Pertanto, proprio queste “nuove divisioni” hanno favorito l’avanzata islamista fino a raggiungere ruoli istituzionali seppur non riconosciuti dalla comunità internazionale, come dimostra il Parlamento di Tripoli opposto a quello ufficiale di Tobruq, e l’affiliazione all’ISIS di gruppi jihadisti già presenti in alcune aree del Paese. L’IS si presenta dunque come una nuova versione dell’“internazionale jihadista”, accompagnata da una forte propaganda e da un sensazionalismo mediatico.
Situazione sul campo:
Il Congresso nazionale generale, costituito con le elezioni del luglio 2012, e i governi che ne sono stati espressione fino al giugno 2014, hanno fallito nella transizione del Paese verso un regime democratico. La ragione principale è stata l’incapacità di disarmare le milizie tribali alla caduta di Gheddafi. Senza un esercito regolare per contrastarle, i governi post rivoluzione hanno affidato alle milizie armate compiti di polizia e sicurezza nel tentativo di integrarle a servizio del nuovo regime, stipendiandole attraverso i vari ministeri, in particolare quello degli interni. La strategia è naufragata di fronte alla forza dei conflitti tra città e città, tra tribù e tribù, di fronte agli attriti tra regioni indipendentiste e potere centrale.
Il quadro si è complicato a metà del 2014 quando il generale Khalifa Haftar ha lanciato l’operazione “Dignità” contro le milizie salafite di Ansar al-Sharia di Bengasi, giustificandola con la lotta al terrorismo. L’offensiva militare si è poi allargata contro i salafiti a Derna e contro gli islamisti a Tripoli.
Inoltre, i persistenti conflitti interni hanno reso la Libia facilmente penetrabile da parte di attori esterni, siano essi Stati o gruppi terroristici.
Per schematizzare, si può quindi passare a mappare la situazione libica raggruppando le tribù in tre categorie generali: nazionalisti (governo di Tobruq), islamisti (governo di Tripoli), salafiti-jihadisti. (vedi mappa politica Libia a fine articolo).
Con il termine nazionalisti ci si riferisce allo schieramento che si riconosce nel parlamento di Tobruq, nelle forze armate impegnate nell’operazione “Dignità” controllate dal generale Haftar e nelle milizie sue alleate (la principale delle quali è la milizia di Zintan). Lo schieramento è molto variegato dal punto di vista ideologico. Il governo è presieduto da Abdullah al-Thani, primo ministro dal settembre 2014. Il parlamento e il governo di Tobruq sono le uniche istituzioni libiche riconosciute dalla comunità internazionale. Il nucleo delle forze militari nazionaliste è costituito dall’Esercito nazionale libico.
Per islamisti si intende lo schieramento che appoggia politicamente il parlamento di Tripoli e che ha dato vita all’operazione “Alba”. In questa coalizione il peso della Fratellanza Musulmana è preponderante. I fattori ideologici che accomunano gli islamisti sono: l’islamismo come modello politico, l’aspirazione democratica, (che li distingue dai gruppi salafiti-jihadisti) e il richiamo agli ideali della rivoluzione. Le Brigate di Misurata sono il più forte gruppo armato degli islamisti e dell’intera Libia.
Infine, con il termine salafiti-jihadisti si indicano i gruppi salafiti (fondamentalisti) presenti nelle città di Bengasi e di Derna che hanno legami accertati o presunti con Al Qaeda o con lo Stato Islamico. Il salafismo è una forma di fondamentalismo islamico sunnita, che rigetta la democrazia, è anti-occidentale e aspira all’applicazione letterale della legge islamica la Sharia (vedi scheda Arabia Saudita). Il gruppo Libya Shield One è una componente islamista (non salafita) del più ampio gruppo “Scudo libico” ed è guidato da Wisam Bin Hamid. Poi ci sono la Brigata Rafallah al-Sahati, da Ismail al-Sallabi e Salahadeen Bin Omran, la Brigata Martiri 17 febbraio, capeggiata da Fawzi Bukatef, Ansar al-Sharia Bengasi e al-Sharia Derna, affiliata ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), la Brigata Martiri di Abu Salim, comandata da Shâykh Salim Derby. Il Consiglio della Gioventù Islamica è invece un gruppo affiliato all’IS dall’ottobre 2014 ed uno degli attori più forti che opera a Derna.
Posizioni ufficiali:
Vi è l’appoggio aperto di Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita al parlamento nazionalista di Tobruq e alla truppe di Haftar; l’appoggio di Qatar e Turchia offrono al parlamento islamista di Tripoli; i collegamenti diretti tra Al Qaeda e lo Stato islamico con i gruppi jihadisti-salafiti.
L’Egitto ha bombardato alcune posizioni jihadiste dell’est del Paese.
La comunità internazionale riconosce e appoggia solo il parlamento e il governo di Tobruq.
Nel Marzo 2015 si è svolto un summit a Skhirat, in Marocco, tra le delegazioni di Tripoli e di Tobruq, allo scopo di “formare un governo di unità nazionale” (per ora senza successo).
Si delinea infine la contrarietà dell’Onu verso gli attacchi compiuti da Tripoli verso Tobruq e i jihadisti perché rappresenterebbero una serie minaccia al successo politico dell’iniziativa di riconciliazione.
Accuse:
la comunità internazionale ha prima creato un vuoto di potere eliminando Gheddafi, poi non è stata in grado di garantire al Paese una ricostruzione, lasciando i gruppi tribali armati a dettare legge nel Paese.
L’Onu privilegia la scelta della riconciliazione tra i due governi per conservare l’integrità del Paese (principio a cui s’ispira, spesso mettendolo davanti all’autodeterminazione dei popoli) e quindi garantire il prosieguo e lo sviluppo di investimenti e sfruttamenti economici.
C’è l’accusa, verso alcuni Paesi, di voler impedire la creazione di una Moneta Unica dei Paesi Arabi, e quindi di creare l’instabilità nel Nord Africa (e in generale nel mondo arabo).
Commento:
La Libia è sostanzialmente un territorio semidisabitato con importanti giacimenti di petrolio. L’Occidente ha deciso di mantenere buoni i rapporti con Gheddafi finché riusciva a intessere rapporti commerciali con la Libia. Con la Primavera Araba l’Occidente ha colto l’occasione di togliere di mezzo un personaggio poco affidabile. Ma è successo come in Iraq, il vuoto di potere conseguente alla caduta del dittatore (Saddam Hussein come Gheddafi), ha fatto emergere la feroce contrapposizione politica tra le varie tribù che i dittatori riuscivano a tenere uniti. Non si è voluto pensare al “dopo” e in entrambi i casi, ogni politica diplomatica è fallita di fronte alle armi che le tribù compravano massicciamente dallo stesso Occidente.
Una situazione che poteva essere sicuramente prevista e probabilmente anche evitata.
Previsioni:
Lo stallo. La comunità internazionale è concentrata su altri scenari (Siria, IS, Iaq, Iran e Ucraina) e la Libia passa in secondo piano, anche perché, con l’abbassamento del prezzo del petrolio fatta a tavolino dall’Arabia Saudita per evitare la propria incipiente crisi, fa sì che la riapertura dei pozzi petroliferi libici attualmente chiusi per la guerra sia non solo inutile, ma anche dannosa per il rischio di un eccessivo abbassamento del prezzo del petrolio (non dovete guardare il prezzo della benzina, composto in grandissima parte delle tasse, il prezzo del greggio è attualmente di circa 25 centesimi di euro al litro!).
Probabilmente si aprirà un dialogo tra Tripoli e Tobruq, ma la variante jihadista non aiuta.
Suggerimenti:
Vorrei far notare che il primo suggerimento lo abbiamo dato già nel luglio 2011 (prevedendo anche come sarebbe andata a finire la gerra).
Il migliore: 1) Creare un governo di unità nazionale, equilibrato politicamente per costituzione (equilibrio nazionalisti e islamisti nelle istituzioni).
In alternativa: 2) Secessione della Libia in due parti, nell’ovest governo della Tripolitania, nell’est governo della Cirenaica.

