Rivoluzione silenziosa in Arabia Saudita?


Il 4 novembre undici prìncipi, quattro ministri e altri di ex ministri dell’Arabia Saudita sono stati arrestati da una “commissione anti-corruzione” nata appena poche ore prima. In mattinata si era dimesso il primo ministro del Libano, appoggiato da tempo dall’Arabia Saudita. Il giorno dopo il figlio dell’ex principe ereditario è morto insieme in un misterioso incidente in elicottero. La persona attorno a cui ruotano tutte queste notizie è Mohammed bin Salman, figlio del re, ministro della Difesa e principe ereditario dalle idee innovative e radicali. Egli ha 32 anni e si è guadagnato una certa visibilità, presentando il documento “Vision 2030”, un grande progetto per ridurre progressivamente la dipendenza dell’economia saudita dall’estrazione del petrolio, mentre il re Salman, 81 anni, è sempre meno coinvolto nelle decisioni di Stato. L’applicazione del piano, che prevede anche una maggiore apertura del paese, ha subito un’accelerata: si sono tenuti alcuni eventi prima proibiti, come concerti e proiezioni di film, ed è stata annunciata l’abolizione del divieto delle donne di guidare e ad assistere a eventi sportivi dal vivo. Mohammed bin Salmanha ha annunciato l’intenzione di reintrodurre «un Islam tollerante e moderato, che sia aperto al mondo e a tutte le religioni».

Gli arresti di sabato sono considerati da molti una “purga” compiuta da MbS nei confronti di oppositori e possibili avversari per il trono, il passaggio finale per assicurarsi sia l’applicazione di “Vision 2030” sia l’ascesa al trono.