Ungheria: senza quorum il referendum di Orban


Il referendum voluto da Viktor Orban manca il quorum
Il quesito (Vuole che l’Ue possa prescrivere l’insediamento obbligatorio di cittadini non ungheresi anche senza il consenso del Parlamento ungherese?).
Convocando il referendum Orban perseguiva obiettivi interni e internazionali. Tra i primi, un plebiscito politico che ne rafforzasse l’ormai lunga leadership, arando sotto i piedi l’erba al concorrente di estrema destra Jobbik.
Dopo il fallimento del referendum, il presidente magiaro sostiene che “gli oltre 3 milioni di voti per il No costituiscono un segnale che non può essere ignorato e che impone di agire per vietare l’accoglienza senza il permesso del parlamento nazionale”. Ma Bruxelles ribadisce che “i ricollocamenti già decisi sono obbligatori e devono essere rispettati”.
Ci si chiede (già altre volte abbiamo affrontato l’argomento), perché Orban non indica un bel Ungherexit (o Magyarexit), forse perché il presidente xenofobo furbetto vuole solo prendere dall’Europa lasciando i problemi al resto dell’Unione? Forse perché sta combattendo una triste lotta tra xenofobi e razzisti? Si spera solo che il popolo che l’ha eletto si renda conto che il futuro degli Ungheresi fuori dall’Europa li rigetterebbe al tempi dell’odiato sovietismo.

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Ungheria fuori dall’Unione Europea


Costruendo una barriera lungo il confine con la Serbia (e con l’intenzione di costruirne un’altra al confine con la Romania), il governo Ungherese di Viktor Orbán va contro i trattati internazionali, prima fra tutti quello di Schengen. Costruire una barriera tra l’Unione e gli altri Paesi o peggio, all’interno della stessa Unione, va contro qualsiasi principio alla base del’Europa.
Per questo il presidente della Nazione Oscura propone di prendere in considerazione una road map che studi la fuoriuscita dell’Ungheria dall’Europa.

La foto di Aylan Kurdi ha i suoi primi effetti


Un autentico tsunami di profughi dall’Ungheria si sta abbattendo al confine austriaco, dopo che l’Austria nella notte ha aperto la frontiera per consentire loro di raggiungere la Germania, con l’ok di Angela Mekrkel
A Monaco, per i migranti appena arrivati, applausi, dolci offerti ai bambini e un caloroso «Benvenuti in Germania». Così sono stati accolti i primi migranti siriani arrivati nella notte alla stazione di Monaco. I tedeschi accorsi alla stazione per assistere all’arrivo dei migranti hanno cantato l’inno europeo, il famoso «Inno alla gioia» tratto dalla Nona sinfonia di Beethoven.
Evidentemente queste persone hanno capito il significato di essere profughi e rifugiati.

Tutte le vergogne del mondo


Il governo ungherese ha appena annunciato che costruirà una barriera al confine con la Serbia per impedire ai migranti di entrare nel Paese. La recinzione  sarà lunga 175 chilometri e alta più di 4 metri. Ecco tutte le barriere esistenti nel mondo (fonte Internazionale.it):

Arabia Saudita–Yemen
Anno di costruzione: 2013
Lunghezza: 1.800 chilometri
Motivo: impedire presunte infiltrazioni terroristiche

Ceuta e Melilla–Marocco
Anno di costruzione: 1990
Lunghezza: 8,2 chilometri e 12 chilometri
Motivo: bloccare l’immigrazione irregolare dal Marocco nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla

Cipro zona greca–zona turca, linea verde
Anno di costruzione: 1974
Lunghezza: 300 chilometri
Motivo: il muro corrisponde alla linea del cessate il fuoco voluto dall’Onu in seguito al conflitto che divise l’isola

Bulgaria-Turchia
Anno di costruzione: 2014
Lunghezza: 30 chilometri
Motivo: arginare i flussi migratori provenienti da est

Iran–Pakistan
Anno di costruzione: 2007
Lunghezza: 700 chilometri
Motivo: proteggere il confine dalle infiltrazioni dei trafficanti di droga e dei gruppi armati sunniti

