Tutte le vergogne del mondo


Il governo ungherese ha appena annunciato che costruirà una barriera al confine con la Serbia per impedire ai migranti di entrare nel Paese. La recinzione  sarà lunga 175 chilometri e alta più di 4 metri. Ecco tutte le barriere esistenti nel mondo (fonte Internazionale.it):

Arabia Saudita–Yemen
Anno di costruzione: 2013
Lunghezza: 1.800 chilometri
Motivo: impedire presunte infiltrazioni terroristiche

Ceuta e Melilla–Marocco
Anno di costruzione: 1990
Lunghezza: 8,2 chilometri e 12 chilometri
Motivo: bloccare l’immigrazione irregolare dal Marocco nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla

Cipro zona greca–zona turca, linea verde
Anno di costruzione: 1974
Lunghezza: 300 chilometri
Motivo: il muro corrisponde alla linea del cessate il fuoco voluto dall’Onu in seguito al conflitto che divise l’isola

Bulgaria-Turchia
Anno di costruzione: 2014
Lunghezza: 30 chilometri
Motivo: arginare i flussi migratori provenienti da est

Iran–Pakistan
Anno di costruzione: 2007
Lunghezza: 700 chilometri
Motivo: proteggere il confine dalle infiltrazioni dei trafficanti di droga e dei gruppi armati sunniti

Israele–Egitto
Anno di costruzione: 2010
Lunghezza: 230 chilometri
Motivo: contrastare terrorismo e immigrazione irregolare

Zimbabwe–Botswana
Anno di costruzione: 2003
Lunghezza: 482 chilometri
Motivo: la motivazione ufficiale è contenere i contagi tra il bestiame ed evitare lo sconfinamento delle mandrie, ma in realtà la motivazione sembrerebbe essere quella di impedire l’arrivo di migranti irregolari

Corea del Nord–Corea del Sud
Anno di costruzione: 1953
Lunghezza: 4 chilometri
Motivo: la divisione delle due Coree in seguito alla guerra del 1953

Marocco–Sahara occidentale, Berm
Anno di costruzione: 1989
Lunghezza: 2720 chilometri
Motivo: difendere il territorio marocchino dal movimento indipendentista Fronte Polisario

Irlanda, Belfast cattolica–Belfast protestante, peace lines
Anno di costruzione: 1969
Lunghezza: 13 chilometri
Motivo: separare i cattolici e i protestanti dell’Irlanda del Nord

Stati Uniti–Messico, muro di Tijuana
Anno di costruzione: 1994
Lunghezza: 1.000 chilometri
Motivo: impedire l’arrivo negli Stati Uniti dei migranti irregolari messicani e bloccare il traffico di droga

Israele–Palestina
Anno di costruzione: 2002
Lunghezza: 730 chilometri
Motivo: impedire l’entrata in Israele dei palestinesi, prevenire attacchi terroristici

India–Pakistan, line of control
Lunghezza: 550 chilometri
Motivo: dividere la regione del Kashmir in due zone, quella sotto il controllo indiano e quella sotto il controllo pachistano

India–Bangladesh
Anno di costruzione: 1989
Lunghezza: 4.053 chilometri
Motivo: fermare il flusso di immigrati provenienti dal Bangladesh, bloccare traffici illegali e bloccare infiltrazioni terroristiche

Pakistan–Afghanistan, Durand Line
Lunghezza: 2.460
Motivo: chiudere i contenziosi territoriali tra i due stati che risalgono all’epoca coloniale

Kuwait–Iraq
Anno di costruzione: 1991
Lunghezza: 190 chilometri
Motivo: arginare un’eventuale nuova invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, dopo la guerra del golfo

Yemen bombardato dalla Lega Araba


L’Arabia Saudita e le altre monarchie del golfo (Giordania, Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e perfino il Marocco) hanno inviato i loro aerei per bombardare lo Yemen. Egitto, Giordania, Sudan e Pakistan hanno offerto truppe di terra. Gli Stati Uniti (che hanno appena allontanato dallo Yemen le loro ultime truppe) hanno promesso assistenza logistica e d’intelligence.

