Haftar perde la Tripolitania: la Turchia domina in Libia (con la Russia)


Questa mattina le milizie che fanno capo al governo di Accordo Nazionale guidato dal premier Fayez Sarraj a Tripoli hanno annunciato la presa della cittadina di Tarhuna. Haftar il 4 aprile 2019 da Bengasi, tradiva gli impegni con l’Onu al dialogo politico, imponendo la logica delle armi e annunciando che avrebbe conquistato la capitale in pochi giorni.

Ma da metà novembre il presidente turco Erdogan aveva scelto di impegnarsi seriamente al fianco di Sarraj. I suoi droni e i razzi antiaerei sono stati in grado di paralizzare la flotta aerea di Haftar, quindi le brigate di miliziani siriani assoldati e addestrati dallo stato maggiore turco e inviati a Tripoli e Misurata hanno fatto il resto.

La presa di Tarhuna significa che Haftar torna alle posizioni di partenza, perdendo la Tripolitania.

Alle origini di questi sviluppi appaiono fondamentali gli accordi tra Erdogan e Putin.

Al momento dunque la Russia garantisce l’ordine in Cirenaica, mentre la Turchia trionfa in Tripolitania. Grande assente resta invece l’Europa, che dai tempi della conferenza di Berlino, lo scorso 19 gennaio, ha assunto una politica di attesa.

Chi è Khalifa Haftar e chi è il vero responsabile del delirio libico?


Khalifa Haftar ha intrapreso la carriera militare e si è diplomato all’Accademia di Bengasi. Poi, ha proseguito i sui studi in tattica militare in Egitto e Unione Sovietica. Da giovane ufficiale si è schierato con Muammar Gheddafi nel golpe che l’ha portato al potere nel 1969. Nel 1986, ormai colonnello, Haftar guida le truppe libiche nell’offensiva contro il Ciad, in una guerra che durava già da un decennio. Il Ciad, sostenuto delle forze armate francesi, lasciò le truppe libiche prive di artiglieria in seguito a un raid aereo, e Haftar venne fatto prigioniero dalle forze ciadiane assieme a centinaia dei suoi uomini. Così venne abbandonato da Gheddafi che lo destituì dal comando e ne chiese il processo. Aiutato dai servizi segreti americani, il colonnello fuggì in Zaire, poi in Kenya dove militò in diversi gruppi anti-Gheddafi, e infine si trasferì negli Satti Uniti, vicino a Washington.

Il caos determinato dalla caduta di Gheddafi (2011) frantumò la Libia in decine di gruppi diversi su base religiosa, tribale e geografica. Così Haftar comprese che era giunto il momento di tornare in Libia. Nel maggio 2014 Haftar lancia l’“Operazione Dignità”, con l’appoggio dell’Egitto, di alcuni dei municipi della Cirenaica e sostenuto dal parlamento di Tobruk, primo governo a ottenere il riconoscimento internazionale nell’era post Gheddafi, che lo ha nominato capo dell’Esercito nazionale libico e oggi controlla parte dell’est della Libia. Grazie all’appoggio dell’Egitto e, sembra, anche della Francia, ha messo in piedi un esercito di 30mila uomini, dotato di artiglieria pesante e aviazione.

Fino alla fine del 2015 sembrava che l’Europa potesse scegliere lui per inaugurare il futuro della Libia, l’uomo al comando della forza militare al momento più consistente del paese. Invece a mettersi di traverso alle sue ambizioni è stata proprio l’Italia che, ideato un piano diverso, ha convinto le Nazioni Unite ad appoggiare la propria soluzione. L’Italia, infatti, ha in Tripolitania i maggiori interessi petroliferi, portandola a puntare sull’insediamento a Tripoli di un governo più tecnico, quello di Fayez al-Sarraj.

Ma il generale Haftar è riuscito a convincere i propri sostenitori all’interno del parlamento di Tobruk a non votare la fiducia all’amministrazione di Sarraj, non riconoscendo le modalità con cui questo nuovo governo è stato stabilito: a suo parere è stato imposto dalle Nazioni Unite.

Al momento Haftar è riuscito a ricacciare nell’interno le forze integraliste musulmane (impropriamente chiamate dell’Isis), e ad affacciarsi nei dintorni di Tripoli, minacciando da vicino i Governo di Unità Nazionale appoggiato dalle Nazioni Unite.

Il commento è abbastanza ovvio e non aiuta a risolvere la questione: ma è importante concludere che questa guerra è più uno scontro tra gli interessi delle nazioni che acquistano il petrolio (Europa, Stati Uniti per primi) più che uno scontro tribale (che riguarderebbe solo la parte meridionale pro-Isis, e non quello Cirenaica-Tripolitania).

Libia: il vero scontro è tra Italia e Francia?