Israele–Egitto
Anno di costruzione: 2010
Lunghezza: 230 chilometri
Motivo: contrastare terrorismo e immigrazione irregolare

Zimbabwe–Botswana
Anno di costruzione: 2003
Lunghezza: 482 chilometri
Motivo: la motivazione ufficiale è contenere i contagi tra il bestiame ed evitare lo sconfinamento delle mandrie, ma in realtà la motivazione sembrerebbe essere quella di impedire l’arrivo di migranti irregolari

Corea del Nord–Corea del Sud
Anno di costruzione: 1953
Lunghezza: 4 chilometri
Motivo: la divisione delle due Coree in seguito alla guerra del 1953

Marocco–Sahara occidentale, Berm
Anno di costruzione: 1989
Lunghezza: 2720 chilometri
Motivo: difendere il territorio marocchino dal movimento indipendentista Fronte Polisario

Irlanda, Belfast cattolica–Belfast protestante, peace lines
Anno di costruzione: 1969
Lunghezza: 13 chilometri
Motivo: separare i cattolici e i protestanti dell’Irlanda del Nord

Stati Uniti–Messico, muro di Tijuana
Anno di costruzione: 1994
Lunghezza: 1.000 chilometri
Motivo: impedire l’arrivo negli Stati Uniti dei migranti irregolari messicani e bloccare il traffico di droga

Israele–Palestina
Anno di costruzione: 2002
Lunghezza: 730 chilometri
Motivo: impedire l’entrata in Israele dei palestinesi, prevenire attacchi terroristici

India–Pakistan, line of control
Lunghezza: 550 chilometri
Motivo: dividere la regione del Kashmir in due zone, quella sotto il controllo indiano e quella sotto il controllo pachistano

India–Bangladesh
Anno di costruzione: 1989
Lunghezza: 4.053 chilometri
Motivo: fermare il flusso di immigrati provenienti dal Bangladesh, bloccare traffici illegali e bloccare infiltrazioni terroristiche

Pakistan–Afghanistan, Durand Line
Lunghezza: 2.460
Motivo: chiudere i contenziosi territoriali tra i due stati che risalgono all’epoca coloniale

Kuwait–Iraq
Anno di costruzione: 1991
Lunghezza: 190 chilometri
Motivo: arginare un’eventuale nuova invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, dopo la guerra del golfo

Esce Flush.art 4, Arte e morte contemporanea


Esce il quarto numero di Flush-art – Arte e morte contemporanea,
l’irriverente e scioccante appuntamento con la morte in diretta mediatica con il mondo.
Scarica gratuitamente solo se sei maggiorenne e non impressionabile.

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Flush.art 4 Je suis Charlie

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Flush.art N.4 pagina2

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La marcia dell’ipocrisia parigina


Vi segnalo questa interessante riflessione di Bifo (Franco Berardi) sul libro La soumission di Michel Houellebecq:
Tristezza e sottomissione.
Aggiungo un brano particolarmente interessante, riguardante alla marcia parigina, due giorni dopo l’attentato alla sede di Charlie Hebdo:
La marcia dell’ipocrisia
“Alla testa della marcia parigina dell’11 novembre c’era un cordone di autentici cavalieri della libertà. Si distinguevano Victor Orban, che in Ungheria ha zittito le voci di dissenso e vuole tassare l’accesso a Internet. C’era Davitoglu ministro della Repubblica turca che incarcera gli attori di una telenovela sgradita al regime, e spalleggia l’armata Daesh [ISIS] per colpire il popolo curdo. C’era l’ambasciatore dell’Arabia Saudita che da sempre eccelle nella liberalità e nel rispetto dei diritti civili. C’era il premier israeliano Netanyahu che guida il popolo ebreo verso il fascismo e la guerra permanente. E c’era Jean-Claude Juncker, oggi incaricato di ridurre il salario dei lavoratori europei per far quadrare i conti delle banche, mentre ieri come Presidente del Lussemburgo invitava le grandi corporation che operano in Europa a non pagare le tasse europee depositando i capitali nel forziere del suo paese.
La marcia dell’ipocrisia ha rilegittimato il governo socialista che da tre anni si segnala per la sua totale subalternità dal potere finanziario.”