La tesi è quella dell’appoggio dell’Iran della minoranza sciita Yemenita. Vera o no, gli effetti sono gli stessi: migliaia di civili morti.

Yemen, 140 morti musulmani, l’ISIS rivendica: anche loro Crociati?


Il bilancio è di 137 morti e 345 feriti, un’immane strage, avvenuta ieri a Sana’a, capitale dello Yemen e Sada’a.
Gli attacchi a San’aa sono avvenuti durante la preghiera collettiva del venerdì. Un kamikaze si e’ fatto saltare in aria nella moschea Badr, nel Sud della citta’, e un altro ha seguito il suo esempio all’esterno mentre i fedeli fuggivano atterriti. Un terzo attentatore ha azionato la cintura esplosiva che portava su di se’ nella moschea di Al-Hashahush, nel Nord di Sana’a.
L’ISIS ha rivendicato gli attentati, anche se si nutrono dubbi sulla veridicità di queste affermazioni, che potrebbero fungere da propaganda. Dopo aver tacciato il civile italiano ucciso a Tunisi, pensionato, ex autista di autobus come “Crociato” ci chiadiamo come definiscano i musulmani uccisi ieri.
In ogni caso, come da noi segnalato, in Yemen vi è una deriva jihadista, anche se più precisamente si tratta di una guerra civile “santa” tra sciiti e sunniti, probabile contesto in cui vanno inquadrati questi attentati.

L’ISIS conquista anche lo Yemen?


Cresce di ora in ora la tensione nello Yemen.
Al Qaeda nella Penisola arabica ha giurato fedeltà allo Stato Islamico rinunciando a quella al successore di Osama bin Laden, l’egiziano Ayman al-Zawahiri.
Nella capitale Sana’a, in occasione del quarto anniversario della rivolta contro l’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, i ribelli houthi, che controllano gran parte della capitale dopo il recente colpo di Stato, hanno rafforzato la presenza militare nei luoghi simbolo della rivoluzione, in particolare a piazza Taghyeer (Cambiamento), ma resta alto il rischio di incidenti. Nei giorni scorsi, infatti, su Facebook è partita una campagna per trasformare l’anniversario della rivolta in una manifestazione anti-houthi, accusati di essere alleati di Saleh.
Chiuse temporaneamente molte ambasciate europee.

Isis: gay giù dai tetti, roghi di libri e sigarette, vietato ridere in strada


Un articolo preso da “Lettera 43” che qundi ringraziamo e invitiamo a visitarlo.
Montagne di sigarette bruciate, roghi di libri blasfemi, persino il divieto di ridere in strada.
Ma c’è di peggio nei territori controllati dall’Isis, o Daesh, come in arabo si chiamano i jihadisti dello Stato islamico.
Omosessuali gettati dal tetto, oppositori religiosi (anche musulmani) sgozzati o crocefissi, ragazzi fucilati in pubblico per aver guardato una partita di calcio in tivù: gesti continuamente riportati – spesso per immagini – dalle cronache dei media, per loro convintamente normali.
Non solo nel Nord dell’Iraq e della Siria. L’applicazione più estrema della sharia (legge islamica), in atto tra i talebani iconoclasti dell’Afghanistan e del Pakistan – il leader del gruppo della distruzione dei Buddha è lo stesso della strage di bambini alla scuola di Peshawar – è prassi in ogni fortino o lembo di territorio controllato da gruppi dell’Isis.
DECAPITAZIONI A CATENA. Nel Califfato di Derna, in Libia, come a Raqqa, capitale siriana dello Stato islamico, le teste degli infedeli, takfir, vengono tagliate.
In Egitto, nel Sinai infestato dagli affiliati di al Qaeda, casa madre ripudiata dall’Isis, si rapisce e decapita come nella Cabilia algerina, di rimpetto al Mediterraeno.
O a Sud, nel Mali dove le teste dei tuareg finiscono sui banchi del mercato. In Nigeria, i jihadisti pro Isis di Boko Haram massacrano migliaia di civili.
Da Mosul, capitale irachena dell’Isis, è rimbalzato il tweet con la foto di un omosessuale gettato dal tetto per sodomia, davanti a una folla di voyeur partecipi. O se non altro testimoni della sua morte.
Coperto da un passamontagna l’uomo è precipitato nel vuoto dopo che, a terra, un jihadista incappucciato aveva letto la sentenza delle corti islamiche.