Mappa posizioni Libia

Mappa posizioni Libia

*** Bombe sulla Libia? No, grazie


NAZIONE OSCVRA CAOTICA
GOVERNO OSCVRO
QVESITO XXII

giorno 1 ventoso 134

*Siete favorevoli a un intervento armato in Libia?

Il Governo Oscuro ha votato così:

Qvesito 22

Qvesito 22

Commento: il Governo Oscuro respinge l’intervento armato in Libia.
Il Governo Oscuro ancora una volta ha dimostrato cautela, si registrano infatti delle posizioni opposte proprio grazie alla volontà di capire il fenomeno. Chi è contro comprende che l’ennesimo bombardamento alla Libia non poterebbe a nulla di positivo, se non a un peggioramento delle condizioni politiche e sociali della Libia, chi è a favore mette in primo piano i diritti civili e il pericolo da mesi da noi segnalato dello Stato Islamico.
Il Presidente ci tiene a precisare che la sua NON è una posizione pacifista. Infatti essere pacifisti “a priori” sarebbe un pre-giudizio di tipo dogmatico. Per il Presidente la guerra è necessaria se è di difesa o di attacco ai poteri che limitano o annullano la propria libertà e i propri diritti civili. Specifico “propri” perché queste offensive non riguardano la difesa della libertà altrui, a meno che non si tratti di solidarietà e supporto (perchè è evidente che una guerra di “liberazione”, come è concepita oggi, ha come risultato un’influenza politica, militare ed economica, ovvero il post-colonialismo).
Questo modo di vedere ha fatto sì che per il momento il Presidente (e il Governo Oscuro) abbia sempre votato contro le guerra. Il Pacifismo per noi è quindi una conseguenza, non una premessa. Il Governo Oscuro è pacifista per deduzione, non per presa di posizione.
Il Governo Oscuro ha votato contro l’intervento in Libia ora e contro Gheddafi e contro l’intervento in Siria. Quando ancora non era stato fondato (prima del 2004) il futuro Presidente si schierò contro le guerra in Irak e persino (con qualche riserva) contro quella in Afghanistan.
La guerra contro il regime Talebano in Afghanistan, un regime estremista che appoggiava il terrorismo e che rappresentava il Governo di una Nazione riconosciuta dall’Onu, era probabilemnte l’unica che poteva essere appoggiata da noi (il futuro Presidente all’epoca non la appoggiò perché considerò il fatto che gli Stati Uniti utilizzassero la guerra anche in funzione antirussa, compromettendo così le vere ragioni declamate).
In questo caso, contro le armate ISIS in Libia, esistono due governi libici (uno islamico a Tripoli e uno laico a Tobruk, riconosciuto dall’Onu), e l’ISIS è soltanto una minaccia terrorista che NON controlla lo stato, quindi la situazione è nettamente diversa.