La Croazia entra nell’Unione Europea


Dal 1° luglio la Croazia sarà il 28° Paese a far parte dell’Unione europea. Da oggi inizierà il processo di valutazione per l’adozione dell’euro che richiede almeno due anni dopo l’ingresso nell’Ue.
Al momento l’Ue è composta da 28 nazioni, di cui 17 fanno parte dell’Unione Monetaria (tra parentesi l’anno di adesione e i paesi dell’Eurozona):
Austria (1995, euro)
Belgio (1952, euro)
Bulgaria (2007)
Cipro (2004, euro)
Croazia (2013)
Danimarca (1973)
Estonia (2004, euro)
Finlandia (1995, euro)
Francia (1952, euro)
Germania (1952, euro)
Grecia (1981, euro)
Irlanda (1973, euro)
Italia (1952, euro)
Lettonia (2004)
Lituania (2004)
Lussemburgo (1952, euro)
Malta (2004, euro)
Paesi Bassi (1952, euro)
Polonia (2004)
Portogallo (1986, euro)
Regno Unito (1973)
Repubblica ceca (2004)
Romania (2007)
Slovacchia (2004, euro)
Slovenia (2004, euro)
Spagna (1986, euro)
Svezia (1995)
Ungheria (2004)

Chi sono gli Anonymous?