ISIS gay

ISIS gay


Non è la prima volta. Dopo la proclamazione del Califfato, nel giugno 2014, lo Stato islamico ha regolarmente giustiziato gay, lanciandoli dagli edifici o lapidandoli.
L’Osservatorio siriano per i diritti umani, organo di propaganda dei ribelli con base a Londra, ha denunciato la morte a pietrate di due ragazzi, a Deir Ezzor, per «atti indecenti con i maschi».
Diverse lapidazioni sono state compiute dall’Isis, in Siria e in Iraq, su donne accusate di adulterio, giustiziate anche dai qaedisti rivali di al Nusra.
Altre decine, almeno 150 secondo il ministero per i Diritti umani di Baghdad e in maggioranza curde-yazide, sono state vittime di esecuzioni, nella provincia irachena di Anbar, per il loro rifiuto di sposare i jihadisti dopo la deportazione e riduzione in schiavitù.
Un rapporto delle Nazioni unite ha confermato che nello Stato islamico le donne vengono rapite e rivendute come schiave: l’Isis ha anche pubblicato un tariffario.
E in Rete è circolato un video di una donna accusata di adulterio a Hama, nella Siria centrale, lapidata dal padre con i jihadisti. «Ciò che succede adesso è il risultato di quello che hai fatto», rivendicano i boia.
La lapidazione è una sentenza autorizzata ed eseguita in Stati islamici di stretta interpretazione wahabita del Corano, come l’Afghanistan, l’Arabia Saudita, gli Emirati arabi, lo Yemen, il Sudan, la Somalia e la Nigeria.
Le vittime sono, in genere, donne punite per l’adulterio o la gravidanza fuori dal matrimonio, anche nei casi di stupro.
Oltre alle lapidazioni, il medesimo gruppo ha diffuso in Rete le notizie di oppositori, anche musulmani, giustiziati e talvolta crocifissi, per essersi rifiutati alla conversione o per altri reati.
Diversi cittadini dello Stato islamico sono stati esposti crocifissi, alla mercé della folla.
È il caso di alcuni «ladri di Mosul» o di una presunta «spia anti-Isis» di Aleppo, legata sulla croce, sgozzata dal boia e da lì trasportata in strada, come in processione, come ha documentato il sito di intelligence Site, che monitora i network islamisti.
Online, l’Isis ha diffuso un suo «codice penale» che prescrive la pena di morte per blasfemia, sodomia e spionaggio, anche se pentiti. Lapidazione per l’adulterio. Morte e crocifissione per omicidi e rapinatori.
Per reati come il tradimento prematrimoniale «100 frustate e l’esilio». Per piccoli furti e frodi varie vale la legge del taglione (amputazione di una mano e/o una gamba). Decine di frustate per chi invece beve alcolici, si droga, diffama o si diverte.
Ad Aleppo, in Siria, i jihadisti hanno spaccato gli strumenti musicali e bastonato i loro possessori.
In Libia, chi è in fuga da Derna racconta di «montagne di sigarette bruciate e del divieto di ridere in strada dei folli dell’Isis».
Un soldato è stato decapitato e i drogati o chi beve sono incatenati e frustati nei centri di disintossicazione.
Non aiuta a frenare il flusso dei sunniti nell’Isis l’invito alle donne del vice premier turco, moderato islamico Bülent Arinç (Akp), di «non ridere in pubblico».
E su quest’ultimo divieto ci sarebbe da riflettere: un regime che vieta di ridere in pubblico sa, profondamente, che c’è solo da piangere.