A Tripoli si combatte tra milizie rivali: nonostante diversi tentativi di mediazione, finora non è stata raggiunta alcuna tregua. La capitale libica è controllata dal governo di accordo nazionale guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, appoggiato dall’ONU e sostenuto con molta convinzione dall’Italia, prima dai governi Renzi e Gentiloni e oggi dal governo Conte. Nonostante quello di Serraj sia oggi il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, il primo ministro non può contare su un proprio esercito e per garantire la propria sicurezza deve fare affidamento alle milizie armate che gli sono fedeli. Gli scontri sono cominciati quando Tripoli è stata attaccata da sud da un gruppo di milizie guidate dalla Settima Brigata, considerata vicina al principale avversario di Serraj, cioè il generale Khalifa Haftar, l’uomo che controlla di fatto la Libia orientale e che vorrebbe controllare tutto il paese. Tra gli altri, Haftar è appoggiato dalla Francia del presidente Emmanuel Macron, che da tempo sta cercando di prendersi il suo spazio in Libia, secondo molti a discapito degli interessi italiani.

Secondo il governo italiano, gli scontri sarebbero il risultato delle politiche francesi in Libia degli ultimi anni, in particolare dell’intervento militare del 2011 che destituì l’ex presidente libico Muammar Gheddafi, e dell’attuale posizione politica della Francia a fianco di Haftar.

A quanto pare siamo al node del pettine della guerra del 2011 (di cui avevamo parlato molte volta, tra cui qui)

La guerra civile in Libia


(tratto da “J’accuse (e Je suggére). Considerazioni di un Presidente Qualunque”, settembre 2015)