Anonymous

Anonymous

Partiamo da Wikipedia: “Anonymous è un termine dal duplice significato. Come fenomeno di Internet afferisce al concetto di singoli utenti o intere comunità online che agiscono anonimamente in modo coordinato, solitamente con un obiettivo concordato approssimativamente. Può anche essere inteso come firma adottata da unioni di hacktivists, i quali intraprendono proteste e altre azioni sotto l’appellativo fittizio di “Anonymous”.
Le azioni attribuite ad Anonymous sono intraprese da individui non identificati che si auto-definiscono Anonymous,
che non si manifestano solo via web, alcuni di loro si presentano con addosso la maschera di Guy Fawkes (resa famosa dal film V per Vendetta) e scendono in piazza a protestare. Dopo una serie di controversie, proteste largamente pubblicizzate e attacchi DoS (Denial of Service) attuati da Anonymous nel 2008, gli episodi legati ai membri del gruppo sono diventati sempre più popolari.”
Si dice che sono nati nel 2003, ma le vere attività cominciano nel 2006. Si comincia con l’attacco al social network Habbo e ad attacchi a siti razzisti e sessisti o ad gruppi considerati contro l’etica come Scientology (con il Progetto “dedicato” Chanology).
Nel 2010 Anonymous appoggia le ragioni di Wikileaks (vedi nostro articolo su Julian Assange).
Tra i siti colpiti negli ultimi anni si annoverano: Fine Gael, un partito politico irlandese di centro-destra, la società di sicurezza HBGary Federal; Enel, che al fine di costruire impianti idroelettrici in Guatemala, nel municipio di Cotzal, assolda (con i denari di tutti gli italiani) 500 mercenari in assetto di guerra con passamontagna e forze antisommossa per occupare la comunità indigena maya Ixil (di cui abbiamo accennato anche in relazione all’ex dittatore Rios Montt); Agcom; New York Stock Exchange; il Tenente John Pike per aver spruzzato dello spray al peperoncino contro un gruppo di manifestanti; Dipartimento di Giustizia Usa; Motion Picture Association of America; Universal Music; Belgian Anti-Piracy Federation; Recording Industry Association of America; Federal Bureau of Investigation; HADOPI law site; US Copyright Office; Universal Music France; Senatore Christopher Dodd; Vivendi France; Casa Bianca; BMI; Warner Music Group; WallStreetJournal; AIPAC; Corte costituzionale ungherese; Vaticano; Massachusetts Institute of Technology; United States Sentencing Commission; Nasa; Sony; Hollywood; vari siti ministerili del Brasile; Facebook down; Equitalia, Trenitalia; Endesa; Emgesa; Ministero dell’Interno d’Italia, Ministero della Difesa d’Italia; Carabinieri; molti siti Israeliani per protestare contro l’esercito di Tel Aviv che ha sferrato una nuova offensiva contro il popolo palestinese nel novembre 2012, oltre che attacchi di vario tipo in Egitto e Tunisia a seguito della Primavera araba.
Questo elenco serve per farvi comprendere meglio chi sono gli hacktivist di anonymous, conoscendoli attraverso i loro nemici: i protettori della linea dura del copyright e in generale dei diritti fondamentali dell’uomo e dei cittadini.
Sono naturalmente seguiti arresti in tutto il mondo.