Gangnam Style+Kalashnikov=concentrato di stupidità assoluta


ATTENZIONE! Il video è violento e potrebbe offendere la sensibilità di qualcuno e sopratutto se siete minori allontanatevi da questa pagina.
Siamo a una festa di matrimonio in Yemen. No more comment (ma ce ne sarebbe da dire a non finire: amore per le armi, virilismo/maschilismo spocchioso che nasconde impotenza fisica, canzoni fatte per istupidire e non pensare…)
Gangnam Style

Al Qaeda: 100 morti in Yemen


Il bilancio, ancora provvisorio data la gravità delle condizioni di molti dei feriti, parla di almeno 96 morti e oltre 200 feriti, alcuni dei quali con gli arti strappati o con lesioni cerebrali che li lasceranno paralizzati: con un attentato senza precedenti nella capitale Sana’a durante le prove di una parata in programma martedì, al Qaeda ha dato oggi la sua risposta ad una offensiva del governo dello Yemen che da mesi sta cercando di riconquistare vaste aree nel sud del Paese sotto il controllo dell’organizzazione terroristica.

Autobomba kamikaze in Yemen


È di almeno 26 morti, tutti membri della guardia presidenziale, il bilancio di un attacco sferrato in Yemen da un kamikaze su un auto esplosa davanti alla residenza presidenziale di Mukalla.
Il nuovo presidente Abde Rabbo Mansour Hadi, ha prestato oggi giuramento davanti al Parlamento.

No alla violenza solo da chi voglio io


Oggi in Yemen, a Sana’a, la polizia fa fuoco sulla folla in protesta: 4 morti
In Siria, a Damasco, ucciso un noto attivista pacifico e altri 5 morti tra cui un bambino di 9 anni.
Il movimento degli indignati e Occupy Wall Street contro gli abusi della finanza, il precariato e le ricette anti-crisi della politica ha esportato la protesta in 951 città di oltre 80 Paesi.
In Malaysia a Kuala Lumpur e a Singapore interrotto il corteo dlla polizia che ha fatto sgombrare le piazze.
In Italia 70 feriti e 12 arrestati a causa delle violenze Black Bloc da cui il corteo prende le distanze.
Come andare a cena in gruppo e lamentarsi perché bisogna pagare il conto di alcuni che se ne sono scappati prima.
Premesso che a Roma si è assistito a una guerra tra poveri (black bloc vs forze dell’ordine) e che i tafferugli dovrebbero semmai spostarsi nei veri centri di potere (Montecitorio anziché le vetrine), c’è da chiedersi:
– Perché le violenze dei Black Bloc, notoriamente internazionali, si sono verificate SOLO in Italia?
– Qual è la differenza tra le violenze dei Black Bloc e quelle della Primavera araba?
Ci sono violenze che vanno bene e altre no, evidentemente, come sempre noi abbiamo sostenuto. Il discriminante è la democrazia. In un Paese democratico non si può fare violenzae “deturpare l’arredo urbano”, quindi Berlusconi, democraticamente eletto dal 1994 (tranne la breve parentesi di Prodi), è legittimamente al governo, pur con il conflitto di interessi aggravato dal fatto che riguarda le telecomunicazioni e i legittimi impedimenti che lo costringono a non farsi processare. Quindi nessuno (o pochi) in Italia sostengono che ci sia emergenza democrazia.
Fine delle proteste, tutti a casa, Berlusconi vada avanti fino al 2013 perché, naturalmente, si parlerà tanto, ma nessuno ascolterà le ragioni degli indignati.

Ucciso il “mandante delle mutande”, vice di Bin Laden


È stato ucciso oggi in Yemen l’imam Anwar Al Awlaki vicino agli ambienti di Al Qaeda e considerato da alcuni il successore di Osama Bin Laden.
Si crede che fu lui a reclutare Umar Farouk Abdulmutallab, il giovane nigeriano meglio noto come l'”attenatore delle mutande”, che nel dicembre 2009 fallì l’attenanto a bordo dell’Airbus A330 in volo da Amsterdam a Detroit nascondendosi un ordigno, appunto, nelle mutande.

Yemen: è guerra civile!