Situazione etnico/religiosa:
l’attuale situazione libica non è altro che la naturale conseguenza dei mutamenti socio-politici e dell’incremento di instabilità politica che hanno caratterizzato il Maghreb ed alcune zone del Medio Oriente dopo la Primavera Araba del 2011, oltre ai legami dei jihadisti presenti in quei territori con la criminalità organizzata. Pertanto, proprio queste “nuove divisioni” hanno favorito l’avanzata islamista fino a raggiungere ruoli istituzionali seppur non riconosciuti dalla comunità internazionale, come dimostra il Parlamento di Tripoli opposto a quello ufficiale di Tobruq, e l’affiliazione all’ISIS di gruppi jihadisti già presenti in alcune aree del Paese. L’IS si presenta dunque come una nuova versione dell’“internazionale jihadista”, accompagnata da una forte propaganda e da un sensazionalismo mediatico.
Situazione sul campo:
Il Congresso nazionale generale, costituito con le elezioni del luglio 2012, e i governi che ne sono stati espressione fino al giugno 2014, hanno fallito nella transizione del Paese verso un regime democratico. La ragione principale è stata l’incapacità di disarmare le milizie tribali alla caduta di Gheddafi. Senza un esercito regolare per contrastarle, i governi post rivoluzione hanno affidato alle milizie armate compiti di polizia e sicurezza nel tentativo di integrarle a servizio del nuovo regime, stipendiandole attraverso i vari ministeri, in particolare quello degli interni. La strategia è naufragata di fronte alla forza dei conflitti tra città e città, tra tribù e tribù, di fronte agli attriti tra regioni indipendentiste e potere centrale.
Il quadro si è complicato a metà del 2014 quando il generale Khalifa Haftar ha lanciato l’operazione “Dignità” contro le milizie salafite di Ansar al-Sharia di Bengasi, giustificandola con la lotta al terrorismo. L’offensiva militare si è poi allargata contro i salafiti a Derna e contro gli islamisti a Tripoli.
Inoltre, i persistenti conflitti interni hanno reso la Libia facilmente penetrabile da parte di attori esterni, siano essi Stati o gruppi terroristici.
Per schematizzare, si può quindi passare a mappare la situazione libica raggruppando le tribù in tre categorie generali: nazionalisti (governo di Tobruq), islamisti (governo di Tripoli), salafiti-jihadisti. (vedi mappa politica Libia a fine articolo).
Con il termine nazionalisti ci si riferisce allo schieramento che si riconosce nel parlamento di Tobruq, nelle forze armate impegnate nell’operazione “Dignità” controllate dal generale Haftar e nelle milizie sue alleate (la principale delle quali è la milizia di Zintan). Lo schieramento è molto variegato dal punto di vista ideologico. Il governo è presieduto da Abdullah al-Thani, primo ministro dal settembre 2014. Il parlamento e il governo di Tobruq sono le uniche istituzioni libiche riconosciute dalla comunità internazionale. Il nucleo delle forze militari nazionaliste è costituito dall’Esercito nazionale libico.
Per islamisti si intende lo schieramento che appoggia politicamente il parlamento di Tripoli e che ha dato vita all’operazione “Alba”. In questa coalizione il peso della Fratellanza Musulmana è preponderante. I fattori ideologici che accomunano gli islamisti sono: l’islamismo come modello politico, l’aspirazione democratica, (che li distingue dai gruppi salafiti-jihadisti) e il richiamo agli ideali della rivoluzione. Le Brigate di Misurata sono il più forte gruppo armato degli islamisti e dell’intera Libia.
Infine, con il termine salafiti-jihadisti si indicano i gruppi salafiti (fondamentalisti) presenti nelle città di Bengasi e di Derna che hanno legami accertati o presunti con Al Qaeda o con lo Stato Islamico. Il salafismo è una forma di fondamentalismo islamico sunnita, che rigetta la democrazia, è anti-occidentale e aspira all’applicazione letterale della legge islamica la Sharia (vedi scheda Arabia Saudita). Il gruppo Libya Shield One è una componente islamista (non salafita) del più ampio gruppo “Scudo libico” ed è guidato da Wisam Bin Hamid. Poi ci sono la Brigata Rafallah al-Sahati, da Ismail al-Sallabi e Salahadeen Bin Omran, la Brigata Martiri 17 febbraio, capeggiata da Fawzi Bukatef, Ansar al-Sharia Bengasi e al-Sharia Derna, affiliata ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), la Brigata Martiri di Abu Salim, comandata da Shâykh Salim Derby. Il Consiglio della Gioventù Islamica è invece un gruppo affiliato all’IS dall’ottobre 2014 ed uno degli attori più forti che opera a Derna.
Posizioni ufficiali:
Vi è l’appoggio aperto di Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita al parlamento nazionalista di Tobruq e alla truppe di Haftar; l’appoggio di Qatar e Turchia offrono al parlamento islamista di Tripoli; i collegamenti diretti tra Al Qaeda e lo Stato islamico con i gruppi jihadisti-salafiti.
L’Egitto ha bombardato alcune posizioni jihadiste dell’est del Paese.
La comunità internazionale riconosce e appoggia solo il parlamento e il governo di Tobruq.
Nel Marzo 2015 si è svolto un summit a Skhirat, in Marocco, tra le delegazioni di Tripoli e di Tobruq, allo scopo di “formare un governo di unità nazionale” (per ora senza successo).
Si delinea infine la contrarietà dell’Onu verso gli attacchi compiuti da Tripoli verso Tobruq e i jihadisti perché rappresenterebbero una serie minaccia al successo politico dell’iniziativa di riconciliazione.
Accuse:
la comunità internazionale ha prima creato un vuoto di potere eliminando Gheddafi, poi non è stata in grado di garantire al Paese una ricostruzione, lasciando i gruppi tribali armati a dettare legge nel Paese.
L’Onu privilegia la scelta della riconciliazione tra i due governi per conservare l’integrità del Paese (principio a cui s’ispira, spesso mettendolo davanti all’autodeterminazione dei popoli) e quindi garantire il prosieguo e lo sviluppo di investimenti e sfruttamenti economici.
C’è l’accusa, verso alcuni Paesi, di voler impedire la creazione di una Moneta Unica dei Paesi Arabi, e quindi di creare l’instabilità nel Nord Africa (e in generale nel mondo arabo).
Commento:
La Libia è sostanzialmente un territorio semidisabitato con importanti giacimenti di petrolio. L’Occidente ha deciso di mantenere buoni i rapporti con Gheddafi finché riusciva a intessere rapporti commerciali con la Libia. Con la Primavera Araba l’Occidente ha colto l’occasione di togliere di mezzo un personaggio poco affidabile. Ma è successo come in Iraq, il vuoto di potere conseguente alla caduta del dittatore (Saddam Hussein come Gheddafi), ha fatto emergere la feroce contrapposizione politica tra le varie tribù che i dittatori riuscivano a tenere uniti. Non si è voluto pensare al “dopo” e in entrambi i casi, ogni politica diplomatica è fallita di fronte alle armi che le tribù compravano massicciamente dallo stesso Occidente.
Una situazione che poteva essere sicuramente prevista e probabilmente anche evitata.
Previsioni:
Lo stallo. La comunità internazionale è concentrata su altri scenari (Siria, IS, Iaq, Iran e Ucraina) e la Libia passa in secondo piano, anche perché, con l’abbassamento del prezzo del petrolio fatta a tavolino dall’Arabia Saudita per evitare la propria incipiente crisi, fa sì che la riapertura dei pozzi petroliferi libici attualmente chiusi per la guerra sia non solo inutile, ma anche dannosa per il rischio di un eccessivo abbassamento del prezzo del petrolio (non dovete guardare il prezzo della benzina, composto in grandissima parte delle tasse, il prezzo del greggio è attualmente di circa 25 centesimi di euro al litro!).
Probabilmente si aprirà un dialogo tra Tripoli e Tobruq, ma la variante jihadista non aiuta.
Suggerimenti:
Vorrei far notare che il primo suggerimento lo abbiamo dato già nel luglio 2011 (prevedendo anche come sarebbe andata a finire la gerra).
Il migliore: 1) Creare un governo di unità nazionale, equilibrato politicamente per costituzione (equilibrio nazionalisti e islamisti nelle istituzioni).
In alternativa: 2) Secessione della Libia in due parti, nell’ovest governo della Tripolitania, nell’est governo della Cirenaica.

Mappa posizioni Libia

Mappa posizioni Libia