Considerando tutte le generalizzazioni e le peculiarità di ogni caso e il modus operandi di Anonymous è difficile se non impossibile dare un giudizio o un’opinione definitiva.
Sul fronte più puramente politico gli attacchi vanno sempre in direzione della difesa dei cittadini nei confronti di poteri forti o di attacchi militari o di repressione, ed è difficile non essere d’accordo almeno sulle loro motivazioni di base. Non a caso gli Anonymous si presentano con la maschera di V per Vendetta spesso a fianco di manifestazioni organizzate da Occupy Wall Street o dagli Indignados, rivelando un legame tra le diverse espressioni di protesta.
Ma Anonymous si concentra maggiormente sulle questioni del copyright, nelle quali sarebbe bene discernere questione per questione. Ma possiamo dire che se l’obiettivo del copyright (e delle sue diverse forme, come quella molto nobile del Creative Commons), dovrebbe essere quello di tutelare gli artisti, in pratica non è così, perché si tutela esclusivamente il prodotto dell’industria della creatività e dei più celebri artisti (che ve ne fanno parte), ignorando la gran parte degli altri artisti. Infatti, grazie a quella che chiamano pirateria (ma che si può tranquillamente chiamare prestito o donazione tra utenti), gli artisti poco conosciuti possono godere di un passaparola (una pubblicità gratuita!) che ha un duplice pregio: quello di far conoscere l’artista e quello di diffondere cultura artistica in generale.
Quindi anche grazie alla cosiddetta pirateria, vi è un ritorno per gli artisti e i loro produttori per via di altre forme di introiti (per esempio i concerti musicali o le mostre).
Ma per le grandi etichette e gli artisti famosi e ormai milionari è un apporto insignificante e minore delle royalties ricavate grazie al copyright, al contrario della stragrande maggioranza degli altri artisti. Quindi, come potete comprendere, di qualsiasi idea voi siate, è soltanto una questione di quantità di denaro che entra e non di tutela degli artisti.
Solo il Creative Commons va in questa seconda direzione, ed è uno strumento che ha trovate il consenso di moltissimi artisti.
In definitiva, la scelta è tra pochi artisti ricchi e tutelati e una minor cultura artistica da un lato, e una gran quantità di artisti non milionari e una diffusa cultura artistica dall’altro. Io scelgo la seconda opzione.

Fuga dall’Ungheria cattofascista?


Esodo delle élites e delle giovani famiglie dall’Ungheria di Viktor Orbàn. Lo denuncia l’autorevole giornale economico magiaro Héti Vilàggazdasàg, secondo cui negli ultimi anni, da quando il premier euroscettico e nazionalpopulista è al potere (vedi nostro articolo sulle recenti e devastanti misure intraprese), sono espatriati in ben 500.000. Più del doppio rispetto ai 200.000 ungheresi che fuggirono, spesso nella neve, fino al confine austriaco, dopo la brutale, sanguinosa invasione delle Panzerdivisionen, dei corpi speciali e della fanteria sovietiche, inviate da Kruscev (Nikita Sergeevič Chruščёv) nel novembre 1956.
Secondo fonti tedesche nel 2011 40000 ungheresi si sono trasferiti in Germania, e la cifra del primo semestre del 2012 è stata di oltre 25000. Il governo ungherese parla invece di soli 8000 emigrati in Germania.