A Sana’a, nello Yemen, sono morte almeno 56 persone (cinquantasei!) tra domenica e ieri, secondo medici e testimoni, dopo le dimostrazioni per chiedere la fine dei 33 anni di regime del presidente Ali Abdallah Saleh.
Oggi alcuni razzi e molti colpi di artiglieria hanno colpito un campo di manifestanti.
In pratica, come Tunisia, Egitto, Libia e Siria.
I media europei e italiani sostanzialmente ignorano la notizia, in Italia nelle prime “pagine” dei Tg ci sono nuovamente Sarah Scazzi e Melania Rea e il circo pietoso della collusione sessuale tra spettacolo e politica. Del 56 arabi morti per la propria libertà interessa poco o niente. Questo è il giornalismo televisivo occidentale?

Guerra civile in Siria: nuove opportunità di vendita di armi e bombe


Parliamo della guerra civile in Siria, dopo il massacro di Hama, dove sono state uccise più di cento persone. Noi avevamo già segnalato la leggerezza con cui i governi occidentali e i media sembravano affrontare la questione, usando i termini di “rivolta siriana”. Ma bisognava arrivare ai massacri pubblici per convincerli di ciò che avevamo già capito da subito.
Ora, la guerra civile siriana somiglia tanto a quella libica prima dei raid della Nato.
Facciamo una previsione. Entro un mese la Nato comunicherà le nuove coordinate alle proprie flotte, che dalla Libia si sposteranno nei cieli di Siria, scaricando nuove bombe con le stesse modalità.
I segnali ci sono tutti: i governi occidentali hanno cominciato a richiamare gli ambasciatori e qualcuno ha già paventato un ultimatum.
In fondo sarebbe una nuova opportunità per vendere un sacco di materiale bellico invenduto che potrebbe risollevare un po’ la disastrosa congiuntura economico-finanziaria…
Bashar al Assad come Gheddafi, insomma: prima un normale referente diplomatico, adesso un criminale da eliminare dallo scacchiere mondiale.
Ora: immagino che chi appoggia la guerra in Irak, in Afghanistan e in Libia appoggerà anche quella in Siria e perché no in Yemen… e poi?

P.S. Ci teniamo a precisare che la nostra posizione nei confronti di Assad come per tutti i governi non eletti democraticamente, o eletti democraticamente ma che governano in modo autoritario è di totale disapprovazione.

La rivolta “silenziosa” della Siria e il chiasso di Sarah Scazzi


L’esercito siriano ha scoperto una fossa comune contenente i cadaveri di alcuni esponenti delle forze di sicurezza a Jisr al-Shughur, la citta’ controllata dai ribelli dove oggi sono entrati con i carri armati i militari.
Comprendiamo come i media di massa debbano scegliere le notizie, soprattutto alla luce dei numerosi avvenimenti che la Primavera Araba sta provocando in Paesi come Libia, Yemen, Iran e Siria, nonché di episodi europei (come gli indignados cui aggiungerei gli “indignati italiani” delle elezioni amministrative e del referendum). Ma voi siete assolutamente consapevoli della preferanza assoluta di futili cronachette nere (Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, Melania Rea e Matthias Schepp) rispetto a questo tipo di notizie?
Basta la consapevolezza. Quella che potrebbe espandere il parziale ammutinamento elettorale anche verso i media.
Come per esempio una bella protesta fuori degli studi televisivi di questi sudici, sozzi, patetici produttori televisivi.

Primavera araba: altra guerra civile!


Dopo le guerre civili di Tunisia, Egitto e Libia e la rivoluzione repressa nel sangue in Siria, ora anche in Yemen è guerra civile.
Ieri oltre 40 morti a seguito degli scontri in corso a Sana’a tra le forze del regime e quelle della tribù più potente del Paese, gli Hashid, guidata dallo sceicco dissidente Sadiq Al-Ahmar, di cui il presidente Ali Abdullah Saleh ha ordinato l’arresto. Ma i morti negli ultimi giorni sono molti di più.
Noi condanniamo la repressione del regime yemenita e appoggiamo i ribelli (come in Tunisia ed Egitto) e ribadiamo la condanna dei regimi di Libia e Siria.

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