Ungheria: ottimo esempio di cattofascismo


Giornata di pulizie di primavera oggi in Ungheria, con una bella modifica liberticida alla Costituzione: limitazioni per il potere giudiziario, limitazioni alla libertà di stampa, diritti riconosciuti solo alle coppie eterosessuali e sposate, Il Partito comunista dichiarato fuorilegge. Sarà reato dormire per strada e gli studenti che si laureano con gli aiuti di Stato non potranno lasciare il paese per dieci anni.
Le critiche e le preoccupazioni espresse dalle più alte cariche europee, dal presidente della Commissione José Barroso al segretario generale del Consiglio Thorbjørn Jagland fino al presidente del Parlamento Martin Schulz, non fanno altro che confermare l’impotenza delle istituzioni continentali. Un vero e proprio golpe bianco.
Se questo è l’antieuropeismo, viva l’Europa.

Erzsébet (Elizabeth) Bathory


Dossier Personaggi Parte II.
Parliamo ora di un personaggio incredibile: Erzsébet Bathory (1560-1614), grazie a un articolo di Lukha B. Kremo uscito sulla rivista “Avatär” n. 8 del maggio 2003.

Erzsébet Bathory

Erzsébet Bathory


Le origini della nobile famiglia Bathory risalgono al secolo XIII circa. Il nome della famiglia deriva dal possedimento ungherese di Bàtor della stessa. Nel XIV secolo la famiglia si divise nel ramo dei Somlyò, sostenitore dell’indipendenza dell’Ungheria e della Transilvania, estintosi nel 1613, e quello di Ecsed, filoaustriaco, estintosi nel 1605.
Elisabetta era nata nel 1560 da una delle più ricche e illustri famiglie europee. Un suo cugino era primo ministro di Ungheria, un altro cardinale e lo zio Steven, principe di Transilvania, era destinato a salire sul trono di Polonia. D’altra parte però, un altro zio praticava la stregoneria e il satanismo, mentre il fratello di Elisabetta e una sua zia erano noti per la loro immoralità.
Elisabetta si sposò nel 1575 all’età di quindici anni e andò a vivere con il focoso marito, il conte Ferencz Nadasdy – chiamato l'”Eroe Nero” d’Ungheria per le sue prodezze in battaglia – nel castello di Csejthe sito in una remota zona collinosa nel nordovest dell’Ungheria. Il conte Ferencz la lasciò ben presto per andare in guerra ed Elisabetta diventò irrequieta. Dapprima, fuggì con un giovane nobile che aveva la fama di essere un vampiro; ma si trattò di un diversivo passeggero e al suo ritorno al castello, la sposa si dedicò ad altri divertimenti.
Iniziò ad amoreggiare con la servitù, specialmente con le giovani domestiche. In principio, queste ragazze non rappresentavano molto di più di un innoquo passatempo, ma dopo che Elisabetta fu iniziata alle arti della magia nera e della stregoneria dal suo servo Thorko e dalla nutrice Ilona Joo, questi giochi si tramutarono in stravaganti rituali.
Quando, nel 1600, il marito morì per cause ignote, Elisabetta cacciò dal castello la suocera, mandò i quattro figli da parenti e si dedicò completamente ai suoi macabri piaceri. Un giorno una cameriera tirò incidentalmente i capelli della contessa mentre le stava rifacendo l’elaborata acconciatura. Elisabetta la schiaffeggiò così violentemente che il sangue sgorgò dal naso della ragazza sulla mano della contessa. Elisabetta, che si preoccupava molto del proprio aspetto, si convinse che la pelle bagnata dal sangue della cameriera appariva più fresca, più morbida e più giovane di quanto fosse stata da lungo tempo. Immediatamente mandò a chiamare due dei suoi servitori di fiducia, il maggiordomo Johannes Ujvary e lo stregone Torko, i quali tagliarono le vene alla terrorizzata cameriera e ne fecero colare il sangue in una tinozza in modo che Elisabetta potesse farvi il bagno.
Il primo bagno di sangue della contessa fu l’inizio di un’orgia che durò dieci anni. Alcuni complici, di entrambi i sessi, percorrevano la campagna alla ricerca di ragazze nubili atte a procurare il sangue richiesto dalla contessa promettendo loro un posto come domestica al castello. Con l’andar del tempo, Elisabetta diventò imprudente e, invece di seppellire i corpi delle vittime, chiese che fossero buttati nei campi per essere divorati dai lupi. Ma, una notte d’inverno, i lupi arrivarono in ritardo. I mattinieri abitanti del luogo trovarono quattro patetici cadaveri di fanciulle sotto le mura del castello e fecero tanto scalpore che la notizia giunse alle orecchie dello stesso re. Il 30 dicembre 1610, venne mandato un distaccamento di soldati al comando di un cugino di Elisabetta, il conte Gyorgy Thurzo, con l’ordine di fare un’incursione notturna di sorpresa al castello di Csejthe. I soldati fecero irruzione nel castello e si trovarono di fronte una scena grottesca e incredibile: nella grande sala, una giovane giaceva morta ed esangue; un’altra ancora viva, recava molti segni di punture sul corpo; e una terza, anche quella più morta che viva, era stata orribilmente torturata. Sotto le mura e nei dintorni del castello, i soldati dissepellirono circa cinquanta corpi.
Essendo nobildonna e quindi privilegiata, Elisabetta fu messa agli arresti domiciliari, mentre altri sedici membri della sua casa – suoi complici di stregoneria e di tortura – furono rinchiusi in prigione a Bitcse. Ma al processo, Elisabetta rifiutò di testimoniare e di farsi difendere. Tutti gli imputati furono riconosciuti colpevoli . All’infuori di due che furono arsi vivi, gli altri furono decapitati e cremati. La contessa stessa fu murata viva nella sua camera da letto con un’unica stretta apertura per consentire il passaggio del cibo, dell’acqua e dell’aria. Soprravvisse quattro anni.
Rileggi dalla Parte I.
Vai alla Parte III: Grigorij Rasputin.

Vlad III Basarab detto Vlad Tepes “Dracula”


Dossier Personaggi Parte I.
Inauguriamo questa sezione nientemeno che con Vlad III Basarab conosciuto meglio come Vlad Tepes “Dracula”.
(1431-1476), grazie a un articolo di Lukha B. Kremo uscito sulla rivista “Avatär” n. 9 del marzo 2004.

Vlad III Basarab detto Vlad Tepes “Dracula”

Vlad III Basarab detto Vlad Tepes “Dracula”


Intorno alla figura storica di Vlad Tepes (Vlad l’Impalatore) c’è molta confusione, rafforzata soprattutto dal romanzo dell’irlandese Bram Stoker Dracula, edito nel 1897.
Il primo antenato della famiglia è il principe Vlad I Basarab, vissuto nel XIV secolo, che governò in Valacchia dal 1394 con l’appoggio turco e ne fu allontanato nel 1396 a opera di Mircea il Grande.
Nel 1435 salì al trono di Valacchia Vlad II Basarab, il padre di Vlad Tepes.
Vlad II era un voivoda, cioè una sorta di nobile feudatario. Nel 1430 era entrato a far parte dell’Ordine del Dragone, un ordine cavalleresco cui facevano parte esclusivamente i sovrani europei e i rispettivi pretendenti al trono (L’Ordine era stato fondato da Sigismondo nel 1418 per combattere l’eresia di Jon Hus e per trattenere i suoi membri dall’alleanza con i Turchi). Vlad II Basarab utilizzò l’immagine del dragone come sigillo personale e per questo i contemporanei lo chiamarono Vlad II Dracul (in valacco “dragone” o “diavolo”) e i membri della loro famiglia vennero chiamati “draculesti”.
Il regno di Valacchia era minacciato all’esterno dai Turchi (che con Murad II l’avevano invaso diverse volte) e dagli Ungheresi e all’interno da baroni assetati di potere che si combattevano l’un l’altro con ferocia.
Vlad II si alleò dapprima con i Turchi, poi con Ladislao III di Polonia e Giovanni Hunyadi di Transilvania (1442); nello stesso anno perse il trono, ma lo riacquistò nel 1443, finché venne sconfitto a Varna a opera di Murad II (1444). Si riconciliò di nuovo con i Turchi ma venne infine assassinato nel 1447 insieme a Mircea il Grande.
Per le gesta e i luoghi frequentati Vlad II Dracul potrebbe aver ispirato Bram Stoker, ma la sanguinarietà del personaggio fa decisamente parte del temperamento del figlio Vlad III Dracula.
Il passaggio da Dracul a Dracula è generalmente spiegato come una forma di genitivo slavo per significare figlio di Dracul. Vlad III Bassarab Dracula nacque nel 1431 a Sighisoara. Riuscì a farsi riconoscere principe di Valacchia con l’appoggio dei turchi nel 1448, l’anno dopo la morte del padre. Trovando un usurpatore, si rifugiò in Moldavia e si esercitò nell’arte della guerra, partecipando alle crociate nei Balcani e alle guerriglie contro i Turchi.
Tessendo una trama diplomatica di grande ambizione e alleandosi alternativamente con Ungheresi e Turchi (ma in realtà lavorando sempre e solo per se stesso) nel 1454 rientrò in possesso dei domini paterni, grazie all’appoggio di Mattia Corvino, re d’Ungheria.
In questi anni cominciò a vendicarsi di chi non l’aveva riconosciuto subito come erede al trono, trucidando i suoi oppositori politici con tutta la famiglia e gli amici e tradendo altri principi. Si guadagnò ben presto l’appellativo di Impalatore, in valacco Tepes. Infatti, detenendo il supremo potere per diversi anni, ebbe molti prigionieri a disposizione e poté dedicarsi a un passatempo di gran lunga più eccitante per il suo sadismo: guardare individui terrorizzati morire lentamente. La prassi abituale era di allestire una vera e propria foresta di alti pali acuminati e organizzare fastosi banchetti a cui invitava coloro di cui desiderava sbarazzarsi. Quindi faceva tagliare le mani e i piedi alle vittime designate e le faceva infilzare sui pali, aggiungendovi prigionieri scelti a caso, e infine saliva sulla torre, detta di Chindia, e contemplava a suo agio il martirio dei nemici. Era del tutto normale che si divertisse a impalare in una sola volta anche 50 individui impazziti dal dolore.
Vanitoso e crudele, Vlad III Tepes amava le lodi, ma s’infuriava se il complimento scadeva in adulazione; apprezzava l’umorismo, l’intelligenza e la prontezza di spirito, qualità che salvarono un ambasciatore polacco, ma detestava la stoltezza, e per questo motivo, nell’estate del 1959, dopo averli amichevolmente sfamati, fece impalare gli emissari di Maometto II giunti a Targoviste a reclamare il credito che l’Impero Ottomano vantava in cambio dell’indipendenza della Valacchia, e pregò il Sultano di non inviargli più gente così stupida.
Nella notte del 24 agosto del 1460, in un impeto di furore, Vlad Tepes fece impalare più di 30.000 prigionieri. In una lettera inviata al Re di Ungheria l’11 febbraio 1462 Vlad Tepes afferma di aver giustiziato negli ultimi tre mesi, contati con precisione maniacale, 23.883 turchi (vedi l’incisione tedesca del 1488 del pasto di Dracula a ccanto agli impalati).
La sua crudeltà aveva fatto sì che gli altri voivoda sostenessero il candidato proposto dal Sultano, cioè Radu, suo fratello minore. Secondo una leggenda, il clima di terrore era tale che, la moglie di Vlad, di cui era innamoratissimo, si gettò nel fiume Arges per non cadere in mano ai turchi.
Vlad Tepes chiese così l’aiuto del cugino Stefano IV di Moldavia, che cercò di approfittare della situazione ingrandendo i suoi possessi. Ma anche i Turchi pensarono di allearsi con Stefano. In uno scontro Stefano e Vlad ebbero la peggio, e in Valacchia fu insediato Radu, mentre Vlad fu costretto alla latitanza sui monti della Transilvania. Perfino il re d’Ungheria, Mattia Corvino, costretto a un segreto patto di non aggressione con i Turchi, si schierò contro Vlad che nel Natale 1462 fu condotto in catene a Buda.
Quando nel luglio dello stesso anno il sultano Maometto II riuscì a espugnare la fortezza di Targoviste lasciata in fiamme da Vlad in ritirata, dovette arrestarsi in quanto i suoi soldati si rifiutarono di proseguire di fronte allo spettacolo di 20.000 prigionieri impalati che coprivano una superficie di 3 Km quadrati. Dal palazzo fuoriuscivano cadaveri, cataste e tinozze di teste e di arti tagliati.
Per dodici anni, dal 1462 al 1474, restò prigioniero, ma si trattò di una prigionia dorata, confacente al suo rango. In questo periodo sposò Ilona Szilagy, figlia di un barone.
Nel frattempo, papa Sisto IV indisse un’altra crociata, a capo della quale servivano guerrieri esperti, coraggiosi e privi di scrupoli, e furono scelti il serbo Vuk Brankovic e Vlad Tepes, convertitosi al cattolicesimo (conversione quanto mai politica). Stefano IV, conoscendo l’indole vendicativa del cugino e cercando di riparare il suo tradimento di qualche anno prima, s’affrettò a detronizzare Radu per preparare il posto a Vlad. I tre strinsero un patto d’alleanza e così nel 1476 Vlad III Tepes poté riavere i suoi titoli e possessi.
In tale scenario nell’estate del 1476 avanzava il sultano Maometto II con il suo esercito, venuto per punire i Valacchi che si erano rifiutati di pagare i tributi. Nello scontro fra i due eserciti, Vlad Tepes cadde in battaglia, pare colpito dai suoi stessi soldati che l’avevano scambiato per un turco, poiché indossava un copricapo simile a quello che portavano gli infedeli.
Nonostante la sua sadica ferocia era considerata eccessiva perfino dai suoi sanguinari contemporanei, era meno inconsueta per il suo tempo di quanto si creda. Più interessante è la modernità del suo progetto politico: cambiare spesso amici e nemici, in un tourbillon di alleanze e di trattati, per fare della Valacchia uno stato con una propria identità, non una semplice appendice dell’Ungheria né dell’Impero turco.
A Sighisoara si può vedere il probabile edificio natale di Vlad Tepes, mentre il castello di Bran, spacciato come il suo castello, fu soltanto la sua residenza per pochi mesi (e per giunta in prigionia). Il suo vero maniero si trova a Poenari, ma non ne rimangono che poche rovine. Infine a Snagov, presso un monastero, esiste una tomba stranamente venerata dai monaci e spacciata per quella di Vlad Tepes, ma non è di sicura attribuzione. Potrebbe appartenere al discendete Vlad IV Càlugarul (il monaco), principe valacco che regnò dal 1482 al 1495, che visse molto religiosamente, favorendo in ogni modo gli ordini monastici.
In Romania, soprattutto durante il regime comunista (ma per la verità fin dal secolo scorso), Vlad Tepes è stato rivestito di panni nazionalisti, e presentato come un patriota rumeno ante litteram: una versione accettata anche da studiosi occidentali. Soprattutto, questi storici si sono mostrati molto infastiditi dal fatto che Bram Stoker abbia preso a prestito il nome di Dracula per il vampiro del suo romanzo. Di fatto, il romanzo Dracula, proscritto prima dal nazionalismo e poi dal regime di Ceausescu, è stato pubblicato in lingua romena per la prima volta solo nel 1991.
Bram Stoker non era mai stato in Romania e, nelle prime stesure del più celebre fra i suoi numerosi romanzi, Dracula si chiama semplicemente “Count Wampyr”. Solo poco prima della pubblicazione del romanzo, nel 1897 – dopo averlo trovato menzionato in un libro di viaggi di William Wilkinson – lo scrittore decise di dare al suo vampiro il nome del principe valacco Dracula, di cui sapeva da Wilkinson che in lingua valacca significava Diavolo, e di cui fece un immaginario conte di Transilvania.
Il Dracula di Stoker è ormai un patrimonio dell’immaginario collettivo occidentale; se il suo ricordo spingerà qualcuno ad approfondire pagine importanti del confronto fra Europa e islam legate al vero Vlad Dracula, la cultura in genere non ne uscirà, forse, troppo male.
Vai alla Parte II: Elizabeth Bathory.